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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

27/05/2008


Dettaglio intervento

FRATTINI, ministro degli affari esteri.

Signor Presidente, onorevoli senatori, come voi sapete, l'accordo che è stato raggiunto a Doha la settimana scorsa pone fine ad una crisi molto complessa che era iniziata nel novembre del 2006 con le dimissioni dell'Esecutivo del primo ministro Siniora, dei cinque Ministri di confessione sciita e del titolare dell'ambiente cristiano vicino all'allora presidente filo-siriano Lahoud.
Ciò ha aperto un'evidente crisi politica che ha paralizzato per 18 mesi il Libano, spaccando il Paese in due campi fortemente contrapposti. Da un lato, l'opposizione che ha contestato, in primo luogo, la legittimità costituzionale e politica del Governo in carica, ritenendo che fosse venuta meno la presenza proporzionale nel Consiglio dei ministri delle principali confessioni religiose presenti nel Paese e, dall'altro, invece, le forze della maggioranza che hanno considerato sempre l'Esecutivo Siniora legittimo, come d'altronde hanno fatto i principali partner internazionali che hanno avuto relazioni formali, diplomatiche e di cooperazione in questo periodo con il Governo Siniora, non ritenendo - questa era l'opinione del primo ministro uscente Siniora - che fosse a loro imputabile istituzionalmente la fuoriuscita dei Ministri sciiti. Tra l'altro, il premier Siniora non aveva accettato formalmente le dimissioni di quei sei Ministri, che si trovavano quindi nella posizione di essere dimissionari, ma ancora formalmente in carica, cioè di svolgere sia pure indirettamente alcune delle loro funzioni.
Il problema principale era l'assoluta sfiducia tra le varie componenti, aggravata da uno stillicidio davvero orribile di attentati che hanno colpito, tra l'altro, esponenti del Parlamento. Ciò non ha consentito per un lungo periodo un accordo sui tre punti principali: l'elezione di un Presidente della Repubblica (carica vacante dallo scorso 24 novembre); la formazione di un Governo di unità nazionale e l'adozione di una nuova e condivisa legge elettorale. Questa situazione di stallo ha subìto una repentina accelerazione e, quindi, un'evoluzione per effetto di alcune iniziative adottate dal Governo Siniora.
All'inizio del mese di maggio, la decisione che ha in qualche modo smosso questa situazione apparentemente di equilibrio (ma di equilibrio negativo, ovviamente) è stata la decisione di rimozione del generale Shukair, capo dei Servizi di sicurezza dell'aeroporto di Beirut, persona vicina ad Hezbollah, di confessione sciita, che è stato rimosso con l'accusa di avere compiuto attività non consentite di monitoraggio dello scalo aeroportuale di Beirut.
L'altra decisione, egualmente assunta dal Primo ministro, è stata quella di smantellare una rete di comunicazione "dedicata" interna ad Hezbollah. Ciò ha determinato la reazione che tutti conosciamo: sette giorni di scontri, 72 morti, 242 feriti. In questa situazione la Lega araba (e in particolare un autorevole membro della Lega stessa, cioè l'Egitto) ha promosso una riunione straordinaria che ha condotto ad una missione a Beirut di un comitato della Lega araba guidato dal suo segretario generale Amr Moussa, dal Primo ministro del Qatar e composto da otto Ministri degli esteri di Paesi arabi.
In tale ambito ha inizio la recente azione del Governo italiano in questa fase di crisi. Poche ore dopo il giuramento del Governo Berlusconi, il nove maggio scorso, mi sono trovato nella situazione, ovviamente consapevole e voluta, di avviare una serie di contatti per un contributo del Governo italiano ad un'azione di raccordo e di forte sostegno all'iniziativa diplomatica della Lega araba, che mi è sembrata dal primo minuto iniziativa ragionevole e positiva. Tale azione di raccordo è stata condotta insieme dal Governo italiano, dagli Stati Uniti d'America, dalla Francia, dalla Germania e dal Regno Unito - quindi, da quattro partner europei - e dagli Stati uniti d'America. Ovviamente, ho sentito il bisogno di un contatto immediato con il primo ministro Siniora e con il presidente del Parlamento Berri, leader di Amal.
