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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

17/12/2007


Dettaglio intervento

Resoconto stenografico

… MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Credo che questa sia, da parte mia, soprattutto l'occasione per esprimere l'apprezzamento del Governo - e mio personale - per il lavoro svolto dalla Commissione esteri della Camera in un anno molto intenso di studi, di ricerche e di audizioni di grandissimo rilievo, sia sul tema della globalizzazione, sia sulle questioni relative alla politica europea estera e di sicurezza comuni.
Mi pare che i documenti, che la seduta di oggi è chiamata a consacrare con l'approvazione, riflettano in modo estremamente vivo e interessante i risultati di un lavoro tanto più apprezzabile in un Paese come il nostro, dove la riflessione di medio periodo spesso non è considerata come uno degli obiettivi della politica. Infatti, la politica resta prigioniera delle convulse fasi congiunturali del suo sviluppo. Considero, inoltre, importante l'apertura ad interlocutori di grande rilievo, che hanno partecipato con il loro contributo a questo lavoro.
Svolgerò qualche considerazione di carattere generale, più che altro partendo dalle linee di fondo che ispirano l'azione del Governo e dal suo collegamento con i temi che avete affrontato e con le analisi che avete sviluppato; questo anche allo scopo di condividere questa riflessione e, naturalmente, di mettere in evidenza come lo sforzo in cui il Governo è impegnato si muova sulla base di un'analisi ampiamente condivisa, di uno sforzo per individuare il ruolo specifico che il nostro Paese può svolgere sia direttamente, sia in quanto membro dell'Unione europea, essendo la dimensione europea imprescindibile per l'efficacia della stessa azione esterna dell'Italia.
Vorrei anche dire, per inciso, che il Ministero degli esteri ha avviato un esercizio nuovo; ha dato vita ad un gruppo di riflessione strategica costituito con la partecipazione di rappresentanze molto significative della società italiana e del mondo della cultura. Stiamo lavorando all'elaborazione di un documento strategico sull'interesse italiano. Lo sforzo è quello di definire l'interesse nazionale italiano nel contesto delle nuove sfide globali, cui non ci si era mai esercitati, ma che, invece, in altri Paesi costituisce un metodo normale di lavoro. In proposito, ricordo il documento sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, il documento europeo sui temi della sicurezza che, come sapete - poi ne parlerò nella parte più dedicata all'Europa - nel corso del 2008, sotto la presidenza francese, dovrebbe essere aggiornato, nonché analoghi concept di politica estera discussi e approvati dai maggiori Paesi europei e dalla Russia.
Noi intendiamo lavorare in questa direzione perché naturalmente, quando questo lavoro raggiungerà un certo grado di elaborazione, vogliamo coinvolgere il Parlamento - le Commissioni esteri di Camera e Senato - per poter sviluppare insieme questa riflessione, con l'obiettivo, se mai fosse possibile, di arrivare a definire un quadro condiviso degli indirizzi di fondo della politica estera italiana. Infatti, questi indirizzi di fondo necessariamente comportano sfide di medio-lungo periodo e non possono essere esclusivamente affidati all'azione di un Governo, ma dovrebbero essere condivise.
Ciò detto, quando parliamo di globalizzazione ci riferiamo ad un complesso di fenomeni, come risulta anche dal documento conclusivo che vi apprestate ad approvare, di grandissimo rilievo, di carattere innanzitutto economico, ma anche sociale e culturale. Direi che la caratteristica di fondo di questi processi è quella di delineare un radicale e tumultuoso mutamento dei rapporti di forza internazionali: mutamento dell'assetto internazionale e dei rapporti di forza, così come si sono consolidati in questo dopoguerra.
Intendiamoci, se guardiamo al lungo periodo, in certa misura si tratta del riemergere di dati di fondo della realtà internazionale. È difficile parlare della Cina e dell'India come di potenze emergenti. Secondo gli studi inglesi di storia economica, che sono i più attendibili, nel 1820 la Cina rappresentava un terzo del PIL mondiale, mentre i maggiori Paesi europei, tutti assieme, rappresentavano il 17 per cento. Da questo punto di vista, dunque, parliamo di una potenza che è stata emersa per quattromila anni. Si tratta, quindi, del ritorno sulla scena mondiale di una delle più grandi potenze mondiali. Questo discorso vale in una certa misura anche per l'India.
