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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

17/09/2008


Dettaglio intervento

RESOCONTO STENOGRAFICO della 58° seduta pubblica al Senato della Repubblica

17/09/2008


FRATTINI, ministro degli affari esteri. Signor Presidente, onorevoli senatori, certamente in questa fase segnata dalla grave crisi internazionale di agosto nel Caucaso, e quindi da una nuova complessa fase delle relazioni tra la Russia e l'Occidente, nonché dall'imminente apertura dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite e da alcuni appuntamenti che ci saranno presso le varie istituzioni dell'Unione europea, il complesso scenario di fronte al quale si trova la diplomazia italiana rende estremamente importante questa ulteriore informativa che svolgo dinanzi al Parlamento.
Inizierei, signor Presidente, dalla crisi nel Caucaso, che ha visto nell'ultimo mese qualche importante passo avanti dopo momenti - all'inizio del mese di agosto - nei quali molti attori internazionali disperavano di poter fermare quella che appariva davvero una guerra regionale incipiente.
Ho avuto una prima opportunità di illustrare al Parlamento - alle Commissioni affari esteri riunite il 26 agosto scorso - qualche sviluppo di questa situazione e la linea del Governo italiano. Dal quel momento, dal 26 agosto, non sono passati molti giorni, ma alcuni importanti passi sono stati compiuti.
Quali sono gli obiettivi dell'azione del Governo italiano in questa vicenda? Lo dico con grande chiarezza, onorevoli senatori, noi non vogliamo, né possiamo permetterci in alcun modo di ritornare ad una situazione di confronto negativo, da guerra fredda, con la Federazione russa, che èpartner ineludibile sul piano bilaterale con l'Italia, sul piano europeo e sul piano internazionale.
Cito soltanto i titoli di tre grandi dossier per i quali una collaborazione positiva con la Federazione russa è indispensabile: innanzitutto il «Dossier Afghanistan». Qualcuno immagina di poter sostituire un partenariato per la sicurezza in Afghanistan con il sorvolo dei nostri aerei e con il rifornimento delle nostre truppe attraverso l'Iran? Credo che nessuno lo immagini; perciò la collaborazione sul terreno è indispensabile.
Vorrei citare poi il «Dossier nucleare iraniano», che stiamo dimenticando in queste settimane, mentre l'Iran continua ad arricchire l'uranio. Ebbene, una situazione di confronto negativo con la Russia sarebbe colta certamente in modo positivo da coloro che in Iran stanno accelerando il percorso e desiderano cogliere questa opportunità - come avete visto dall'ultimo infruttuoso tentativo del mio collega tedesco di incontrarsi con il Ministro degli esteri iraniano - per rifiutare ancora una volta un negoziato serio, bloccando l'arricchimento dell'uranio.
Infine, il «Dossier Medio Oriente»: qualcuno può pensare che si possa fare a meno della Russia, che è uno dei quattro membri del quartetto, se vogliamo la pace in Medio Oriente?
Ecco la ragione di fondo. Allo stesso tempo, però, dobbiamo essere fermi, come siamo stati, nel difendere i princìpi democratici dell'Unione europea, i nostri valori occidentali e, in particolare, il rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale di ogni Stato libero - in questo caso della Georgia - e nel sostenere l'inaccettabilità dell'idea che si possa tornare nello spazio ex sovietico, come in qualsiasi altra area del mondo, ad una logica di sfere di influenza esclusive, in cui una potenza domina e controlla tutti gli Stati della regione.
Credo che la fine della Guerra fredda, l'interdipendenza e la globalizzazione, che uniscono gli attori e gli Stati del mondo, rendano oggi anacronistica questa visione. Ecco perché con grande chiarezza abbiamo contribuito a costruire attivamente e abbiamo sostenuto l'azione comune dell'Unione europea.
