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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

03/12/2008


Dettaglio intervento

Indagine conoscitiva sulla Presidenza italiana del G8 e le prospettive della governance mondiale

Audizione del Ministro degli affari Esteri, Franco Frattini alle  Commissioni riunite Affari esteri e comunitari (III) della Camera dei deputati e Affari esteri, emigrazione (3a) del Senato della Repubblica  (seduta di mercoledì 3 dicembre 2008)

Resoconto stenografico (bozze non corrette)

(Fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri. Grazie molte, presidente; grazie, presidente Dini.
Cari colleghi, voi sapete che la preparazione della presidenza italiana del G8 è stata avviata già da tempo e che, ovviamente, stiamo delineando alcuni scenari che ne costituiranno l’agenda, in relazione alle varie tematiche – evidentemente oggi in evoluzione – che saranno di interesse sia del G8, sia delle altre formazioni flessibili con le quali ci dovremo confrontare (e sulle quali, ovviamente, dirò qualcosa).
Direi che, certamente, la prima grande caratteristica di cui si deve tener conto nella preparazione di un’agenda come questa è l’evidente interconnessione esistente tra tutti i fenomeni riguardanti le principali aree regionali del mondo.
Tali fenomeni comprendono: le dinamiche economico-finanziarie, con la grande crisi globale che tutti stiamo registrando; altri fenomeni fonte di grande preoccupazione per noi, come la minaccia globale del terrorismo che, anche recentemente, ha fatto sentire la sua voce tragica in India; alcune sfide, anch’esse di carattere globale, come quella climatica inerente alla protezione dell’ambiente; l’attenzione necessaria verso la povertà, la situazione energetica e la crisi alimentare; il grande sistema che pone Paesi ricchi e Paesi in via di sviluppo nella necessità di condividere obiettivi di crescita; le crisi regionali, a cui ovviamente accennerò, presenti in tutti i continenti, riguardanti grandi o grandissime aree e di cui il G8 deve necessariamente occuparsi. 
Partiamo dall’emergenza economico-finanziaria, ossia dalla crisi che, di recente, ha dato l’impulso ad un nuovo formato del summit, a venti membri. Tale formato è nuovo a livello di capi di Governo, mentre il G20 aveva già funzionato a livello di ministri dell’economia.
La formula G20, riunitasi per la prima volta a livello di capi di Stato e di Governo a Washington, ha inaugurato un’azione che risponde alla necessità di riformare il sistema finanziario internazionale, ormai invecchiato. 
Questo è un primo punto su cui, evidentemente, lavorerà la prossima presidenza del G8, d’intesa con il coordinamento G20.
Noi pensiamo a un coordinamento stretto, sin dalle prime settimane dell’anno, che possa condurre ad un primo incontro dei ministri economici, in un formato G8-G20 che si coordineranno, ancor prima del Consiglio europeo di primavera.
Quest’ultimo, come sapete, si terrà a marzo, in modo che poi la Gran Bretagna, che avrà il coordinamento del G20 nel 2009, possa organizzare un summit ulteriore di capi di Stato e di Governo, ad aprile, a Londra, a cui potrà far seguito una nuova iniziativa, questa volta sotto il coordinamento italiano, durante i lavori del summit de La Maddalena, all’inizio di luglio.
Il primo ambito di azione, quindi, è il coordinamento G8-G20 per la crisi economico-finanziaria. Gli obiettivi sono già stati assunti a Washington e comprendono: un piano dettagliato di azione internazionale, basato su una nuova regolamentazione dei mercati finanziari; e, più concretamente, maggiori trasparenza e controllo, da un lato; e, dall’altro, maggiore coordinamento internazionale; con lo scopo finale di garantire un flusso verso l’economia reale capace di attenuare l’impatto che, a partire dai prodotti finanziari e dalle banche, rischia di riflettersi sull’economia reale, cioè sulle imprese.
Un altro obiettivo assunto a Washington è la revisione dell’architettura finanziaria internazionale, ossia delle cosiddette «istituzioni di Bretton Woods», create oltre cinquant’anni fa. A tal proposito, si sta pensando a un meccanismo globale di allerta e di prevenzione delle crisi.
In questo ambito non ha funzionato quello che in altri settori si chiama early warning, cioè un sistema che consenta di avvisare e prevenire piuttosto che, ovviamente, intervenire.