È evidente che, se noi assumiamo come quadro di riferimento quello definitosi all'indomani della seconda guerra mondiale, oggi siamo di fronte al suo accelerato cambiamento. Se prendiamo in considerazione il PIL come criterio di riferimento e lo analizziamo sulla base della parità dei poteri d'acquisto, tra il 2015 e il 2025, a seconda dei diversi studi, la Cina si affermerà come prima potenza economica mondiale, seguita dall'India. Siamo, quindi, alla vigilia di una fase che segnerà un radicale mutamento dei grandi rapporti internazionali. In modo particolare - credo che questo valga come spunto introduttivo anche del dibattito sulla politica estera europea - nessun Paese europeo, nell'arco dei prossimi venticinque anni, neppure la Germania, è destinato, in termini di ricchezza, ad avere i numeri per avere titolo a far parte del G8.
Questo dà il senso della radicalità del mutamento dei rapporti internazionali e della necessità di affrontare queste sfide con la capacità e il coraggio di misurarsi con grandi fenomeni nuovi rispetto ai quali certamente non possiamo reagire con l'illusione della politica dello struzzo, nel tentativo di nasconderci la realtà o di arginarne le conseguenze tramite politiche di limitazione della globalizzazione economica e dell'internazionalizzazione dei mercati; si tratta di politiche difensive comunque di breve periodo, che possono al massimo rallentare o posticipare gli effetti dei quali stiamo discutendo.
È evidente che ci troviamo di fronte a grandi fenomeni economici, ma anche politici. La Cina, ad esempio, sta emergendo come una potenza politica globale. In proposito, basta pensare al fatto che in realtà il tema centrale del vertice euro-africano di qualche giorno fa è stato quello di come contenere l'espansione della potenza cinese in Africa. Almeno questa era la preoccupazione europea, visto che questa potenza in termini economici, ma anche politici, culturali, di affermazione di un modello - ad esempio di un certo modello di capitalismo autoritario a guida comunista, che nessuno poteva pensare si affermasse come tale - costituisce un riferimento e anche un esempio per molte delle leadership emergenti nei Paesi africani ed asiatici.
Siamo, dunque, di fronte a un cambiamento radicale dei rapporti di forza, nella direzione di una forte redistribuzione del potere e della ricchezza. La globalizzazione è una sfida che prevede vincitori e vinti, producendo una nuova mappa delle disuguaglianze. Non c'è dubbio che per grandi masse di persone che vivono in Asia la globalizzazione ha rappresentato uno straordinario fenomeno di avanzamento, naturalmente attraverso sofferenze e forme di sfruttamento. D'altra parte, questo fenomeno è stato conosciuto anche dall'Europa dell'Ottocento, la cui industrializzazione ha comportato anche sofferenza e «super sfruttamento». Per altri Paesi - pensiamo ad una parte dell'Africa - invece, essa ha accentuato l'emarginazione e la diseguaglianza.
Insomma, è un processo che ha avuto un esito contrario a quanto si era ritenuto nel corso degli anni che hanno fatto seguito alla caduta dei regimi comunisti, anni nei quali ha dominato - è una considerazione recentemente svolta anche dal Presidente Clinton che fu grande protagonista di quella stagione - una visione ottimistica della globalizzazione, accompagnata all'idea che la fine del comunismo avrebbe aperto la strada ad una crescente armonia. In definitiva, si pensava che il declino della politica avrebbe creato le condizioni perché il mercato, potendo dispiegare i suoi effetti benefici, provvedesse ad allocare le risorse nel modo più ragionevole, a produrre sviluppo, ricchezza, direi anche omologazione culturale, riduzione delle differenze, capacità di intendersi tra diversi popoli del mondo. È fiorita una ricca letteratura sul fatto che la fine della politica, la fine della storia, la fine delle utopie, la fine delle ideologie avrebbe determinato, per usare un'espressione che fu al centro del dibattito nel Settecento, «il migliore dei mondi possibili».
