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Governo Italiano

Intervento

Data:

03/07/2007


Intervento

Signor Presidente Karzai, Signor Segretario Generale delle Nazioni Unite, Signor Segretario generale della NATO, onorevoli delegati e cari amici qui presenti.

Desidero rivolgere a tutti voi un cordiale saluto e un caloroso benvenuto a Roma per la Conferenza sulla rule of law in Afghanistan, co-organizzata dal governo italiano, dal governo afgano e dalle Nazioni unite.

Vorrei salutare anche i rappresentanti di tutti i paesi e di tutte le altre organizzazioni internazionali presenti: la qualità della vostra collaborazione ha reso possibile la Conferenza di Roma e conferma l’impegno della comunità internazionale a sostegno del rafforzamento della Giustizia in Afghanistan, quale cardine dello Stato di diritto.

Siamo particolarmente lieti di potere contare sulla partecipazione di una qualificatissima delegazione afgana, guidata dal Presidente Karzai, che ringrazio in modo particolare. I lavori preparatori e di coordinamento svoltisi a Kabul attestano la valenza di un principio-chiave della ricostruzione dell’Afghanistan, affermato con forza alla Conferenza di Londra del 2006 e nell’Afghanistan Compact: il principio della ownership afgana, la cui importanza è tanto più evidente ai fini del rafforzamento delle istituzioni. Data la centralità della giustizia nella vita delle singole nazioni, guida e ownership afgane sono e saranno essenziali. Il consolidamento del sistema della giustizia è d’altra parte una condizione necessaria per il successo degli sforzi complessivi di una comunità internazionale che crede nel futuro stabile e democratico dell’Afghanistan.

Sono molto grato al Segretario Generale Ban Ki-moon per avere fatto propria la proposta di co-presiedere l’apertura della sessione plenaria della Conferenza di Roma. E vorrei ringraziare UNAMA con Tom Koenigs per avere attivamente contribuito ai lavori preparatori, i cui risultati hanno già avuto modo di esprimersi nei panel in corso alla Farnesina dal pomeriggio di ieri.

Negli intenti del governo italiano, questa occasione congiunta di riflessione non deve restare formale. Ambisce a produrre risultati concreti: raccomandazioni e impegni condivisi – da parte del governo afgano e da parte della comunità internazionale – per consentire sensibili progressi nel settore della Giustizia, con la sua importanza cruciale per l’affermazione dello Stato di diritto in Afghanistan.

Lasciatemi spendere alcune parole sull’impegno specifico dell’Italia. Come sapete, dalla Conferenza di Bonn in poi l’Italia ha assunto un ruolo rilevante nel coordinamento del sostegno internazionale alla ricostruzione della Giustizia. Con questa Conferenza, intendiamo confermarlo e rafforzarlo: il governo italiano annuncia oggi un pledge straordinario di 10 milioni di euro per il 2007, che si aggiunge ai fondi già stanziati e ai pledges degli altri donatori. Si tratta di finanziamenti aggiuntivi necessari: la mancanza di risorse adeguate spiega una parte delle carenze del settore Giustizia.

La centralità della Giustizia, ai fini del successo della ricostruzione dell’Afghanistan, è evidente: sicurezza, sviluppo economico, rispetto dei diritti umani dipenderanno anche dalla solidità, dalla efficacia e dalla trasparenza della Giustizia. La Giustizia è la condizione senza cui falliranno anche gli sforzi compiuti altrove: una condizione non sufficiente ma indispensabile. Indispensabile, in particolare, per consolidare la fiducia fra istituzioni e cittadini: dal punto di vista dei cittadini, una Giustizia affidabile e accessibile è una misura cruciale di rassicurazione, come confermano i dati sulla crescente domanda di giustizia che viene espressa dalla popolazione afgana. Un sistema di Giustizia efficiente e trasparente non è solo un diritto dei cittadini; è una loro legittima aspettativa.

