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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

30/12/2008


Dettaglio intervento

(Fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca le comunicazioni del ministro degli affari esteri Frattini sui recenti sviluppi della situazione in Medio Oriente.

Comunico che, ai sensi dell’articolo 33, comma 4, del Regolamento del Senato, è stata chiesta l’attivazione dell’impianto audiovisivo e radiofonico e che la Presidenza ha già preventivamente fatto conoscere il proprio assenso. Se non ci sono osservazioni, tale forma di pubblicità è dunque adottata per il prosieguo dei lavori.

Onorevoli colleghi, di fronte alla gravità degli eventi che in questi giorni stanno insanguinando il Medio Oriente e al loro impatto sull'opinione pubblica internazionale e nazionale, le Commissioni esteri delle due Camere hanno ritenuto opportuno procedere a questa convocazione straordinaria in un periodo di aggiornamento dei lavori parlamentari. Ringrazio pertanto tutti i senatori e i deputati presenti. Insieme al presidente Stefani ringrazio inoltre l'onorevole Ministro per la sua disponibilità a venire prontamente a riferire su quanto sta accadendo, sulla posizione italiana e su quella dell'Unione Europea.

Un conflitto così violento e sanguinoso, che poteva e doveva essere evitato, acuisce le tensioni tra Israele e tutto il mondo arabo, ritarda il cammino verso una pace equa e duratura in quella tormentata regione ed è suscettibile di produrre conseguenze sugli equilibri internazionali.

Ringrazio quindi nuovamente l'onorevole Ministro al quale cedo subito la parola.

FRATTINI, ministro degli affari esteri. Signor presidente Dini, signor presidente Stefani, vi ringrazio, come ringrazio i Presidenti delle due Camere, per aver deciso questa convocazione perché, come sapete, in tutta l'Unione Europea il nostro è l'unico Parlamento che discute nel mezzo di una crisi così delicata e drammatica e di questo io mi rallegro in modo particolare.

Molti di voi conoscono la situazione generale; sapete, quindi, anzitutto, che la tregua tra Israele e Hamas, proclamata grazie ad una mediazione importante dell'Egitto, è durata sei mesi ed è stata interrotta per una decisione unilaterale di Hamas che ha ripreso il lancio di missili di media e lunga gittata contro i villaggi e le città israeliane. Una delle ragioni che hanno portato a questa sconsiderata decisione di Hamas era il tentativo - non riuscito perché non vi erano le condizioni - di negoziare un rinnovo della tregua inserendo delle condizioni sbilanciate, tutte a favore di Hamas, che il mediatore egiziano non ha, a mio avviso correttamente, potuto concedere.

Certamente uno degli obiettivi era ed è quello di rafforzare il controllo dell'organizzazione (che è ancora considerata dall'Unione Europea un'organizzazione terroristica) sulla popolazione di Gaza. Vi era, in particolare, la richiesta di ottenere nuove regole di ingaggio da Israele e queste regole avrebbero dovuto permettere alle milizie, secondo una richiesta che, ripeto, neanche il mediatore egiziano ha potuto accettare, di agire liberamente nella fascia di 500 metri adiacente al confine con Israele. Questa, come sapete, era una fascia interdetta, anche se da una parte non scritta dell'accordo, durante il precedente periodo di tregua.

Questa situazione ha condotto all'inizio delle ostilità: alcune centinaia di razzi hanno colpito villaggi dove vivono circa mezzo milione di israeliani nell'area di confine e da ciò è derivata l'azione israeliana. La comunità internazionale, come sapete, anche attraverso una prima dichiarazione della Presidenza di turno del Consiglio di sicurezza, ha affermato e riaffermato ancora una volta il diritto di Israele all'autodifesa: è un principio che l'attuale Presidenza croata del Consiglio di sicurezza ha inserito in una sua dichiarazione pochi giorni fa; in quella stessa dichiarazione - poi parlerò del Consiglio di sicurezza - si è, a mio avviso correttamente, riaffermata la necessità assoluta di un cessate il fuoco e, allo stesso tempo, di un negoziato con la dirigenza palestinese. Per dirigenza palestinese noi intendiamo la dirigenza legittimata che fa capo all'autorità nazionale guidata dal presidente Abu Mazen.

