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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

20/06/2007


Dettaglio intervento

…D’ALEMA, ministro degli affari esteri. Onorevoli colleghi, desidero fare il punto su una situazione molto complessa alla vigilia di una riunione del Consiglio europeo che si presenta, certamente, come cio` che non e` retorico definire un passaggio cruciale per il processo d’integrazione. Come   voi sapete, dopo due anni di pausa di riflessione, i Capi di Stato e di Governo saranno chiamati a decidere sul futuro del processo costituzionale, tanto sul futuro delle istituzioni quanto su quello delle politiche dell’Unione.
Mi pare innanzi tutto essenziale sgombrare il campo da un’opinione deviante che si e` sviluppata negli ultimi due anni, secondo cui noi ci occuperemmo delle istituzioni anziche´ dei problemi seri che riguardano i cittadini: e` del tutto evidente che senza istituzioni funzionanti, in grado di deliberare, i problemi dei  cittadini non si possono affrontare. Quindi e` del tutto artificiosa questa contrapposizione e, al contrario, direi che su nessuna delle sfide che si e` trovata e si trova a fronteggiare – dai temi dello sviluppo e della competitivita` ai temi della sicurezza energetica, della tutela dell’ambiente (penso alla decisione dell’ultimo Consiglio europeo), ai grandi temi della pace, della sicurezza e della lotta al terrorismo – l’Europa potra` agire in modo efficace se non si dara` istituzioni al tempo stesso piu` democratiche e piu` efficaci, in grado di assumere decisioni.
Alla vigilia del Consiglio europeo non sappiamo se sara` possibile raggiungere un accordo. Lo scenario si presenta effettivamente piuttosto problematico, malgrado un orientamento largamente prevalente che e` stato testimoniato anche domenica scorsa, nel corso del conclave dei Ministri degli esteri che si e` tenuto in occasione dell’ultima riunione del Consiglio affari generali. Tuttavia la resistenza di alcuni paesi – direi una resistenza circoscritta, ma non per questo meno incisiva dato l’inevitabile criterio dell’unanimita` in materia di Trattati e di revisione dei Trattati – rappresenta un problema sulla via di un accordo, per cui non e` facile, in questo momento, fare una previsione per un Consiglio che sara` complesso e probabilmente
richiedera` un negoziato che fino all’ultimo vedra` impegnate le rappresentanze dei Governi europei.
La pausa di riflessione non e` stata una pausa, nel senso che vi e` stato, nel corso dei due anni trascorsi, un lavoro assai intenso nel ricercare vie d’uscita, essendo chiaro che, dopo il no espresso attraverso i  referendum in Francia e in Olanda, sarebbe stato impossibile adottare il testo del Trattato costituzionale cosı` com’era, ancorche´ sostenuto dalla maggior parte dei paesi nei quali vive la maggioranza dei cittadini europei. Il sistema e` quello applicato per i trattati internazionali, che richiedono la ratifica da parte di tutti ed era evidente che bisognava lavorare a correggere il Trattato in modo che esso potesse essere accettato anche dai paesi che lo avevano bocciato.
E ` apparso evidente, pero`, un altro dato che, d’altro canto, e` quello che caratterizza la fase conclusiva del negoziato, e cioe` che la bocciatura del Trattato costituzionale in Francia e in Olanda avrebbe dato forza alle
resistenze presenti in altri paesi e che, alla fine, i problemi principali non sarebbero venuti dai paesi nei quali il Trattato non e` stato ratificato, bensı` da altri partners europei. Cio` naturalmente e` motivo di perplessita` perche´ i Governi che hanno sottoscritto il Trattato avrebbero dovuto cercare di ratificarlo
anziche´, immediatamente dopo i referendum svolti in Francia e Olanda, prendere in mano la bandiera della liquidazione del Trattato stesso. Tuttavia cosı` e` stato e noi siamo di fronte a questa complicazione.