Lo spazio dove prima era l'Unione Sovietica rappresenta oggi un vicinato comune, in cui Federazione russa e Europa devono lavorare insieme. È un vicinato comune che dobbiamo costruire nella stabilità e nel processo delle istituzioni democratiche, cogliendo semmai le opportunità di una regione che mostra segni di dinamismo, che non possiamo soffocare con un ritorno alla logica di blocco contro blocco.
Abbiamo rivendicato questa linea di equilibrio. Credo che fosse e che sia la linea giusta: da un lato ribadire la solidarietà con gli alleati europei e con l'alleato atlantico, la NATO e gli Stati Uniti d'America, e la nostra volontà che la Russia si fermi e rispetti le regole del diritto internazionale e l'integrità del territorio di ogni vicino; ma al tempo stesso mantenere un rapporto aperto e - io spero - sempre più costruttivo con la Federazione russa. In caso contrario si tornerebbe indietro nella storia di vent'anni, certamente indietro rispetto a quel vertice di Pratica di Mare che, grazie al Governo italiano, nel 2002 ha fatto sedere per la prima volta Russia e NATO intorno ad uno stesso tavolo per lavorare insieme.
Il Presidente del Consiglio ha difeso questa linea nel Consiglio straordinario europeo del 1º settembre. Credo che quella linea, adottata poi dal Consiglio straordinario e unanimemente approvata dai Capi di Governo, sia stata la giusta base, che ho potuto illustrare personalmente in una missione che ho compiuto a Tbilisi e il giorno dopo a Mosca, esattamente alla vigilia del Consiglio informale dei Ministri degli esteri di Avignone. Sia a Tbilisi, sia a Mosca ho raccolto l'apprezzamento per l'Italia e per quello che abbiamo fatto.
Ricordo a molti colleghi che lo sanno già e anzitutto a me stesso che l'Italia è il primo contributore per l'aiuto umanitario in Georgia. La Croce Rossa italiana ha condotto un'azione sul posto a partire dal 17 agosto, quando nessuno era ancora andato in quella regione. La Georgia sa, riconosce e apprezza. Allo stesso modo, però, Mosca sa che l'attività del Governo di Roma è stata decisiva affinché l'Europa, ferma la posizione chiara sul rispetto delle regole internazionali, decidesse di non interrompere le relazioni e - soprattutto - di non seguire quelle voci, invero minoritarie, che invocavano sanzioni contro la Federazione russa.
Questa posizione è diventata la linea dell'Unione europea, che si è tradotta in un documento firmato a Mosca e a Tbilisi dai due Presidenti e che oggi noi dobbiamo applicare.
La dobbiamo applicare a partire dalla decisione, presa a tempi di record, dell'Unione europea di impegnarsi con una missione per garantire la pace e la stabilità nella fascia di confine tra le regioni secessioniste della Abkhazia e dell'Ossezia del Sud e la Georgia. Una missione alla quale l'Italia partecipa con convinzione, visto che dei 200 operatori peacekeeper europei, ben 40, che costituiscono il secondo contingente dopo quello della Francia, che ha la Presidenza di turno dell'unione europea, sono italiani.
Credo che i punti chiave saranno due: il ritiro delle forze russe dall'intera area di sicurezza temporanea dieci giorni dopo il dispiegamento della missione, che avverrà, come sapete, entro il 1° ottobre; il rientro delle forze militari georgiane nelle loro caserme, con il ritorno quindi alla situazione preesistente al 7 agosto, e il non uso della forza da parte georgiana. Questi sono impegni chiave, dei quali valuteremo il rispetto. In merito al primo dei due posso dire che il ritiro delle forze russe dalla zona del porto di Poti è già in corso ed in via di completamento, secondo quanto stabilito nell'accordo firmato dal presidente Sarkozy a nome dell'Unione europea.
