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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

13/11/2007


Dettaglio intervento

Gentile Direttore di Business International, dottor Fazi,
Cari imprenditori ed operatori economici,
ho aderito volentieri all’invito di Business International per questa annuale occasione d’incontro con il Governo italiano.
Per il mio intervento ho scelto il tema della “Globalizzazione come opportunità per il sistema-Italia”.
Passerò dapprima a delineare gli scenari e le sfide della globalizzazione,  per poi soffermarmi sull’impatto che essa ha sul nostro Sistema-Paese, fissando alcuni punti a mio avviso fondamentali per cogliere appieno le grandi opportunità che essa presenta e, per converso, prevenirne i rischi.

Scenario internazionale ed esigenza di un nuova governance
Il mondo si trova oggi in una situazione molto diversa da quella che aveva caratterizzato il periodo dell’ equilibrio bipolare la cui fine è coincisa con la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione del blocco sovietico. La situazione attuale è caratterizzata da grande complessità e fluidità. Lo è sul fronte politico, che oscilla tra ambizioni unipolari messe ormai a nudo nella loro natura sostanzialmente velleitaria ed una realtà alla quale l’aggettivo di anarchica si addice forse più che quello di multipolare. Una realtà in cui l’aspettativa che alla fine della Guerra Fredda sarebbe seguito un lungo periodo senza conflitti (i “peace dividends”, che pure ci sono stati, hanno avuto vita assai breve), se non addirittura la “fine della storia”, è stata messa in crisi dall’insorgere di fattori di insicurezza inediti e non gestibili con i tradizionali strumenti di governance.
Complessità e fluidità sono il tratto dominante anche sul versante dell’economia. Ha avuto vita breve anche qui l’illusione che una globalizzazione incontrollata, affidata ai soli meccanismi di autoregolazione del mercato, fosse garanzia di crescita e benessere automatici, sempre e ovunque.

Globalizzazione ha certo significato, e significa tuttora, innovazioni tecnologiche sotto molti aspetti rivoluzionarie che hanno catalizzato processi tumultuosi di sviluppo – su tutti, l’ascesa di Cina e India – nel contesto di una internazionalizzazione della produzione, finanziarizzazione dell’economia e diffusione trasversale delle conoscenze tecnologiche, in particolare, quelle dell’informatica: trasformazioni che hanno reso obsoleto (ma non superato del tutto) i vincoli della geografia e della distanza nella loro accezione tradizionale.
Nel carattere fortemente dinamico di questi processi è intrinseco un rischio di degenerazione. Lo stiamo sperimentando proprio in questi giorni con la crisi finanziaria scaturita dai mutui ipotecari americani sub-prime, conseguenza di un laissez-faire di strumenti finanziari innovativi che si è tradotto in tolleranza di pratiche tutt’altro che ortodosse, le cui conseguenze si ritorcono ora contro i colossi della finanza oltre a colpire i piccoli risparmiatori, con il rischio ulteriore che esse sfocino in una fase di paralizzante incertezza creditizia – e del resto la cd. “credit crunch” sta già negativamente condizionando la congiuntura economica.
La globalizzazione include anche fenomeni perversi, che per loro natura non conoscono confini nazionali, come il terrorismo e la criminalità organizzata nei suoi vari traffici; nuove minacce per la sicurezza di tipo tradizionale, come il rischio di proliferazione di strumenti di distruzione di massa, ma anche di natura inedita, come quelle poste dall’approvvigionamento energetico e dal cambiamento climatico. Non a caso, nei tragici avvenimenti dell’11 settembre del 2001 un politico fine come Bill Clinton disse di avere scorto “il volto oscuro della globalizzazione”.