Non e` dalla Francia, per esempio, che vengono i problemi principali, essendo chiaro che la posizione francese, all’indomani delle elezioni presidenziali, si e` sostanzialmente rimessa in movimento verso la ricerca di un ragionevole compromesso. Direi che anche l’Olanda, che pure ha una posizione per certi aspetti piu` spigolosa, non e` oggi il paese che pone i problemi principali. Quindi e` evidente che i referendum hanno messo in movimento forze contrarie al processo di integrazione o che hanno un’idea diversa dell’Europa, un’Europa intesa piu` come un mercato integrato che come un insieme di istituzioni in grado di decidere insieme, di promuovere politiche attive e di dare un profilo unitario alla presenza
nello scenario mondiale. Come voi sapete, in questo percorso va visto l’impegno dall’Italia che ha lavorato innanzi tutto insieme agli altri paesi bendisposti. In particolare direi che il Belgio, il Lussemburgo, la Spagna, l’Ungheria sono stati tra i piu` attivi, ma anche molti altri hanno sostenuto e difeso il Trattato
costituzionale. Abbiamo lavorato a definire proposte che andavano nel senso di quello che noi abbiamo chiamato un core treaty anche in una dialettica con le proposte che, nei mesi precedenti alle elezioni francesi, aveva elaborato Sarkozy, il quale aveva parlato di un mini traite´ che contenesse le riforme fondamentali. Abbiamo indicato quali erano e quali sono le riforme che non riteniamo rinunciabili. Abbiamo cercato di dar vita ad uno schieramento in grado di contrastare la spinta a liquidare le innovazioni contenute nel Trattato costituzionale. Come ricorderete, nel giugno del 2006 siamo giunti alla decisione di
affidare alla Presidenza tedesca il compito di definire, nel Consiglio ormai prossimo, le proposte per il processo di riforma. Questo e` stato preceduto dalla Dichiarazione di Berlino, che ha ribadito e riconosciuto la necessita` di dare all’Unione europea, entro le elezioni del Parlamento del 2009, una base comune rinnovata. E ` stato quello un primo, vigoroso segnale della necessita` di proseguire nel processo di riforma costituzionale. E` evidente che rispettare la scadenza delle elezioni del 2009 significa avere non solo
elaborato, ma anche ratificato un nuovo Trattato: vuol dire presentarsi ai cittadini europei sulla base di nuove regole, che consentano all’Unione di funzionare in un modo nuovo. E` questo un passaggio essenziale per ridare credibilita` al processo d’integrazione e forza alle istituzioni europee nel rapporto con i cittadini e con l’opinione pubblica dei paesi membri. La Presidenza tedesca ha compiuto un lavoro impegnativo, nel quale l’abbiamo sostenuta, perche´ si e` trovata di fronte ad alcune resistenze.
Credo che oggi cominciamo ad essere in grado di valutare le basi di un compromesso possibile, innanzi tutto a partire dalla nostra posizione negoziale.
Abbiamo sempre sostenuto – e sotto questo profilo la nostra posizione non e` mai cambiata, fino all’ultimo incontro dei Ministri degli esteri – che per l’Italia la rinuncia al Trattato costituzionale nella sua forma attuale (un testo unico sostitutivo dei Trattati esistenti) rappresenterebbe un grande sacrificio. Conseguentemente abbiamo espresso una riserva rispetto
a tale possibilita`. Nel corso del «conclave» cui facevo prima riferimento – che ha avuto carattere informale, ma significativo – e` stata manifestata una larghissima disponibilita` ad accedere allo schema di compromesso presentato dai tedeschi, che in sostanza si riassume – ma poi ne vedremo i dettagli – nella formula di una rinuncia agli aspetti formali che sottolineano il carattere costituzionale del Trattato allo scopo di difendere la sostanza
delle riforme in esso contenute. Questa impostazione – di rinuncia, ripeto, al Trattato costituzionale e anche ad alcuni aspetti di natura simbolica, pure molto importanti, per difendere la sostanza – e` stata accolta
dalla grande maggioranza dei paesi membri, con un’esplicita riserva nostra e del Belgio. Non credo infatti sia una buona posizione negoziale partire da un sacrificio, che, semmai, dovrebbe essere considerato alla fine del negoziato a fronte di una verificata sostanza.
