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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

26/08/2008


Dettaglio intervento

Comunicazioni del Ministro Frattini alle Commissioni Riunite e congiunte:
3ª (Affari esteri, emigrazione) e del Senato della Repubblica

RESOCONTO STENOGRAFICO

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca le comunicazioni del Governo sulla situazione in Georgia.
L'odierna seduta acquista particolare rilievo anche per il fatto che la Presidenza Francese ha proceduto alla convocazione straordinaria, come voi ben sapete, del Consiglio europeo il prossimo primo settembre, nonché a seguito del voto del Parlamento russo per il riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del sud e dell'Abkhazia.

Invito il Ministro Frattini, che ringrazio della presenza, a svolgere la sua relazione.

FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri. Grazie molte, presidente. Ringrazio per la loro presenza anche i senatori e i deputati. Certamente il grande tema di cui oggi ci occupiamo, la crisi che si è infiammata nelle scorse settimane, riguarda una materia che per l'Italia riveste un particolare interesse. È materia che ci interessa molto da vicino, per almeno due ragioni.
La prima ragione è che l'area dei cosiddetti «conflitti congelati», il Caucaso in particolare, dopo la fine della guerra fredda è diventata parte di quello che chiamiamo comunemente il vicinato europeo, cioè un'area politica ed economica con cui l'Unione europea, ma anche la comunità euro-atlantica, hanno stabilito un rapporto strutturato di dialogo e di cooperazione.
È un'area - credo che possiamo dirlo con certezza - di assoluta importanza strategica anche per la sicurezza. Intendo riferirmi a vari aspetti della sicurezza: dalla sicurezza in senso proprio, ossia la prevenzione delle pulsioni estremistiche e terroristiche, fino alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici. La stabilità di questa area veniva in passato assicurata, secondo le regole della dittatura sovietica, dall'Unione Sovietica. Oggi è, invece, un diretto interesse di tutte le democrazie occidentali. Vorrei dire che quell'area oggi è una responsabilità comune - nostra, come Italia - dell'Europa, degli Stati Uniti, ma è anche, ovviamente, una responsabilità della Russia, con la quale ci troviamo a condividere questo «vicinato allargato», come l'Europa lo definisce.
È evidente, quindi, che una crisi che si dovesse espandere e aggravare avrebbe costi particolarmente immediati e alti, anche e soprattutto per la nostra sicurezza, come Italia e come Europa.
La seconda ragione di diretto interesse è che la dinamica dei conflitti congelati nell'area caucasica influisce direttamente sui rapporti tra l'Occidente e la Russia. Ed è evidente che questi rapporti sono e saranno cruciali per la stabilità internazionale complessiva.
Questa crisi georgiana, al di là del suo carattere specifico, di cui ovviamente dirò, assume un rilievo particolare perché mette a dura prova i rapporti fra Occidente e Russia, rischiando di comprometterli e di incrinarli, anche gravemente.
Io credo, onorevoli parlamentari, senatori e deputati, che questo rischio sia l'Occidente sia la Russia abbiano interesse comune ad evitarlo. Nessuno di noi può permettersi il lusso di una compromissione - ancor peggio se definitiva - nei rapporti tra il quadro strategico occidentale e la Federazione russa.