Come sapete abbiamo sostenuto con forza l'apertura di un'inchiesta internazionale sui fatti. L'Italia si è battuta perché un'indagine internazionale indipendente, delle cui caratteristiche inizieremo a discutere presto, facesse luce sui fatti, sugli svolgimenti iniziali e su quelli successivi. Al tempo stesso, abbiamo condiviso la convocazione a Ginevra, il 15 ottobre prossimo, di una Conferenza internazionale sugli assetti che riguardano il futuro di alcuni temi: la sicurezza e la stabilizzazione dell'area, nonché l'emergenza dei rifugiati. È evidente che questa decisione aprirà una fase molto delicata e complessa perché, come sapete, la Russia ha dichiarato di non voler retrocedere sulla dichiarazione di indipendenza delle due Repubbliche secessioniste, ma ha accettato la propria partecipazione alla Conferenza di Ginevra.
Cosa fare ora: vigilare sul rispetto dell'accordo europeo; avviare la Conferenza di Ginevra in tempi rapidi; garantire alle forze di pace europee il pieno controllo di quell'area di sicurezza temporanea; non interrompere il dialogo tra la NATO e la Federazione russa né i negoziati sull'Accordo di partenariato Russia-Unione europea, che abbiamo firmato prima delle ferie estive.
Questi sono atti importanti, che verranno accompagnati da una politica di forte sostegno all'avvicinamento della Georgia all'Unione europea. Sosteniamo una dinamica più rapida nella politica dei visti e l'avvio di un dialogo per una zona di libero scambio Georgia-Unione europea. Riteniamo però che non sia possibile, se non vi saranno le condizioni stabilite dall'acquis europeo, offrire questi risultati senza avere nulla in cambio. Un accordo sui visti deve accompagnarsi ad un accordo di riammissione per gli immigrati clandestini. Un passo avanti nella zona di libero scambio deve accompagnarsi a processi georgiani verso il libero mercato e la lotta alla corruzione. Siamo in una dinamica europea. Non possiamo costruire una via speciale di preadesione o di adesione all'Unione europea.
Questo è un passo che dimostra l'equilibrio dell'Unione europea che guarda a questi vicini, li invita ad avvicinarsi ma chiede loro dei passi in avanti che ancora debbono essere compiuti.
Infine, su questo tema, l'Italia vuole contribuire - ed abbiamo confermato l'organizzazione di una conferenza di carattere internazionale a Roma il 13 novembre prossimo, per contribuire alla discussione in corso. Ci sono molte iniziative relative al quadro regionale. Vi sarà una conferenza dei donatori a Bruxelles. Noi vogliamo dare un contributo, invitando tutti gli attori internazionali (l'ONU, la NATO, l'Europa, ovviamente gli Stati Uniti, la Russia, la Georgia) tutti coloro cioè che, oltre ai membri dell'Unione europea e ai partner della zona caucasica, possano ragionare e dare un contributo.
Passo ad un secondo tema estremamente importante ed attuale, quello del Medio Oriente. Ho avuto occasioni recenti di incontro e di visita in alcuni importanti Paesi. Penso in particolare allo Stato d'Israele. Stanotte sarò a El Cairo per un incontro bilaterale che domani mi impegnerà con il presidente Mubarak e con il Primo ministro ed il Ministro degli esteri egiziani. Oggi ho avuto una ulteriore occasione di incontro con il Ministro, responsabile per il welfare e per l'antisemitismo israeliano invitato a Roma. In Medio Oriente l'Italia contribuisce con convinzione allo sviluppo del processo di Annapolis. Abbiamo avuto occasioni importanti - prima la mia visita nei territori a Ramallah, poi la visita del presidente Abu Mazen a Roma, gli incontri con i leader israeliani per confermare il nostro forte sostegno alla prosecuzione del negoziato per la pace.