In realtà non è stato così. Direi che, tutto sommato, in realtà la globalizzazione è un processo complesso, carico di contraddizioni drammatiche che, se sicuramente fa emergere nuovi grandi protagonisti economici e immette nel mercato mondiale enormi masse umane che ne erano escluse, produce tuttavia nuove disuguaglianze, in una forma estrema non soltanto tra Paesi, ma anche all'interno dei singoli Paesi. Non c'è dubbio, infatti, che le potenzialità di arricchimento, anche personale, legate alla finanziarizzazione dell'economia, accentuano le differenze all'interno dei singoli Paesi. La distanza retributiva tra il grande manager di una compagnia multinazionale e il lavoratore manuale, all'interno delle nostre società, è cresciuta forse di due o trecento volte negli ultimi anni. Anche questo è un effetto della globalizzazione economica e della finanziarizzazione dell'economia.
Ma non è soltanto sul piano economico che si producono contraddizioni drammatiche; si producono anche sul piano politico e culturale. La spinta all'omologazione culturale ha prodotto infatti, come effetto, una mobilitazione delle identità che si sentono minacciate. L'Islam radicale non è un fenomeno antico, bensì moderno, nel senso che si è venuto formando anche come reazione a una globalizzazione economica e a una omologazione culturale, vista come minaccia a un sistema di valori e di identità storicamente consolidato.
Tuttavia, direi che fenomeni di questo tipo sono avvenuti anche nel mondo occidentale, dove il ritorno prepotente di sentimenti religiosi, di forti ideali di appartenenza, della cultura delle piccole patrie è un effetto indiscutibile della globalizzazione vissuta come minaccia di identità culturali, religiose, ideali, così come si è dispiegata nel corso di questi anni. Tutto questo ha portato anche alla crescita di un nuovo tipo di minacce globali. In fondo, la globalizzazione, con l'attenuarsi del potere degli Stati, ha determinato anche il nuovo fenomeno della fine del monopolio statale dell'uso della forza e l'affermarsi sulla scena mondiale della «minaccia asimmetrica», rappresentata dal terrorismo. Si tratta di una minaccia nuova, perché non ha Stato, non ha divisa, non ha bandiera.
Contro il terrorismo certamente non valgono gli strumenti tradizionali della deterrenza, che hanno garantito la sicurezza internazionale in tutto il lungo periodo della guerra fredda, in un equilibrio che fu chiamato «del terrore», ma che tuttavia era un equilibrio. Venuto meno l'equilibrio, è rimasto soltanto il terrore che si è dispiegato nelle sue forme meno controllabili di una minaccia di tipo nuovo, rispetto alla quale è certamente assai difficile definire una strategia condivisa ed efficace.
Ad esempio, non c'è dubbio, al di là di ogni considerazione, che la strategia americana della guerra preventiva ha avuto l'enorme torto di contrapporre a una minaccia asimmetrica una risposta di tipo tradizionale. La guerra - che piaccia o meno, che la si accetti in linea di principio o meno - si fa pur sempre contro uno Stato. Lo si occupa, si ha l'illusione di avere vinto - e in termini tradizionali si è vinto - senza capire che la guerra comincia invece in quel momento, perché si tratta di una guerra di tipo nuovo, ovvero lo scontro contro una minaccia che non si configura in termini tradizionali, come quella portata da uno Stato.
Il terrorismo, poi, si avvale della possibilità di mettere radici in una catena di soggetti deboli; pensiamo al fenomeno degli Stati falliti, degli Stati fragili, che, anche per effetto della competizione economica internazionale, è crescente. Secondo il rapporto della Banca mondiale, il numero degli Stati falliti o fragili è passato dai 17 del 2003 ai 26 del 2006. Si tratta, cioè, di Stati che non sono in grado di esercitare la loro sovranità e che diventano rifugio di organizzazioni terroristiche e criminalità internazionale. Pensiamo a quanti territori, paradossalmente in aumento, sono sottratti all'esercizio di qualsivoglia sovranità e diventano base in cui le nuove minacce mettono le loro radici.
Ebbene, queste nuove minacce sono, appunto, nuove; sono un fenomeno collaterale della globalizzazione, non sono residui antichi. Non a caso, anche questa volta, all'indomani dell'attacco alle Twin Towers, fu ancora Clinton a definire tale fenomeno come dark side of globalization: il volto oscuro della globalizzazione e non il residuo di un mondo antico.