L’idea che il negoziato parta da un arretramento (cosı` viene interpretato da alcuni partners) sinceramente non puo` essere accettabile. La nostra posizione, quindi, e` stata ed e` che, se non vi e` accordo su tutto, non vi e` accordo su nulla. In particolare, non puo` esservi accordo su una preventiva rinuncia al Trattato costituzionale, inteso come testo sostitutivo dei Trattati esistenti. Naturalmente e` da valutare – e credo che, alla fine, non potremo che arrenderci a tale evenienza – se tale sacrificio non possa essere compiuto una volta che sia garantito che sono effettivamente salvaguardati tutti gli elementi piu` innovativi e significativi del Trattato costituzionale.
Penso in particolare ad un aspetto, che pure e` discusso, ma che per noi e` irrinunciabile, e cioe` alla personalita` giuridica unica dell’Unione e al conseguente superamento della struttura a pilastri. In merito poi al cosiddetto pacchetto istituzionale, va considerata la figura del Ministro degli affari esteri europeo. A proposito di questo secondo aspetto, se il problema e` insormontabile, lo si puo` anche chiamare Segretario dell’Unione europea per le relazioni internazionali o per la politica internazionale; d’altro canto, il piu` importante Ministro degli affari esteri del mondo si chiama Segretario di Stato e non Ministro degli affari esteri. Il problema vero e` pero` di sostanza: occorre unificare la funzione di Vice presidente della Commissione, di responsabile dei servizi esterni della Commissione con quella di Segretario generale del Consiglio europeo. Si tratta, in altre parole, di unificare in un’unica e forte figura istituzionale le funzioni oggi svolte da due diverse figure nel sistema europeo, conferendole la forza di esprimere una politica estera e di sicurezza autenticamente comune. Nello stesso tempo consideriamo irrinunciabili una presidenza stabile del Consiglio europeo; una nuova struttura della Commissione, fra l’altro necessaria per dare attuazione agli impegni previsti dal Trattato di Nizza; il sistema di voto a doppia maggioranza, che – come ricordava il presidente Dini – e` fondamentale, perche´ consente di tenere in adeguata considerazione
tanto l’eguaglianza formale tra gli Stati membri quanto il loro diverso peso demografico. Un meccanismo di decisione a maggioranza ne e` condizione, perche´ e` difficile decidere a maggioranza in un’Assemblea
come quella delle Nazioni Unite in cui il voto delle isole Palau conta come quello della Cina e degli Stati Uniti. Un meccanismo autenticamente democratico puo` funzionare soltanto la` dove vi sia un sistema di ponderazione che effettivamente consenta di considerare il peso oggettivo dei diversi
paesi. Penso inoltre ad un elemento che non e` di carattere soltanto simbolico, vale a dire la costituzionalizzazione del principio giurisprudenziale della supremazia del diritto comunitario. Si tratta di un principio ormai affermato nella giurisprudenza, ma sarebbe molto pericoloso rimetterlo in
discussione o affidarlo soltanto alla giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunita` europee, essendo chiaro naturalmente che le decisioni europee valgono nei settori in cui gli Stati nazionali delegano i loro poteri all’Unione europea. Il riconoscimento del primato della normativa europea e` una delle condizioni dello stare insieme: far parte dell’Unione europea non e` obbligatorio, e` facoltativo; pero`, una volta che un paese decide di accettare questa limitazione condivisa di sovranita`, deve poi riconoscere
il primato delle decisioni che si prendono insieme nei settori in cui vi e` la volonta` di mettere in comune la sovranita` degli Stati. E, infine, consideriamo innovazione di carattere sostanziale il conferimento
del carattere giuridicamente vincolante alla Carta dei diritti fondamentali. Riconosciamo che questo si puo` ottenere anche senza che la Carta dei diritti sia riportata nel Trattato, ma allora occorre un riferimento,
occorre una norma che si riferisca alla Carta dei diritti con un carattere giuridicamente vincolante.
