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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

29/05/2007


Dettaglio intervento

Mi fa molto piacere essere con voi oggi per concludere la discussione su un tema – le conseguenze globali dell’ascesa di Cina e India – di particolare attualità. Non molto tempo fa, per l’esattezza a fine 2005, la rivista Limes dedicò il suo approfondimento monografico proprio all’argomento “Cindia. La sfida del secolo”. Una scelta già allora appropriata: a distanza di un anno e mezzo, alla luce dei progressi ancora più rimarchevoli messi a segno nel frattempo da quei due Paesi, lo è ancora di più. Se Cina o India possano considerarsi o no una entità omogenea, come lascia supporre il suggestivo assemblaggio semantico escogitato dal Ministro Raimesh (che mi fa particolarmente piacere poter salutare tra i partecipanti all’incontro di oggi), è in verità una questione aperta. Rimane che, prese singolarmente o assieme, che siano Cindia o Cina+India, esse costituiscono la realtà forse destinata ad incidere maggiormente sugli assetti internazionali del Ventunesimo Secolo. Altrettanto aperta è la questione se il secolo che è appena iniziato si affermerà come secolo del Pacifico: ma ad essa converrebbe dedicare un seminario ad hoc.


Il ritorno del futuro
Per restare al convegno di oggi, desidero proporre da subito una risposta alla domanda dalla quale esso trae il suo titolo. Non credo, infatti, che si possa parlare di “ritorno del passato”. Il passato non ritorna, quanto meno non ritorna mai nelle stesse forme. Certo, c’è un fondo di verità nelle analisi di chi collega splendori passati e presenti di civiltà millenarie come quelle indiana e cinese. È giusto parlare della rinascita di Cina e India, piuttosto che riferirsi ad esse come realtà meramente emergenti. Ce lo suggerisce il senso comune e ce lo conferma la certosina raccolta di dati di storici ed economisti.
Su tutti il britannico Angus Maddison, storico dell’economia e specialista di analisi comparata dei tassi di crescita dei grandi aggregati continentali. Maddison ci ricorda che se nel 1700 la quota di Cina e India sul PIL mondiale era rispettivamente del 23,1 e del 22,6%, a fronte di una quota europea del 23,3%, nel 1952 i rapporti di forza di erano ribaltati: la quota europea passata al 29,7%, quella di Cina e India scesa, rispettivamente, a 5,2 e 3,8%. Senza contare gli Stati Uniti, la cui partecipazione alla produzione della ricchezza mondiale nel periodo in esame era passata dalla quasi irrilevanza al 28,4%.
Non solo l’affermazione sulla scena globale negli ultimi due secoli della superpotenza americana impedisce un raffronto simmetrico con il passato preindustriale; lo impedisce, forse più di ogni altra cosa, la natura interconnessa e interdipendente delle relazioni della società internazionale contemporanea.

Una cosa è però certa, come certa è la natura sostanzialmente inedita dello scenario globale del secolo che stiamo vivendo: gli anni che abbiamo dinanzi saranno caratterizzati dalla coesistenza e dall’interazione di una molteplicità di protagonisti. Non saranno caratterizzati dal predominio incontrastato di un’unica superpotenza: il momento unipolare aperto con la fine della Guerra fredda è giunto al termine, per un insieme di cause tra cui l’ascesa di India e Cina occupa senz’altro un posto di rilievo. La stessa Amministrazione USA ne è, a suo modo, consapevole. Le Amministrazioni che seguiranno quella attuale forse lo saranno in misura anche maggiore. Stati Uniti e Cindia, dunque: da questo scenario manca l’Europa, e non certo per omissione degli organizzatori del convegno. Sta infatti all’Europa, in particolare alla classe dirigente europea, affermare un ruolo di global player che oggi, obiettivamente, l’Europa ancora non ha. Anche perché un nuovo protagonismo europeo in questo scenario non sarebbe né velleitario né fine a se stesso. Tutt’altro: a mio avviso esso avrebbe una funzione essenziale da svolgere, quella non di opporsi né di contrastare, ma di integrare ed arricchire il ruolo degli altri attori globali.