Mi preme sottolineare che Occidente e Russia hanno reciprocamente bisogno l'uno dell'altro per fronteggiare le grandi sfide che abbiamo cominciato ad affrontare insieme nel XXI secolo. Ho già accennato al terrorismo. Pensiamo inoltre alla proliferazione e, quindi, alla necessità di fermarla; pensiamo al dossier iraniano; pensiamo alle grandi crisi regionali, dall'Iraq all'Afghanistan.
L'Europa e la Russia sono strutturalmente interdipendenti, anche sul piano economico ed energetico. È evidente che questa dipendenza pesa ancora più nell'epoca della globalizzazione.
Ecco, questo è il legato che prendiamo dall'accordo di Pratica di Mare, con cui, nel 2002, grazie all'impegno dell'Italia, il Presidente Bush chiese al nostro Paese di svolgere un ruolo e di favorire l'inizio di un rapporto strutturato tra la NATO e la Russia. L'Italia svolse questo ruolo; il Presidente Bush e la NATO celebrarono a Pratica di Mare l'inaugurazione del Consiglio NATO-Russia. Ebbene, credo che questo legato, che oggi rischia di indebolirsi, noi abbiamo - come europei e come primi alleati degli Stati Uniti d'America - il dovere di mantenere. I costi di una nuova guerra fredda sarebbero altissimi per entrambi. Tra questi costi dobbiamo includere, credo, anche l'acquis ormai consolidato dei rapporti tra la Federazione russa e le principali istituzioni europee e internazionali.
Questo è un rapporto che abbiamo faticosamente, ma con successo, costruito negli ultimi venti anni, e che dobbiamo difendere. Mi riferisco ai rapporti di partenariato strategico di Mosca con l'Unione europea, al Consiglio NATO-Russia, cui ho accennato, al ruolo della Russia nel Consiglio d'Europa, a cui spesso non si fa grande riferimento, e al ruolo dell'OSCE, il ruolo di una organizzazione internazionale che spesso dimentichiamo e sottovalutiamo. Quanti osservatori si stanno accorgendo soltanto ora, in queste settimane, che l'OSCE, con la missione che si allargherà per monitorare la situazione ai confini dell'Ossezia del sud, può e deve svolgere un ruolo importante! Solo ora ci accorgiamo che avremmo dovuto dare all'OSCE un ruolo più importante, anche nel recente passato.
È evidente, in questo quadro, che la decisione di Mosca - che abbiamo voluto scongiurare il 19 agosto scorso a Bruxelles, al Consiglio NATO - di interrompere su alcuni aspetti il rapporto di collaborazione militare con l'Alleanza atlantica è un segnale che preoccupa, rispetto a una traiettoria negativa che occorre immediatamente fermare.
Abbiamo una collaborazione in ambito NATO che tocca, tra l'altro, il supporto alla missione ISAF in Afghanistan, i diritti di sorvolo sul territorio russo, il transito attraverso la Federazione russa. Forse qualcuno pensa di poter domani sorvolare l'Iran, per andare in Afghanistan? Questo è soltanto un esempio per chiarire quanto sia importante che questo legame non cada definitivamente.
Tutto questo, evidentemente, non riguarda solo la collaborazione con la NATO, ma anche la necessità che Occidente e Federazione russa affrontino insieme le minacce alla nostra sicurezza, che includono l'esame del dossier nucleare iraniano. La Russia che collabora è infatti un alleato potente per isolare le ambizioni iraniane di arricchimento dell'uranio, mentre una Russia che venga lasciata agire da sola, senza un solido quadro di legami con l'Occidente, può diventare un interlocutore preoccupante, a fronte delle sue importanti relazioni, evidenti dalle offerte siriane rivolte al Presidente russo durante la crisi di agosto.