Al tempo stesso, tra gli obiettivi di Washington c’è una garanzia di intervento reattivo rapido per i Paesi in difficoltà. Non parlo soltanto dei membri del G20, ma anche – direi, forse: anzitutto –di quei Paesi che potrebbero rischiare di rimanere stritolati tra i Paesi ricchi del G8 ristretto e le potenze emergenti del cosiddetto «G20»: ne resterebbero fuori proprio coloro che potrebbero subire gli effetti più gravi della crisi, ossia i Paesi in via di sviluppo e i cosiddetti «Paesi poveri». Di questo occorrerà, ovviamente, occuparci.
Abbiamo certamente alcune importanti scadenze, che ci impongono di dare attuazione ad alcuni obiettivi tematici – parlerò tra breve della questione concernente ambiente, energia e clima – ma sicuramente anche di occuparci dello sviluppo sostenibile, della lotta alla povertà e di altri temi orizzontali che toccano la politica estera internazionale, quali il disarmo, la non proliferazione (in particolare nucleare) e la sicurezza, con un particolare accento al contrasto al terrorismo.
Per fare tutto questo – lo dico con grande chiarezza – il G8, così com’è, non può più funzionare, ma deve cambiare pelle; non saremo noi a decretarne la fine, ma inaugureremo un rapporto più strutturato con le grandi economie emergenti.
Si sente parlare – sono ovviamente anticipazioni prive di ogni fondamento – di un G16 o di un G14, ma non darei troppi numeri e direi semplicemente che il modello del G8 ristretto può essere una base di partenza con cui preparare alcune grandi tematiche che, a partire dal 2009, anno di presidenza italiana, devono essere affrontate strutturalmente, insieme alle grandi potenze emergenti esistenti e a quelle che si affacciano sulla scena internazionale.
Noi struttureremo in modo più solido il processo di Heiligendamm: gli addetti ai lavori sanno che si tratta di un esercizio inaugurato dalla presidenza tedesca del G8, che ha allargato a Brasile, Cina, India, Messico e Sudafrica i lavori del gruppo ristretto.
Essi verranno ulteriormente allargati all’Egitto – un Paese nordafricano, ma al tempo stesso arabo-musulmano, moderato e profondamente mediterraneo – che crediamo abbia già dimostrato, in un’ottica di responsabilità condivisa, di essere un partner affidabile, che sta svolgendo e svolgerà, ad esempio, un ruolo cruciale per arrivare alla pace in Medio Oriente.
Certamente, con questo obiettivo, noi vogliamo creare le condizioni per fare del vertice de La Maddalena il momento costituente di questa nuova governance internazionale. Dico «il momento costituente», perché al vertice dei capi di Stato e di Governo noi daremo l’espressione concreta di questa strutturazione tra gruppo degli otto ed economie emergenti, che sono anche potenze politiche emergenti.
Credo che nessuno dubiti del fatto che l’India, per esempio, oggi co-protagonista nella lotta al terrorismo, non sia solo un grande attore economico, ma anche un grande attore politico.
Daremo, quindi, una struttura al dialogo tra questo gruppo di potenze emergenti, organizzato in modo più stabile, e altri Paesi che non sono e non saranno componenti di questo gruppo; penso, ad esempio, alla leadership dei Paesi africani, che verrà coinvolta nei nostri lavori, a livello di capi di Stato e di Governo; e penso ad altri Paesi – farò poi degli esempi – che verranno coinvolti a livello di ministri degli esteri o di altri ministri. 
Si tratta, quindi, di una strutturazione flessibile, intorno ad un nuovo modello di governance che, per la prima volta, vedrà stabilmente organizzati i lavori di un gruppo ristretto e di un gruppo allargato di potenze emergenti, per definire le tematiche e per lavorare su di esse.
Questa idea è il contributo generale che la presidenza italiana vuole dare ai lavori di riflessione sulla governance internazionale e per la sua attuazione.
Sul tema dell’economia reale, ovviamente, ci aspettiamo che questa collaborazione rafforzata, ma anche allargata, possa dare un contributo concreto, per il quale nessuno ha una bacchetta magica, ma tutti possono dare suggerimenti e proporre soluzioni: non sulla sola riforma delle istituzioni di Bretton Woods, per esempio, ma anche su come creare una crescita sostenibile in Paesi e in aree regionali dove non è stato ancora trovato l’equilibrio tra la crescita, da un lato, e la sostenibilità, dall’altro. 