Cina+India: la forza dei numeri
Dicevo prima che evoca l’abbinamento Cindia evoca suggestioni innegabili. Esso proietta l’integrazione delle due potenze sub-continentali in un futuro plausibile, anche se non certo. La crescita di Cina e India è di per sé una realtà prepotente, indipendentemente dalla possibile evoluzione di entrambe. D’altro canto, pero’, non va trascurato come il rilancio su scala globale di queste entità sub-continentali, frutto della globalizzazione e al tempo stesso risultante della resilience delle civiltà millenarie di cui esse sono portatrici, vada inserito in un contesto globale di forte espansione di quella metà del mondo un tempo definita, con paternalistica benevolenza, “in via di sviluppo”. Un pezzo di pianeta che al 2005 è arrivato a produrre oltre metà della ricchezza globale (calcolata in base al metodo della ‘parità dei poteri d’acquisto’). E infatti non manca chi inserisce il fenomeno Cindia in un assieme più ampio, al quale si aggiungono Brasile e Russia (i cosiddetti BRICs).
Sicuramente la rinascita dei due giganti indo-cinesi va inserita in un contesto più generale di crescita dell’intero continente asiatico, di cui i decenni precedenti avevano già offerto le prime avvisaglie.

I progressi, sia pure fenomenali, dei due Paesi maggiori del continente per dimensione e peso specifico non possono essere disgiunti dai successi consolidati dei loro vicini. Del Giappone, che malgrado tutto rimane la seconda economia su scala globale (calcolata a valori correnti) e che ha ripreso a crescere a ritmi sostenuti dopo un lungo periodo di stagnazione: è prova del suo ritrovato slancio il primato (carico anche di simbolismi) conquistato di recente sul mercato internazionale dell’automobile dalla ditta giapponese Toyota, che ha posto fine al dominio pluridecennale dell’americana General Motors. Della Repubblica di Corea, passata nel volgere di pochi decenni da livelli di reddito infimi, paragonabili a quelli dei più poveri tra i Paesi africani, a livelli di ricchezza e benessere paragonabili a quelli delle economie più sviluppate. Per non parlare di quelle altre realtà che un tempo erano definite “tigri asiatiche” e che, sebbene messe in ombra dall’ascesa dei ben più grandi Paesi vicini, non hanno certo arrestato la loro fase ascendente.

Fatta questa premessa, è più che giustificato dedicare a Cina e India un discorso a se stante. Anche a non volerli sommare, i dati che si riferiscono a questi due Paesi sono impressionanti. Lasciando da parte i campi macroeconomico e demografico, ampiamente illustrati anche nelle loro linee di tendenza per il medio e lungo termine, mi sembra utile attirare l’attenzione su altri indicatori, meno noti ma forse ancora più eloquenti.

È di per sé indicativa la competitività di aziende che ormai rivaleggiano con le multinazionali occidentali nei comparti più disparati della produzione: dalla siderurgia alle automobili (le indiane Mittal e Tata), dagli elettrodomestici all’informatica (le cinesi Haier e Lenovo, a cui IBM ha ceduto, come noto, l’intero settore della realizzazione di hardware per personal computer). Quanto alla forza lavoro, e di riflesso ai costi di produzione, basti pensare che la Cina puo’ contare su una manodopera di 83 milioni di addetti nel comparto industriale, che corrispondono pressappoco all’intero ammontare dei lavoratori impiegati nello stesso settore in tutti Paesi cd. industrializzati dell’OCSE messi insieme. A questi va inoltre aggiunto un serbatoio potenzialmente illimitato di lavoratori potenziali, che non si sono ancora affacciati sul mercato del lavoro: un vero e proprio esercito industriale di riserva, per riprendere una terminologia forse passata di moda, ma che non ha perso significato.
L’offerta di forza lavoro dei due Paesi impressiona da un punto di vista anche qualitativo. La Cina sforna quattrocentomila nuovi ingegneri ogni anno. L’India, duecentosessantamila.
Cina e India guadagnano rapidamente posizioni di avanguardia nel campo cruciale della scienza e dell’innovazione tecnologica. La quota del bilancio pubblico cinese dedicata a ricerca e sviluppo è triplicata negli ultimi sette anni e si prevede che nel 2010 raggiunga un livello pari al 2% del PIL (rispetto all’1,2% attuale). I Politecnici indiani sono considerati tra i migliori al mondo. Secondo una ricerca recente, la Cina è seconda solo agli Stati Uniti nel numero di pubblicazioni scientifiche nel settore di avanguardia delle nanotecnologie.