Per quanto riguarda il Medio Oriente, mi annovero tra coloro che ritengono necessario cogliere al più presto un'opportunità per la pace, pur nella consapevolezza di come la pace in Medio Oriente contro la Russia non si raggiunga per l'elementare ragione che la Russia costituisce uno dei quattro membri del Quartetto. Questi esempi consentono di concludere che ad essere interessati a una divisione all'interno dell'Occidente e tra l'Occidente e la Russia non siamo noi, bensì coloro che preferiscono un'Europa più debole, un'America più debole. Dobbiamo quindi contenere questi impulsi attraverso una politica estera equilibrata.
Come Italia, consideriamo gli Stati Uniti come il primo partner strategico, il primo alleato internazionale. In questi anni, però, indipendentemente dal colore dei Governi, abbiamo sviluppato con Mosca anche a livello bilaterale un rapporto di collaborazione politico, economico-industriale ed energetico. La crisi in corso tocca dunque anche i nostri interessi nazionali, oltre che gli interessi europei e della NATO.
La posta in gioco è quindi alta. Si deve registrare positivamente lo sforzo dei grandi attori internazionali: le organizzazioni come le Nazioni unite, l'Unione europea, che si è già espressa e si esprimerà a livello di Capi di Governo tra qualche giorno, l'OSCE, la NATO, il Consiglio d'Europa. Tutti sono al lavoro nell'ambito delle proprie responsabilità.
Per quanto riguarda la posizione italiana all'interno di queste organizzazioni e a livello bilaterale, ritengo che le ragioni di questa crisi partano da un'analisi che l'Italia ha il dovere di considerare, guardando a fondo a una regione che conosce e a un Paese come la Russia, che conosce meglio di altri in Europa.
Non possiamo ignorare che Mosca esprime con chiarezza la sua tesi, ovvero come gli attuali assetti di sicurezza europei non garantiscano sufficientemente i suoi specifici interessi nazionali, particolarmente nello spazio che apparteneva alla disciolta Unione Sovietica, e che quindi necessitino di revisione. All'inizio del suo mandato, il Presidente della Federazione russa ha espresso con grande chiarezza la sua visione anche al Presidente Napolitano e a me, che lo accompagnavo durante l'ultimo viaggio di alcune settimane fa a Mosca, ribadendo la necessità di una nuova architettura di sicurezza, che nella forma, e non più soltanto nella sostanza, riconosca alla Russia uno status e un ruolo adeguati alla sua riconquistata posizione di grande potenza.
L'Occidente ritiene che non si debbano destrutturare i pilastri su cui si è costruita la sicurezza dell'Europa, ovvero la NATO e la politica europea di sicurezza e di difesa, inclusi i nostri rapporti strategici con la Russia. Non destrutturare non significa però evitare di perseguire un'attiva strategia di partenariato rafforzato tra l'Unione europea e la Russia.
Ritengo che questo sia perfettamente compatibile con la conferma dei pilastri tradizionali della nostra sicurezza e che Alleanza atlantica e Russia debbano continuare a cooperare. Questa è la posizione dell'Unione europea, che nello scorso mese di giugno, con il nostro Consiglio dei Ministri degli esteri, ha dato via libera al negoziato per un nuovo trattato strategico tra Unione europea e Russia, nella consapevolezza unanime dei ventisette Paesi dell'esigenza di compiere un salto di qualità strutturato tra Unione europea e Russia sui quattro assi della nostra collaborazione strategica, che non si limitano soltanto alla politica energetica.
Come Italia, troviamo quindi confermata la nostra visione di equilibrio e di collaborazione rafforzata e strategica negli ultimi sviluppi che nei mesi scorsi hanno segnato l'evoluzione dell'Unione europea verso la Federazione russa.