Certamente il momento è tragico. Io non credo che si possa dire - lo affermo con l'assoluta comprensione delle ragioni dell'autodifesa di Israele - che qui vi sia qualcuno che vince e qualcuno che perde. La mia personale opinione è che tutti perdono quando centinaia di razzi vanno a colpire villaggi dove abitano civili israeliani assolutamente innocenti e altrettanto quando ci si fa in qualche modo scudo - e parlo di Hamas - per nascondere insediamenti missilistici in mezzo alle case, provocando così la tragica morte di palestinesi altrettanto innocenti che sono stati colpiti durante gli attacchi. Parlare di oltre 300 morti è comunque un bilancio tragico.

Certamente la parziale apertura della frontiera di Rafah da parte dell'Egitto non allevia di molto la condizione tragica degli ospedali nella striscia di Gaza. Direi che in quella striscia il sistema sanitario è ormai già collassato, non è vicino al collasso, sia per la carenza di posti nei presidi chirurgici sia per la mancanza di generi medicinali.

Ecco allora che il primo e credo indiscusso obiettivo che tutta la comunità internazionale si deve porre è quello di un cessate il fuoco immediato. Questo va accompagnato con altrettanta urgenza con un intervento per fornire immediati aiuti umanitari per la popolazione civile palestinese che abita nella Striscia. L'Italia è stato il primo Paese europeo a operare in questo senso. Io mi auguro che nelle riflessioni di queste ore e dei prossimi giorni anche altri Paesi europei diano, come noi abbiamo fatto, disposizioni alla loro rete diplomatico-consolare (noi l'abbiamo fatto con il consolato generale di Gerusalemme l'altro ieri) per avviare un programma aggiuntivo di aiuti di emergenza. Voi sapete che l'Italia, nell'anno 2008, ha fornito oltre 8 milioni di euro di aiuti umanitari alla popolazione palestinese. Abbiamo deciso l'altro ieri di disporre un immediato intervento aggiuntivo di 350.000 euro che saranno destinati al programma di assistenza alimentare per i bambini e per i degenti presso gli ospedali della Striscia di Gaza e 100.000 euro per l'acquisto di beni sanitari che mancano. Ho fatto riferimento a questi aiuti umanitari perché nel mio colloquio - degli altri dirò poi - con il Ministro degli esteri israeliano ho fatto presente che l'Italia stava disponendo in quelle ore un intervento umanitario e che ci saremmo aspettati un via libera affinché questi beni potessero affluire ai destinatari negli ospedali di Gaza, ricevendone - debbo dirlo - una risposta rassicurante. Vi è la preoccupazione - come sapete - che attraverso gli aiuti e i convogli umanitari si possano nascondere sospetti terroristi o estremisti. È chiaro che un programma della cooperazione italiana non può suscitare simili preoccupazioni agli israeliani.

Abbiamo anche pensato - ma questo è accaduto 15 giorni fa, a metà dicembre - di disporre un ulteriore intervento finanziario per Gaza di circa 850.000 euro per l'acquisto e la distribuzione di generi alimentari. Quindi, nel mese di dicembre, abbiamo stanziato oltre un milione di euro per interventi umanitari; purtroppo, non molti Paesi europei (anzi finora nessuno) hanno seguito questo esempio. È uno dei punti chiave che dovrebbero essere affrontati e unanimemente concordati.