Abbiamo salutato il processo di Doha per la riconciliazione in Libano, che sta portando per la prima volta un dialogo interno delle varie fazioni libanesi ed ha portato ad un primo risultato che vedo significativo; un segno di disgelo tra Siria e Libano. Il Ministro degli esteri siriano che ho invitato a Roma qualche giorno fa conferma l'impegno anche della Siria, che dobbiamo verificare con i risultati concreti ovviamente ma che è da considerarsi in termini politici di dinamiche positive. Per il processo di pace, ovviamente, vi è una inquietudine connessa alla situazione politica e di Governo in Israele; un'inquietudine connessa alla fase di transizione verso le elezioni americane, una domanda circa la forza del presidente Abu Mazen di reggere il confronto interno rispetto, ad esempio, alla pressione di Hamas, malgrado gli sforzi notevoli con l'impegno egiziano per garantire un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza.
A tutte queste inquietudini il Governo italiano risponde dicendo che occorre far emergere, se ve ne sono - ed io credo ve ne siano - i punti di accordo che sinora si sono raggiunti. Vi è in altri termini l'idea di qualcuno: finché tutto non è concordato, nulla è concordato.
In questa fase delicata forse questa tesi è più pericolosa che utile perché dà l'impressione che non vi sia accordo su niente. Allora lo sforzo che gli israeliani da un lato ed il presidente Bush dall'altro stanno facendo per incoraggiare le parti, quanto meno a mettere nero su bianco le linee già concordate in questi mesi pazienti di negoziato, è una soluzione, un auspicio che condivido e che il Governo italiano condivide.
Mi auguro che gli israeliani ed i palestinesi abbiano la forza di scrivere un documento (chiamiamolo come vogliamo, memorandum, understanding, ma non paper) per indicare su quali punti le parti si sono avvicinate. Sarebbe un segnale importante che darebbe anche il testimone alla nuova amministrazione americana ed al nuovo Governo israeliano per definire che cosa è stato fatto e per evitare di cominciare ogni volta da zero. Questa è la tesi che credo vada sostenuta e che l'Italia sostiene.
In questo lavoro l'Europa deve incoraggiare anche gli altri attori regionali; deve incoraggiare il Libano a completare un processo di riconciliazione interna, che deve necessariamente comprendere non soltanto il regolamento dei confini con la Siria ma, in prospettiva, l'apertura di un negoziato con Israele. Credo sia importante riconoscere che dopo l'apertura del negoziato Siria-Israele, che viene condotto in modo indiretto con la mediazione molto utile della Turchia, anche Libano ed Israele ragionino sulla necessità - che io avverto - di aprire tra loro un negoziato.
Tutto ciò deve ovviamente accompagnarsi al processo di riconciliazione nazionale libanese, di cui vorrei sottolineare un aspetto tra i tanti: il ruolo del presidente Sleiman quale garante di tutte le parti, che noi sosteniamo con convinzione, insieme al Governo da lui nominato del primo ministro Siniora, e, in questo ambito, il dialogo tra tutte le parti sull'uso legittimo della forza all'interno del Libano, su chi sia il titolare dell'uso della forza all'interno del Paese (e credo sia l'esercito libanese quello legittimo e legittimato). È chiaro che ciò richiede un dialogo paziente, ma pensiamo che dopo l'approvazione del programma del Governo Siniora, il 12 agosto scorso e l'apertura di un dialogo in queste ore, malgrado, come voi sapete, il sabotaggio dei nemici della pace, che soltanto tre giorni fa hanno assassinato un attore positivo di questo esercizio, un parlamentare libanese, il processo di riconciliazione libanese debba andare avanti.
Noi sosteniamo il ruolo italiano in Libano, il ruolo che le nostre forze di pace hanno svolto. Abbiamo ottenuto un riconoscimento importante alla proroga della missione fino al prossimo anno (31 agosto 2009); è corrisposta la proroga del mandato di comando al generale Graziano, decisa pochi giorni fa, fino al 28 gennaio 2010. Il riconoscimento che è stato dato in questo modo al comandante italiano credo sia motivo di soddisfazione.