Dinanzi ad una realtà così fluida e a sfide così complesse, si pone l’esigenza di una risposta politica adeguata. Una risposta che non puo’ che essere globale, data la natura globale delle sfide e del contesto in cui si pongono. Ma per l’elaborazione della risposta resta indispensabile il contributo degli Stati, la cui rilevanza nel sistema di relazioni internazionali resta fuori discussione anche se naturalmente il loro ruolo va messo al passo coi tempi.
Per restare al terreno economico, siamo dinanzi ad un’esigenza particolarmente pressante di una governance più efficace in settori specifici, e segnatamente:
1) la ricerca di meccanismi aggiornati di vigilanza sui mercati finanziari, per garantirne la stabilità ed una stessa efficienza duratura;
2) la definizione di una aggiornata cornice di cooperazione commerciale multilaterale in grado di coniugare le esigenze di Paesi avanzati ed emergenti, così come degli stessi Paesi tutt’ora ai margini dei circuiti economici mondiali: in una parola, uno sbocco positivo del negoziato OMC cd. “Doha Round” che da troppo tempo segna il passo;
3) la salvaguardia ambientale e, in particolare, la definizione di regole universalmente accettate per un regime post- Protocollo di Kyoto, cioè dopo il 2012;
4) last but not least, la tutela della proprietà intellettuale e la lotta alla contraffazione (su cui proprio alla Farnesina abbiamo recentemente organizzato un Simposio internazionale con il Ministero della Giustizia).
Per una gestione efficace della globalizzazione economica il terreno decisivo resta quindi quello della politica, intendendo questa come il luogo per mettere a punto la cornice normativa e regolamentare, per varare appropriati incentivi e disincentivi, per mettere in campo meccanismi redistributivi che correggano le disparità crescenti tra le economie ed all’interno di queste stesse, e che sappiano contemperare i livelli attuali di consumo con l’esigenza di non lasciare un habitat irrimediabilmente degradato alle future generazioni.

A rendere l’equazione ancor più complessa è la circostanza che i processi di trasformazione che la globalizzazione porta con sé avanzano ad un ritmo serrato: sicuramente, con un’intensità maggiore di quella della politica. Ci troviamo di fronte ad una evidente asimmetria di cui la comunità internazionale deve tener conto.
Sicuramente, è impegnata a tenerne conto la risposta dell’Italia, che si situa nel contesto più ampio di una risposta europea: non certo per delegare responsabilità (né tanto meno per scaricarle), bensì assumerle in maniera più piena ed efficace.


Le opportunità per il nostro sistema-Paese e la necessità di liberare le energie
Per l’Italia la globalizzazione ha sostanzialmente riaperto i giochi: abbiamo perso, è vero, rendite di posizione consolidate e siamo direttamente esposti alla pressione competitiva dei grandi Paesi emergenti (così come lo sono tutti i nostri partners, anche se la nostra esposizione è forse più immediata in ragione della nostra specializzazione produttiva). Ma sbaglieremmo a pensare che la globalizzazione sia un “gioco a somma zero”, per cui l’Italia sarebbe destinata a vedere ridursi il proprio benessere via via che nuove economie imboccano dinamiche di crescita sempre più sostenute. A mio avviso – e ad avviso del governo-Prodi, che anche su questo aspetto ha operato una cesura rispetto agli orientamenti dell’esecutivo precedente – la globalizzazione porta per il nostro sistema-Paese una innegabile opportunità: quella di spingerci a rendere più competitivo e sostenibile lo sviluppo della nostra società.

Mi limito qui a due esempi concreti.
Proprio la fortissima crescita dei Paesi BRICs – quella stessa crescita nella quale alcuni avevano visto negli anni passati la fonte principale delle difficoltà del nostro export - sta creando straordinarie opportunità per i nostri produttori di nicchia, soprattutto nei settori del made in Italy di qualità e dell’automotive, per i quali si dischiudono prospettive di crescita ragguardevoli.
Altro dato di fatto: i Fondi Sovrani collegati alle Banche centrali asiatiche, che assieme ai detentori dei petrodollari, agli Hedge Funds e ai Fondi di Private Equity, raggiungeranno nella prossima decade un volume di capitali pari a tutti i Fondi Pensione del mondo. Non che questo giustifichi un’apertura indiscriminata ad investitori il cui modo di essere e di operare suscita interrogativi legittimi, specie sotto il profilo della trasparenza, ma è indubbio che essi offrano interessanti opportunità di investimento estero per un Paese come l’Italia che proprio nella particolare graduatoria della capacità di attrarre investimenti dall’estero si trova alquanto arretrata rispetto ai suoi partners/concorrenti.