Ad entrambi ho in primo luogo ribadito, già il nove maggio, la vicinanza del Governo italiano in quel momento molto critico, vicinanza evidentemente unita alla condanna, altrettanto chiara, per l'inaccettabile ondata di violenza in corso che si manifestava con le strade bloccate, i blocchi stradali e le milizie di Hezbollah che avevano preso possesso di alcuni quartieri di Beirut. Abbiamo concordato in quelle ore un ulteriore incontro, una conferenza telefonica allargata del gruppo da noi definito di «Amici del Libano», un gruppo di Ministri degli esteri di circa 15 Paesi. A tale conferenza hanno ovviamente partecipato i Ministri europei dei Paesi citati in precedenza, molti Ministri degli esteri di Paesi della Lega araba, gli Stati Uniti e - in collegamento - anche il segretario generale dell'ONU Ban Ki-Moon. In questa conferenza telefonica il 10 maggio abbiamo concordato che, sostanzialmente, una missione come quella della Lega araba meritava il sostegno assoluto e incondizionato perché fondata sull'obiettivo dichiarato di far raggiungere un accordo alle forze politiche libanesi.
Tale accordo vi è stato, dopo un invito concorde dei partiti politici a Beirut alla delegazione della Lega araba, che aveva il suggello dei 15 Paesi che formano il gruppo degli «Amici del Libano» e che ha posto le basi per i negoziati di Doha. L'impegno, anche personale, dell'Emiro del Qatar è stato determinante: egli ha condotto un'azione di persuasione per condurre a Doha la missione e tutte le delegazioni interessate che, nella notte tra il 20 e il 21 maggio scorso, hanno raggiunto un accordo.
Si tratta di un accordo basato su alcuni punti: l'elezione alla Presidenza della Repubblica, avvenuta domenica scorsa - ed io sono stato presente - del capo delle Forze armate libanesi, generale Sleiman; la formazione di un Governo di unità nazionale composto da 30 Ministri, di cui 16 per la maggioranza, 11 per l'opposizione e 3 che saranno designati dal presidente Suleiman; infine, terzo punto, il ritorno della legge elettorale alla normativa del 1960.
Nell'accordo c'è anche l'impegno, a mio avviso molto importante e su cui rapidamente tornerò, di tutte le parti firmatarie a non ricorrere all'uso della forza e a non usare le armi all'interno del territorio libanese, con ovvia eccezione della sola autorità legittimata, cioè l'esercito libanese e le relative forze di polizia, nonché l'impegno politico ad avviare subito, in parallelo, un dialogo per rafforzare quella che è stata definita nell'accordo autorità dello Stato libanese.
Chi ha ottenuto cosa? L'opposizione ottiene un Governo articolato, che il presidente Sleiman da me incontrato in sede bilaterale mezz'ora dopo la sua elezione - debbo dire che l'Italia è stato il primo Paese con cui il presidente Sleiman ha accettato un incontro bilaterale - ha detto sarà formato nelle prossime settimane e quindi in tempi molto rapidi. All'interno di tale articolazione di Governo, l'opposizione ottiene la minoranza di blocco; questa era una richiesta forte dell'opposizione: tale è il numero dei Ministri che le eventuali dimissioni dei Ministri dell'opposizione permetterebbero la caduta del Governo venendo a mancare più di un terzo dei membri dell'Esecutivo. La richiesta dell'opposizione era anche quella di avere un sostanziale potere di veto sui provvedimenti di riforma costituzionale ed é stato innalzato il quorum, in modo da consentire che le riforme costituzionali vengano adottate - il che mi sembra logico - anche con il contributo necessario dell'opposizione.
La comunità cristiana, quindi l'altra parte, ha ottenuto un successo altrettanto importante perché, se analizziamo la legge elettorale del 1960 che è quella secondo la quale si voterà nella primavera del 2009 per le elezioni politiche, il Partito cristiano potrebbe recuperare in modo significativo la sua influenza dato che la distribuzione dei collegi sulla base delle piccole circoscrizioni - il nuovo sistema elettorale crea più circoscrizioni, ma con territorio più limitato - permetterà presumibilmente all'elettorato cristiano di eleggere i propri parlamentari con una maggiore autonomia rispetto al condizionamento forte sul terreno che la legge del 2000 conferisce alle altre due comunità, quella sciita e quella sunnita. È chiaro che le forze della maggioranza sunnita hanno espresso soddisfazione perché questa intesa può, nella loro analisi, essere la premessa di una nuova stabile pagina nella storia del Libano.