Certamente, quel che rileva è un'attività diplomatica intensa che è iniziata con colloqui bilaterali che, per parte italiana, ho avuto con il Ministro degli esteri israeliano, con il Segretario generale della Lega araba e con il Ministro degli esteri egiziano, il quale - come sapete - sta svolgendo, anche in queste ore, un'azione importante della quale parlerò. Sono stato informato stamattina dal presidente Napolitano di conversazioni telefoniche da lui programmate o già effettuate con gli attori di questa crisi, in particolare con il presidente Mubarak, il Presidente Abu Mazen, nonché il Presidente israeliano Peres.

Per quanto riguarda Israele, la posizione israeliana è chiara ed è stata esplicitata dalla signora Livni a me e dal presidente Peres al presidente Napolitano: Israele non poteva permettere, essendovi non soltanto una fortissima pressione dell'opinione pubblica, ma anche un'assoluta concordia tra tutte le forze politiche israeliane, che il lancio dei missili contro i villaggi israeliani continuasse. Vi ho detto che si tratta di un'area dove vivono 500.000 israeliani. Nelle ultime ore la gittata dei razzi sparati da insediamenti di Hamas si è allungata fino a raggiungere circa 40 42 chilometri di raggio, quindi una gittata piuttosto significativa: da ultimo, i razzi hanno raggiunto le città di Beersheba e di Ashqelon, che sono città piuttosto distanti, ma ancor più distante è la città di Ashdod che è a oltre 40 chilometri dalla linea di confine.

La posizione israeliana è quella di un'indisponibilità allo stato attuale ad un cessate il fuoco, se Hamas non solo non assumerà questo impegno, ma   queste sono le parole pronunciate da parte israeliana - se non lo farà in modo credibile e controllabile. In altri termini, secondo la posizione israeliana, mentre in passato l'assunzione di un obbligo di tregua e di un cessate il fuoco è stata soltanto verbale, oggi occorrono strumenti di controllo per verificarne l'adempimento. Questa è una delle precondizioni che vengono poste.

Certamente, la preoccupazione israeliana è per la duplice influenza negativa che si può riscontrare nelle voci di una mobilitazione delle milizie di Hezbollah a Nord di Israele (quindi nella parte a Sud del Libano) per un’eventuale azione aggressiva da Nord, ma soprattutto per la discreta regia iraniana dell’escalation militare da parte di Hamas. Queste preoccupazioni sono state espresse   come sapete   a tutti gli interlocutori a cui gli israeliani si sono rivolti.

Ho avuto un altro chiaro riferimento da parte israeliana: la disponibilità e la volontà dello Stato d'Israele a limitare in ogni caso danni e gravi conseguenze fisiche, in particolare l'uccisione di civili palestinesi, con la precisazione fatta a me e al Presidente che, in alcuni casi, le installazioni missilistiche di Hamas sono letteralmente nascoste in abitazioni civili o, comunque, in aree densamente abitate da civili.

Ho avuto un colloquio interessante con il primo ministro del Libano Siniora che mi ha cercato per chiedere all'Italia di esercitare un'azione di pressione politica nei confronti di Israele. Il Primo Ministro libanese, dopo aver esordito con una condanna dell'azione israeliana, ha aggiunto che ci si aspetta nelle prossime settimane che l’Italia si attivi, sin dall'assunzione della Presidenza italiana del G8, per porre all'attenzione dei principali Paesi del mondo il tema di una riconciliazione globale nel Medio Oriente che non si limiti ovviamente all'emergenza   e per emergenza intendiamo il cessate il fuoco   ma si estenda ad una ripresa dei contatti e dei negoziati tra tutte le parti interessate. Il Primo Ministro libanese ha fatto riferimento alla riunione ministeriale della Lega araba che si terrà domani e ha sollecitato un appello (che anch’io ho formulato) ad un cessate il fuoco che permetta ai Ministri degli esteri della Lega araba di assumere una posizione equilibrata: per posizione equilibrata intendo non adottata sotto la pressione anche fisica dell'azione israeliana sulla Striscia di Gaza.