Se, dunque, la globalizzazione è questo fenomeno così complesso e così carico di contraddizioni, ma anche di potenzialità, di progresso, di liberazione umana, credo che ogni riflessione su di essa debba portare a mettere l'accento sul tema cruciale, ovvero quello del suo governo. Mi riferisco alla necessità di una governance di questi processi, in grado di arginare i rischi e di valorizzare le opportunità. Quindi, torna al centro la politica, illusoriamente rimossa nel corso degli anni Novanta come non necessaria, come residuo di una stagione ideologica. Fu scritto da uno dei teorici della fine della storia che «la politica non ha più altri compiti se non eseguire i compiti che l'economia le affida». Questa è una delle fasi più mostruose che secondo me siano state pronunciate, perché personalmente tenderei piuttosto, per formazione, a pensare il contrario. È la politica che dovrebbe avere una funzione di guida e non l'economia.
Tuttavia, questa teoria ha dimostrato la sua inconsistenza. In fondo, persino la politica unilaterale degli Stati Uniti è stata un modo di rinnegare questa teoria; la necessità di agire da parte della più grande potenza mondiale - addirittura attraverso l'uso della forza, che è la forma suprema dell'esercizio della volontà e della soggettività - è, secondo me, quanto di meno liberista e quanto di meno laissez-faire si possa immaginare.
Credo, quindi, che mettere l'attenzione sulla governance, come emerge anche dal vostro documento, assuma oggi un diverso significato. Tramontata abbastanza rapidamente l'illusione unilaterale americana - ma tramontata anche l'illusione di contrapporre un unilateralismo europeo a quello americano - credo che il tema con il quale ci confrontiamo oggi è esattamente quello di come creare le condizioni di un armonioso governo multilaterale di questi processi, sapendo che si tratta di sfide di lungo periodo, di contraddizioni non facilmente risolvibili, nella logica di una crescente interdipendenza e di un approccio positivo alle grandi sfide della globalizzazione.
Dominique Moisi, intelligente sociologo francese, ha scritto che il mondo globale è diviso in tre grandi aree. C'è una area della speranza, che lui individua soprattutto nei grandi Paesi asiatici, ma che, secondo me, a questo punto si estende anche a una parte dell'America Latina, penso al Brasile e via dicendo. Si è pensato a lungo all'America Latina come a un continente emarginato dalla globalizzazione, ma non è vero; in realtà è un continente che oggi si sta inserendo positivamente, anche per effetto del traino asiatico e della crescita dei prezzi delle materie prime. C'è, dunque, un'area della speranza, rappresentata dai grandi Paesi che si affermano come protagonisti.
C'è poi un'area del rancore, che lui individua largamente nel mondo islamico. Infine, c'è un'area della paura, che sarebbe il mondo occidentale, cioè quella parte del mondo che guarda alla globalizzazione prevalentemente con un sentimento di paura. In effetti, la differenza principale fra i ragazzi indiani e i nostri figli è che i nostri figli stanno infinitamente meglio dei ragazzi indiani; tuttavia, i ragazzi indiani sono mossi dalla convinzione che domani staranno meglio e i nostri figli dalla paura che domani staranno peggio. Questo diverso sistema delle aspettative ha un impatto psicologico enorme. In effetti, penso che questa sia una delle ragioni della fatica del mondo occidentale a misurarsi con queste sfide.
Io credo invece che, in realtà, un Paese come il nostro avrebbe tutte le condizioni per guardare a questi processi tumultuosi di cambiamento non dico con un irresponsabile ottimismo, ma con la capacità di guardare alle potenzialità che essi determinano, non fosse altro, oltretutto, per la propensione al cosmopolitismo, che rappresenta uno dei tratti di fondo peculiari della vicenda italiana. Infatti, noi siamo uno dei popoli più naturalmente propensi a mescolarsi con gli altri e, in effetti, siamo mescolati alla storia di moltissimi Paesi del mondo, molto più di altri Stati europei. Oltretutto, il nostro cosmopolitismo si è espresso molto poco nella forma del dominio coloniale e quindi questo rende gli italiani naturalmente più simpatici e più facilmente accettati rispetto ai popoli di altri grandi Paesi europei.
In effetti, il paradosso italiano è che il grado di internazionalizzazione della nostra economia è veramente impressionante e crescente. Una parte dell'Italia effettivamente cavalca la globalizzazione come una straordinaria opportunità e un'altra parte la considera una minaccia terribile. Ciò costituisce un paradosso francamente difficile da sostenere. Tra i dati più significativi di un Paese che sembra pervaso dal cupo pessimismo c'è la straordinaria crescita delle nostre esportazioni. Tra i Paesi europei siamo quello che ha una dinamica più accentuata in questo senso, il che dimostra che i grandi Paesi asiatici sempre di più stanno diventando un mercato per le nostre merci, anche se si tratta allo stesso tempo di Paesi competitori.