Penso poi alla salvaguardia delle numerose innovazioni sul fronte delle politiche. Non dimentichiamo che l’innovazione piu` importante del Trattato non e` contenuta nella prima parte, ma e` esattamente la` dove si
affrontano le questioni delle politiche europee; mi riferisco all’estensione del voto a maggioranza, che noi abbiamo considerato insufficiente rispetto alle necessita` e quindi un compromesso che fu abbastanza modesto anche in sede di definizione del Trattato costituzionale. Ma, certo, arretrare rispetto a quello che fu acquisito non sarebbe considerato accettabile. Insomma, non e` simpatico parlare di red line proprio alla vigilia di una riunione cosı` delicata, pero` mi e` parso giusto ricordare gli aspetti che consideriamo
qualificanti, non rinunciabili, di un compromesso che non si traduca in un puro e semplice smantellamento del legato costituzionale. Se su questi punti effettivamente ci sara` data un’assicurazione, penso che si potra` rinunciare a quegli aspetti che la Presidenza tedesca ha indicato come formali e che tuttavia, a mio giudizio, sono importanti, perche´ e` del tutto evidente che, dopo la Convenzione e dopo la ratifica da parte
della stragrande maggioranza dei paesi, la rinuncia ad un Trattato costituzionale appare come un  ridimensionamento delle ambizioni dell’Europa, un messaggio che difficilmente potra` apparire positivo ad una larga opinione pubblica. Quindi non si tratta di una rinuncia meramente formale, ma di qualcosa che per noi rappresenta un sacrificio, un passo indietro rilevante, a cui si puo` addivenire soltanto nel caso in cui effettivamente, in merito agli aspetti che ho ricordato, ci siano soluzioni innovative e del tutto rassicuranti. Condivido l’impostazione tedesca, ossia il tentativo di andare ad un mandato strettamente vincolante per la Conferenza intergovernativa. Senza di esso rischiamo un naufragio della Conferenza o comunque di non rispettare la scadenza democratica delle elezioni del 2009, tempi irrinunciabili
proprio dal punto di vista della credibilita` dell’Unione. Un mandato aperto, quindi, sarebbe un esito abbastanza deludente del Consiglio europeo, nonche´ rischioso, perche´ difficilmente a quel punto la Conferenza potrebbe chiudersi entro la fine del 2007, come e` ragionevole che ci si proponga
di fare. Restano aperti molti problemi, anche sulla base delle discussioni svolte nella riunione del Consiglio affari generali, come ho detto. La Presidenza ha predisposto un pacchetto che, nei suoi auspici, dovrebbe
consentire a tutti – come si dice – di salire a bordo. Credo che certamente la Francia si muova in questo spirito. D’altro canto, gli incontri del presidente Sarkozy con Prodi, Zapatero e Blair sono andati in questa
direzione. Per quanto concerne il rapporto con altri paesi, come Polonia e Gran Bretagna, l’impressione e` che le questioni possano essere piu` complicate. La Presidenza ha presentato un progetto di mandato, un documento articolato e complesso, che merita di essere esaminato in modo approfondito nei suoi molteplici dettagli, perche´ presenta importanti aspetti tecnico- giuridici. Non lo dico per non voler dire, ma perche´ effettivamente credo si debba fare un esame profondo. Questo progetto di mandato e` ispirato a quell’idea di scambio su cui dovrebbe fondarsi l’accordo finale. Il dare dovrebbe essere la rinuncia alla strada della codificazione. Quindi in sostanza, nell’ottica della Presidenza, l’accordo di revisione dei Trattati dovrebbe consentire di innestare a spina, sugli attuali Trattati, le nuove disposizioni. E a questa rinuncia se ne dovrebbero aggiungere altre che riguardano il piano simbolico, cioe` evitare tutti i riferimenti che possano richiamare ad una natura autenticamente costituzionale del Trattato. L’avere dovrebbe riguardare la sostanza delle riforme. In dettaglio, la Presidenza ha in mente la stipula di un reform treaty che conterrebbe, sotto forma di emendamenti, le modifiche da apportare agli attuali Trattati, secondo la tecnica tradizionale usata nelle precedenti revisioni dei Trattati. Il Trattato sull’Unione europea, modificato, manterrebbe il suo nome, mentre l’attuale Trattato istitutivo della Comunita` europea verrebbe denominato «Trattato sul funzionamento dell’Unione europea». Questo sarebbe un fatto positivo, perche´ il cambiamento della denominazione andrebbe esattamente nel senso dell’affermazione della personalita` unica dell’Unione
europea e della soppressione dei pilastri. Quindi non ci sarebbero piu` Unione e Comunita`, ci sarebbero Unione e un Trattato sul funzionamento dell’Unione. Il termine «Comunita`» sparirebbe dai Trattati e verrebbe sostituito in tutti gli articoli dal termine «Unione».