Un altro dato dell’economia reale credo che meriti attenzione. Mi riferisco alla straordinaria propensione al risparmio, che totalizza una quota del PIL pari a circa il 45% in Cina, ma anche in India ha iniziato a crescere, avvicinandosi al 30%. Fenomeno speculare rispetto all’accumulazione di un così elevato volume di risparmi è l’accantonamento di riserve valutarie ingentissime, che nel caso della Cina hanno raggiunto proprio quest’anno il tetto, credo senza precedenti, del trilione di dollari. E gli economisti rammentano come un così elevato livello di risparmi sia fattore non secondario all’origine non solo del dirompente surplus di bilancia commerciale ma anche di una circostanza assai rilevante sul piano sia finanziario che politico, quale il finanziamento di buona parte del debito pubblico americano.
Cito infine un ultimo dato, relativo stavolta alla società in senso lato, ma direi emblematico: agli ultimi Giochi Olimpici di Sydney la Repubblica Popolare Cinese ha conquistato il secondo posto nella classifica complessiva, con 32 medaglie d’oro, collocandosi prima della Russia ed alle spalle degli Stati Uniti (che hanno vinto 36 “ori”). È un dato da circoscrivere alla sola Cina (l’India ha al suo attivo una sola medaglia d’argento), ma che risulta ancora più significativo nella prospettiva dell’anno prossimo, quando le Olimpiadi estive saranno ospitate proprio da Pechino.


Giganti economici, giganti politici
Mi sono soffermato sull’economia non perché creda che il successo di questi due Paesi sia limitato alla sfera economico-commerciale. Al contrario: all’ascesa economica corrisponde una crescita di ascendente politico e di capacità di proiezione esterna in maniera simmetrica, anche se con una sfasatura temporale caratteristica di questo tipo di cicli espansivi, e difatti già sperimentata in passato. Pensiamo ad esempio alla crescita di Stati Uniti e Germania nella seconda metà del Diciannovesimo secolo: pensiamo anche al relativo ritardo su questo fronte dell’India, che sconta il relativo ritardo con cui in campo economico è iniziata la sua parabola ascensionale rispetto alla Cina.

Una prima indicazione settoriale, tangibile delle ambizioni dei due Paesi viene del resto dal bilancio della difesa dei due Paesi. Nel caso della Cina esso viene stimato in una percentuale del PIL compresa tra 2,3% e 2,8% (ma si prevede che per il 2020 possa raggiungere il 4,6%) e per l’India si attesta al 2,4%. Per avere dei termini di raffronto utili, la percentuale in spese militari del bilancio USA si aggira, credo, sul 3,7%; la quota della Difesa sul bilancio italiano è inferiore all’1%.
Al di là di ulteriori estrapolazioni quantitative, l’affermazione della Cina come entità di prima grandezza sulla scena politica internazionale è una realtà ormai indiscussa. Se ne colgono le dimostrazioni nell’attivismo di Pechino, diplomatico e no, in aree lontane quanto meno da un punto di vista geografico come l’America latina e, soprattutto, l’Africa. Iniziative politiche anche in questo caso trainate dalla crescita degli scambi commerciali (la quota della Cina nell’export dei Paesi dell’Africa subsahariana ha già superato il 10%; si prevede che possa raddoppiare nei prossimi anni), culminate nel vertice sino-africano del novembre dell’anno scorso, e nella visita di ben 12 giorni nel continente africano effettuata dal Presidente cinese Hu Jintao.

Non sorprende quindi che il ruolo della Cina (agevolata anche dal suo essere membro permanente del Consiglio di Sicurezza) sia decisivo nella soluzione di crisi regionali di evidente rilevanza globale, come quella del Darfur (e del resto il 5% delle importazioni di petrolio della Cina proviene proprio dal Sudan). Né appare azzardato ipotizzare che il raggio di interesse e di azione non solo della Cina, ma della stessa India sia destinato ad ampliarsi ulteriormente: basti pensare che il 70% delle importazioni cinesi di idrocarburi (il 50% di quelle indiane) proviene dal Medio Oriente: in special modo dall’Iran, terzo maggior fornitore di petrolio alla Cina. La Cina ha quindi un ruolo ed una posizione del tutto speciale anche nella gestione del delicato dossier nucleare iraniano.
Non è un caso, è anzi un sintomo ulteriore di come questi due Paesi percepiscano la portata sempre più globale delle proprie responsabilità e dei propri interessi, che Cina e India partecipino entrambe con un proprio contingente alla missione Unifil in Libano.

