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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

09/12/2008


Dettaglio intervento

AFFARI ESTERI E COMUNITARI (III) – BILANCIO, TESORO E PROGRAMMAZIONE (V) – POLITICHE DELL’UNIONE EUROPEA (XIV) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI  E
AFFARI ESTERI, EMIGRAZIONE (3a) – POLITICHE DELL’UNIONE EUROPEA (14a) DEL SENATO DELLA REPUBBLICA


RESOCONTO STENOGRAFICO


SEDUTA DI MARTEDI’ 9 DICEMBRE 2008

(Fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Comunicazioni del Governo sul Consiglio europeo dell’11-12 dicembre 2008.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca, ai sensi articolo 3, comma 5, della legge 4 febbraio 2005, n. 11, comunicazioni del Governo sul prossimo Consiglio europeo dell’11-12 dicembre 2008.
Saluto i presidenti delle Commissioni esteri del Senato e delle politiche dell'Unione europea della Camera e del Senato. Saluto, altresì, il presidente e i colleghi della Commissione bilancio della Camera che, in questa occasione, hanno ritenuto di associarsi alla nostra riunione, in considerazione del fatto che l'ordine del giorno dell'imminente Consiglio europeo include significativamente la crisi finanziaria e il suo impatto sull'economia. 
Avverto che la seduta non potrà protrarsi oltre le 15,20, in relazione ai lavori dell'Assemblea della Camera. Pertanto, sarà necessario che gli interventi successivi alla relazione del Ministro siano sintetici, al fine di consentire al maggior numero di colleghi di prendere la parola.
A questo proposito, se siete d'accordo, fisserei un tempo di tre minuti per le repliche. 
Come ho già detto poco fa in Commissione, mi auguro che ci venga data la possibilità di lavorare con tempi diversi. 
Ringrazio il Ministro Frattini per la cortese disponibilità e lo invito a svolgere la sua relazione.

FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri. Grazie, presidente, sarò anche io particolarmente breve, sperando di riuscire a concentrare l'ordine del giorno del Consiglio europeo.
Ieri, l'intera giornata di lavoro dei Ministri degli esteri a Bruxelles è stata dedicata alla preparazione dei lavori di questa settimana, che avranno sostanzialmente tre grandi punti all'ordine del giorno: il primo punto è dedicato al Trattato di Lisbona, il secondo alle misure per il rilancio dell'economia e per il tentativo di superamento della crisi economico-finanziaria e il terzo all'adozione del pacchetto energia-clima. 
Vi saranno anche alcune questioni specifiche, relative alla politica estera, che figureranno nelle conclusioni: in particolare – tocco questo tema, sul quale non tornerò – quella della strategia dell'Europa per il Medio Oriente e di come l’Europa potrà presentare una propria proposta, un proprio contributo alla nuova amministrazione americana, per impegnarla, sin dal primo giorno, a riprendere in mano il tema del Medio Oriente e della pace. 
Per quanto riguarda la strategia di Lisbona, abbiamo ascoltato l’Irlanda e abbiamo riflettuto a lungo.
Credo che vi siano tre prospettive ragionevoli non alternative. La prima di esse riguarda la possibilità che il Consiglio questa settimana tracci una sorta di road map per la ratifica del Trattato di Lisbona, indicando – come l'Italia ritiene sia ragionevole fare – l’obiettivo della fine del 2009 come momento dell'entrata in vigore del Trattato di Lisbona.
La seconda prospettiva è che vi sia accordo per delle dichiarazioni politiche – il che non vuol dire né un protocollo, né una rinegoziazione del Trattato, dunque niente che richieda nuove ratifiche – per chiarificare all'elettorato irlandese, in vista di un secondo referendum, i tre punti che l’Irlanda ritiene necessari.
Mi riferisco, innanzitutto, alla caratteristica nazionale del diritto di famiglia – che a mio avviso è già nel Trattato di Lisbona, ma che evidentemente non era abbastanza chiara – con riferimento allo status dei rapporti familiari, al regime di separazione, di divorzio e via dicendo.
Il secondo punto riguarda la natura nazionale delle aliquote fiscali. L'Irlanda teme che nel Trattato di Lisbona – anche questa è una preoccupazione ingiustificata, ma chiarificare non è male – vi sia il pericolo di un'armonizzazione europea o di una decisione europea sulle aliquote fiscali. Si chiarirà che questo non è il compito dell’Unione europea e non rientra nelle caratteristiche e nelle competenze stabilite dal Trattato di Lisbona.
Il terzo punto è la riaffermazione della neutralità dell’Irlanda, cosa questa assolutamente pacifica.
In aggiunta, credo che sarebbe particolarmente utile l’adozione di un’altra decisione politica, quella per la quale, quantomeno per la prossima legislatura, il numero dei membri della Commissione europea resti invariato. L’idea di ridurre il numero di commissari, che sarebbe la conseguenza automatica del Trattato di Nizza, se il Trattato di Lisbona non entrasse in vigore, è una prospettiva che viene vista dagli irlandesi come estremamente pericolosa. Oggi, la possibilità di perdere il commissario nazionale – che pure non rappresenta lo Stato, come tutti sappiamo, ma è comunque visto come una presenza intorno al tavolo della Commissione europea – è una delle leve più importanti su cui, a mio avviso, si potrebbe agire per spiegare all’elettorato irlandese perché votare «sì» in un secondo referendum. 
La mia valutazione è che vi sia la possibilità di una road map, quindi che si possa indicare a dicembre, già questa settimana, la prospettiva di una ratifica del Trattato di Lisbona con un secondo referendum irlandese. Ritengo non plausibile l’idea che il referendum si tenga prima delle elezioni europee.
A mio avviso, questo referendum si potrà tenere nella seconda parte dell’anno, quindi nell’autunno del 2009. È comunque ragionevole immaginare che con la fine del 2009 il meccanismo di ratifica si sia completato.
Il secondo grande tema dei lavori è il pacchetto energia-clima. Come avete visto, molti Paesi membri hanno compreso, a differenza delle posizioni originarie, come l’obiettivo doveroso di salvaguardia dell’ambiente non possa essere raggiunto con la sofferenza grave dei sistemi industriali, in questo momento di crisi economica, o con la perdita di milioni e milioni di posti di lavoro. Avete preso atto della chiara presa di posizione tedesca, per citarne una tra le tante, o anche di molti Paesi dell’Europa orientale.
L’Italia ha mantenuto una posizione negoziale. Accettiamo l’idea di un compromesso, in questo mese, che deve essere equilibrato. Abbiamo già ottenuto dei risultati significativi: la clausola di revisione al 2014 per le fonti rinnovabili, il principio del cosiddetto carbon leakage, per il quale le imprese manifatturiere in settori strategici debbono essere salvaguardate attraverso l’emissione di certificati gratuiti e non a pagamento (quantomeno con un phasing-in, ossia con un periodo d’ingresso, evidentemente non per sempre).
La terza grande domanda dell’Italia è quella di computare, nell’ambito della quota di energie rinnovabili, quegli investimenti in energie rinnovabili realizzati su finanziamento o su contributo italiano non in Italia, ma nel bacino del Mediterraneo.
Questo è un principio che sta prendendo piede.