Sul clima, noi immaginiamo un’azione di ancor maggiore coinvolgimento: non bastano gli otto cosiddetti «grandi», né bastano gli altri Paesi emergenti, ma occorre chiamare a partecipare ai nostri lavori anche gli altri Paesi emettitori di CO2, senza i quali una discussione sulla riduzione strutturale dell’inquinamento avrebbe poco senso.
Questi lavori della presidenza italiana e degli altri Paesi che lavoreranno con noi ha un obiettivo: creare un accordo ambizioso da presentare all’Assemblea generale dell’ONU, a settembre 2009. Questo sarebbe il viatico migliore per l’apertura della Conferenza di Copenhagen che, come voi sapete, si apre esattamente alla fine del prossimo anno.
I passaggi sul clima presuppongono, prima, un accordo europeo, sul quale stiamo lavorando; poi, il lavoro del G8; e infine, io credo, un’azione a livello di Assemblea generale delle Nazioni unite, il che darebbe alla Conferenza di Copenhagen la possibilità di avere successo. 
C’è, poi, ovviamente, il grande tema dell’aiuto allo sviluppo; come vi ho accennato, sarà indispensabile il coinvolgimento diretto dell’Africa e della sua leadership, a cominciare dall’Unione africana. 
Parlando di economia e di crescita, dovremo saper resistere, nei lavori del G8 economico-finanziario, alla grande tentazione del protezionismo, a cui porremo delle chiare barriere.
Non possiamo immaginare di passare da un sistema in cui il mercato senza regole era considerato il bene assoluto da rispettare ad un sistema in cui una iper-regolazione porti al pericolo di un nuovo protezionismo.
Ecco perché, proprio mentre noi sosteniamo il rilancio dello sviluppo, sosteniamo anche la necessità di un accordo commerciale equilibrato per il WTO.
Il messaggio uscito dal G20 di Washington è già chiaro. Credo che occorra un accordo equilibrato sul commercio internazionale, in grado di dare un impulso positivo alle esportazioni e alla ripresa economica; e di diventare una parte fondamentale di un concetto di sviluppo che non si può basare solo sull’economia reale, ma che deve basarsi anche su un sistema di mercato a livello mondiale, dotato delle sue regole, ovviamente, ma senza che si trasformi in un protezionismo.
Ho accennato al tema dei cambiamenti climatici. Noi siamo certamente alla ricerca di un accordo anzitutto europeo, al Consiglio europeo di dicembre. L’Italia ha portato le sue obiezioni al tavolo del negoziato in corso, dove si stanno facendo dei passi avanti importanti.
È evidente che, come presidenza del G8, noi sottolineeremo un punto che abbiamo già evidenziato nel negoziato europeo, ossia che, a nostro giudizio, per affrontare il tema dell’ambiente, occorre un’assunzione di responsabilità da parte di tutti gli attori dell’economia globale: non solo da parte della piccola Europa, ma anche da parte dei grandi produttori di emissioni, che debbono concordare su un’unica linea.
Questo può portare alla prospettiva di un accordo in sede di Nazioni Unite e aprire la via ad un buon successo della Conferenza di Copenhagen.
Se Cina, India e Stati Uniti non fossero della partita, sarebbe illusorio – lo dico brutalmente – pensare che noi, piccola Europa, possiamo farci da soli un accordo globale sui cambiamenti climatici, il quale non avrebbe che un effetto marginale.
È evidente che, per il post-2012, cioè per il post-Kyoto, noi punteremo sulle tecnologie innovative: ne parleranno già i ministri dell’ambiente che, come di consueto, si riuniranno durante il G8 a presidenza italiana.
Anche se alcuni lo hanno fatto, io non voglio parlare di un business della tecnologia ambientale, ma credo che vi siano grandi opportunità per l’impresa – e, in particolare, per la nostra impresa – di scommettere, ora, sullo sviluppo delle tecnologie innovative per la riduzione delle emissioni. C’è una grande opportunità, che dobbiamo cogliere; e certamente dobbiamo promuovere dei programmi di partenariato pubblico-privato, che in questo settore sono assolutamente necessari.
Un altro tema-chiave per il mondo è quello della sicurezza e della disponibilità energetica. È chiaro che, quando parliamo di energia, dobbiamo parlare anzitutto della povertà energetica diffusa in molte aree del nostro pianeta.