Per quanto riguarda quest'ultimo punto, sia la collega Livni a me, sia il presidente Peres al presidente Napolitano, hanno confermato di non avere intenzione di autorizzare un attacco di terra su Gaza, per le conseguenze che questo provocherebbe, sia nel senso di un nuova (anche se temporanea) rioccupazione di Gaza da cui Israele si era totalmente ritirato, sia per l'impegno che un'azione militare di terra comporterebbe con ricadute ancora più tragiche in termini di vite umane.

Tornando al Primo Ministro libanese, credo che il suo riferimento fosse ad un cessate il fuoco anche temporaneo (di 24 o 36 ore) ed unilaterale da parte israeliana. Questo riferimento è stato da parte sua non esplicito; è invece stato esplicito il medesimo invito da parte del ministro degli esteri egiziano Aboul Gheit che ha rappresentato alla mia attenzione, come requisito principale per consentire alla riunione ministeriale della Lega araba di affrontare il tema nelle prossime ore, la necessità che Israele compia, anche unilateralmente, il gesto di sospensione delle azioni militari per le 24 36 ore necessarie alla Lega araba a cercare una posizione equilibrata.

L'Egitto oggettivamente sta svolgendo un'azione importante, rappresenta, anche in queste ore, uno dei principali protagonisti sul fronte arabo e tenta tra l'altro di armonizzare la propria azione con quella di un altro Paese che sta esercitando e ha esercitato un ruolo molto positivo nella Regione: la Turchia. L'incontro di ieri ad Ankara tra il ministro Aboul Gheit e il ministro turco Ali Babacan ha portato a delineare alcune possibili proposte che se condivise - ovviamente ne parleremo tra un attimo - potrebbero essere accolte dalla riunione ministeriale della Lega Araba prevista per domani e potrebbero essere riprese in un vertice della Lega Araba a livello di Capi di Stato che l'Emiro del Qatar è intenzionato a convocare per il 2 o il 3 gennaio a Doha.

La posizione egiziana è equilibrata. Il Presidente Mubarak ha tenuto con il Presidente Napolitano, così come il ministro Aboul Gheit con me, a respingere con il giusto sdegno le accuse che l'estremismo e le aree ricollegabili ai Fratelli musulmani stanno conducendo contro il Governo egiziano, accusandolo, più o meno esplicitamente, di aver dato il via libera all'operazione israeliana. Si fa infatti un collegamento con la recentissima visita del ministro Livni a Il Cairo, proprio per parlare del deterioramento della situazione a Gaza. La risposta egiziana, che io personalmente condivido, è di sdegno; l'Egitto ha svolto e svolge un ruolo difficilissimo ma equilibrato, esprimendo una posizione di fermezza da un lato nei confronti delle azioni di Hamas, che è oggettivamente responsabile della violazione della tregua e quindi di aver innescato questa situazione drammatica, e dall’altro nel chiedere allo Stato di Israele la cessazione di azioni che possano portare ad ulteriori vittime innocenti. Quella egiziana è una posizione che vuole il compromesso e che, così come quella del Presidente palestinese Abu Mazen, intende non solo parlare di tregua e di cessate il fuoco, ma anche di ripresa del negoziato e quindi del dialogo tra tutte le parti.

Credo che si debba, come il Governo italiano, il presidente Berlusconi e io riteniamo, sostenere gli sforzi dei Paesi arabi equilibrati e moderati verso non soltanto una cessazione immediata del fuoco, ma anche verso la ripresa a breve termine della riconciliazione interna palestinese, con l'eventuale ulteriore mediazione egiziana, e la ripresa del dialogo a vari livelli tra lo Stato di Israele e gli altri attori regionali, in particolare dei negoziati sospesi con l'Autorità palestinese e con la Siria sulla delimitazione dei confini. Credo che questi sforzi debbano aggiungersi a quelli di questi Paesi, in primo luogo dell'Egitto.