Io credo che il modo più utile per impostare una politica estera capace di tutelare davvero gli interessi, politici ed economici, dell’Italia è quello di prendere l’iniziativa di affrontare con decisione opportunità e rischi collegati alla globalizzazione. Illudersi di esorcizzare i secondi, cedendo magari al richiamo effimero del neo-protezionismo, equivarrebbe a precludersi anche le prime.

Assistiamo all’emergere in Asia e in America Latina di nuovi grandi protagonisti. Paesi come Cina, India e Brasile stanno guadagnando posizioni di crescente preminenza, con una rapidità superiore alle stesse previsioni di pochi anni fa. L’asse del potere globale si sta chiaramente spostando, se guardiamo agli indicatori demografici, economici, energetici. Il rischio principale per l’insieme dei Paesi europei è di soffrire una progressiva marginalità.
E’ mia convinzione che la politica estera italiana dei governi passati non abbia operato a sufficienza in questa dimensione globale. Nell’ultimo anno e mezzo ci siamo quindi adoperati per allargarne gli orizzonti. E’ questa una priorità che risponde a fondamentali interessi italiani.

Occorre poi rafforzare la coesione tra i vari attori del sistema-Italia, poiché proprio in questa fase ha maggiori probabilità di riuscita chi ha alle spalle un sistema-paese molto coeso.
Certo, non è facile nel caso italiano, dove i vari livelli istituzionali sono chiamati a dare risposte alle esigenze di circa 4,3 milioni di imprese dell’industria e dei servizi di mercato, di cui 4,1 milioni sono micro-imprese sotto i dieci addetti, 180.000 sono piccole imprese sotto i 50 addetti, 20.000 sono medie imprese sotto i 250 addetti e solo 3.300 imprese hanno oltre 250 addetti.
Sul versante della aziende che esportano, ne abbiamo circa 185.000, di cui circa 170.000 imprese con meno di 50 addetti, circa 13.000 imprese fra 50 e 250 addetti e poco più di 2.000 imprese con oltre 250 addetti.
Da qui scaturisce l’esigenza di definire, per quanto possibile, strategie e strumenti di supporto differenziati. Specularmente, ne segue la necessità che le stesse aziende abbiano cura di varare piani di internazionalizzazione adeguati alle loro dimensioni e ai rispettivi vantaggi competitivi. Nasce da qui l’imperativo che ha contrassegnato le misure di liberalizzazione introdotte dal Governo – che intende ovviamente proseguire nel cammino intrapreso: quella di puntare su quella parte della società italiana che affronta la competizione internazionale e, per converso, ridurre le rendite dei settori protetti. A ciò va affiancato un più intenso processo di riforma della Pubblica Amministrazione, che prosegua nel segno della trasparenza, dell’efficienza, della semplificazione.
Intendiamo “liberare” le energie per valorizzare le forze vive del Paese, senza per questo lasciare indietro chi è più vulnerabile ai rischi della globalizzazione, favorendo maggiore integrazione e coesione sociale. Ciò significa guardare al malessere degli esclusi, ma anche essere capaci di valorizzare quelle intelligenze e quei talenti che vogliono competere e che intendono raccogliere la sfida dei mercati internazionali.