Noi puntiamo, da un lato, sull’efficienza e sul risparmio; e, dall’altro, sulla diversificazione verso fonti rinnovabili alternative e sulle tecnologie più innovative per l’uso sostenibile dei combustibili fossili.
Durante la nostra presidenza del G8 perseguiremo l’idea di un dialogo strutturato tra Paesi produttori e Paesi consumatori, che è necessario ed urgente.
Un’altra grande area tematica a cui ho accennato riguarda il modo in cui occuparci delle economie dei Paesi davvero poveri. Gli obbiettivi di sviluppo del millennio restano una nostra priorità. Dobbiamo e vogliamo sostenere i fattori – tutti i fattori – che concorrono allo sviluppo: non soltanto gli aiuti, ma anche, ad esempio, nuove forme di partenariato tra pubblico e privato, strumenti innovativi di finanziamento e commercio.
Come sapete, qualcuno ha detto che, se noi riducessimo di un punto le aliquote dei dazi dei prodotti commerciali agricoli del sud del mondo, avremmo fatto tanto quanto si ottiene con l’intero ammontare degli aiuti erogati dai Paesi ricchi ai Paesi cosiddetti «poveri».
Ovviamente, restando al tema dell’aiuto allo sviluppo, l’institution-building e il peace-building sono elementi fondamentali. A questo fine, coinvolgeremo in modo strutturato le autorità locali – che esercitano il governo del territorio – e non solo gli Stati e la cosiddetta «società civile».
Questa è una via che, come voi tutti sapete, si è aperta a settembre scorso, alla Conferenza di Accra, ed è stata confermata nella Conferenza di Doha sul finanziamento allo sviluppo, conclusasi qualche giorno fa.
Sia nell’una sia nell’altra occasione, l’Italia ha dato un contributo molto attivo, in termini di proposte, perché abbiamo suggerito un approccio sistemico, che superi il tradizionale ruolo di erogatori di risorse e di denaro, per avviarsi a un coinvolgimento ed a una co-gestione dei processi, ossia a quella che, in gergo, si chiama co-ownership.
Noi non possiamo imporre scelte o soluzioni, neanche se queste si risolvono nell’erogazione di fondi. Dobbiamo lavorare insieme ai destinatari per definire l’agenda, quindi vogliamo creare dei partenariati inclusivi con gli attori interessati.
Inoltre, dobbiamo chiedere maggiore contabilità per tutti gli interventi di aiuto allo sviluppo. Non possiamo accettare quello che il mio ex collega, Commissario europeo agli aiuti allo sviluppo, indicò tre anni fa come «il dramma del 20 per cento». Questo dramma consiste nel fatto che, su cento dollari destinati agli aiuti, solo venti arrivano ai territori interessati, mentre gli altri ottanta si perdono, per varie ragioni, lungo i percorsi: per la burocrazia, per la corruzione, per la lunghezza delle procedure, per le costose missioni di esplorazione, che esplorano ma nulla fanno.
Il meccanismo di contabilità e di responsabilità, allora, deve essere accentuato: dobbiamo favorire gli investimenti privati diretti, che tanto spesso ci dimentichiamo.
Pensate a questa cifra: gli investimenti privati diretti nei Paesi in via di sviluppo, nel 2007,sono stati pari a 460 miliardi di dollari; ad essi si aggiungono 250 miliardi di dollari provenienti dalle rimesse degli emigranti.
Se paragonate questa cifra alla somma dell’aiuto pubblico dei cosiddetti «Paesi ricchi» che, nello stesso 2007, è stato pari a solo 100 miliardi di dollari, voi comprenderete perché la Conferenza di Doha, lo scorso fine settimana, ha detto con grande chiarezza che, se noi non mettiamo insieme queste fonti di finanziamento e non le coordiniamo, con i 100 miliardi totali di aiuto, che magari potranno anche ridursi per la crisi economico-finanziaria, non faremo fronte ai bisogni dei Paesi poveri.
Ecco che, allora, si fa strada una nuova idea di aiuto allo sviluppo. Credo che la presidenza italiana del G8 darà il messaggio di creare programmi allo sviluppo che mettano al centro non le procedure, ma la persona, le persone destinatarie del beneficio.
Oggi ci preoccupiamo della procedura, delle regole: è tutto giusto, ma dobbiamo preoccuparci dei soggetti a cui deve arrivare l’aiuto, perché, come abbiamo visto, soltanto venti dollari su cento arrivano al destinatario.