Ho parlato con il ministro Aboul Gheit della riunione ministeriale della Lega Araba, che si svolgerà, come sapete, domani e che è considerata preparatoria: l'idea infatti è quella di convocare un vertice, come detto, tra il 2 e il 3 gennaio a Doha. Con riferimento al vertice d'emergenza, ad oggi non vi è ancora il sostegno del numero minimo dei Paesi membri della Lega Araba. Si parla quindi di una riunione preparatoria; non vi è ancora il numero minimo di Paesi membri della Lega Araba, che, invece, hanno già assicurato il consenso per il vertice.

Ho parlato di questo a lungo con Amr Moussa, il quale sta tentando una discreta azione diplomatica per arrivare ad un'eventuale vertice della Lega Araba senza divisioni nel gruppo dei suoi membri, cosa che attualmente sembra profilarsi. L'idea sarebbe di preparare a livello ministeriale una linea guida che possa indirizzare la discussione del vertice, che eviti quello che alcuni Paesi vorrebbero, cioè una posizione di sola ed esclusiva condanna di Israele e, addirittura, una condanna esplicita nei confronti dell'Egitto. Ovviamente ciò costituirebbe per la Lega Araba un risultato non auspicabile.

In aggiunta, due Paesi membri della Lega Araba chiedono che al vertice prenda parte Hamas. A questa richiesta la dirigenza dell'Autorità nazionale palestinese si è già opposta. Credo che rispetto a ciò il portavoce del presidente Abu Mazen sia stato chiaro. Egli ha detto nella conferenza stampa che ieri è stata convocata al palazzo presidenziale: “L'Autorità nazionale palestinese non permetterà che qualche fazione faccia commercio del sangue palestinese". La presenza di Hamas, quindi, a fronte della richiesta yemenita in particolare, vede l'opposizione dell'Autorità nazionale palestinese.

Le altre posizioni di Paesi membri della Lega Araba sono in fase di definizione. Vi è apprezzamento da parte dei Paesi della Lega Araba per il sostegno che l'Unione Europea aveva espresso al Consiglio di dicembre: lo avevamo manifestato a livello di Ministri degli esteri al cosiddetto rilancio del piano arabo di pace, anche se si ritiene che in queste condizioni non sia possibile parlare di un piano organico di pace se non vi saranno prima una tregua e un cessate il fuoco rispettato.

Durante i colloqui avuti in questi giorni da ultimo ho a lungo parlato con Bernard Kouchner, presidente di turno, ancora fino a dopodomani, dell'Unione Europea; con il collega francese abbiamo in qualche modo ragionato su alcune idee, sulle quali, se informalmente condivise nell'incontro che vi sarà tra un'ora e mezza a Parigi su questo tema (un incontro che, come sapete, non porterà a conclusioni, né a risoluzioni, non essendo un Consiglio, né formale, né informale), si potrebbe concordare, seguendo in qualche modo l'invito ad un appello politico fatto dai Paesi della Lega Araba.

Quali sono le possibili linee su cui Italia e Francia si trovano d'accordo e che potrebbero essere proposte entro domani come punti per una risoluzione al Consiglio di sicurezza? L'Italia conclude il 31 dicembre la sua presenza nel Consiglio di sicurezza, la Francia conclude il 31 dicembre la sua Presidenza dell'Unione Europea: in questa giornata, che coincide con la riunione ministeriale della Lega Araba, noi potremmo insieme delineare alcuni punti di possibile risoluzione del Consiglio di sicurezza di iniziativa italo francese, che evidentemente presupporrebbero una nuova convocazione del Consiglio di sicurezza stesso, dal momento che la precedente si è conclusa senza un risultato e voi sapete per quale motivo: il testo di una possibile risoluzione, infatti, ad avviso di alcuni (gli americani) era non completo, ad avviso di altri (il gruppo arabo capeggiato dalla Libia) eccessivamente tollerante nei confronti di Israele. La vicenda si è conclusa, come sapete, con una dichiarazione. Credo, ed è convinzione del Governo italiano, che oggi una risoluzione del Consiglio di sicurezza sia l'unico strumento forte, politico e necessario, al di là degli appelli che tutti noi stiamo facendo (l'Europa, l'Italia, Solana).

