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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

20/02/2008


Dettaglio intervento

Signore, Signori,
la commemorazione di qualcuno che non c’è più è sempre un’occasione particolare, un’occasione che sollecita al raccoglimento ed alla riflessione interiore. Lo è in particolar modo la cerimonia di quest’oggi, dedicata al ricordo di coloro che al servizio del Paese per il quale hanno lavoravano e che rappresentavano all’estero hanno donato la propria vita.

È per me motivo di particolare soddisfazione intervenire a questa occasione commemorativa dei funzionari del Ministero degli Esteri caduti in guerra o durante il loro servizio all’estero. Con l’inaugurazione del “Libro d’oro” viene portata a compimento un’iniziativa lanciata nel 1999. Tengo a felicitarmi con coloro che nel corso di questi anni l’hanno resa possibile – alcuni di loro sono qui con noi oggi: in particolare con l’Ambasciatore Umberto Vattani, che da Segretario Generale della Farnesina ideò e promosse l’iniziativa: a lui innanzitutto intendo rivolgere un sentito ringraziamento. Nel corso di questi anni è stata svolta un’opera meticolosa di ricerca che ha consentito di ricostruire le storie ed i nomi delle persone il cui ricordo è inciso nel bronzo delle pagine di questa pregevole opera del Maestro Arnaldo Pomodoro.
Colgo volentieri l’occasione per salutare il Maestro Pomodoro, anch’egli presente con noi, ed esprimergli il mio compiacimento per un’opera che impreziosisce ulteriormente la collezione d’arte contemporanea della Farnesina – aggiungendosi all’altra sua scultura “Sfera no. 5” che da anni ormai adorna il piazzale antistante il Ministero degli Esteri.

Nel “Libro d’Oro” è conservato il ricordo di tredici funzionari caduti all’estero o in eventi bellici, tredici vite interrotte prematuramente nell’adempimento del proprio dovere.
Tredici storie diverse, che le ricerche dei nove anni trascorsi dal lancio dell’iniziativa hanno consentito di ricostruire in tutto o in parte. Storie che coincidono con pagine tra le più significative e drammatiche del nostro recente passato (due conflitti mondiali; la campagna d’Etiopia; la Resistenza; le Fosse Ardeatine; i moti di indipendenza in Africa); ma anche episodi lontani dai percorsi della storiografia ufficiale, drammi che erano sopravvissuti sinora solo memoria delle persone più vicine agli scomparsi – alcuni dei quali sono anch’essi oggi qui: a loro in particolare desidero indirizzare un saluto caloroso e riconoscente.

Pur nella loro eterogeneità, credo sia possibile ritrovare in queste storie un motivo conduttore, che le accomuna. È l’attaccamento, l’amore se preferiamo una parola più impegnativa, per una certa idea dell’Italia, per una certa idea della professione di diplomatico.
L’idea che aveva spinto il Ministro plenipotenziario Bellardi Ricci ad aprire le porte dell’Ambasciata d’Italia a Stoccolma allo squilibrato che ne avrebbe provocato la morte; l’idea che aveva spinto il Console Filippo De Grenet (dal quale prende il nome la sala che ci ospita) ad opporsi attivamente al degrado morale e civile che attanagliava il Paese negli anni dell’occupazione nazi-fascista aderendo al movimento di Resistenza; l’idea che aveva mosso il Vice Console Attilio Perrone Capano (al quale oggi stesso viene intitolata un’altra sala del Ministero) nel biennio drammatico e lacerante ’43-‘45, a cercare di tener vivi quei valori di libertà, giustizia e dignità sui quali sarebbe stata costruita l’Italia repubblicana e che ispiravano i suoi colleghi che cercavano di difendere con gli strumenti della diplomazia gli interessi vitali del Paese all’indomani dell’8 settembre; il senso del dovere, la dignità di sé e della propria professione che avevano accompagnato l’Ambasciatore Occhipinti e il Vice Console Spoglia nel corso della loro esistenza bruscamente spezzata in Africa per mano di delinquenti comuni nel caso del primo, nel caso del secondo durante la guerra civile per l’indipendenza di quello che allora si chiamava Congo belga (e adesso Repubblica Democratica del Congo); l’abnegazione degli altri loro colleghi (il Primo Segretario Lambertenghi; il Dottor Saman; il Dottor Toro; il Vice Console Toesca di Castellazzo; il Consigliere Monaco; il Dottor Bagli) che nel servizio del Paese hanno trovato la morte sul fronte dei conflitti che insanguinarono l’Europa nel ’15-’18 e nel ’40-‘45.


In occasioni come questa c’è sempre il rischio di concedersi ad una retorica di circostanza, una retorica tutto sommato melensa ed in fondo un po’ ipocrita. È un rischio al quale ho cercato, per quanto è possibile, di sottrarmi.
Mi sembra tuttavia doveroso rendere omaggio a questi funzionari scomparsi osservando che il patrimonio di ideali che essi hanno lasciato in eredità costituisce un lascito prezioso non solo per i loro familiari, ma per l’intero personale in servizio al Ministero degli Affari Esteri – rappresentato oggi dagli esponenti delle Organizzazioni Sindacali – che ne costituisce in un certo senso l’ideale discendenza.

Come nel caso del sacrificio estremo dei nostri  militari la cui vita è stata portata via mentre erano impegnati in missioni di pace all’estero, la nobiltà d’animo, la dignità, il coraggio e la dedizione che si esprime attraverso l’esempio dei caduti del Ministero degli Affari Esteri costituisce un patrimonio prezioso per l’intero Paese, ed il Paese non puo’ non essergliene profondamente grato.
Rinnovare la memoria di questi caduti mi sembra il modo migliore per onorarli, e riaffermare con essa la nostra gratitudine.

Grazie


Luogo:

Roma

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