Dinamismo delle imprese e il ruolo della diplomazia economica italiana
Negli anni passati, si è molto parlato del declino italiano come conseguenza della crescita esponenziale dei paesi emergenti e dell’entrata in vigore dell’Euro, invocando, come le sole forme di salvaguardia per le nostre imprese l’introduzione di barriere commerciali e, finanche, da parte di alcuni, l’uscita dell’Italia dalla moneta unica (sarebbe appena il caso di riflettere su cosa sarebbe stato della valuta e delle finanze nazionali, private dell’ancoraggio dell’Unione Monetaria Europea, in una congiuntura di turbolenza finanziaria globale come quella attuale).
I dati che forniscono l’ISTAT e l’ICE relativi al 2006 sembrano smentire chi si riferiva a questo declino come ad una prospettiva ineluttabile. Essi segnalano infatti una forte crescita dell’export italiano nelle aree emergenti: Russia +26%; Cina +24%; America Latina + 18%, Medio Oriente +15%. Questi dati a due cifre sono confermati dall’andamento del primo semestre 2007.
Allo stesso modo, il quadro recentemente formulato dalla Banca d’Italia su un campione di PMI evidenzia che l’Euro forte ha rappresentato, in realtà, uno strumento a favore di una maggiore competitività delle nostre imprese.
Questo significa che – diversamente da quanto da molti profetizzato – una parte importante del nostro sistema-Paese è in grado di reggere la sfida della concorrenza internazionale e di cogliere le opportunità che derivano dalla globalizzazione. Ciò significa anche che una politica di prudente ed oculato rigore sotto il profilo sia valutario che della gestione dei conti pubblici puo’ offrire un contributo salutare non solo al risanamento ma anche al buon andamento complessivo dell’economia - così come, all’inverso, una gestione disinvolta dei corsi valutari e della finanza pubblica rischia di minarne alle basi la competitività.

Larga parte del merito di questa fase di crescita trainata dalle esportazioni va ascritta alle piccole imprese dei distretti più dinamici e alle circa 3.500 aziende medio-grandi (censite da Mediobanca) che sono riuscite ad adattare il proprio modello produttivo alle dinamiche della globalizzazione.
Grazie ai nuovi mercati dei paesi emergenti, la media impresa è più forte di prima, con prodotti di nicchia che hanno trovato sbocchi potenziali di enormi dimensioni.

A ciò ha concorso il secolare rapporto tra territorio e cultura. In effetti, il nostro territorio, con il suo patrimonio storico, oggi si rinnova e si declina, oltre che nell’arte, anche nel design, nella moda, nell’arredo, nel life style, nell’eno-gastronomia: espressioni tutte di un soft power tipicamente ed inimitabilmente italiano di cui noi italiani tendiamo a sottostimare la portata e l’impatto. Ciò dà la misura delle potenzialità ancora inespresse che vanno al di là del mero indicatore del reddito pro-capite. Strumenti statistici più affinati fotografano una situazione caratterizzata da dinamiche fortemente positive. Penso, ad esempio, al calcolo della Fondazione Symbola promossa da Ermete Realacci relativo al PIL italiano “di qualità”, stimato a quasi metà del nostro PIL “classico”.
Vi sono anche nuove conquiste nella tecnologia avanzata, laddove constatiamo, ad esempio, che se a Maranello abbiamo la Ferrari, nel modenese vi è pure il distretto della meccatronica, cioè l’elettronica applicata alla meccanica. E’ questo, per inciso, un ulteriore esempio di come proprio quei distretti industriali italiani già oggetto di analisi – e di lusinghiere valutazioni – da parte della letteratura economica internazionale fino agli anni Novanta e poi prematuramente considerati superati, stiano oggi vincendo la sfida dell’adattamento e della modernizzazione, avendo imboccato con decisione la via dell’internazionalizzazione e della riaggregazione interna.