Le questioni delicate che il futuro Governo e il presidente Sleiman si trovano sul tappeto sono la ripartizione dei portafogli, su cui una decisione non c'è ancora stata; il programma di governo del nuovo Esecutivo; le relazioni con la Siria, inclusa la definizione delle frontiere e lo stabilimento di relazioni diplomatiche formali con Damasco - molti di voi lo sapranno, ma domenica sera il Ministro degli esteri di Damasco era presente ufficialmente, come capo della delegazione siriana, ad assistere all'elezione del presidente Sleiman - e le relazioni tra Libano ed Israele, fino all'entrata in funzione - altro punto politico di grande importanza, e parte dell'accordo, su cui la comunità sunnita ha sempre fortemente insistito - del tribunale internazionale per indagare sull'assassinio del primo ministro Hariri.
In tale quadro vi è quella che considero una condicio sine qua non per la stabilizzazione istituzionale del Libano e per il suo consolidamento, cioè la necessità di attuare pienamente la risoluzione n. 1559 del Consiglio di sicurezza che prevede il disarmo di tutte le milizie, innanzitutto della milizia di Hezbollah. Questo è un punto esplicitamente richiamato nell'accordo di Doha, che definisco una condicio sine qua non perché, come ha detto il presidente Sleiman nel suo intervento, se non ci sarà un parallelo smantellamento delle milizie e un consolidamento di un nuovo esercito libanese con mezzi, strutture e professionalità il consolidamento istituzionale del Libano non ci sarà.
Le incognite che permangono riguardano in primo luogo il ruolo di Hezbollah, che ha ottenuto un risultato importante, ovviamente mi riferiscoal partito di Hezbollah e non alle milizie, che sono destinate a sciogliersi. Il partito di Hezbollah, che probabilmente avrà ministri nel prossimo Governo, evidentemente è di fronte ad una sfida: o assumere una corresponsabilità per attuare in pieno l'accordo di Doha, non soltanto le parti preferite, quindi partecipare al consolidamento del Libano, oppure mantenere un atteggiamento di distinzione tra parti dell'accordo che si preferiscono e parti che si vogliono nascondere. Spero che ciò non accada, anche se la percezione che ho avuto, per quanto mi hanno detto gli interlocutori libanesi, è che dopo il conflitto del 2006 Hezbollah ha perso le simpatie di una larga parte della popolazione libanese perché per la prima volta quel movimento, che era stato legittimato con la definizione di resistenza antiisraeliana è stato visto attaccare con le armi altri libanesi determinando un impatto molto forte nella percezione della popolazione civile libanese a scapito dell'immagine delle milizie.
La seconda incognita è il contesto regionale, in particolare l'evoluzione dei contatti tra Libano, Siria ed Israele. In prospettiva vedo una possibilità di normalizzazione tra Libano e Siria. Il regime di Damasco ha apprezzato, come vi ho detto, partecipando con la presenza del Ministro degli esteri - dunque, una presenza di alto livello che non si era mai vista in una cerimonia così formale - all'elezione del presidente Sleiman e ha ribadito di attribuire la più grande importanza al rispetto della sovranità libanese. Si tratta di un punto chiave: come ha detto il presidente Sleiman - e io lo sottoscrivo - non vi potrà essere normalizzazione se non basata su due punti chiave, l'autonomia e l'indipendenza della nazione libanese rispetto ad ogni altra nazione vicina. È chiaro quindi che il principio dell'autonomia e dell'indipendenza sarà la chiave per avviare un negoziato sulla normalizzazione, ivi compresa la demarcazione delle frontiere, che, come sapete, è un tema ancora aperto.
C'è poi un altro tema regionale: quale sarà l'evoluzione, se vi sarà, di un negoziato Libano-Israele. È ovviamente un punto che resta ancora lontano da un accordo, nel momento in cui Hezbollah continua a definirsi partito di resistenza anti-israeliana e in cui evidentemente l'attività delle milizie sul territorio continua. Sapete perfettamente che le milizie di Hezbollah hanno preso a pretesto della loro autodefinita resistenza anti-israeliana la questione mai risolta di un territorio piccolo, ma simbolicamente importante, quello delle fattorie di Shebaa, controllato dall'esercito israeliano e conteso, come sapete, tra Libano, Siria e lo stesso Israele. C'è però un aspetto che ci dà, non dico ottimismo, ma speranza. Alcune fonti non ancora confermate parlano di contatti avanzati tra Israele e Libano per la restituzione ad Israele di due soldati israeliani presi prigionieri durante il conflitto del 2006. Auspico naturalmente con tutto il cuore che tali contatti portino davvero alla liberazione dei soldati israeliani nelle mani dei libanesi e che questo accordo porti verso una normalizzazione, almeno sotto tale aspetto, nella prospettiva futura.