I due principali punti che ho citato prima sono già inseriti nel documento presentato ieri, che mercoledì sera sarà riformulato e trasmesso a tutti gli Stati membri. Se passasse anche il terzo punto, gli investimenti in Paesi non europei del Mediterraneo – pensate agli investimenti italiani in Albania, nel campo dell’energia eolica – verrebbero computati nella quota di rinnovabili intestata all’Italia, il che favorirebbe sia la promozione di interventi in Paesi strategicamente importanti per noi, sia la protezione dell’ambiente nel bacino del Mediterraneo. Questo è il terzo punto sul quale in queste ore stiamo lavorando. Registriamo importanti passi avanti e manteniamo una posizione negoziale per favorire un accordo.
Vi è un’ulteriore richiesta di ordine generale, che credo dovremo formulare allorquando il quadro strettamente normativo sarà stato chiarito, e sarà una richiesta di tipo politico. 
Noi apriremo, con presidenza italiana del G8, alla fine del 2009, la Conferenza di Copenaghen sul cosiddetto “post-Kyoto”. È evidente che quel negoziato, che dovrà proseguire almeno per due anni perché possa entrare in vigore nel 2012 il nuovo trattato post-Kyoto, risentirà dei cambiamenti di atteggiamento e di strategie delle grandi economie sviluppate (penso agli Stati Uniti d’America) ed emergenti. Pensate che le emissioni in atmosfera della sola Cina rappresentano l’otto per cento dell’intera quota di emissioni del pianeta. L’intera strategia europea mira ad abbassare del due per cento la quota di emissioni nel pianeta.
Questo porta a una richiesta politica di rivedere il pacchetto – che adotteremo, se vi saranno le condizioni, questa settimana – alla luce dell’atteggiamento, nei prossimi anni, delle grandi economie mondiali. Non possiamo immaginare di non tener conto, se l’America cambierà atteggiamento, del mutato atteggiamento americano, oppure della circostanza che Cina e India decidano di confluire in questi obiettivi, qualora ciò avvenga.
Ecco, quindi, una richiesta di riconsiderare ciò che stiamo discutendo adesso alla luce dei cambiamenti che si realizzeranno nel post-Kyoto. Questo vuol dire accordiamoci pure oggi su un compromesso equilibrato, ma non dimentichiamo che, se dobbiamo tutelare l’ambiente, dobbiamo tener conto di ciò che fanno i cosiddetti «grandi emettitori» nell’atmosfera. 
Il terzo tema riguarda il pacchetto di misure per l’economia. Abbiamo apprezzato le misure proposte dalla Commissione e abbiamo evidentemente sottolineato, e lo faremo ancora, tre punti.
Il primo punto riguarda il fatto che non si può «scassare» il Patto di stabilità. Dobbiamo lavorare negli ambiti di flessibilità di quel Patto, non dare vita a un meccanismo di libertà di spesa e di indebitamento che minerebbe i pilastri del mercato unico e del Patto di stabilità stesso. 
Secondo «caveat»: dobbiamo tener conto di una disciplina di aiuti di Stato che si basi su regole europee. Non possiamo immaginare che ogni Stato porti avanti la sua politica di aiuto con categorie di destinatari che si scelgono Stato per Stato. Tali categorie vanno invero individuate sulla base di regole comuni europee. Se qualcuno deve essere aiutato, tutti debbono poter essere aiutati secondo parametri eguali. 
Il terzo punto riguarda il criterio che si sta in qualche modo determinando sulla quota importante di risorse non spese della Politica agricola comune (PAC). Sta emergendo un importo molto elevato di risorse che non sono state spese. Ebbene, la proposta della Commissione è di destinare queste risorse in blocco, che altrimenti verrebbero restituite ciascuna agli Stati membri (a noi spetterebbero 600 milioni di euro circa), ad esempio al settore dell’interconnessione energetica. Senza dirlo, si vuole finanziare il «Progetto Nabucco», una linea di connessione energetica che può interessare tre, quattro o forse cinque Paesi dell’Unione europea su ventisette.
L’Italia ha espresso delle riserve, dal momento che non possiamo immaginare che la quota non spesa della politica agricola comune, invece di essere restituita, come chiedono Italia, Germania, Regno Unito, Olanda e altri Paesi, venga impiegata per interventi di cui beneficerebbero un numero molto limitato di Paesi. La nostra proposta è la seguente: o si finanziano tutte le infrastrutture di trasporto transeuropee, di cui tutti – o la grande maggioranza – dei Paesi beneficerebbero, oppure si restituiscano i 600 milioni all’Italia e così via.
Questo è un punto molto chiaro, la cui adozione, come sapete, presuppone l’unanimità. A me non sembra che su questo punto ci sia unanimità, anzi pare che sussista un largo dissenso da parte di Paesi importanti. 
Queste sono, in conclusione, le grandi questioni. Sul tema dell’intervento di risanamento e di sostegno al bilancio e all’economia europea c’è una parte molto importante che riguarda l’accelerazione delle procedure per l’assegnazione dei fondi strutturali. Questa è una parte che ci interessa molto e che tutti condividono: l’attenuazione della burocratizzazione per l’assegnazione di quei fondi - che la Commissione ha inserito - ci permetterà, se ben usata, di introitare sin dai primi mesi dell’anno una quota importantissima di fondi strutturali del 2009, che tradizionalmente vengono attribuiti nelle ultime settimane dell’anno.
Mi fermo qui per dare spazio alle domande dei commissari…
 

…FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri. Cercherò di essere rapido.
In primo luogo, quanto ho esposto oggi è il frutto di un lavoro di coordinamento con tutti i ministri competenti. La presidente Boniver ha detto molto correttamente che è stato svolto un lavoro di squadra all’interno del Governo, che verrà portato avanti anche nei prossimi giorni. Questo, finora, ha portato dei risultati importanti.
Alcuni colleghi hanno parlato dell’entità dell’intervento della Commissione e della sua insufficienza quantitativa e qualitativa.
Mi permetto di dire che quello che sta certamente emergendo in queste settimane è un maggiore ruolo intergovernativo dell’Europa. Se vi è un dato su cui oggi ci dobbiamo confrontare, ancor prima di parlare di risorse proprie dell’Unione europea, esso riguarda le risorse disponibili. Queste ultime sono poche e non riescono ad essere impegnate perché gli Stati membri, o alcuni importanti Stati membri, tra cui l’Italia non figura – da questo punto di vista il nostro Paese avrebbe voluto e vorrebbe un approccio più europeo e meno intergovernativo –, hanno rifiutato e si sono opposti anche a quello che alcuni hanno definito un intervento timido della Commissione europea. Non credo che questo atteggiamento cambierà.
Ritengo che sia difficile immaginare oggi di aprire un tema come quello delle risorse proprie, per aumentare il bilancio dell’Unione europea, quando anche sui fondi disponibili c’è indisponibilità di grandi attori, anzitutto la Germania come sappiamo, a utilizzare il denaro del bilancio comunitario per iniziative che potrebbero, in tutto o in parte, non tornare esattamente allo Stato che contribuisce pro-quota.
Se questa è la filosofia, essa è puramente intergovernativa.
Bisogna essere realisti. Quindi, possiamo dire tra noi che l’intervento non è sufficiente, ma quello che ha fatto la Commissione è stato assolutamente il massimo nelle circostanze attuali.
Forse, era oggettivamente insufficiente, ma quando vi sono Paesi che di fronte all’idea di un fondo di solidarietà, da finanziare con i certificati di emissione a pagamento, per interventi di energia pulita nei Paesi dell’Europa dell’est, dicono che in assoluto il fondo di solidarietà non deve esistere, comprendete bene che ragionare di risorse proprie francamente sarebbe quasi velleitario.
Molto più appropriato è ciò che aveva proposto il Ministro Tremonti, ossia dei bond europei e un fondo europeo per finanziare le infrastrutture; il che, a mio avviso, è meglio che sottrarre le infrastrutture dal Patto di stabilità e dai limiti di Maastricht.
Anche queste due iniziative hanno trovato difficoltà, perché alcuni Paesi hanno affermato con chiarezza di non essere disponibili a contribuire pro-quota in misura maggiore rispetto al loro ritorno.
In estrema sintesi, questa è la ragione per la quale il sistema comunitario, alla luce della crisi economico-finanziaria, sta mostrando dei forti limiti. Ecco perché sono partito dal Trattato di Lisbona. Se non diamo un rilancio forte alla prospettiva di istituzioni credibili, vi saranno evidenti conseguenze.
In proposito, vorrei dire all’onorevole Mecacci, che ha parlato prima della Cina, che non ci sarà all’ordine del giorno un dibattito sulla Cina. Abbiamo preso atto che la Cina, sbagliando, ha annullato il vertice europeo. Riteniamo che i temi di confronto, anche critico, non debbano mai essere cancellati. La Cina l’ha fatto, ma non credo che al Consiglio europeo ci sarà la volontà di aprire un dibattito politico, perché non si raggiungerebbe l’unanimità necessaria per farlo.
Questo è il cuore del problema. Quando l’Europa si incentra sul carattere intergovernativo, anziché sul ruolo delle istituzioni comunitarie, accadono circostanze di questo genere. Possiamo constatarle, ma non pensare che in pochi giorni tutta la situazione cambierà: in questo sono realista.