Il dibattito sulla sicurezza europea, specialmente nell'area di vicinato, costituisce dunque un punto cruciale per capire la crisi di oggi, che si può affrontare solo estendendo la nostra riflessione a quella politica di sicurezza europea che non può più essere la stessa in un'Europa a ventisette. Questa ha infatti ormai confini lunghissimi e diretti con la Russia, giunge ad affacciarsi nel Mar Nero e quindi ha un interesse diretto in quell'area in passato di proiezione lontana, che oggi rappresenta invece il nostro diretto vicinato.
Per quanto riguarda l'azione diplomatica e il ruolo dell'Italia, malgrado una crisi che non accenna ad attenuarsi, valuto positivamente due aspetti: il ruolo dell'Unione europea, che ha mantenuto la sua coesione interna, e una complementarietà tra le iniziative perseguite dalle diverse istituzioni in questa settimana, in particolare dall'Unione europea, dalla NATO e dall'OSCE. .
La Presidenza francese merita apprezzamento per gli sforzi compiuti. Nelle ultime settimane, l'Italia ha registrato una fortissima sintonia con la posizione francese, così come con quella tedesca, collaborando attivamente affinché la piattaforma presentata a Tbilisi e a Mosca dal Presidente Sarkozy, unitamente all'OSCE, con la collaborazione diretta degli Stati Uniti d'America, potesse avere successo.
Ritengo che quell'accordo in sei punti costituisca una base adeguata, del quale occorre perseguire l'immediata e piena attuazione attraverso il non ricorso alla forza, la cessazione permanente di tutte le ostilità, il libero accesso agli aiuti umanitari per la ricostruzione, il ritorno delle forze armate georgiane alle postazioni permanenti, ovvero alle rispettive caserme, il ritiro totale delle forze russe alle posizioni precedenti al conflitto. Tutto questo è complementare al sesto punto: l'avvio di un dibattito internazionale sulle modalità di sicurezza e stabilità in Abkhazia e Ossezia del sud.
Queste decisioni sono state prese dal Presidente di turno dell'Unione europea, il quale ha firmato un documento a Mosca e a Tbilisi. I Ministri degli esteri hanno ratificato tali decisioni. Successivamente a ciò, si è avviato un dibattito in sede ONU, che è complementare all'azione dell'Europa.
In queste settimane, proprio per garantire la piena attuazione dei sei punti contenuti in un accordo politico che non ha un effetto legale vincolante, si è avviato il lavoro per arrivare a una risoluzione del Consiglio di sicurezza. A questa risoluzione l'Italia sta collaborando, come membro non permanente del Consiglio di sicurezza, e credo che essa potrà, da un lato, recepire i sei punti dell'accordo firmato a Mosca e a Tbilisi e, dall'altro, confermare che il quadro internazionale richiede che tale accordo abbia efficacia legale e vincolante. Questa sarà una delle condizioni per potere, nelle prossime settimane, non solo monitorare l'effettivo ritiro delle forze russe e l'effettivo rispetto da parte di entrambi i contendenti delle condizioni poste, ma anche per attribuire a questo monitoraggio e a questo impegno un'efficacia legale e vincolante, che può derivare unicamente da una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU.
In questo quadro si inserisce, sempre sul fronte dell'Unione europea, il Consiglio europeo del 1o settembre. Sarà un Consiglio al quale, ovviamente, il Presidente Berlusconi parteciperà, da me accompagnato, e durante il quale faremo il punto - questa è l'agenda dei lavori - sull'attuazione dell'accordo in sei punti presentato, a nome dell'Europa, dal Presidente Sarkozy e sottoscritto dal Presidente russo e dal Presidente georgiano. Parleremo dell'assistenza immediata alle popolazioni vittime del conflitto e della ricostruzione delle zone colpite dagli eventi militari.