I punti, a mio avviso, sono quattro. Innanzi tutto un cessate il fuoco immediato. Si era discusso di un cessate il fuoco a termine. Questo poteva andar bene quattro giorni fa, ma oggi credo che il cessate il fuoco debba essere immediato, anche per le ragioni cui ho accennato: la concomitanza con riunioni ministeriali, forse anche a livello di Capi di Governo della Lega araba, che in presenza di un cessate il fuoco potrebbero adottare, come sarebbe auspicabile, una posizione equilibrata.

Il secondo punto concerne una ripresa piena dei flussi umanitari, degli aiuti. Sapete che in parte, al di là dell'apertura del valico con l'Egitto, è stata autorizzata l'apertura dei valichi alla Striscia di Gaza per fare entrare un convoglio della Croce rossa. Credo che questo esempio debba ripetersi e diventare la regola. Gli aiuti umanitari, a cui l'Italia, come detto, per prima ha deciso di prestare un ulteriore sostegno, debbono essere ininterrotti, date le tragiche condizioni di vita, sanitarie e alimentari della popolazione palestinese di Gaza.

Il terzo punto su cui potremmo avere consenso, ma le cui modalità di realizzazione sono più difficili da attuare, è la richiesta forte, che in particolare gli amici americani hanno formulato, non ancora formalmente ma a noi informalmente, di un meccanismo di osservatori internazionali per garantire il rispetto della tregua stessa e, ovviamente, dei flussi di aiuti umanitari. Questa proposta potrebbe integrarsi con una riflessione fatta insieme ad Javier Solana, che l'ha poi resa pubblica, vale a dire utilizzare le presenze di personale PESD in area che potrebbero essere dispiegate in tempi sufficientemente rapidi nelle aree di confine con la Striscia di Gaza per contribuire a svolgere questo compito di monitoraggio e osservazione del rispetto della tregua. Questa posizione ha sollevato da parte dei Paesi arabi alcune perplessità. Sapevamo da tempo delle perplessità dei Paesi arabi ad una presenza di osservatori internazionali occidentali. Sapevamo e sappiamo che su questa proposta vi sarebbe da parte di Hamas contrarietà assoluta, proprio perché, come noi temiamo, l'obiettivo di Hamas è consolidare il dominio e il controllo esclusivo di questo mini-Stato che rischierebbe di formarsi, con una grande pericolosità, nella Striscia di Gaza. E' per questo che Hamas ha sempre rifiutato la presenza di osservatori e di personale internazionale all'interno della Striscia ed è la stessa ragione per la quale gli stessi Paesi arabi hanno avuto le medesime cautele. Anche se un dispiegamento non credo possa essere immediato, ritengo che potremmo fare riferimento, in una eventuale risoluzione, alla graduale possibilità di un dispiegamento di osservatori internazionali per garantire il rispetto degli accordi. Credo che una formula sufficientemente elastica, della quale ho parlato con alcuni dei miei interlocutori in queste ore, potrebbe essere accettata anche dalla Lega araba, a condizione che prima di ogni cosa vi sia il cessate il fuoco.