Direi che l'economia italiana ha saputo cogliere entrambe queste opportunità. Infatti, questi Paesi sono nostri competitori nella misura in cui sono gli italiani che vanno lì a produrre o a insegnare loro come si produce e a trarre una parte della ricchezza prodotta da questi Paesi; allo stesso tempo sono anche un mercato per prodotti non ripetibili di cui noi continuiamo a essere leader mondiali. Pertanto, è vero che i cinesi ci fanno concorrenza, ma è vero anche che sono il primo mercato al mondo per l'acquisto delle Ferrari. Tra l'altro, ci fanno concorrenza con l'assistenza attiva degli imprenditori italiani che vanno in questi Paesi, organizzano le filiere produttive, vendono le macchine tessili, trattenendo una parte del guadagno. Allo stesso tempo noi siamo esportatori in questi Paesi.
Insomma, ho l'impressione che il grado di internazionalizzazione della nostra economia e la capacità di adattamento dell'Italia - intesa come sistema e non soltanto dal punto di vista economico - sia molto superiore alla capacità di riflettere questi aspetti nel dibattito pubblico; forse anche allo scopo di imparare da una società civile che spesso è un passo più avanti rispetto al dibattito pubblico, inteso complessivamente come riflessione politica, ma anche come orientamento dei grandi mezzi di informazione.
Credo che discutere della globalizzazione dovrebbe servire anche a liberarci dalla paura che essa ci incute e che, secondo me, non ha fondamento. Comunque non è un atteggiamento che aiuta a vincere queste sfide, ma spinge, semmai, soltanto a trincerarsi illusoriamente dietro a difese la cui fragilità è fin troppo evidente in un mondo in cui la libera circolazione delle persone, delle merci, dei capitali deve essere governata, ma certamente nessuno può pensare di fermarla; nessuno ha la forza per fermare questi processi inarrestabili che portano con loro un fondamentale segno di progresso.
È giusto porre l'attenzione sugli strumenti della governance, anche perché le istituzioni della governance globale portano evidente il segno del tempo. Sono nate in gran parte circa sessant'anni fa, dalle Nazioni Unite alle istituzioni di Bretton Woods, e hanno bisogno di un adattamento radicale. Questo processo di adattamento in qualche modo si è avviato, ma, certamente, ha bisogno di maggiore coraggio e di maggiore determinazione.
C'è un problema che, oltretutto, riguarda la legittimità di queste strutture. Pensiamo all'invecchiamento di un assetto come quello delle Nazioni Unite, con il duplice paradosso del potere di veto esercitato dalle grandi potenze vincitrici della guerra, che riflette un equilibrio mondiale che non c'è più; ma anche di un'assemblea delle Nazioni Unite dove il voto delle isole Palau conta come quello degli Stati Uniti. È abbastanza evidente, quindi, comprendere quanto sia difficile che il potere deliberativo di una assemblea, fondata secondo criteri ottocenteschi sul principio della sovranità degli Stati, possa essere adeguato alle sfide del mondo di oggi.
Ma pensiamo anche a organismi come il G8 la cui utilità, come organismo informale e come strumento operativo, è nulla se non se ne mette in discussione radicalmente la composizione. Nessuna delle questioni che ragionevolmente possono stare al tavolo del G8 - da quella climatica, alla lotta alla povertà e alle malattie e via dicendo - può essere affrontata decentemente senza la presenza di almeno altrettanti Paesi, dalla Cina, all'India, al Brasile, al Sudafrica, che non fanno parte di questo consesso. A mio giudizio, ci converrebbe coinvolgere questi Paesi sin da ora, se non vogliamo correre il rischio che essi tra qualche anno ci cacceranno semplicemente via e ci sostituiranno…

… MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. È ragionevole che sia così. D'altro canto non vedo come si possa discutere del climate change senza avere al tavolo la Cina, o l'India o pensare che loro stiano fuori dalla porta e vengano invitati quando c'è l'outreach. Credo che sia una formula chiaramente superata: Non ho dubbi che questo è uno dei temi di cui discutere se toccherà noi la presidenza italiana del G8. Di questo dovremmo discutere, invece di come fare le elezioni nel 2009! Nel 2009 ci troveremo ad esercitare ...
… MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Nel 2008. Anzi, era il 2007. Io penso che vadano fatte nel 2011.
Tuttavia, indipendentemente dalle elezioni, credo che la presidenza italiana del G8 nel 2009 sarà una grande occasione per il Paese. Oltretutto sarà il primo G8 della nuova presidenza americana. Quindi, comunque sia e chiunque vinca le elezioni americane, non c'è dubbio che sarà un'occasione di grandissimo rilievo per la comunità internazionale. Si presenterà una nuova leadership sulla scena mondiale e questo avverrà nel nostro Paese; quindi l'opportunità per l'Italia non è piccola. La mia convinzione è che uno dei temi che dovremmo mettere al centro di questa importante occasione, in cui ci troveremo a svolgere questo ruolo, debba essere proprio quello dell'allargamento del G8.
Per venire a qualche rapida considerazione che ci collega al secondo tema, credo che un contributo fondamentale al consolidamento di questa global governance possa venire proprio dall'Europa e dalla sua capacità di pensare ed agire in modo unitario sulla scena mondiale. Tempo fa ho partecipato ad una conferenza a Fiesole, presso l'Istituto europeo, e mi è capitato di sostenere che per quasi cinquant'anni il principale motore dell'integrazione europea è stato rappresentato dalle sfide interne all'Europa. In fondo, infatti, il motore dell'integrazione europea è stato soprattutto quello di sanare le ferite che avevano lacerato il corpo dell'Europa, nata lungo i confini da dove erano scoppiate due guerre mondiali; ha eliminato questi confini, il che è un fatto straordinario senza eguali al mondo. Successivamente, si è misurato il processo di integrazione con i confini della guerra fredda e quindi con l'allargamento - e in realtà la riunificazione - dell'Europa verso est. Come dicevo, in tutto questo processo, il principale motore è stato quello delle sfide interne all'Unione.
Oggi, e nel tempo che verrà, il vero motore dell'integrazione europea dovrebbe essere, invece, la capacità di affrontare le grandi sfide esterne: dalla sicurezza, al governo dei grandi flussi migratori, dal cambiamento climatico al rapporto tra natura e sviluppo. I grandi temi mondiali dovrebbero essere il motore dell'integrazione europea e le sfide che rendono evidente la necessità di un'azione comune europea.
Mi unisco caldamente all'auspicio del presidente Ranieri che il Parlamento voglia al più presto ratificare il trattato appena firmato, anche come stimolo ai Parlamenti di tutti i Paesi dell'Unione che saranno chiamati a fare altrettanto, per rispettare i tempi che ne prevedono l'entrata in vigore dal 1o gennaio 2009, in modo che esso sia in pieno esercizio quando si arriverà alle elezioni europee dello stesso anno.
Il trattato contiene certamente elementi di novità. In particolare, non c'è dubbio che il rafforzamento del ruolo dell'alto rappresentante - non lo si è voluto chiamare ministro degli esteri, ma questo ha un valore relativo - è una delle questioni più importanti. Accanto alla creazione di un servizio europeo per l'azione esterna, un alto rappresentante - che al tempo stesso è segretario del Consiglio, vicepresidente della Commissione e che unifica in sé compiti politici, ma anche la gestione di rilevanti risorse (pensiamo a tutte le politiche di vicinato) - significa dare a questa dimensione dell'Unione una forza che sino ad oggi non ha mai avuto. Inoltre, dimostra come vi sia consapevolezza che la sfida per l'Europa sarà, appunto, quella di fare dell'Europa stessa, sempre di più, un soggetto in grado di agire sulla scena globale e di misurarsi con le grandi sfide.
Questo avviene avendo presente - passo a qualche considerazione sul tema - che nessun Paese, per quanto potente, può pensare di affrontare le sfide globali da solo. Non lo possono fare neppure gli Stati Uniti, come è apparso evidente nel corso di questi anni. Questo anche nella consapevolezza che l'Europa non si può consolare della sua forza economica, in un mondo in cui la competizione globale sempre di più ha bisogno di una combinazione tra fattori politici, militari, economici e strategici. Anche la capacità di proiezione globale è un aspetto essenziale della capacità di affrontare le sfide e noi ce ne accorgiamo. Un Paese come il nostro, per esempio, conterebbe molto di meno se non fossimo in grado di partecipare ad alcune delle fondamentali missioni di peacekeeping che si svolgono nel mondo. Da questo punto di vista, siamo certamente un Paese che, sia pure con risorse limitate, è in grado di utilizzare queste risorse in modo eccellente.