Sul piano simbolico e lessicale la Presidenza tedesca proporrebbe, oltre alla soppressione del termine «Costituzione», l’eliminazione del riferimento ai simboli dell’Unione, un cambiamento di denominazione per il Ministro degli affari esteri e per gli atti di carattere normativo dell’Unione,
che non dovrebbero chiamarsi leggi.
Su un piano ancor piu` sostanziale Berlino sarebbe orientata a sostituire l’articolo della Costituzione che sancisce il primato del diritto comunitario con una dichiarazione secondo la quale il primato del diritto comunitario verrebbe richiamato in premessa, ma non costituirebbe piu` un articolo del Trattato.
Tra gli argomenti che dovrebbero ulteriormente essere approfonditi dalla Conferenza intergovernativa, la Presidenza include: la ripartizione di competenze tra gli Stati membri e l’Unione; le specificita` della politica estera e di sicurezza comune; il ruolo dei Parlamenti nazionali, questione su cui ha messo fortemente l’accento l’Olanda, con la proposta di «cartellino rosso» (il potere dei Parlamenti nazionali di interrompere i processi di europeizzazione, e non piu` ormai di comunitarizzazione, delle politiche);
lo status della Carta dei diritti fondamentali; eventuali meccanismi di opting out nelle materie relative alla cooperazione giudiziaria penale e alla cooperazione di polizia. Tutti aspetti potenzialmente delicati, a seconda di come vengono trattati, e che possono portare o a soluzioni accettabili o a inammissibili svuotamenti del dettato costituzionale.
Certamente preoccupa che questi diversi aspetti vengano prospettati come aperti, perche´ cio` sembrerebbe contrastare con l’idea di un mandato molto vincolante per la Conferenza intergovernativa. Come vedete, il quadro e` problematico ed e` inutile nasconderlo. D’altro canto, e` nostro costume e regola dire la verita` sempre, ma al Parlamento con particolare scrupolo.
Non ci nascondiamo pertanto la difficolta` di un Consiglio europeo al quale parteciperemo con spirito costruttivo, ma anche con la volonta` di ottenere un risultato di alto profilo. Dovremo riflettere sugli scenari che possono determinarsi, che non dipendono soltanto da noi: essi, come si direbbe utilizzando un’espressione antica ma sempre valida, dipendono dai rapporti di forza che si determineranno nel contesto europeo. E ` evidente che le battaglie che si conducono insieme a molti altri paesi possono avere successo, mentre quelle che si conducono in modo solitario hanno un carattere di testimonianza, ma l’esito positivo sara` tutt’altro che scontato, come dimostra anche la discussione di domenica scorsa del Consiglio affari generali, a cui ho partecipato. La Polonia insiste per riaprire persino il nodo della modalita` di voto e rischia in questo modo di aprire un vulnus difficilmente sanabile nel pacchetto istituzionale a suo tempo concordato. Vi sono poi le istanze di Londra, che chiede di introdurre modifiche che le consentano di mostrare ai propri cittadini che il nuovo Trattato non recherebbe pregiudizio al funzionamento del sistema
di common law, ne´ alla politica estera della Gran Bretagna. I Paesi Bassi, da parte loro, mantengono riserve sul ruolo dei Parlamenti nazionali e sul tema della ripartizione delle competenze tra Stati membri ed Unione. Si tratta di problemi seri, ma un risultato positivo e` possibile, a condizione che ci si ascolti, che si tenga conto della volonta` della stragrande maggioranza dei paesi e che nessuno pretenda per se´ un diritto di veto, che porterebbe a un isolamento in Europa e avrebbe un certo prezzo di fronte all’opinione pubblica internazionale. Noi abbiamo partecipato finora e parteciperemo attivamente al  negoziato per raggiungere un compromesso alto e condiviso, ma non un accordo a qualunque costo.
Se un’intesa a 27 dovesse rivelarsi impossibile per la resistenza di uno o due paesi, allora si porrebbe il problema di come procedere. Si tratta di uno scenario che non voglio immaginare e su cui non avanzo ipotesi, perche´ credo che sarebbe sbagliato. Tuttavia, e` una possibilita` che allo stato degli atti potrebbe non essere esclusa. A quel punto, come ha ricordato il presidente Prodi anche nel suo discorso a Strasburgo, un’avanguardia di paesi potrebbe rivelarsi l’unico modo per proseguire il percorso verso un’Unione sempre piu` stretta tra i popoli europei, lasciando naturalmente la porta aperta a chiunque voglia entrare a farne parte successivamente.