Elemento ulteriore da non trascurare: l’ascesa dei due Paesi si è rivelata più forte della persistenza di contenziosi non ancora risolti alle rispettive frontiere; contenziosi di non poco conto (Taiwan e Kashmir), ma che almeno sinora non si sono dimostrati di ostacolo. È un dato di fatto che il coinvolgimento costruttivo della Cina è determinante per l’individuazione di uno sbocco positivo rispetto a crisi regionali altrettanto rilevanti (Corea del Nord); il coinvolgimento di entrambe potrà essere altrettanto utile ad assicurare quel rafforzamento della cornice di cooperazione regionale che ad avviso del governo italiano costituisce la chiave per il successo della ricostruzione afgana.

Se pensiamo che i soggetti di questa trasformazione erano ancora fino a pochi decenni addietro alle prese con la trappola del sottosviluppo sul piano interno, e con un approccio minimalistico, se non introverso, alle relazioni internazionali, possiamo misurare la straordinarietà dei progressi compiuti. Possiamo misurarla appieno se consideriamo che l’allargamento della capacità di proiezione esterna di entrambi investe non solo la dimensione fisica, delle alleanze, delle missioni politico-militari e del commercio) ma anche quella immateriale, del cosiddetto soft power. Gli osservatori dell’espansione dell’influenza cinese nel continente africano hanno rilevato come il Washington consensus, l’approccio alle riforme dei PVS di cui le Istituzioni Finanziarie internazionali basate a Washington sono tradizionali fautrici sia sempre più messo in discussione dal modello di “autoritarismo efficiente” di ispirazione confuciana di cui la Cina post-comunista è espressione. Quanto alla capacità di proiezione esterna ed al potere di attrazione della civiltà (in senso lato) indiana, vale innanzitutto quanto è solito osservare l’intellettuale indiano (e premio Nobel per l’economia) Amartya Sen: in materia di democrazia, l’India non deve certo prendere lezioni dall’Occidente. E non sottovaluterei l‘efficacia, come veicolo di comunicazione e di promozione di un certo stile di vita, del cinema: di una produzione indiana che da sempre rivaleggia con Hollywood in termini quantitativi (al punto di averne fatto propria la denominazione, alterandola in Bollywood), e che a sua volta appare sempre più proiettata all’esterno.

Nel considerare questi aspetti di obiettiva convergenza verso una più stretta collaborazione reciproca, che preconizza del resto l’ipotesi-Cindia, si ridimensionano anche gli elementi di divergenza, elementi pure obiettivi e non marginali, alla luce dei quali l’ipotesi di progressiva integrazione tra i due Paesi va vista come suggestiva ma non ancora attuale. Per individuare i termini di una dialettica di confronto anche aspro non occorre risalire agli strascichi del conflitto del 1962, un’eco ormai sempre più lontana. Basti pensare che nell’export cinese, superpotenza commerciale come poche altre, l’India occupa appena l’1,8% (ma è anche vero che di recente gli scambi bilaterali hanno preso a crescere a ritmi molto sostenuti). E conviene tenere a mente che gli esperimenti nucleari indiani del 1998 vennero giustificati espressamente con un’asserita minaccia cinese. Da allora sono seguite occasioni di distensione, culminate nella visita a New Delhi di Hu Jintao lo scorso novembre. Pure, proprio la dichiarazione congiunta emessa in quella circostanza, densa di impegni a rafforzare la collaborazione bilaterale nei settori più disparati, nella parte relativa alla difesa è di una eloquente laconicità, limitandosi a far riferimento esclusivamente all’intensificazione degli scambi di visite.


Che fare? Gli approcci possibili. Il ruolo dell’Europa
Per dovere di onestà e completezza vanno considerate anche tensioni latenti e contraddizioni ancora irrisolte, suscettibili di ripercuotersi sulle prospettive future di entrambi i Paesi. I già menzionati contenziosi territoriali, ad alto potenziale di conflittualità in entrambi i casi; le forti diseguaglianze, sia economiche che sociali, in parte preesistenti in parte portate dalle dinamiche di sviluppo capitalistico; le tensioni interetniche, prodotto inevitabile della coesistenza di popolazioni e culture diverse ma sempre a rischio di riesplosione, specie se la crescita impetuosa di questi decenni dovesse segnare battute d’arresto.
Ma anche con questi caveat, la realtà dell’ingresso in scena di  Cina e India come protagonisti globali à una realtà a mio avviso irreversibile. Con essa il sistema internazionale dovrà sempre più fare i conti negli anni a venire.
Come? Mi sembra che vadano delineandosi tre approcci.