Di un sistema-Paese dinamico e competitivo sono componente imprescindibile istituzioni pubbliche in grado di decidere con rapidità e di dare esecuzione puntuale e tempestiva alle decisioni assunte; ed una Pubblica Amministrazione moderna ed efficiente, che interpreti in modo innovativo il suo ruolo di fornitore di servizi a beneficio della collettività. Occorrerebbe a questo proposito soffermarsi sul tema delle riforme istituzionali: un tema che merita un’esposizione a parte, e del quale peraltro si parla sin troppo – in misura inversamente proporzionale alle riforme che si riesce effettivamente a “produrre”, direi. Mi limito a osservare che vi è una parte significativa della Pubblica Amministrazione statale che ha saputo effettivamente rinnovarsi, modernizzando i propri metodi di lavoro, ponendosi obiettivi di razionalizzazione delle risorse e di accountability (capacità di rendere conto) nei servizi a beneficio dell’utenza.
È anche in questo spirito che ho istituito al Ministero degli Affari Esteri, proprio nelle settimane scorse, un Gruppo di Riflessione Strategica con il compito di raccogliere i contributi delle diverse istanze del nostro sistema-Paese e declinare, in un’ottica di partnership pubblico-privato, l’interesse dell’Italia nel lungo periodo.
Sul piano operativo, credo che una politica estera economica efficace per un Paese come l’Italia debba saper concorrere a trasformare rapporti economici di dipendenza - quale quelli energetici - in forme di interdipendenza che vadano oltre la logica dello scambio mercantile, puntando, in ultima analisi, ad un vero partenariato: è il senso della politica dell’Italia nei confronti della Russia, ma anche verso i Paesi del Mediterraneo – se ne avrà una dimostrazione domani ad Alghero dove è in programma il Vertice con l’Algeria (il primo di questo genere con un partner mediterraneo). Puo’ essere vista in quest’ottica la stessa strategia di rilancio dell’attenzione della politica estera italiana verso un’area a lungo colpevolmente trascurata come l’America latina, nella quale spicca la realtà del Brasile, fornitore di una fonte energetica alternativa di grande interesse come l’etanolo.

In sintesi, concorrere alla definizione di nuove regole per la governance del commercio, dei mercati finanziari, dell’ambiente; accompagnare l’internazionalizzazione delle aziende italiane sui mercati mondiali; coniugare i rapporti politici bilaterali con quelli economici, per strutturare nel senso di partenariato legami che altrimenti rappresenterebbero meri flussi commerciali: ecco i principali compiti espletati oggi dalla nostra diplomazia economica.

Il Governo si è impegnato a rispondere all’esigenza di stabilità macro-economica, giustamente sollecitata dal mondo imprenditoriale. L’economia italiana ha ripreso a crescere, in modo certo non sostenuto ma su basi più solide che nel passato (anche non si puo’ che condividere l’allarme lanciato ieri dal Ministro Padoa-Schioppa sui rischi di arretramento). Moltissime nostre imprese hanno saputo riacquistare competitività. Il Governo è al fianco del mondo produttivo per sostenere l’internazionalizzazione, l’innovazione e la crescita dimensionale delle aziende.

Possiamo contare su un patrimonio straordinario di imprenditorialità, di talento creativo, di ingegnosità organizzativa. Dal canto loro, le imprese hanno bisogno di valorizzare il fattore-lavoro e la formazione, così come di stabilire un rapporto di piena fiducia con le istituzioni e un approccio nuovo con l’ambiente.

Credo insomma che bisogna lavorare di più e più assieme, fianco a fianco: le istituzioni con rinnovata attenzione alle loro responsabilità nei riguardi del mondo produttivo; le imprese con maggiore sensibilità nei riguardi di quella che si definisce “social corporate responsibility” o responsabilità sociale dell’impresa. Le sfide multiformi e complesse della globalizzazione non possono essere vinte una volta per tutte ma vanno affrontate giorno per giorno: insieme, sarà possibile affrontarle efficacemente.


Luogo:

Roma

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