A ciò dobbiamo aggiungere le prospettive di negoziato tra Siria e Israele. In proposito si sta addirittura ragionando sotto l'egida di un facilitatore, la Turchia, con i cui rappresentanti ho parlato proprio a Beirut, in particolare con il ministro degli esteri turco Babacan. Egli mi ha detto con tutta chiarezza che il negoziato è serio; non è concluso, non è ancora definibile come formale, ma è un negoziato serio. Se tutte queste caselle, questi tasselli, procederanno positivamente vi saranno ragioni di ottimismo, anzitutto sul quadro libanese, il che ovviamente è indispensabile.
Per quanto riguarda l'impegno politico dell'Italia - ed è la parte conclusiva del mio intervento - noi ovviamente continuiamo l'azione a sostegno del dialogo. Abbiamo plaudito all'elezione di Sleiman ed abbiamo plaudito all'accordo di Doha, che era l'unica possibilità per far ripartire il Libano. Siamo all'inizio di una strada, non alla fine, ma è evidente che l'Italia è considerata in Libano con autorevolezza e prestigio: non abbiamo secondi fini; non abbiamo un passato se non di amicizia e di vicinanza e dobbiamo lavorare per contribuire alla stabilità di quel Paese. Ho rinnovato al presidente Sleiman il sostegno del Governo italiano al popolo e al Governo libanese e l'auspicio che il Governo si formi presto e che si possa dare respiro a quello che oggi è il nodo vero: stabilità e sicurezza da un lato, rilancio economico dall'altro. Ho anche colto l'occasione per confermare, come aveva fatto il ministro La Russa pochi giorni prima, il nostro sostegno alla missione UNIFIL 2. È una missione che, lo sapete già, riscuote apprezzamento unanime; ha garantito la realizzazione di una zona cuscinetto a Sud del fiume Litani. La risoluzione n. 1701 prevede un mandato per fornire assistenza alle forze libanesi al fine di creare un'area libera dalle armi e, sempre secondo il mandato, spetta alle sole autorità libanesi il disarmo forzoso delle milizie sul terreno.
È evidente che dobbiamo lavorare molto su questo aspetto: come contribuire ad una stabilità, a nuove condizioni di sicurezza e di sovranità del Libano in particolare, perché questa è una delle precondizioni anche per la sicurezza di Israele. Credo che una stabilizzazione definitiva - ad esempio, all'interno dell'auspicabile negoziato Israele-Libano, che dovrebbe portare a trasformare il cessate il fuoco in un cessate il fuoco definitivo - sarebbe un elemento fondamentale anche per contribuire alla sicurezza dello Stato di Israele.
Si è molto parlato delle regole d'ingaggio: la lettura conferma sul fatto che, anche dalla risoluzione n. 1701, l'uso della forza è consentito alle forze UNIFIL per assicurare che quell'area di operazioni non sia utilizzata per attività ostili, non sia terreno di transito di gruppi armati o non sia usata per resistere alle missioni di UNIFIL. L'obiettivo su cui il ministro La Russa ha attirato recentemente l'attenzione è quello di applicare in modo efficace le regole che ci sono per la zona cuscinetto, il che vuol dire potenziare le attività congiunte con le forze armate libanesi, moltiplicare gli interventi di ispezione e controllo sul terreno.
Vi posso dare alcune cifre: dopo la creazione di check-points congiunti tra forze libanesi e forze UNIFIL, nel solo periodo dal 15 aprile ad oggi sono stati controllati 13.000 veicoli e 22.000 civili e le pattuglie congiunte stanno lavorando e continueranno a lavorare. Siamo impegnati, insieme al Ministero della difesa, in un monitoraggio per rendere, se posso permettermi di dirlo, ancora più efficace, anche con le regole che esistono, la nostra presenza a beneficio della popolazione libanese.
In tutto questo, noi ci terremo strettamente in contatto con l'Europa, con gli Stati Uniti d'America e ovviamente con gli altri partner internazionali, inclusi i Paesi arabi, che hanno un interesse strategico a che questa nuova pagina del Libano si consolidi in realtà. (Applausi dai Gruppi PdL, LNP, PD e UDC-SVP-Aut).


Luogo:

Roma

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