L'Unione europea sta ancora riflettendo - non ne discuteremo in via definitiva il 1o settembre, bensì nel Consiglio informale dei Ministri degli esteri il 5-6 settembre - sulle modalità per contribuire direttamente alla stabilizzazione.
Si intende non solo rafforzare la presenza di monitoraggio, ma successivamente - questo è il punto - con il consenso delle parti e in presenza di una risoluzione del Consiglio di sicurezza, partecipare con una missione europea alle operazioni di peacekeeping.
Come Unione europea, stiamo convogliando aiuti di primo soccorso, che ammontano finora ad un milione di euro, ma nei prossimi giorni arriveranno a cinque milioni di euro.
Oltre all'Europa si è mossa anche la NATO, che il 19 agosto scorso ha svolto un consiglio ministeriale, al quale ho partecipato, anche per consolidare, come NATO, un messaggio equilibrato di solidarietà alla Georgia e alla sua integrità territoriale, decidendo quindi la creazione di una Commissione NATO-Georgia - che, come sapete, ha un precedente nell'esistente Commissione NATO-Ucraina - per sottolineare un dialogo permanente anche con uno Stato che non è ancora formalmente candidato, senza tuttavia congelare il formato della collaborazione esistente nel Consiglio NATO-Russia. Si è trattato di uno sforzo dell'Italia, che ha avuto successo, sostenuto da molti dei principali partner europei, condiviso dal Segretario generale Jaap de Hoop Scheffer, che ha portato a conclusioni in base alle quali la Russia è stata invitata, con forza, al ritiro completo e a dimostrare, nei fatti, la propria volontà di collaborare con la NATO. A ciò ha fatto seguito, purtroppo, una dichiarazione di parziale disimpegno, della quale ho già parlato.
Si è mosso, poi, l'OSCE, attualmente sotto la Presidenza finlandese. Con il collega Stubb, Ministro degli esteri finlandese, abbiamo avuto in queste settimane un contatto permanente, anche perché sono stato richiesto personalmente di numerosi interventi nei confronti del Governo russo, al fine di ottenere quel «via libera» all'espansione della missione OSCE, che infine è arrivato. Si tratta di un negoziato che prevede subito la presenza di 20 esperti e l'ampliamento, nelle prossime settimane, fino a 100 esperti. L'Italia parteciperà a tale missione OSCE di osservazione. Nel primo contingente dei nuovi 20 esperti, l'Europa avrà 12 osservatori, dei quali uno sarà italiano. Ci sarà un tedesco, ci saranno esperti di altri Paesi che hanno dato la disponibilità. Noi abbiamo offerto una disponibilità fino a 7 uomini, su un totale di 100, per dimostrare una particolare sensibilità a questo impegno.
Vengo infine ad illustrare la posizione bilaterale. Cosa fa l'Italia? Come ho già detto, abbiamo tenuto contatti non solo con i colleghi europei, ma abbiamo anche mobilitato un contatto, direi permanente, con il gruppo G7. Io stesso, in più occasioni, ho partecipato a conversazioni con colleghi che, essendo membri del G7, spaziano dal Giappone al Canada (Stati Uniti d'America, ovviamente, inclusi), raccogliendo alcune linee condivise capaci di sostenere la posizione di equilibrio dell'Italia e che, debbo dire, i colleghi del G7, come anche i colleghi europei (e non solo) hanno apprezzato.