La filosofia di questa strategia, che ha un solidissimo appoggio nella conferenza di Doha e nella conferenza di Accra, quindi, sostanzialmente si incentra in un’innovazione verso la centralità, nelle politiche di aiuto allo sviluppo, della persona umana.
Un altro grande tema sarà quello della siccità e dell’accesso all’acqua, incluso nelle politiche di sviluppo, ma con una sua propria rilevanza, su cui noi punteremo in modo particolare.
Questo è un tema chiave, che dovremo affrontare per una ragione piuttosto semplice, ossia che la presidenza italiana dovrà rivedere il piano di Evian, un piano-G8 che individuò proprio l’acqua e le risorse idriche come tema di governance. Noi dovremo modernizzare e rilanciare il piano di Evian che, ovviamente, come dice il nome della città, fu lanciato durante la presidenza francese.
C’è, poi, il tema della sicurezza alimentare. Questa è una priorità naturale per l’Italia che, a  Roma, ospita il polo alimentare delle Nazioni Unite, ossia la FAO e le altre agenzie tematiche.
C’è, però, una ragione in più per questo: il vertice G8 giapponese ci ha lasciato in eredità l’onere di definire un partenariato globale per la sicurezza alimentare. Il mandato ricevuto dal summit di Hokkaido chiede di definire un partenariato globale per la sicurezza alimentare, che ponga priorità sull’agricoltura, sulla centralità delle Nazioni Unite – e, quindi, del loro polo romano – e sull’aumento delle produzioni agricole.
Posso annunciarvi che, per la prima volta, durante il prossimo G8 a presidenza italiana, si avrà un G8 dei ministri dell’agricoltura che, ovviamente, sarà coordinato dal Ministro Zaia; esso vedrà la presenza, oltre che degli otto grandi, anche di una serie di Paesi che, evidentemente, pur senza essere potenze emergenti, sono fortemente interessati alla sicurezza alimentare.
La salute è un altro elemento chiave del nostro G8, anch’essa per una ragione precisa, ossia che nel 2001 il G8 italiano lanciò il fondo globale contro le pandemie.
Occorre proseguire questa azione e occorre costituire – questa sarà la nostra proposta, che vi posso anticipare – una task force internazionale per esplorare forme di finanziamento innovativo nel campo dei vaccini. Abbiamo degli strumenti internazionali ma, finora, le fonti di finanziamento sono state scarse e dobbiamo rilanciarle: solo una task force operativa con il suggello del G8 – allargato nelle forme che vi ho detto – potrà farlo.
Abbiamo poi un’azione particolarmente significativa nel campo dell’istruzione. Noi siamo i co-presidenti, all’interno dell’Unesco, di un programma internazionale che si chiama Fast Track Initiative. Questa iniziativa «con corsia rapida» ci consentirà di lanciare un’iniziativa, come G8 allargato, sull’accesso all’istruzione primaria.
Credo che questa sia una delle grandi sfide da affrontare, anche nel campo dell’aiuto allo sviluppo. In questa iniziativa, inerente all’accesso all’educazione primaria, noi vediamo due temi chiave: quello dell’istruzione femminile, con particolare riferimento ai Paesi post conflitto; e quello delle pari opportunità. Questi due temi verranno inseriti nell’ambito del G8 italiano, quali sviluppo di un’iniziativa Unesco di cui, lo ripeto, siamo co-responsabili.
Abbiamo, poi, i temi del peace-keeping e del peace-building. Certamente, noi abbiamo importanti strumenti per rafforzare la capacità di mantenere pace e sicurezza.
Abbiamo l’Italian-African Peace Facility e il centro di eccellenza Stability Police Unit, che ha sede a Vicenza – un centro gestito dall’Arma dei carabinieri, come sapete – e dove abbiamo già formato quasi duemila ufficiali di forze di polizia e di sicurezza, provenienti da circa venti Paesi. Noi possiamo andare fieri di queste iniziative di formazione, che ci permetteranno di mantenere l’attenzione sulle grandi crisi regionali.
Relativamente alle crisi regionali, il primo grande tema concerne il disarmo e la proliferazione. Non siamo soddisfatti di come le cose stanno andando nel mondo e abbiamo la necessità di dare un contributo fondamentale al successo di una conferenza che svolgerà un ruolo chiave per il futuro del mondo, ossia la conferenza per il negoziato del nuovo trattato di non proliferazione, che si aprirà a febbraio 2010. Come comprendete, l’anno 2009 sarà, quindi, un anno chiave.