A prescindere dagli esiti del negoziato, anche nell’ipotesi in cui si raggiunga un accordo, e` evidente che l’Europa a 27 avra` bisogno di maggiore flessibilita`. Sara` infatti difficile procedere tutti insieme alla stessa
velocita`, come pure ci auguriamo, e il tema dei diversi gradi o dei diversi tempi di integrazione si imporra` nei fatti. Non credo che questa debba essere intesa come un’eventualita` lacerante. Anche nel passato alcune delle scelte piu` significative dell’Europa odierna (l’euro e lo spazio di Schengen) sono state realizzate, in una fase iniziale, solo da alcuni paesi membri, salvo poi accogliere gli Stati per i quali maturavano  progressivamente le condizioni di adesione. Occorrera` quindi iniziare ad immaginare come permettere ai paesi che lo desiderano di procedere piu` speditamente sulla strada dell’integrazione, realizzando le proprie ambizioni nei tempi e nei modi ad essi piu` congeniali. Su questo punto abbiamo avviato, tra i paesi che hanno ratificato il Trattato, una riflessione comune che dovra` essere ulteriormente sviluppata in seguito.
Ci sono altri temi nel Consiglio europeo, ma ne risparmierei la trattazione per concentrarci sulla questione fondamentale che ho illustrato.
Naturalmente se qualche collega vuole affrontare altri aspetti, sono pronto a rispondere; tuttavia credo, per come si presenta la situazione, che non si avra` il tempo di esaminare anche altri temi. Immagino che la questione centrale sara` quella che ho presentato in tutti i suoi aspetti problematici, precisando, credo in modo sufficientemente chiaro, quale e` l’ispirazione della posizione italiana…

… D’ALEMA, ministro degli affari esteri. E` vincolante per le istituzioni comunitarie, questo sı`, e anche per gli Stati membri….

… D’ALEMA, ministro degli affari esteri. Il fatto e` che loro non vogliono sognare…

… D’ALEMA, ministro degli affari esteri. Non credo di dover esporre delle vere e proprie conclusioni al termine del dibattito svoltosi in questa sede. Credo che da parte mia sia stato giusto ascoltare i consigli, le preoccupazioni e le osservazioni dei parlamentari, ma le conclusioni verranno tratte dal Consiglio europeo, se esso sara` in grado di trarne.
La situazione e` complessa, ma vorrei sottolineare un dato: al di la` delle obiezioni di alcuni paesi, che ho ricordato, intorno a una soluzione positiva convergono non 18, bensı` 24 paesi su 27. I punti di resistenza
li ho ricordati e vengono dalla Polonia in modo piu` ampio; la ragione non riguarda soltanto i fondi strutturali, ma anche il prevalere in Polonia di una spinta politica chiaramente antieuropea. Vi e` infatti una leadership che ha assunto tale connotazione. Inoltre vi e` la resistenza significativa della Gran Bretagna, dove il referendum francese ha rinfocolato tradizionali posizioni euroscettiche. Sostanzialmente i francesi hanno votato per la Gran Bretagna: hanno votato a Parigi ma hanno brindato a Londra, ridando fiato, a mio parere, a posizioni che in Gran Bretagna sappiamo essere molto forti.
Comunque, vorrei sottolineare che non c’e` un ristretto gruppo di paesi che vuole andare avanti in un quadro in cui dilagano posizioni euroscettiche. Al contrario, vi e` una volonta` molto larga di arrivare a un’intesa positiva che segni un importante passo in avanti sul piano dell’integrazione e vi sono punti di resistenza preoccupanti, ma circoscritti. Lo ricordo perche´ anch’io credo che dopo il Consiglio europeo sara` opportuno tornare a discutere sulle strategie dell’integrazione.
Non rispondo al senatore Buttiglione sulla parte prima o sulla parte seconda del Trattato: poteva essere una scelta possibile, ma il problema e` che il terreno del compromesso e` stato delineato dalla Presidenza tedesca.
