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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

25/08/2008


Dettaglio intervento

LE CONDIZIONI DELLA PACE
 
Lunedì, 25 agosto 2008, ore 17

Partecipano: Franco Frattini, Ministro degli Affari Esteri, Amre Moussa, Segretario Generale della Lega degli Stati Arabi, S.Em. Card. Jean-Louis Tauran, Presidente Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.

Moderatore: Mario Mauro, Vice Presidente Parlamento Europeo.


FRANCO FRATTINI:
Grazie. Grazie molte, Mario. E’ sempre un’emozione per me, una gioia ritrovarmi qui al meeting a parlare di questioni importanti che toccano la vita, direi i valori fondanti di tutti noi ed è un’emozione particolare farlo quest’anno dopo il nostro rientro al Governo e mio al Ministero degli Esteri. Sono qui oggi a parlare di un tema così centrale per il destino del mondo come il significato della pace, e mi permetto di dire con tre amici. Uso questa espressione con rispetto verso Sua Eminenza Tauran, che ebbi l’onore di incontrare nel 2002, quando era responsabile delle relazioni estere del Vaticano, mentre io ero Ministro degli Esteri, e il Vice-Presidente del Parlamento Europeo, Mario Mauro, amico di vecchia data. E il vecchio amico Amre Moussa, Segretario Generale della Lega Araba, con il quale tante volte abbiamo parlato di pace in Medio -Oriente, e di cui tante volte ho apprezzato l’equilibrio, la moderazione e la saggezza. Cari amici, parlare di pace certamente oggi ha un significato speciale, perché mi rivolgo a voi, ad un’assemblea, ad un meeting in cui ci sono giovani, donne e uomini che non appartengono al mondo delle istituzioni alle quali spesso ci rivolgiamo intorno alle tavole dei Consigli dei Ministri o nei dibattiti accademici. E allora potremo parlare forse con ancora maggiore sincerità e con un po’ più di cuore, perché si tratta di temi che stanno infiammando il mondo, che stanno infiammando il nostro Mediterraneo: la pace in Medio –Oriente, che ancora non arriva e che sarebbe il punto di svolta per affrontare questa regione come una regione di pace, di sviluppo e di prosperità. Mi riferisco anche alle crisi che infiammano l’Africa, che infiammano ormai purtroppo l’Est-Europeo. L’infiammare della crisi nel Caucaso ci riporta con drammaticità ad una regione che è vicina a noi, che noi amiamo, che noi abbiamo seguito come Italia, a cui siamo vicini come Europa; per non parlare di quella realtà che ancora è tragica, che tra l’Afghanistan e il Pakistan semina ogni giorno morti innocenti. Ecco che per tutte queste ragioni parlare di pace oggi non vuol più dire affrontare questo o quello scenario di crisi ma vuol dire, a mio avviso, porsi degli interrogativi senza avere la presunzione di dare risposte su che cosa voglia dire davvero parlare di pace. Io ho delle idee, che chiaramente posso mettere a disposizione di questo dibattito, dicendo innanzitutto che la parola pace fu, non dimentichiamolo mai, l’obiettivo, il primo obiettivo politico, dei padri fondatori dell’Europa. Dopo la catastrofe della II Guarra Mondiale, quando i padri fondatori illuminati, penso al nostro Alcide de Gasperi, a Schuman, lanciarono l’idea di un’Europa che doveva nascere dalla devastazione della guerra, loro dissero: anzitutto pace, mai più guerra. Questa Europa che non tanti amano ci ha dato 50’anni di pace, ci ha regalato questo bene prezioso che noi diamo per scontato. Ma quando guardiamo i carri armati nel Caucaso ci accorgiamo che la pace è un bene veramente prezioso: il fatto che per 50 anni, e per i prossimi, e per i prossimi ancora continueremo a goderla in territorio Europeo, sia davvero un regalo straordinario che questa Europa che non tutti amano e che non tutti conoscono ci ha dato. Partiamo da lì, che cosa vuol dire pace? Vedete, io sono convinto che