Il primo approccio è quello della difesa a oltranza, del tentativo di arginare l’espansione dei nuovi protagonisti cercando rifugio in un protezionismo, magari rinnovato nelle forme e negli strumenti ma inalterato nella sostanza. Credo sia abbastanza evidente che un approccio del genere è incompatibile con le caratteristiche dell’attuale sistema di scambi globali; dinanzi ad una concorrenza in grado di far leva sui fattori di vantaggio qualitativi e quantitativi di cui la produzione indiana e cinese puo’ disporre, è un tentativo votato al fallimento. A meno di voler supporre una chiusura completa delle frontiere (solo le proprie, però: in epoca post-coloniale è inconcepibile, per fortuna, imporre le proprie politiche commerciali al resto del mondo), soluzione estrema e doppiamente suicida: sul piano economico e politico. Replicherebbe, a parti invertite, la miopia dell’imperatore cinese Qianlong che nel 1793 respinse sdegnato la prima missione commerciale britannica affermando che la superpotenza commerciale di allora non aveva interesse per i manufatti stranieri.

Il secondo approccio è più sofisticato, ma altrettanto difensivo nell’ispirazione di fondo. Si rifa’ alla dottrina del tradizionale balance of powers, prende le mosse da una valutazione realistica della inarrestabilità della crescita di Cina e India, ed è finalizzato ad orientare le relazioni con ciascuno dei due Paesi al tentativo di “contenere” l’altro. Non dico che sia questo l’atteggiamento degli Stati Uniti, anche se in effetti l’impostazione del documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale, pubblicato dall’Amministrazione Bush nel 2002, lo lascia supporre con l’importanza che attribuisce alla preservazione del primato solitario, politico e militare, degli USA (testuale: our forces will be strong enough to dissuade potential adversaries from pursuing a military build-up in hopes of surpassing, or equaling, the power of the United States). Lo lasciano supporre anche le tensioni ricorrenti tra Stati Uniti e Cina nella sfera delle relazioni economico-commerciali e l’intepretazione, di containment della comune minaccia cinese, che molti hanno dato delle recenti intese indo-americane. Se così fosse sarebbe un peccato, perché forse come nessun altro gli USA hanno il senso dell’indispensabilità di un dialogo a tutto campo con i nuovi interlocutori globali; come nessun altro essi dispongono degli anche strumenti per intensificare la collaborazione (il Dialogo Strategico avviato con la Cina che ha visto recarsi la settimana scorsa a Washington l’esecutivo cinese quasi al completo; il partenariato con l’India, per il quale Bush ha impiegato la definizione, impegnativa in quanto evocativa di un rapporto tendenzialmente tra eguali, di “natural partners in 21st century”) allargandone l’ambito al di là della dimensione meramente bilaterale.

Credo infatti che il terzo approccio – quello di un engagement in funzione di una cooperazione a tutto campo – rappresenti la risposta migliore e più appropriata alla sfida posta dalla nuova realtà internazionale. Sono convinto che se il multipolarismo è nei fatti, la risposta politica non puo’ che essere il multilateralismo, ossia la capacità di dare risposte collettive e cooperative alle sfide globali cui ci troviamo di fronte.
Come assicurare questa cooperazione su scala globale, scongiurando il rischio che le spinte contrapposte dei vari “poli” di potenza, politica ed economica, si risolvano in tendenze anarchiche e conflittuali, è un compito che, in un’ottica di stretta collaborazione con gli Stati Uniti e nel loro stesso interesse, chiama in causa direttamente l’Europa. Ovvero un progetto politico che, malgrado tutti i suoi limiti ed incompiutezze, è la dimostrazione più evidente del successo di una cooperazione basata sulla messa in comune delle risorse e delle iniziative di ciascuno Stato e sulla conseguente accettazione di limiti anche stringenti alla sovranità nazionale dei singoli. L’Unione Europea è, quasi per definizione, un sistema di reciproche interferenze nel nome di regole comuni: ciò è la causa prima dell’ostilità degli euroscettici ma è anche la causa prima del successo del progetto europeo e dello straordinario potere di attrazione che esso esercita al suo esterno.
La visione internazionale dell’Europa si basa sullo stesso principio: dal nostro punto di vista, la sovranità nazionale è “limitata” dal principio della responsabilità. E proprio la condivisione di responsabilità che, in quanto globali, non possono che essere comuni, costituisce la chiave per assicurare un coinvolgimento cooperativo e costruttivo di India e Cina dinanzi a questioni che, affrontate in un’ottica di mero egoismo nazionale, rischiano di restare senza risposta.