L’impegno dell’Italia in Afghanistan - vorrei aggiungere una parola su questo - non si limita al settore giustizia. Siamo direttamente impegnati sul piano della presenza delle forze internazionali di sicurezza, come dimostra il livello dei contingenti italiani che operano nell’ambito della missione ISAF. Siamo impegnati sul piano civile, dell’assistenza umanitaria e di cooperazione allo sviluppo a Kabul e nelle province afgane. Vorrei in proposito ricordare in particolare l’importante contributo erogato nei giorni scorsi dall’Italia a sostegno dei programmi dell’UNHCR in Afghanistan. L’Italia ha infine assunto – come paese membro del Consiglio di sicurezza per il biennio 2007-2008 - il ruolo di rapporteur sull’Afghanistan, contribuendo in questa veste alla Risoluzione sul rinnovo del mandato di UNAMA nella primavera scorsa.

Ricordo l’importanza dell’impegno italiano per sottolineare che la Conferenza di Roma risponde coerentemente a uno sforzo continuativo del nostro paese. Ma anche per aggiungere che questa Conferenza non segna certo la conclusione di cinque anni di sforzi nel settore della giustizia: è invece un contributo ulteriore a una loro migliore organizzazione, nel contesto dell’Afghanistan compact e della Afghanistan National Development Strategy.

Arrivo così al problema che tutti ci dobbiamo porre: molto è stato fatto, ma molto resta da fare per l’affermazione dello Stato di diritto in Afghanistan. E’ mia convinzione che sia decisivo non sottovalutare i progressi che sono stati già conseguiti in anni certamente non facili per la vita di un paese così travagliato da una storia drammatica. Ciò che è stato già conseguito è essenziale, come dimostra in particolare la Costituzione entrata in vigore nel 2004, che articola la forma istituzionale della Repubblica islamica dell’Afghanistan fondandola su una equilibrata separazione dei poteri.

Se non ricordassimo i progressi compiuti, perderemmo anche qualsiasi fiducia negli sforzi importanti che restano da compiere. E’ la storia comparativa delle esperienze di ricostruzione delle nazioni dopo i conflitti, a dirci che il tempo è un fattore fondamentale: l’Afghanistan ha bisogno di tempo per consolidarsi; la comunità internazionale dovrà restare impegnata nel tempo. Lo dobbiamo a un governo amico e lo dobbiamo a un popolo coraggioso, che abbiamo cercato di aiutare in una difficilissima transizione. Quanto più la missione della comunità internazionale avrà successo, tanto meno diventerà necessaria. Oggi resta indispensabile, sia sul piano civile che militare. È fondamentale che le azioni nei due campi si rafforzino a vicenda, avendo sempre e comunque al centro il rispetto della popolazione civile afgana.

I progressi compiuti, tuttavia, vanno consolidati ulteriormente, se vogliamo che le istituzioni definite sulla Carta funzionino pienamente nella realtà. Sappiamo anche che progressi ulteriori saranno possibili solo a tre condizioni: l’onestà di riconoscere ciò che non funziona – ogni forma di complacency, per usare un vocabolo chiaro a tutti, è una ricetta sicura per il fallimento; la volontà congiunta – del governo afgano e della comunità internazionale – di continuare a cooperare, assumendo nuovi impegni reciproci; l’individuazione di risposte efficaci ai problemi aperti. Siamo a Roma per questo: per onestà, per volontà, per dare risposte efficaci ai problemi aperti.

Nel settore della giustizia, come tassello che connette le varie dimensioni della “rule of law”, ricette migliori sono possibili. I lavori preparatori svoltisi a Kabul e le sessioni dei gruppi riuniti da ieri a Roma, hanno dato importanti indicazioni sulle linee da perseguire, che avremo modo di discutere nella giornata di oggi. Sono fiducioso che, a termine della sessione plenaria, riusciremo a concordarle e a sintetizzarle nei documenti finali di questa Conferenza.