oggi, in un momento molto complesso come è questo, pace non voglia dire soltanto, ed è la mia prima riflessione, l’assenza di un conflitto. Quanti sono i paesi del mondo che vivono in regimi dittatoriali o semi-dittatoriali che formalmente garantiscono l’assenza di un conflitto? Possiamo dire che quello sia uno stato di vita buono, per i cittadini, per le persone che ci abitano? Certamente no. Allora forse cominciamo ad elaborare un concetto di pace che vada un po’ oltre quello di assenza di guerra in senso tradizionale e diciamo che forse la pace è oggi la garanzia di accesso di tutti al godimento dei diritti fondamentali della persona. Questo è quello che noi possiamo intendere nel momento in cui la globalizzazione si afferma, come il diritto alla vita e alla dignità umana, l’esercizio delle libertà civili, la solidarietà, la tolleranza, l’eguaglianza tra le donne e gli uomini. Questi sono valori che si aggiungono e che fanno di questo concetto di pace un concetto più approfondito, meno tradizionale di quello che forse abbiamo sinora declinato. E vedete, io parlo di questo perché nei conflitti, quelli tradizionali e quelli che nascono dalla mancanza di diritti, alla fine le vittime sono persone umane, e sono soprattutto le categorie più deboli, sono i bambini, sono le donne, sono gli anziani. Ecco perché io credo che ripartire dalla persona umana e dai suoi diritti sia il modo giusto per affrontare questo dibattito per costruire un’etica dello sviluppo nell’era della globalizzazione, che ponga la persona umana, con i suoi valori e con i suoi diritti, al centro della scena. Questa è una lezione che tutti, nella politica estera, dovremmo imparare e avere sempre davanti a noi come un decalogo. Ma per la pace ci vuole il dialogo, ci vuole la comprensione, soltanto chi non si comprende o chi non si vuole comprendere viene visto con preoccupazione, magari con timore, magari con un senso di diffidenza per l’altro, per chi non è come te, allora anche qui, come interpretiamo questo concetto di dialogo, di cui tanti parlano e probabilmente di cui pochi declinano la vera sostanza: per avere un dialogo reale bisogna innanzitutto avere la volontà di dialogare. Se non c’è dialogo, il dialogo non si può imporre, né si possono porre sul tappeto conclusioni preconfezionate, dicendo: questi sono i nostri grandi valori, prendere o lasciare, né tanto meno sui possono ignorare le ragioni dell’altro. Il dialogo presuppone la capacità di comprendersi, di capire le ragioni dell’altro. Allora oggi noi abbiamo una grande esigenza di costruire questo nuovo metodo di dialogo. Vedete per fare questo occorrono, a mio avviso, due cose: innanzitutto il rispetto per il nostro interlocutore. Se noi abbiamo, come abbiamo, come grande assoluto valore la persona umana, il nostro interlocutore in quanto persona umana merita rispetto, deve essere ascoltato, e noi chiediamo che lui ascolti noi. Questa è la prima condizione, la parità tra tutti gli interlocutori. Cerchiamo di fare un passo avanti dalla vecchia logica, chiamiamola così, di collaborazione, ad una logica di partenariato in cui gli interlocutori si sentano davvero uguali l’uno all’altro e vengono riconosciuti come tali. E la seconda precondizione per capirsi, per comprendersi davvero, lo voglio dire con assoluta chiarezza, è che ciascuno degli interlocutori abbia ben salda la coscienza la conoscenza e l’orgoglio delle proprie radici e dei propri valori. Chi cede sui propri valori non può dialogare bene con gli altri. Vedete, quando noi ascoltiamo e vediamo un metodo di dialogo che apparentemente si fonda sulla gentilezza e sul desiderio di compiacere l’interlocutore, ma che poi alla fine finisce per nascondere i nostri valori, i valori che hanno fatto grande la nostra storia, la nostra tradizione, diciamolo pure, la