Un'ultima parola su questo tema in merito alla Siria, che evidentemente deve diventare attore politico positivo. Essa può oggi fare una scelta, una scelta che noi le offriamo di fare: essere nostro interlocutore continuando il negoziato con Israele e passando al negoziato diretto, non più solo indiretto, con quest'ultimo, abbandonando quella logica di sostegno acritico all'Iran che ha determinato nel passato un distacco della Siria dalla comunità occidentale e dall'Unione europea. Vogliamo fare un appello alla Siria, che io ho già indirizzato al ministro Moallen, quello di essere positiva non solo, come sta facendo, con le intenzioni ma anche in alcune azioni che noi ci aspettiamo da essa. Debbo dire che dal ministro Moallen ho avuto parole di rassicurazione che svilupperemo in un dialogo nei prossimi mesi.
Il terzo tema che vorrei affrontare e che è stato evocato prima dell'inizio del mio intervento riguarda la Libia. Su impulso del Presidente del Consiglio abbiamo accelerato la definizione del negoziato, aperto ormai da molto tempo, con la Libia, per arrivare ad un accordo di amicizia e di collaborazione che il presidente Berlusconi ha firmato il 30 agosto scorso a Bengasi.
Tra gli obiettivi del Trattato di amicizia vi è la volontà di chiudere definitivamente alcuni capitoli del passato, risolvendo numerosi contenziosi bilaterali e ponendo fine ad una lunga fase che era stata avviata molto tempo fa, ma forse per la prima volta in modo compiuto nel 1998 dal presidente Dini, con la firma del comunicato congiunto che aprì la strada all'accelerazione di un percorso teso a mettere a punto i problemi in sospeso.
L'altro obiettivo del Trattato è quello di creare un quadro giuridico al fine di inaugurare una nuova fase di relazioni bilaterali sulla base di un rapporto che la leadership libica e il Presidente del Consiglio italiano hanno definito speciale e privilegiato, basato sulla pari dignità e sul rispetto reciproco.
Ci siamo impegnati a contribuire, nei prossimi venti anni, a progetti infrastrutturali di base da concordare tra i due Paesi e a realizzare alcune iniziative speciali - che abbiamo voluto aggiungere rispetto al documento firmato nel 1998 dal presidente Dini - dirette in modo immediato e visibile alla popolazione libica ad aiutare i più deboli: mi riferisco alla contribuzione alla costruzione di case per i più bisognosi o all'assegnazione di borse di studio universitarie a giovani meritevoli che potranno venire a studiare nelle università italiane.
A fronte dei suddetti impegni l'Italia si attende da Tripoli una collaborazione molto più efficace che in passato sul fronte della prevenzione e del contrasto al traffico di esseri umani e all'immigrazione clandestina, ivi compreso il pattugliamento congiunto dello spazio marittimo mediterraneo e un rafforzamento del partenariato energetico, economico e industriale che già esiste secondo la tradizione bilaterale italo-libica.
Un altro tema importante che non abbiamo dimenticato è quello dei crediti delle aziende italiane: esso sarà affrontato con un negoziato parallelo che ci siamo impegnati a svolgere, a fronte di un impegno già assunto dalla Libia a riconoscere un pagamento complessivo di 450 milioni di euro alle aziende italiane che vantano crediti. Tuttavia, poiché su questo importo non c'è stato accordo da parte italiana, la Libia ha accettato di continuare il negoziato, laddove il nostro fine ovviamente è quello di ottenere un risultato più favorevole per l'Italia.
È stata inoltre evocata la questione degli indennizzi a favore dei cittadini italiani che sono stati espulsi dalla Libia, ma è un tema che va affrontato con legge nazionale. Come sapete, ci siamo impegnati già in passato a farlo e confermo la volontà del Governo a discuterne positivamente in Parlamento per individuare una soluzione soddisfacente, anche se per onestà devo riconoscere che difficilmente potremo pagare fino all'ultimo euro: sarà comunque una soluzione soddisfacente ed adeguata per i crediti indennitari vantati dai nostri concittadini espulsi molti decenni fa.