In merito alla politica energetica europea, onorevole Tempestini, certamente la nostra linea è quella scritta nel documento approvato dal Consiglio economico all’inizio del marzo scorso, ossia la diversificazione. L’Italia lo sta facendo. Il Progetto Nabucco è una delle strade per diversificare l’approvvigionamento energetico.
D’altra parte, però, quando parliamo di approvvigionamento che viene dall’est piuttosto che dal sud, alcuni Paesi si dichiarano non disponibili a finanziare, con i soldi di tutti, il condotto Nabucco che serve soltanto a cinque Paesi. Questo è il cuore del problema. Ecco perché siamo d’accordo sulla diversificazione, su una politica energetica che guardi a sud e non soltanto a est, e che si rivolga anche alle energie rinnovabili. Tuttavia, non si raggiunge l’unanimità sul fatto di realizzare gli strumenti per questa diversificazione con il denaro europeo di tutti quanti.
Questa realtà a me personalmente non piace, ma è quella che sta emergendo in questa situazione piuttosto drammatica. 
Senatore Perduca, l’altra volta non avevo parlato delle nuove tecnologie in particolare, ma nel tema G8-sviluppo ci sarà un capitolo specifico dedicato all’e-government. Presenteremo programmi in questo senso e per le nuove tecnologie ai Paesi in via di sviluppo, che saranno dedicati a dieci Paesi. Quindi, questo argomento sarà ampiamente trattato e lo faremo nel contesto delle politiche di sviluppo per i Paesi in via di sviluppo. Questa è la linea che abbiamo seguito all’inizio e che non abbiamo abbandonato. 
Sul conflitto di agosto e sugli esiti della crisi russo-georgiana, mi sembra che l’Europa abbia deciso: il Consiglio europeo ha deliberato di riaprire il negoziato per un accordo strategico tra Europa e Russia. La NATO ha deciso di riavviare i rapporti con la Russia. Il negoziato della Conferenza di Ginevra sta continuando.
Pertanto, credo che dovremo sviluppare i due temi: quello in sede NATO e quello in sede di Consiglio europeo. Non credo che ci sia un terzo foro nel quale affrontare questo esito.
Come sapete, è in corso una missione europea. Tra un mese, avremo il rapporto degli osservatori proprio sulla linea di confine tra Georgia e Ossezia del sud, la regione indipendentista. Evidentemente, anche alla luce di quel rapporto, decideremo se prorogare quella missione di osservatori che, come sapete, era stata decisa solo per un periodo limitato di tempo. 
L’insufficienza dell’azione europea è certamente un tema al quale ho accennato.
L’onorevole Duilio ha parlato di retorica europeista. Mi permetto di dire che non ho mai usato questo tipo di retorica, forse sarà stato qualcun altro ad averlo fatto. Oggi dobbiamo piuttosto ricostruire una fiducia reciproca fra i Paesi membri. 
Quando alcuni Paesi dubitano persino della possibilità di prevedere un programma comune europeo per finanziare iniziative dedicate all’energia pulita, credo che ci si debba preoccupare, dal momento che si vanno a toccare risorse economiche in un momento di crisi.
Ecco perché mi permetto di dire che la posizione del Governo italiano sul pacchetto clima- energia è stata saggia. Non potevamo dire, dal primo giorno che eravamo d’accordo perché non lo eravamo. Non abbiamo neanche detto che volevamo discutere l’obiettivo 20-20-20 – nessuno di noi l’ha detto –, abbiamo semplicemente affermato che quel pacchetto era dannoso per l’impresa e per i posti di lavoro.
Quando ha espresso tale opinione il cancelliere Angela Merkel, ieri, tutti si sono stupiti del fatto che provenisse dalla madrina del pacchetto europeo. Un capo di Governo di buon senso si rende conto che ci sono esigenze da conciliare: occorre tenere conto della tutela dell’ambiente ma anche  del drammatico tema della perdita di posti di lavoro dovuta alla crisi economica. 
Faremo un buon compromesso che tenga in considerazione l’uno e l’altro aspetto. Questo è l’obiettivo italiano. 