Non voglio anticipare il dibattito di questo pomeriggio. Lasciatemi piuttosto ricordare l’ipotesi da cui siamo partiti, come co-organizzatori della Conferenza di Roma. Una ipotesi che sintetizzerei in questi termini: rispetto alle notevoli sfide che ancora si pongono nel settore della Giustizia, l’adozione di una strategia onnicomprensiva e condivisa – guidata dal governo afgano e appoggiata dai donatori internazionali - è indispensabile. Ne dovrebbero fare parte:

  • primo, una definizione dei principi-guida condivisi, alla base della coerenza fra le scelte nazionali e l’appoggio internazionale;
  • secondo, la individuazione di più chiare e più concrete priorità da parte di entrambi – governo afgano e donatori internazionali - secondo una progressione di impegni specifici e scadenzati nel tempo;
  • terzo, una più razionale divisione delle responsabilità, sulla base del concetto-chiave, la ownership afgana, che prima ricordavo. E’ essenziale, in quest’ottica, stabilire i criteri con cui collegare il sostegno dei donatori al prossimo Programma nazionale di giustizia afghano;
  • quarto, un più efficace meccanismo di monitoraggio e valutazione dei risultati, guidato dalle autorità afgane sotto la supervisione del segretariato dell’ANDS e del JCMB.

Compiere progressi tangibili nel settore della Giustizia e della Rule Law significa permettere progressi generali nella ricostruzione dell’Afghanistan. La qualità della giustizia e della buona amministrazione è una condizione essenziale della good governance. E la good governance è a sua volta componente indispensabile di una sana strategia di sviluppo economico: qualità delle istituzioni della giustizia e benessere del popolo afgano saranno indissolubilmente legate.
La ragioni sono ricordate in modo appropriato nel documento strategico della ricostruzione afgana, l’Afghan National Developoment Strategy, che si apre con la citazione di una antica massima di uno studioso islamico. Mi sembra utile ricordarla oggi: “non puo’ esserci governo senza un esercito, né un esercito senza denaro, né denaro senza prosperità; non c’è prosperità senza giustizia e buona amministrazione”.

Non c’è prosperità e non ci sarà sicurezza in Afghanistan senza giustizia. Senza giustizia e buona amministrazione, verranno anche indeboliti gli sforzi per il disarmo delle milizie illegali, per la lotta al narco-traffico e per la formazione di forze di sicurezza afgane autonome, democratiche ed efficienti. Senza giustizia e senza rule of law non potrà esserci vera sicurezza e vera fiducia fra le istituzioni e i cittadini afgani: solo un approccio complementare permetterà di raggiungere entrambi gli obiettivi.

E’ quindi indispensabile – in questa fase decisiva per la sicurezza e per la fiducia della popolazione - aumentare anche gli sforzi a favore del rafforzamento delle istituzioni afghane. E renderli più coerenti.

Più coerenti rispetto ai tanti programmi che già oggi le Organizzazioni internazionali e i singoli Stati promuovono per sostenere la costruzione dello stato di diritto, ma che sono oggi chiamati ad accrescere e razionalizzare il proprio sforzo: la coerenza dell’azione internazionale sarà importante quanto l’entità delle risorse impiegate.

Una maggiore coerenza deve anche orientare l’impegno delle istituzioni afgane, sulla base di una strategia comune per la Giustizia che verrà rapidamente tradotta in un Programma nazionale. Vorrei in proposito insistere sulla necessità di garantire l’accesso alla giustizia delle fasce più deboli della popolazione afgana, in particolare donne e minori. E sottolineare l’importanza di un ruolo adeguato della società civile.
La definizione di un Programma Nazionale per la Giustizia, aumenterà anche la capacità delle istituzioni afgane di utilizzare al meglio i finanziamenti internazionali.

Fino ad oggi, altre aree della ricostruzione afgana - anch’esse di innegabile importanza per la popolazione - hanno ricevuto attenzione prioritaria. E’ essenziale che una serie di attori importanti della Comunità internazionale, a cominciare dall’Unione europea, decidano di devolvere nuove risorse all’area strategica della Governance, della rule of law e del rispetto dei Diritti umani.

Un paese è stabile, sicuro, prospero e democratico quando riesce a consolidare il passaggio dal diritto della forza alla forza del diritto. Il funzionamento della Giustizia è condizione centrale di questo passaggio. La Conferenza di Roma vuole essere un contributo in questo senso: un contributo ambizioso ma realistico, se assumeremo gli impegni conseguenti.


Luogo:

Roma

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