nostra identità: se c’è un’identità da difendere noi non la difendiamo contro l’altro, ma non la vogliamo neanche dimenticare, non la vogliamo neanche cancellare, non vogliamo, in nome di questo, dimenticare che la vita umana, la dignità umana, la famiglia, per noi sono valori assoluti. Valori che dialogando vanno confermati perché noi riconosciamo a donne e uomini che lavorano, nel grande straordinario mondo del volontariato, che aiutano per il bene degli altri, per il bene dei più deboli, dei più poveri, riconosciamo loro un grande valore, un grande merito, quello di essere portatori di valori forti, non di valori deboli. Chi si piega per aiutare qualcuno più debole, non si sminuisce, lo fa portando dentro di sé dei valori forti. Rifuggiamo da questa tentazione che dice: in fondo, in nome del dialogo, annacquiamo i nostri valori, facciamo credere come se famiglia o non famiglia siano la stessa cosa. Non è vero, non lo possiamo accettare, non possiamo accettare che qualcuno, in nome del tradimento di un principio religioso predichi la violenza, predichi la morte. Dobbiamo avere la sincerità, il dialogo richiede anche sincerità, richiede franchezza con i nostri interlocutori, perché altrimenti cominciamo a dire che in nome di un principio generale di tolleranza cosa prevale? Prevale il pensiero debole, prevale il pensiero che in questa nostra Europa ci fa dimenticare che il principio di eguaglianza tra donne e uomini noi dobbiamo affermarlo sempre comunque, anche se qualcun altro ci dice che, in fondo, non si fa così, da qualche altra parte del mondo. E’ un principio troppo importante: la persona umana deve prevalere sempre. Perché noi affermiamo con forza che siamo tolleranti e solidali con coloro che chiedono di entrare nel nostro Paese ma che, ad esempio, non possiamo accettare che alcuni bambini vadano per strada a mendicare invece che a scuola a studiare. Questa non è intolleranza, questa è affermazione di un principio di difesa di diritti di quei bambini. Ecco alcune delle condizioni perché un dialogo, e un dialogo forte vi sia. Qual è la via italiana? (ed è la parte conclusiva delle mie riflessioni) qual è la via italiana a questa ricerca di una strada verso la pace? Vi farò due esempi tratti da situazioni reali.
1) L’Italia e il Governo italiano credono fortemente, e spero che non sia solo il Governo, ma tutto il sistema Italia, le forze politiche, e non solo quelle di maggioranza, con la società civile che su questo lavora con noi, credono fortemente che la pace tra israeliani e palestinesi sia il punto di svolta a cui dobbiamo arrivare ora. Non possiamo rinviare, non possiamo dire: continuiamo se ne parlerà un’altra volta. Ora c’è una finestra di opportunità che dobbiamo prendere, e lo dico con grande sincerità, avendone parlato tante volte con il mio amico Amre Moussa. Io non credo che abbiano ragione coloro che dicono: prima di firmare finalmente un accordo di pace, dobbiamo metterci d’accordo anche sull’ultima virgola dell’ultimo dettaglio, questo principio allontanerebbe la pace. Cerchiamo, invece, dei valori condivisi che Palestinesi e Israeliani possano accettare, definiamo un compromesso su una grande strategia di pace, e lasciamo, ad ulteriori aspetti di negoziato, quello che non si sarà potuto risolvere ora. Ma cerchiamo di fare la pace adesso, non rinviamo, non aspettiamo che qualcos’altro accada, è troppo tempo che quei popoli soffrono, che non hanno sicurezza, che i palestinesi non hanno uno stato libero in cui vivere. E’ troppo tardi per dire: prendiamo altro tempo. Ecco che cosa vuole fare l’Italia, vuole parlare con gli uni e con gli altri, come abbiamo sempre fatto, e vuole cercare un accordo che sia di pace e di giustizia per quella regione, che sia duraturo, che non sia destinato a svanire.