Bisognerà riesaminare il trattato di non proliferazione ed adeguarlo ad un mondo che è cambiato. È cambiato per quanto concerne la Corea del nord, l’Iran e i rischi di una proliferazione nel cosiddetto «Medio Oriente allargato».
Certamente svilupperemo delle iniziative in merito, con una proposta globale sul disarmo, perché non basta la non proliferazione, ma occorre anche un’azione di disarmo, a cominciare da quello nucleare, ed è evidente che, per tutto questo, occorre coinvolgere i grandi attori globali, ma non solo.
Certamente la lotta al terrorismo sarà una grande priorità politica sia per i ministri degli esteri, sia per i capi di Governo, che adotteranno la dichiarazione sul terrorismo che porrà i grandi temi su cui i Paesi membri dovranno lavorare e già stanno lavorando: da un lato, reclutamento e radicalizzazione; e, dall’altro, rispetto della legalità internazionale e rispetto delle regole, anche nei confronti dei sospetti terroristi. 
L’Africa è tra le aree critiche di cui ci occuperemo in modo particolare. Siamo insoddisfatti di quanto è accaduto finora e vediamo un’incapacità della comunità internazionale ad occuparsi dei grandi teatri regionali di crisi.
Ricordate l’indignazione del mondo dinanzi alla dittatura dello Zimbabwe? Ebbene, a distanza di alcuni mesi, possiamo dire che non è stato fatto niente in proposito. L’Italia aveva assicurato un’azione ferma e politica, ma le si è detto che sarebbe stato meglio lasciar fare all’Unione africana e all’ONU. Oggi la dittatura continua e nulla è accaduto. E che dire del Congo, dove 18 mila caschi blu dell’ONU non riescono a prevenire le stragi, gli stupri, la morte eccetera?
Occorrono un coinvolgimento e una maggiore responsabilizzazione dell’Africa. Non può essere solo il resto del mondo ad andare lì, con soldi e soldati, per affrontare le crisi regionali. Occorre, anzitutto, una forte politica di sostegno, da un lato, alle autorità dell’Unione africana e, dall’altro, a quelle della Lega araba.
Bisogna dirlo con grande chiarezza, altrimenti è impensabile che da qui – da Roma o, magari, da Bruxelles – si pensi di affrontare il tema della Somalia, del Congo eccetera. 
L’altra area di cui ci occuperemo in dettaglio sarà l’Afghanistan e, in particolare, la regione che si trova tra Afghanistan e Pakistan.
Come ho già annunciato a tutti i colleghi dei Paesi interessati, ho intenzione di organizzare un esercizio G8 allargato, dedicato a Pakistan e Afghanistan.
Si tratterà di un’iniziativa speciale per esplorare, anzitutto, le possibilità di stabilizzazione; e, in secondo luogo, la possibilità di una soluzione politica regionale – sottolineo: politica, regionale – con il coinvolgimento di tutti gli attori interessati.
A questa iniziativa inviterò, per la prima volta, i ministri degli esteri dei Paesi del G8 e quelli dei sei Paesi dell’Outreach, di cui vi ho accennato prima.
Notate che India e Pakistan lavoreranno insieme per la stabilizzazione di questa regione. Inviterò, però, anche l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, la Turchia e l’Egitto, coinvolgendo, quindi, Paesi arabi importanti, protagonisti di un’area di crisi che, forse, è oggi tra le più delicate del mondo, per le implicazioni che comporta.
Presidente, colleghi, in conclusione, noi vogliamo avviare la riflessione sulle coordinate di una nuova governance globale, che colga sia le sfide orizzontali, sia le tematiche regionali e le sfide geo-strategiche più importanti.
Come Paese europeo presidente del G8, ho assunto un’ulteriore decisione, che è stata particolarmente apprezzata dai colleghi a Bruxelles: chiederò alla prossima presidenza europea di poter informare i ventisette sulle priorità della presidenza italiana del G8, al suo inizio.
A me sembra che un grande Paese europeo come l’Italia, quando si assume la presidenza del G8, non possa non coinvolgere, nella fase informativa e preparatoria, gli altri Paesi membri dell’Unione europea.