Ho già detto di crisi regionali per le quali il coinvolgimento di Cina e India mi sembra indispensabile ad inviduare una soluzione. Allargando ora l’analisi al teatro globale vengono in evidenza almeno cinque campi di azione prioritari nell’ambito di un progetto condiviso di governance globale.

1. Il commercio. Concorrenza e partnership sono due facce della stessa medaglia. E’ la logica del vantaggio reciproco e globale che deve prevalere rispeto a quella della ‘somma zero’ che rischia invece di alimentare le sirene del protezionismo. E’ per questo importante riuscire ad affrontare le questioni commerciali con fiducia e valorizzando l’aspetto di ‘opportunita’’, anziche’ quello di ‘minaccia’ insito nell’interazione economica. Per questo è di importanza cruciale adoperarsi congiuntamente al successo finale del Doha Round condotto dall’OMC.
2. La non proliferazione. Nell’immediato, bisogna porre rimedio alle ‘emergenze’ dei casi iraniano e nord-coreano. In una prospettiva più ampia c’è anche la necessità di riflettere insieme su come rafforzare e rendere più efficace il sistema delle regole sulla non proliferazione e la loro applicazione in una realtà in continua evoluzione. L’incertezza che grava sulle prospettive di attuazione delle intese USA-India in tema di nucleare dimostra l’aleatorietà di soluzioni che non passino per la definizione di un quadro di regole condivise, quale puo’ venire solo dal contesto multilaterale.
3. La lotta alla povertà. Un mondo più diseguale è un mondo meno sicuro. Grazie al loro sviluppo economico Cina e India condividono con l’Europa, gli Stati Uniti e gli altri Paesi donatori un’importante responsabilità nella lotta alla povertà. Vi è anche qui un’opportunità per impostare un’agenda comune, in grado di armonizzare i rispettivi approcci ai problemi dello sviluppo così superando differenze (in tema di condizionalità degli aiuti, ad esempio) che sono motivo di controversia.
4. Energia. La dipendenza dalle importazioni in questo settore puo’ risolversi in cieca rivalità nella ricerca individuale di sicurezza degli approvvigionamenti oppure puo’ favorire un’accresciuta cooperazione nel reciproco interesse. Noi europei crediamo che porsi in una prospertiva di rivalità competitiva tra i grandi consumatori di energia sia controproducente. Una più stretta cooperazione multilaterale tra poli-consumatori potrebbe invece contribuire a ridurre la dipendenza energetica di ciascuno, stimolando una maggiore efficienza dei mercati, sviluppando tecnologie per le fonti rinnovabili, garantendo approvvigionamenti sicuri, competitivi e sostenibili anche sul piano ambientale.
5. Ambiente. India e Cina sono interlocutori obbligati, anzi imprescindibili per qualsiasi iniziativa che intenda ad affrontare il tema della salvaguardia dell’ambiente in modo non velleitario. Occorre quindi lavorare attivamente e costruttivamente con loro, e con gli Stati Uniti s’intende, per definire assieme una cornice di regole post-Kyoto che permettano di fronteggiare l’emergenza ambientale con una qualche aspettativa di efficacia.

* * *

In conclusione, credo che la via maestra della sfida posta dal crescente protagonismo globale di Cina e India passi attraverso la definizione di una partnership concreta, fondata sulla condivisione di interessi e responsabilità dinanzi alle questioni strategiche globali, per rafforzare e rendere più efficaci gli strumenti della cooperazione multilaterale. L’Europa puo’ dare un contributo determinante alla nascita di questo partenariato globale. A condizione che l’Europa stessa dimostri di essere un global player. A condizione che l’Europa sappia esprimere una Presidenza stabile, e che non duri soltanto sei mesi. A condizione che abbia un suo Ministro degli Esteri o come altrimenti si preferisca chiamarlo, che rappresenti una politica estera autenticamente comune, e non il minimo comun denominatore delle posizioni nazionali; a condizione che le decisioni in tema di politica estera e di sicurezza comune siano sottratte al ricatto paralizzante dell’unanimità. Questa è la sfida più immediata, e decisiva, che l’Europa ha dinanzi a sé nei prossimi mesi.


Luogo:

Roma

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