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Governo Italiano

Intervento

Data:

24/10/2007


Intervento

A distanza di due anni dai referendum francese e olandese sulla Costituzione europea, l’Europa si è decisamente rimessa in moto. C’è una nuova una domanda di Europa. Riemergono segnali positivi di fiducia nelle istituzioni comunitarie e, con maggior chiarezza, la forte aspettativa di un’Europa diversa, dinamica e capace di produrre risultati. I cittadini europei vogliono in realtà che l’Unione diventi davvero capace di incidere sugli assetti internazionali e di rispondere efficacemente alle nuove sfide globali, siano esse economiche, ambientali, sociali o geopolitiche.

Non c’è dubbio che in questi cinquant’anni l’integrazione europea sia stata un grande progetto politico coronato da successo. Non solo sul piano dei mercati, dei flussi finanziari, della moneta unica. L’Europa ha inciso profondamente sulla società civile europea, è entrata nella vita quotidiana dei cittadini. Attraversando ad esempio oggi il Reno, su quello che fu un confine su cui si sono combattute battaglie sanguinose - una vera e propria “guerra civile europea” durata quasi un secolo - ci si accorge del passaggio tra Germania e Francia solo grazie all’avviso che compare sul telefono cellulare del cambio di gestore della rete. 

L’Italia ha svolto e intende continuare a svolgere un ruolo determinante nel cammino verso l’Europa unita. Possiamo dirci complessivamente soddisfatti delle decisioni del Consiglio Europeo del giugno scorso, che ha raggiunto un difficile compromesso sui contenuti essenziali di un nuovo Trattato. Ora speriamo che il testo possa essere definito in tempo per poter  entrare in vigore prime delle elezioni del Parlamento Europeo nel 2009. Certo, l’Italia avrebbe voluto di più. Tuttavia, tutte le innovazioni sostanziali contenute nel Trattato Costituzionale, frutto di un delicato equilibrio concordato dopo lunghi negoziati, sono state mantenute. Abbiamo salvaguardato gli strumenti che permetteranno all’Unione allargata di funzionare in maniera più efficace e di produrre quei risultati concreti che i cittadini si attendono, sia all’interno dei confini Europei  - penso all’occupazione, alla sicurezza, alla competitività della nostra economia - sia sul piano internazionale e nelle aree di crisi. Vorrei citare, ad esempio, l’istituzione della figura del Ministro degli Esteri dell’Unione, la Presidenza stabile del Consiglio Europeo, la razionalizzazione della composizione della Commissione.

Nel frattempo l’Europa ha continuato a lavorare per rispondere adeguatamente alle sfide del millennio. Un esempio fra tutti: la strategia integrata per l’energia e per l’ambiente varata in occasione del Consiglio Europeo di primavera, con la quale l’Unione Europea si è collocata all’avanguardia mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici.

La necessità di un’accresciuta presenza dell’Europa nel mondo deriva anche dai principali nodi dello scenario internazionale: dal Kossovo al Medio Oriente, dall’Afghanistan al continente Africano. L’Unione Europea è oggi più determinata a svolgere un ruolo internazionale di primo piano, come dimostra anche il  crescente numero di missioni europee, civili e militari , in corso o in fase di avvio. E’ evidente però che solo un’Europa capace di parlare con una sola voce potrà essere credibile sul piano internazionale ed esercitare un’influenza determinante sulle dinamiche e sugli assetti geopolitici mondiali. Oggi l’Europa è più unita sulle grandi questioni dello scenario internazionale di quanto non lo fosse nel 2003, all’epoca cioè delle laceranti divisioni sul conflitto in Iraq. I Paesi Europei hanno compreso, come ha dimostrato la positiva convergenza sul dispiegamento dell’Unifil in Libano, che solo mantenendo un’unità di intenti in un quadro multilaterale l’Europa può contare davvero nella soluzione delle crisi mondiali.

L’Europa deve poi rispondere alle giuste aspettative dei nuovi Paesi candidati.   
Le prospettive di adesione di Turchia e Balcani sono un appuntamento con la storia e con il nostro futuro. Si tratta non solo di un interesse strategico e di un’opportunità economica per l’Europa, ma anche di una scelta identitaria. Più che su elementi storico-culturali, pur importanti, l’identità europea deve e può definirsi infatti concretamente su valori democratici, su istituzioni affidabili e rappresentative, sul rispetto delle diversità e del pluralismo, su un assetto economico aperto e stabile.
L’integrazione dei Balcani nell’Europa è in particolare una grande “missione nazionale” dell’Italia, perché ritengo che solo nel contesto dell’Unione possano essere definitivamente superate le contrapposizioni che hanno lacerato la ex Jugoslavia, nella prospettiva di una grande area di stabilità, cooperazione e sviluppo sull’altra sponda dell’Adriatico.
Sono consapevole che l’allargamento dell’Unione comporta certamente già adesso una maggiore eterogeneità di visioni e differenti sensibilità nei confronti del progetto comunitario. Per questo dovranno essere possibili velocità di integrazione differenziate, nell’ambito tuttavia di un quadro istituzionale  comune e unitario e a patto che si tratti di avanguardie aperte ed inclusive.

Oggi più che mai si conferma come la scelta dell’Italia di puntare sull’integrazione europea come ad una prospettiva strategica sia quella più adeguata per consentirci di affrontare con successo uno scenario mondiale divenuto al contempo più complesso e più interconnesso e che presenta certamente criticità, ma che offre anche nuove opportunità di contribuire incisivamente alla pace e allo sviluppo, nell’ottica di un multilateralismo propositivo, responsabile ed efficace.


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