Un altro tema importante dell'accordo Italia-Libia che ha destato l'attenzione di molti si riferisce a quell'articolo del Trattato che impegna le parti ad astenersi da qualunque forma di ingerenza e che, nel rispetto dei principi di legalità internazionale, impegna le parti a non usare, né consentire l'uso dei territori per compiere atti ostili nei confronti dell'altra parte.
Bisogna leggere questo trattato ovviamente; conoscerlo. La Presidenza del Consiglio ha già chiarito quale sia il contenuto di tutto questo.
Quel riferimento ai principi della legalità internazionale implica ovviamente la conferma di tutti i trattati multilaterali di cui il nostro Paese è parte.
Poi mi permetto di dire: tutti i colleghi senatori certamente sanno che il riferimento al trattato NATO era ulteriormente improprio perché il trattato NATO è difensivo e non offensivo. È chiaro che noi parliamo dell'impegno a non compiere atti aggressivi e il riferimento al trattato NATO, a cui noi siamo ovviamente vincolati, era del tutto improprio.
Questa firma caratterizza in modo importante i nostri rapporti bilaterali. Sono certo che essa si inserisca nel riorientamento strategico della Libia che vuole essere attore collaborativo con i partner occidentali. Non vi sarà sfuggita la visita, anch'essa storica, del segretario Condoleezza Rice a Tripoli il 5 settembre scorso.
Il quarto tema cui voglio accennare rapidamente è l'Afghanistan. Siamo preoccupati per l'evolvere della situazione di sicurezza in Afghanistan. Rispetto allo scorso anno, nel gennaio-luglio 2008 abbiamo registrato un incremento di attacchi di oltre il 67 per cento. È una situazione che ci preoccupa, anche se la regione che è di più diretto interesse per le Forze di pace italiane, la provincia di Herat, ha subito proporzionalmente un numero più limitato di attacchi malgrado recentemente, il 7 settembre, un convoglio italiano sia stato colpito senza che si siano verificati fortunatamente danni per i nostri soldati. Ci sono dei passi avanti in Afghanistan: alcuni servizi ai cittadini stanno migliorando dall'istruzione alla sanità; il PIL è cresciuto; il drammatico fenomeno della coltivazione dell'oppio si è attenuato; le Nazioni Unite ci dicono nell'ultimo rapporto che c'è stata una contrazione del 19 per cento nell'ultimo anno. È un dato positivo, anche se si può fare di più.
Cosa occorre fare? Innanzitutto occorre accompagnare verso le elezioni presidenziali della primavera 2009 e le elezioni parlamentari del 2010 la leadership afghana, rafforzare il presidente Karzai, chiedergli di più in termini di lotta alla corruzione, accompagnare le elezioni con un processo trasparente, libero e democratico.
La seconda cosa da fare è un ancora maggiore attività di coordinamento tra i contingenti nazionali della missione di pace.
L'Italia ha dato segnali di voler contribuire a questo sia con la presenza sul territorio sia con la formazione delle Forze di sicurezza afghane sia per la caratteristica che a noi preme forse di più: il miglioramento delle capacità afghane di assumere il controllo pieno delle loro istituzioni, della sicurezza, dello Stato di diritto, della governance. Parlo, insomma, del processo che con una brutta parola è stato definito afghanizzazione dell'Afghanistan; in altre parole, diamo alle autorità afghane più forza per assumere in ogni area del territorio afghano il pieno controllo del territorio.
La terza cosa che occorre è preoccuparci della situazione regionale che include il Pakistan. Noi pensiamo che ai confini tra Pakistan e Afghanistan vi sia uno dei peggiori focolai di crisi per l'instabilità della regione.