2) E l’altro esempio è l’accordo che ormai tutto il mondo vede così lontano, tra le grandi potenze del mondo, per la riconciliazione nella regione del Caucaso. Perché lo vediamo lontano? Perché si rischia di irrigidirci su posizioni che dicono: parteggiamo con gli uni o parteggiamo con gli altri, noi parteggiamo per quella gente che ha subìto la catastrofe di una casa bombardata, per quelle persone che sono morte, quelle persone vogliono sinceramente la riconciliazione. Ecco perché l’Italia che è apprezzata dagli uni e dagli altri può giocare un ruolo di moderazione, ed ecco perché io andrò tra qualche giorno a Mosca e a Tbilisi, non soltanto a Tbilisi o soltanto a Mosca, per offrire l’Italia come luogo per una conferenza internazionale di dialogo e di riconciliazione per l’interna regione del Caucaso. Ecco che, in conclusione, vedete, in conclusione, io penso si possa dire questo: oggi noi abbiamo la necessità di riaffermare un vero nuovo umanesimo, una cultura della pace che parta dall’esplorazione delle regioni profonde della disperazione, dell’umiliazione, della frustrazione. Quando parliamo delle ragioni che portano alla pace, quando parliamo delle radici profonde della violenza, noi parliamo di processi, non parliamo di grandi temi che possano essere imposti con delle decisioni. Parliamo di processi che richiedono la politica e la pazienza, che richiedono la spiegazione profonda del perché noi dobbiamo estirpare le radici dell’odio, del perché non possiamo accettare l’indottrinamento delle giovani generazioni alla logica dell’odio e della violenza e perché, invece, dobbiamo incoraggiare coloro che sono i nostri amici nel mondo musulmano, che sono dalla nostra parte per affermare i diritti, la modernizzazione della società, che sono i nostri partners privilegiati, in questa e nell’altra parte del mondo. Io ricordo, Mario, una risoluzione che tu hai approvato, che hai proposto e che il Parlamento Europeo, su tua proposta ha approvato. Il Presidente Mauro l’anno scorso fece approvare una risoluzione, lui non l’ha fatto ma lo ricordo io, una risoluzione in cui si diceva: in Medio -Oriente noi Europa vogliamo contribuire fortemente alla pace, allo sviluppo e alla ricostruzione, ma vi chiediamo qualcosa in cambio – si fa così tra amici – vi chiediamo di aiutarci ad estirpare insieme il seme della violenza, a far si che nei libri di scuola dei bambini non ci siano più i messaggi su come si fa ad uccidere un ebreo, affinché non ci sia più in un videogioco un messaggio su come si fa a sparare ad un nostro nemico. Solo allora, lavorando insieme, noi troveremo ed abbiamo trovato, il supporto del Parlamento Europeo, il grande sostegno della  Lega Araba che sta lavorando per la pace con forza e con abnegazione, e lo devo dire, caro Amre, anche il tuo paese, non solo la Lega Araba, ma anche l’Egitto sta svolgendo un ruolo straordinario per la pace in Medio –Oriente. Di questo dobbiamo darne atto, ed è questa la ragione per cui il prossimo anno la presidenza italiana del G8 che si occuperà dei grandi scenari di crisi del mondo, ritiene che tra i grandi interlocutori che non sono membri del G8 ma che sono attori globali ci debba essere, Amre, il tuo paese, l’Egitto. Che ci debba essere un grande paese Arabo che assieme alla Cina, assieme all’India, al Brasile, al Messico, sia un interlocutore costante dei grandi Otto del mondo e che possiamo insieme, finalmente, parlare di pace attraverso il dialogo, lo sviluppo economico, la lotta alla povertà, la lotta ai cambiamenti climatici, la protezione dell’ambiente. Tutto questo vuol dire creare le condizioni per la pace. La pace non si riporta con la forza delle armi, si riporta estirpando dall’interno i semi della violenza che hanno provocato il conflitto. Grazie.


Luogo:

Rimini

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