Se guardiamo allo scenario internazionale, ai punti di crisi, noi siamo alla guida in Libano, abbiamo una funzione molto importante in Afghanistan con il comando della regione di Kabul, siamo uno dei Paesi del gruppo di contatto e con maggiore responsabilità nei Balcani. Se guardiamo, cioè, alle principali crisi internazionali, in ciascuna di esse l'Italia c'è e ha un peso anche grazie alla sua proiezione militare. Altrimenti il nostro peso sarebbe infinitamente ridotto, così come la nostra possibilità di partecipare a un impegno per la pace.
Questo vale per l'Italia e vale, in grande, anche per l'Europa. Lo dico perché solitamente si tende a tralasciare questo aspetto, perché è più politically correct o più piacevole parlare delle politiche; tuttavia, tale aspetto è connesso in modo sostanziale a tutte le politiche perseguibili su scala internazionale.
Abbiamo, quindi, bisogno di un'Europa in grado di sviluppare le sue politiche comuni, in grado di contribuire a quel multilateralismo efficace che costituisce la filosofia della strategia europea della sicurezza e in grado di affrontare le ragioni che determinano insicurezza. Questo è l'approccio europeo, ossia quello di combattere le minacce, ma anche di affrontare le ragioni che sono alla base di queste minacce.
Al di là della filosofia, ho già accennato al fatto che il documento sulla strategia di sicurezza europea, adottato nel 2003, sarà discusso e, nel corso del primo semestre 2008, aggiornato; fra l'altro sarà anche l'occasione per discutere, nei diversi Parlamenti nazionali, delle linee di questo documento e delle idee guida per il suo aggiornamento. Al di là degli strumenti istituzionali ai quali ho fatto riferimento, credo che, in materia di politica estera dell'Unione europea, valga la pena di lanciare uno sguardo ad alcune delle sfide con cui siamo più direttamente confrontati.
Una riguarda, innanzitutto dal nostro punto di vista, ovviamente il tema della sicurezza nel Mediterraneo - ognuno di questi temi meriterebbe una trattazione a parte - ma con particolare riguardo al processo avviatosi, molto faticosamente e in modo contraddittorio, dopo Annapolis. Personalmente credo che Annapolis abbia rappresentato un punto importante di svolta nell'approccio; infatti, siamo finalmente usciti dalla logica del processo di pace, che è stata sostanzialmente fallimentare. In definitiva, il rinvio di tutte le questioni più controverse alla conclusione di questo processo di pace ha portato all'incapacità di governare in modo positivo questi processi. Siamo finalmente approdati alla necessità di scrivere un trattato di pace, cioè di realizzare un accordo che configuri in modo concreto la possibilità di uno Stato palestinese che viva a fianco di Israele in condizioni sicurezza. Questa è stata da tempo l'impostazione italiana.
Naturalmente, si configura una sfida molto complessa, cioè la capacità nel corso di un anno di creare questo accordo di pace. Certamente, questo è qualcosa che appare abbastanza problematico, anche per le difficoltà che tutte e due le leadership in campo si trovano ad affrontare. Credo, tuttavia, che per l'Europa dare il contributo possibile a fare in modo che questa speranza non cada sia un banco di prova essenziale, anche facendo leva, innanzitutto, sull'impegno forte e diretto degli Stati Uniti d'America. Indubbiamente gli americani hanno svolto un ruolo essenziale nella promozione di questa conferenza, nella definizione di questi obiettivi e si propongono anche come garanti del successo di questa sfida. L'Europa farà la sua parte; proprio oggi è in corso a Parigi la conferenza dei donatori per cercare di coordinare una politica di aiuti internazionali, che vedrà nell'Europa il principale soggetto. Tale politica dovrebbe accompagnare questo negoziato, anche consentendo un miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi.
Il Libano è un altro banco di prova delle politiche europee. La missione si svolge positivamente e direi che, pur in un quadro molto frammentato, il consenso intorno alla missione internazionale rappresenta un punto di tenuta del Paese. Certamente lo sforzo per arrivare all'elez


Luogo:

Roma

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