Mi permetto di dire che non abbiamo giocato affatto di rimessa, ma abbiamo introdotto una misura, quella della revisione per le fonti rinnovabili, al 2014, che nessuno aveva individuato. Abbiamo, inoltre, chiesto tutela per le industrie manifatturiere. Credo che in quest’aula non ci sia nessuno che non ritenga giusto tutelare le aziende manifatturiere, che sono il tessuto vivo di questo Paese. Noi lo abbiamo fatto. Poi abbiamo scoperto che molti altri Paesi avevano il nostro stesso interesse a tutelare questo settore, ma noi siamo andati avanti e credo che abbiamo fatto bene. Grazie a noi il tema del carbon leakage è entrato nel negoziato, mentre all’inizio – come voi ben sapete – ne era assolutamente fuori. 
Per quanto riguarda le proposte sulla governance europea, onorevole Gozi, io sto parlando di rafforzare la coesione comunitaria e lei parla di cooperazioni rafforzate. Forse andremo alle cooperazioni rafforzate e, a quel punto, dovremo dire che l’Europa è soltanto intergovernativa. Dall’Italia per il momento non partiranno proposte di cooperazioni rafforzate. Spero di poter dire che ricostituiremo un clima positivo a favore dell’azione comunitaria. Se non ci riusciremo, allora dovremo ammettere una crisi profonda del sistema comunitario e del meccanismo di operatività comunitaria. 
Quello dell’European security strategy, onorevole Evangelisti, è un tema che non ho affrontato perché c’è accordo tra tutti i Paesi. E’ un tema che affronteremo praticamente al punto a): si tratta della revisione della strategia europea di risposta alle crisi. Ne abbiamo parlato con Javier Solana: si tratterà di un documento molto articolato di aggiornamento.
Il vero grande tema che è emerso, a proposito della crisi del Congo, riguarda il coordinamento con le Nazioni Unite. In altre parole, come coordiniamo la linea di comando di una missione europea con quella dell’ONU? Come sovrapponiamo o combiniamo la missione dell’ONU – di 17 mila caschi blu in Congo - con un’eventuale missione europea?
Ci siamo fermati all’inizio della discussione perché, purtroppo, non c’è ancora uno strumento forte di coordinamento tra gli interventi di sicurezza umanitaria dell’ONU e quelli dell’Unione europea.
Questo è uno dei temi che lo sviluppo della nuova strategia di sicurezza dovrà affrontare. Peraltro, con riferimento all’unanimità, ora che abbiamo le linee guida tutti approvano, ma quando si deve approvare una specifica missione o uno specifico intervento l’unanimità è assolutamente difficile da raggiungere. 
Onorevole Bellotti, le risorse non spese della PAC non sono risorse non spese dall’Italia. Si tratta di risorse del generale serbatoio che non sono state spese. La situazione non è imputabile a questo o quel Paese, in quanto le risorse non sono state distribuite.
Sempre su questo tema, non sono in grado di fornire una risposta all’onorevole Dozzo, non conoscendo il meccanismo di riattribuzione. Le risorse sono riattribuite al bilancio dello Stato, non con un bilancio di destinazione interno. È il bilancio dello Stato a destinare quei 600 milioni di euro ai settori prioritari. Questa, naturalmente, sarebbe una discussione interna di tipo politico, una volta decisa la riassegnazione. 
Qualcuno ha affermato di non apprezzare la riassegnazione nazionale. Non piace nemmeno a me. Ieri ho proposto di scegliere un settore sul quale, però, non ci sia l’interesse di cinque Paesi su ventisette, ma di venticinque su ventisette. Se finanziamo un settore che riguarda solo quattro Paesi, a quel punto sinceramente anche io mi permetto di proporre che il denaro non speso ritorni nei Paesi di destinazione. 
Infine, onorevole Bellotti, i criteri di Basilea 2 sono stati decisi a livello internazionale. Saranno, dunque, gli organismi bancari e interbancari internazionali a valutare gli effetti di cui lei ha parlato. Anche io sono consapevole del fatto che potrebbero esserci dei criteri applicativi pericolosi. Si potrebbe aprire una discussione sull’eventuale sospensione dell’entrata in vigore, ma non sulla rinegoziazione. Credo che questo tema non sia mai stato affrontato.


Luogo:

Roma

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