È un’azione che la presidenza ceca, ovviamente, ha molto apprezzato; non so se faremo un vertice ad hoc o una riunione di ministri degli esteri a margine di un Consiglio, all’inizio dell’anno, ma certamente quella sarà la prima occasione in cui un G8 a presidenza di un Paese europeo avrà la forza ed il sostegno – ed anche, in qualche modo, il viatico politico, anche se non giuridico-istituzionale – di tutti e ventisette i Paesi europei. Credo di aver così assunto un ulteriore segnale di attaccamento all’azione dell’Europa.
Il Presidente del Consiglio mi ha dato mandato di sviluppare queste linee, che ovviamente ha approvato e condiviso; chiaramente noi, in merito a questo, contiamo anche sul contributo del Parlamento.
Quella di oggi è una prima occasione – io spero che ve ne saranno altre – dopo le risoluzioni approvate negli scorsi giorni dal Parlamento, che ho molto apprezzato, per riferire sullo stato dell’arte e per fare della presidenza italiana del G8 un’occasione per rendere al nostro Paese il merito e il valore che si è conquistati, facendo dell’Italia tutta – maggioranza e opposizione; Parlamento, Governo e società civile – la protagonista di un momento di azione internazionale che, come comprenderete, non solo non capita spesso, ma non capita mai in un momento tanto complesso come quello attuale. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie, signor Ministro.
Do ora la parola ai senatori e ai deputati che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni. 

MATTEO MECACCI. Grazie, presidente.
Ringrazio il Ministro per essere venuto a riferire alle Camere prima dell’inizio della presidenza italiana.
Credo che la questione del G8 – in particolare considerando quanto è avvenuto nelle ultime settimane, con il susseguirsi di vertici internazionali che hanno cercato di affrontare, in particolare, il tema della crisi economica in corso a livello globale – segnali quello che è un grande deficit della politica internazionale, ossia l’assenza di una dimensione istituzionale e politica davvero globale e capace di gestire questi fenomeni che, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista sociale (basti pensare al tema dell’immigrazione), hanno ormai delle implicazioni globali.
Credo che anche le difficoltà incontrate nel provare a trovare delle soluzioni e nel formulare delle ipotesi di riforma delle istituzioni di Bretton Woods e di altre riforme istituzionali, segnalino, appunto, questa assenza.
Evidentemente anche per quando si riunisce il G20, com’è avvenuto nei giorni scorsi, mancano delle regole di funzionamento che consentano interventi adeguati rispetto alle sfide presenti sul terreno.
Credo che tutte le ipotesi di riflessione rispetto all’allargamento, ma anche rispetto alla riforma istituzionale, vadano in una direzione che noi radicali segnaliamo da tempo; esse evidenziano, cioè, come sia ormai necessaria una gestione di questi fenomeni globali entro una dimensione politica e istituzionale, altrimenti ciascuno Stato nazionale – ma ormai anche ciascuna regione europea – rischia di non essere in grado di far fronte a queste esigenze.
Se si dibatte di questo, però, occorre partire anche dalla natura del G8, il quale è nato come un forum informale di quei Paesi che, dal punto di vista economico, erano i più avanzati, ma erano anche retti da istituzioni democratiche.
Questo è stato un criterio fondativo del G7, innanzitutto, e poi del G8, con l’allagamento alla Russia negli anni Novanta, col quale si è voluto dare atto di un processo di democratizzazione di quel Paese, in corso in quel momento, dandogli così accesso a responsabilità, ma anche ai privilegi che si hanno nel far parte di questi organismi.
Credo che questo vada tenuto ben presente quando si parla della necessità di avere un’effettiva governance dal punto di vista economico: per poter avere degli attori responsabili anche nella gestione delle questioni economiche, infatti, non è indifferente se questi attori siano Paesi retti da regimi autoritari oppure democratici.
Non dico questo come una nota a margine, perché il fatto di avere delle istituzioni democratiche rischia di essere visto come un lusso che solo alcuni Paesi occidentali si possono consentire, mentre credo che sia una necessità con cui ci dovremo probabilmente trovare a fare i conti.
Credo, infatti, che il fatto per cui, a livello internazionale – come accade già ora – ci sono dei Paesi, come ad esempio gli Stati Uniti, del cui debito pubblico sono depositari, per grandi quote, altri Paesi i cui interessi in politica estera spesso confliggono co


Luogo:

Roma

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