Un ulteriore punto fortemente richiesto è il richiamo ad un'importante decisione del Consiglio dell’Unione europea del 2005. Mi riferisco alla decisione che per la prima volta fece riferimento ad un accordo tra Israele e Autorità palestinese per una presenza, anche in teatro, quindi sul territorio, europea. È una risoluzione che per la prima volta menzionò - come molti di voi ricorderete - la possibile presenza di personale PESD in Medioriente, registrando su questo l'accordo sia dell'Autorità palestinese sia dello Stato di Israele. Si richiede quindi un richiamo esplicito a questa risoluzione. A tutto questo dovrebbe aggiungersi, a mio avviso, e la Francia condivide come credo condividerebbero gli Stati Uniti, un riferimento esplicito all'impegno di mediazione dell'Egitto per proseguire, o meglio ora riprendere, lo sforzo per una riconciliazione nazionale palestinese. Fra pochi giorni il presidente Abu Mazen si troverà di fronte a dichiarazioni formali di sfiducia e delegittimazione, che faranno seguito a quelle di queste ore, ma questa volta circa il suo status di presidente dell'Autorità. Questo è stato già anticipato da Hamas ma è presumibile che queste dichiarazioni di sfiducia formale saranno ripetute dopo il 9 gennaio. Un richiamo al ruolo di mediazione dell'Egitto, sembra a noi - parlo avendo consultato la Presidenza francese - una ragionevole possibilità. Infine, includere in un'ipotesi di risoluzione del Consiglio di sicurezza una richiesta ad Israele di un cessate il fuoco di brevissima durata unilaterale, potrebbe costituire un elemento molto importante, anche simbolico, in vista del vertice del 2 gennaio della Lega araba. Quanto a quest'ultimo punto, non ho ovviamente un riscontro allo stato positivo e quindi mi limito a sottoporre alla vostra attenzione questa eventualità.

Per tutto il resto credo di poter dire, avviandomi alla conclusione, che un'azione dell'Europa che chieda al Consiglio di sicurezza una risoluzione immediata sulla base di questi punti, o che non si discosti dai punti che ho appena delineato, potrebbe trovare sufficiente consenso a livello europeo. Potrebbe confermare, da un lato, che l'Unione europea chiede un'azione urgente che per prima cosa faccia cessare il fuoco e che si rivolge poi, dall'altro, al Consiglio di sicurezza dove, ad esempio, i colleghi russi hanno già espresso analoga richiesta di un cessate il fuoco come prima delle richieste, e, in prospettiva di breve medio-periodo, la ripresa del dialogo con la mediazione degli Stati arabi più impegnati, in particolare dell'Egitto. Il nostro ambasciatore a New York ha effettuato un passo formale con i suoi colleghi in vista della possibile proposta italiana, registrando comunque interesse e nessuna opposizione. Evidentemente, io ritengo che una iniziativa del genere, per la quale credo sia indispensabile un consenso di massima dei colleghi europei, avrebbe un particolare significato se politicamente sostenuta dai colleghi dei Paesi membri dell'Unione Europa e non soltanto da due: uno rappresentante la Presidenza e uno, seppure ancora per poco, membro del Consiglio di sicurezza. Credo che il consenso politico su queste linee debba essere più ampio.

Un'ultimissima parola sulle Nazioni Unite. Il segretario generale dell'ONU, che è stato attraverso i suoi collaboratori da noi consultato, ribadisce la posizione delle Nazioni Unite e la disponibilità a lavorare per un nuovo tentativo - chiamiamolo così - di risoluzione del Consiglio di sicurezza precisando tra i vari punti - leggo il rapporto che mi è stato inviato - “il riconoscimento del diritto di Israele all'autodifesa e la condanna dei razzi di Hamas”. Evidentemente, emerge una forte preoccupazione per le vittime civili provocate dalla reazione israeliana.

Questi sono i punti generali su cui, credo, le Nazioni Unite potrebbero prendere una forte ed urgente posizione e sui quali io suppongo vi sarebbe un consenso abbastanza vasto della Lega araba. Affermo che suppongo perché è l'impressione che ho avuto dai colloqui che personalmente ho avuto e che il Presidente Napolitano ha avuto al suo livello in queste ore.

Tutto questo credo avrebbe una particolare forza se, come ho anticipato a tutti i miei interlocutori, l’odierna riunione del Parlamento italiano facesse emergere linee condivise su cui il Governo possa esprimere non soltanto la propria posizione, ma anche la posizione condivisa della larga maggioranza del Parlamento italiano.


Luogo:

Roma

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