Ed allora, contiamo sulla nuova leadership pakistana, affinché si impegni con l'Afghanistan e con la Comunità internazionale a lavorare alla stabilizzazione della Regione: la stabilizzazione dell'Afghanistan soltanto non basta di certo. Posso dire, onorevoli senatori, che, come Presidenza del G8, organizzeremo un esercizio politico a livello ministeriale con i Paesi del G8 e con gli attori regionali interessati proprio alla stabilità dell'area che include Pakistan e Afghanistan.
Il quinto tema - lo tocco rapidissimamente - è l'Iraq: la necessità di contribuire alla stabilizzazione e ai progressi è evidente. Voglio solo dire che l'Italia è oggi di gran lunga il primo contributore alla missione di addestramento NATO alle forze di sicurezza irachene. Gli iracheni ce ne sono grati: ci hanno detto molte volte - lo dico a voi, ancora una volta, con orgoglio - che le forze di polizia irachene formate dai nostri Carabinieri sono quelle che meglio di ogni altra riescono a lavorare sul terreno (Applausi dai Gruppi FI e PD). Dobbiamo dirlo per gratitudine a coloro che svolgono questo compito così importante.
Il sesto tema è l'Assemblea generale dell'ONU, che si apre densa di appuntamenti: noi saremo lì, il Presidente del Consiglio ed io. Trai molti appuntamenti, ce n'è uno che voglio ricordare: si tratta di una riunione del Consiglio di sicurezza, di cui l'Italia fa parte, che è estremamente importante per esaminare a fondo al Consiglio di sicurezza il grande tema del Governo delle situazioni di crisi e di prevenzione dei conflitti, con particolare riferimento al contenente africano. Il Burkina Faso è oggi Presidente di turno del Consiglio di sicurezza e ci propone questa riunione ministeriale che giudico importante.
Lavoriamo ad un ragionamento consensuale sulla riforma delle istituzioni dell'ONU, non solo del Consiglio di sicurezza. Come sapete (la posizione italiana è ben nota), riteniamo che sul Consiglio di sicurezza si possa lavorare, ma nel quadro delle altre istituzioni dell'ONU, che vanno profondamente riformate. E se un domani si parlasse del Consiglio di sicurezza, resto sempre dell'idea che l'Unione europea in quanto tale e che il seggio europeo in quanto tale potrebbero costituire davvero una prospettiva di grande modernizzazione.
L'ultimo tema, signor Presidente, riguarda il Trattato di Lisbona e l'Unione europea. Non credo, sfortunatamente, che il Trattato entrerà in vigore prima delle elezioni europee del 2009. Sono grandemente preoccupato, perché vedo difficoltà, soprattutto da parte dei nostri amici irlandesi a proporre - come noi desideriamo - soluzioni entro ottobre, da tradurre in proposte concrete che vengano incontro ai cittadini irlandesi che hanno votato, ma che, al tempo stesso, non costituiscano un'Unione europea à la carte, dove ognuno prende qualcosa e lascia quello che non gli interessa. Vedo un dibattito forte nella Repubblica ceca ed una discussione profonda in Polonia; mi auguro che il risultato dell'Italia, di cui andiamo orgogliosi, ossia l'approvazione unanime della ratifica, sia di esempio per quelli che non hanno ancora ratificato.
Ma l'Europa non si ferma, onorevoli senatori: lavoreremo per adottare ad ottobre il documento energetico dell'Unione europea, la strategia di politica energetica comune dell'Europa. Lavoreremo per approvare a dicembre il patto europeo sull'immigrazione: questi sono due temi che toccano al cuore la vita dei cittadini.
Sono temi che rispondono ai desideri della gente, ai quali aggiungerei un riferimento alla difesa comune europea: è un'altra delle grandi priorità concrete. Mentre lavoriamo perché il Trattato di Lisbona entri in vigore il più presto possibile, non dimentichiamo che la vita dell'Europa prosegue sull'immigrazione, sulla sicurezza, sulla difesa europea, sull'energia. Vi ringrazio. (Applausi dai Gruppi PdL e PD e del senatore Astore).


Luogo:

Roma

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