Avrete registrato probabilmente, quasi in contemporanea, le parole di apprezzamento del Governo di Mosca e della mia collega Ministro degli esteri della Georgia verso la posizione che l'Italia sta tenendo. Abbiamo quindi esplorato e utilizzato i nostri canali con Mosca e Tbilisi. Abbiamo ribadito pubblicamente - e lo faccio ancora oggi - che l'integrità territoriale della Georgia rappresenta un principio incontestabile. Abbiamo partecipato, tra i primi, all'assistenza umanitaria. Oggi siamo a oltre 1 milione 700 mila euro di assistenza già erogata (più di quella che l'intera Europa ha finora erogato) attraverso canali bilaterali, attraverso la Croce rossa e l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.
La posizione italiana, quindi, continuerà ad essere di sostegno alla Presidenza francese, di piena solidarietà con la NATO e con l'Unione europea. Sono personalmente impegnato su queste linee. Ho avuto ieri un colloquio telefonico con il Ministro Lavrov, al quale ho segnalato, ancora una volta, la grande preoccupazione e la grande complicazione che deriverebbero da una dichiarazione d'indipendenza unilaterale dell'Ossezia del sud e dell'Abkhazia. Ho rivolto un invito alla cautela nel rispetto, ovviamente, delle decisioni che verranno prese.
Ieri il Parlamento russo, come sapete, ha deciso. Personalmente mi auguro, ma non sono ottimista, che il Presidente russo non voglia seguire - anche lui - questa strada. Esprimo il mio pessimismo: temo che il Presidente russo adotterà un decreto di riconoscimento. È chiaro che ciò crea una complicazione in sé, per un semplice ragionamento: uno dei sei punti della dichiarazione firmata a Mosca e a Tbilisi parla di un dialogo futuro internazionale sullo status. È chiaro che anticipare i termini di quel dialogo futuro sullo status con una dichiarazione bilaterale, anche se priva di valore legale internazionale, è un fattore di complicazione in più. Mi recherò la settimana prossima a Tbilisi e poi a Mosca, dopo l'invito sia del Governo russo sia del Governo georgiano, un invito che mi ha fatto particolarmente piacere. Lo farò prima del 5 settembre, in quanto per quella data, come sapete, è convocato il Consiglio informale dei Ministri degli esteri. Di ritorno da Mosca, dunque, avrò la possibilità di riferire sugli ultimissimi sviluppi ai colleghi Ministri degli esteri ad Avignone, nella riunione prevista per la mattinata del 5 settembre.
Proporrò ad entrambe le parti l'offerta di Roma di ospitare una Conferenza internazionale di dialogo e di riconciliazione per la regione del Caucaso. Abbiamo indicato il mese di novembre, ma siamo flessibili sulla data. Lo faremo in collaborazione con la Presidenza francese, alla quale chiederemo di copatrocinare la conferenza di Roma. Intendiamo utilizzare questo foro come occasione di dialogo con tutti gli attori interessati, compresi gli Stati Uniti d'America, ovviamente, per una riflessione strategica sul piano umanitario, economico, politico e di sicurezza. Questo è il futuro in cui noi crediamo sul vicinato con la regione del Caucaso. Noi non possiamo immaginare una logica di competizione, ma una logica di cooperazione tra la Russia e l'Occidente. Non possiamo avere una gestione con logica a somma zero, in cui diamo qualcosa e togliamo qualcosa; dobbiamo lavorare insieme, altrimenti siamo tutti più deboli. Questa è la nostra volontà. Non pensiamo che «antagonizzare» Mosca sia nell'interesse dell'Italia, dell'Europa e della NATO. Non pensiamo che un futuro da guerra fredda ci aiuti e ci permetta, al di là della necessità di circoscrivere ora la crisi, di guardare a un quadro regionale di sicurezza con più ottimismo. Noi cerchiamo, dunque, la posizione più equilibrata.

 … FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri. Interrompo per un breve annuncio: come temevo, il riconoscimento è stato appena annunciato dal Cremlino.

PRESIDENTE. L'agenzia è appena arrivata…

 … PRESIDENTE. Do la parola al Ministro Frattini per la non facile replica.

FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri. Grazie, presidente. Mi preme innanzitutto sottolineare che, mentre eravamo tutti impegnati in questo estremamente importante e utile dibattito, è intervenuta la decisione del Presidente della Federazione russa, che accolgo con rammarico e che con un'espressione francese definirei regrettable. La complicazione di questo nuovo elemento si aggiunge a un quadro già complicato, anche se si tratta di una decisione di riconoscimento unilaterale che non ha evidentemente alle spalle un quadro di legalità internazionale.
Come evidenziato dai colleghi della maggioranza e dell'opposizione, che ringrazio tutti, questo ci impone tuttavia di mantenere nella nostra agenda una riflessione con il Parlamento su un nuovo quadro strategico di sicurezza e di stabilità per la regione del Caucaso, per le ragioni espresse nella mia introduzione, per le buone ragioni citate da molti di voi e certamente per la necessità unanimemente condivisa anche da coloro che hanno eccessivamente marcato la debolezza dell'Europa.
Credo invece che l'Europa abbia giocato un suo ruolo. Tutti condividono che un quadro di sicurezza e di stabilità imponga una collaborazione tra Occidente, cioè Stati Uniti ed Europa, e la Federazione russa. Considero un grande pericolo per tutti una balcanizzazione della regione caucasica su base etnica, come ribadito da tutti coloro che hanno preso la parola su questo tema, a cominciare dall'onorevole Fassino, giacché si cambierebbe uno dei pilastri del diritto internazionale, quello della cittadinanza, sostituendolo con la base etnica.
Alcuni interventi hanno toccato il tema dei rapporti della Georgia con l'Europa e con la NATO, laddove trattando però di Georgia non si può evitare di parlare di Ucraina. Credo che per confrontarci o per contrastare la Russia non si possa scavalcare il percorso che a Copenaghen stabilimmo per l'allargamento dell'Unione europea, che non sia opportuno accelerare ad altri quattro, cinque o sei Stati il percorso di allargamento solamente a causa del problema con la Russia, mentre alcuni Stati dei Balcani per quelle regole ancora non riescono a presentare la domanda di candidatura, come nel caso della Serbia. La reazione deve essere prudente.
Ringrazio l'onorevole Antonione per aver richiamato l'impossibilità di far entrare tutti dentro l'Unione europea, dentro la NATO. Dobbiamo lavorare per avvicinare i Paesi che hanno una vocazione europea agli strumenti che l'Europa ha già messo a loro disposizione. L'Europa ha messo a disposizione della Georgia come dell'Ucraina accordi di partenariato che all'interno della politica di vicinato danno sostegno politico, economico e interventi operativi non indifferenti.
La Georgia è già membro del Partnership of peace, strumento del quadro NATO, tanto che la NATO al Consiglio del 19 agosto ha deciso di dispiegare gli interventi nell'ambito del partenariato per la pace, non come se quel Paese fosse già membro, ma sulla base degli strumenti che esistono. Gli strumenti ci sono già. L'Europa esiste, la NATO esiste. La Commissione NATO-Georgia non ce la siamo inventata, ma abbiamo seguito il modello che esiste con l'Ucraina nato non sotto un conflitto, ma con l'esigenza di avvicinare l'Ucraina, quando il vertice NATO di Bucarest del dicembre 2007 aveva deciso non sull'adesione, ma sul rafforzamento dei rapporti. Non abbiamo inventato cose.
Non trarrei dunque dalle preoccupazioni la conclusione di fare subito un'Europa con altri 5-6 Paesi membri per contrastare la Russia, errore ancora peggiore del non adottare misure serie invocate dal Presidente Casini, dal Presidente Marini e da altri sulla necessità di rafforzare ad esempio la difesa europea come strumento autonomo per esercitare un ruolo nella politica internazionale.
A questo sono assolutamente favorevole, ma sappiamo che il rafforzamento nella difesa europea è una delle priorità della Presidenza francese, non più la primissima, a seguito dell'esplosione di questa crisi. Tuttavia lo era, e tutti eravamo concordi sul fatto che l'Europa diventasse finalmente produttore di sicurezza e non solo consumatore, insieme agli americani.
Al senatore Cabras, che cita alcune analisi che riguardano il passato, devo rispondere con franchezza, condividendo una sua analisi, che l'Occidente ha commesso l'errore di umiliare la Russia per almeno dieci anni, dal 1991 all'inizio degli anni 2000, chiedendole di essere grande fornitore di energia, di costituire una grande opportunità di business per le nostre imprese, senza giocare un ruolo politico. Questo è stato un errore. Dovevamo prevedere che la Russia covasse una frustrazione che adesso sta esplodendo. Si è trattato di un errore di valutazione, che abbiamo commesso tutti insieme.