Non dimentichiamo che la Germania e` il principale tra quei 18 paesi ai quali qui si e` fatto riferimento. La Presidenza tedesca ha ritenuto di dover seguire uno schema diverso, che non e` quello di un Trattato costituzionale, pur ridotto all’osso delle novita` istituzionali. Avrebbe potuto essere un Trattato costituzionale ridotto sostanzialmente alla prima parte o poco piu`, ma la Germania ha optato per uno schema diverso, ossia per emendamenti ai Trattati esistenti che riprendono e ripropongono le principali
innovazioni. E` chiaro che una discussione di questo tipo sposta l’attenzione su quali siano le principali innovazioni e quindi crea un terreno negoziale sul quale ci siamo predisposti, elencando come principali innovazioni esattamente quelle contenute nella parte prima del Trattato. Tale contenuto viene riproposto come un elenco di riforme e non come un insieme organico, perche´ questo non c’e` piu` nel momento in cui si emendano i Trattati esistenti.
Credo che lo spazio per un confronto e per la ricerca di un compromesso positivo ci sia e ritengo anche che il senatore Buttiglione abbia ragione quando afferma che ogni progetto di cooperazione rafforzata deve
muovere dal recupero del nucleo fondamentale dei paesi dell’Unione, a partire dai paesi fondatori. Questo e` l’aspetto positivo che si viene delineando. In realta`, una volonta` comune dei paesi fondatori e` emersa nelle ultime settimane. Questa, a mio giudizio, e` una base importante per andare avanti, anche se non credo che il processo di integrazione riprendera` a partire dall’idea tradizionale della locomotiva o dell’asse franco-tedesco. Credo che, almeno sui temi fondamentali della sicurezza e della politica estera, sia del tutto evidente l’attenzione sia di Berlino che di Parigi verso la necessita` di una collaborazione con la Gran Bretagna. Questo e` il contesto. Se l’Italia vuole avere un peso deve muoversi in questo contesto.
Penso che il quadro sia problematico per il puntiglio con cui alcuni paesi difendono le loro posizioni, ma il clima generale, rispetto al momento della crisi, ossia dei referendum svoltisi in Francia e in Olanda,
non e` negativo. Il clima generale e` un clima di ritrovata attenzione, di ritrovata consapevolezza della necessita` di rilanciare il processo d’integrazione europea.
Dobbiamo superare lo scoglio di un compromesso che comportera` un negoziato duro e difficile con un numero limitatissimo di partners, tuttavia essenziali, ma credo che possiamo dire che lo facciamo in un clima nel quale la necessita` di rilanciare il processo di integrazione e` piu` largamente condivisa di quanto non fosse al momento dei referendum, e quindi in un quadro in cui dopo, almeno sul piano delle  operazioni rafforzate, potra` muoversi non una ristretta avanguardia, ma una larga maggioranza dei paesi europei. Lo dico non per introdurre conclusivamente una nota di ottimismo, ma perche´ cio` riflette lo stato del dibattito, un dibattito nel quale sono state isolate le posizioni contrarie, non quelle che spingono a rilanciare
il processo di integrazione. Tuttavia, come voi sapete, il principio dell’unanimita` fa sı` che anche il singolo contrario puo` diventare un ostacolo insormontabile. Dunque noi affronteremo questo problema, pero` se il
contrario e` singolo, il dato politico e` che e` largamente prevalente la volonta` di andare avanti e questo dovra` pesare, io credo che dovra` pesare.
Consideriamo poi la pressione che in queste ore si esercita, i messaggi: quando comincia un negoziato ci sono sempre messaggi di fermezza da una parte e dall’altra. Alla fine penso che la spinta largamente
prevalente vada nel senso di un compromesso positivo per l’Europa. Non mettiamoci nei panni dall’Italia europeista sola contro tutti, perche´ questo e` il modo peggiore di affrontare il negoziato, ma soprattutto non riflette la verita`, cioe` la volonta` largamente prevalente di rimettere in movimento il processo d’integrazione europea. Dopo faremo un bilancio e vedremo insieme come andare avanti. Naturalmente si imporra` una riflessione e anche l’individuazione delle linee attraverso le quali rilanciare il processo di integrazione.


Luogo:

Roma

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