Ce ne siamo accorti al vertice di Bucarest, nel dicembre 2007, quando per la prima volta la Russia ha reagito in termini di provocazione frontale all'ipotesi di fare entrare l'Ucraina e la Georgia nella NATO. È stato quello il punto di svolta, in cui la NATO e l'Europa si sono rese conto che, dopo dieci anni di partenariato, la Russia cominciava a rivendicare un ruolo, che non credo, onorevole Guzzanti, debba essere da superpotenza, antagonista degli Stati Uniti d'America.
Ritengo che gli Stati Uniti resteranno l'unica superpotenza globale, e che non sia sbagliato. Non posso immaginare, però, che il ruolo che svolge la Federazione russa in tutti gli scacchieri citati, compreso il ruolo di contenimento del fondamentalismo islamico, facciano della Russia una potenza secondaria, aspetto non condivisibile.
Gli argomenti dell'onorevole Nirenstein dell'eccitazione jihadista e dell'estremismo islamico inducono a chiedersi se sia opportuno lasciare la Russia nelle braccia dell'eccitazione jihadista, al solo scopo di indebolire gli Stati Uniti d'America. Questo non è il nostro gioco. Dobbiamo tenere collegata all'Occidente la Federazione russa per non indebolire l'Alleanza atlantica, gli Stati Uniti e l'Europa a favore del fondamentalismo islamico. Si tratta di un ulteriore argomento per non lasciarla alla deriva rompendo il rapporto con la NATO, che abbiamo faticosamente iniziato a costruire.
Il 19 agosto la NATO ha tenuto presente questi argomenti. Quando colleghi particolarmente duri nei confronti della Russia, come il collega polacco o il lituano, prendendo la parola hanno detto di non voler sopprimere il Consiglio NATO-Russia, mi sono complimentato, perché avevano capito come non fosse interesse dei Paesi più esposti rompere il rapporto NATO-Russia, sebbene soffrano più di altri la presenza forte e invadente nei loro confini della Federazione russa. Il Consiglio NATO ha dunque maturato unanimemente questa proposta, che l'Italia aveva caldeggiato fin dal primo momento. Personalmente, avevo spiegato alla signora Rice le buone ragioni di alcuni Paesi europei, e quella è stata la decisione. Non banalizziamo quindi un discorso importante e profondo.
Onorevole Orlando, comprendo le sue preoccupazioni e le condivido per quanto riguarda la difesa europea, come ho già detto riferendomi all'intervento del Presidente Marini. Non vedo però un'Unione europea distinta dalla NATO nel garantire la sicurezza, ma credo che la difesa europea e la difesa della NATO debbano essere indissolubilmente legate, quanto meno per evitare sovrapposizioni e per dispiegare i nostri interventi nel modo migliore.
Ecco perché (come avevo detto, magari troppo rapidamente) il 5 e 6 settembre valuteremo l'ipotesi che una missione di peacekeeping europea, proprio una missione PESD europea, possa intervenire in quell'area. Ne cominceremo a discutere su una relazione che Javier Solana ci farà ad Avignone il 5 e 6 settembre. Tuttavia, c'è un piccolo particolare, onorevoli colleghi: per fare questo e per inviare soldati è necessaria una risoluzione delle Nazioni unite. E come è possibile ottenerla se la Russia pone il veto? Ecco che torniamo al punto che queste cose non si possano fare contro, ma si debbano fare con la Federazione russa. Vogliamo un peacekeeping che non sia solo russo, perché è ovvio che la Russia è parte interessata direttamente e non può essere peacekeeper. O meglio, essa può essere anche peacekeeper, ma non come lo è stato fino al 5 agosto scorso.
È evidente, tuttavia, che con un peacekeeping assistito da una risoluzione del Consiglio di sicurezza in presenza del veto della Russia non andiamo da nessuna parte. Questo - scusate la brutalità - vuol dire che dobbiamo lavorare insieme. Non possiamo immaginare grandi idee di difesa europea, se poi non abbiamo lo strumento di legalità internazionale. .
Noi accelereremo per la Georgia i programmi europei. Non credo che la struttura dell'Unione euromediterranea possa accogliere la Georgia, ma certamente abbiamo una dimensione della strategia di vicinato ad est, e questo è l'altro obiettivo che entro dicembre presenteremo con la Presidenza francese. In quella dimensione - la dimensione del Mar Nero, la dimensione caucasica - certamente la Georgia si può e si deve inserire.
Ecco perché l'idea della Conferenza di Roma non riguarda solo la Georgia. Abbiamo pensato anche all'Armenia e all'Azerbaigian. Georgia, Armenia e Azerbaigian sono i tre grandi Stati caucasici. Abbiamo già contattato - l'ho fatto io, rivolgendomi al Ministro Babacan - la Turchia, che deve essere parte di quella Conferenza. Le grandi frontiere della Turchia sul Mar Nero ci permettono di dire che o questo Paese gioca con noi oppure un quadro di stabilità - pensate ai rapporti tra Turchia e Armenia - non si potrà realizzare.
Ancora una volta non si può, con un


Luogo:

Roma

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