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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

07/01/2009


Dettaglio intervento

Audizione del Ministro degli Esteri, Franco Frattini, davanti alle Commissioni Affari esteri di Camera e Senato per relazionare sulla situazione che si è determinata nella striscia di Gaza

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

INTERVENTO INTRODUTTIVO:

FRANCO FRATTINI, Ministro per gli affari esteri. Desidero ringraziare lei, signor presidente, e naturalmente tutti i colleghi deputati e senatori per questa ulteriore opportunità di incontro dopo quella, che io giudicai e continuo a ritenere particolarmente utile, del 30 dicembre scorso. L’evoluzione della drammatica situazione a Gaza credo giustifichi un ulteriore scambio di vedute. 
Imposterò la mia relazione su due aspetti: l’evoluzione della situazione sul terreno e le prospettive che abbiamo, anche alla luce degli ultimi sviluppi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite; l’azione messa in campo dall’Italia negli scorsi giorni e in queste ore per contribuire al miglioramento di una situazione su molteplici piani. 
È chiaro che, dal 30 dicembre scorso, è aumentato a livello drammatico il numero delle vittime nella striscia di Gaza. Certamente, una parte di queste vittime non sono combattenti delle milizie di Hamas, ma sono vittime innocenti palestinesi. Questo è un aspetto che, nonostante l’impegno formale ribadito più volte, anche pubblicamente, nei colloqui che ho personalmente avuto con le autorità israeliane, resta tuttora una sfida importante per Israele: quella di limitare ed evitare in assoluto il coinvolgimento di vittime civili.
Abbiamo avuto dal Governo israeliano delle risposte che, in alcuni casi, sono documentate e in altri sono anche filmate, che rappresentano uno degli aspetti più drammatici di questa vicenda: l’uso da parte dei miliziani di Hamas di civili innocenti come scudi umani, diretti o indiretti. Dico «indiretti» perché la pratica di occultare grandi depositi di armi nelle cantine delle abitazioni civili o anche in altri luoghi fortemente abitati è un modo indiretto di sottoporre a gravissimo rischio e, purtroppo, al tragico rischio di morte civili innocenti. Questa è una parte della strategia di Hamas. 
Ho chiesto personalmente al Governo israeliano di adottare tutte le misure possibili per evitare che, malgrado questa strategia particolarmente efferata da parte di Hamas, ciò accada. In particolare, se è possibile, ricorrendo a forme addirittura dirette di avviso preventivo ai civili che vivono nelle abitazioni e nei luoghi dove Hamas ha occultato armi o missili. Non è facilissimo, ma io credo che, con le moderne tecnologie disponibili, sia possibile almeno tentare un avviso e un raggiungimento dei civili che vivono in queste aree e che, purtroppo, sono stati drammaticamente vittime innocenti di questo conflitto.
Uno degli aspetti che sta emergendo in questa fase drammatica è che Hamas non soltanto ha violato la tregua dal 19 dicembre, non soltanto ha violato uno dei pilastri del processo di pace; come correttamente ricordò il 30 dicembre l’onorevole Fassino, uno dei pilastri del processo di pace era land for peace: terra in cambio di sicurezza di Israele.
Israele si è ritirato da Gaza e non intende rioccuparla, ma la sua sicurezza non è stata garantita. Questo è più che aver violato la tregua del 19 dicembre, questo è aver violato uno dei pilastri del processo di pace. Sta emergendo, però, un ulteriore aspetto, che ci viene indicato dai nostri rapporti, dai nostri ambasciatori, dai contatti che ho personalmente e anche dal rapporto dell’inviato che io ho pregato di andare nei territori ad incontrare sia le massime autorità palestinesi, il Presidente Abu Mazen e il Primo Ministro Fayyad, sia il Governo israeliano. Mi riferisco all’ambasciatore Ragaglini, direttore generale del Ministero degli affari esteri per il Medio Oriente, che mi ha raccontato di un’attività violenta dei miliziani contro gli esponenti di Fatah a Gaza.
Questo è un aspetto importante che viene troppo poco sottolineato in queste ore. Vi sono uccisioni, gambizzazioni, arresti illegali da parte dei miliziani di Hamas ai danni di esponenti di Fatah. Questa è un’azione contro il Presidente Abu Mazen e corrisponde alla preoccupazione di Hamas che il Presidente Abu Mazen riprenda il legittimo controllo di Gaza e arrivi a quello che noi vogliamo, ossia la riunificazione del territorio palestinese in uno Stato e l’estromissione di un controllo che la comunità internazionale non può ritenere legittimo.
Io ritengo che in queste ore il Governo italiano, come ha fatto, debba riconfermare il suo sostegno pieno al Governo dell’Autorità nazionale palestinese e in particolare la solidarietà al Presidente Abu Mazen per tutti i suoi uomini, che sono anche in queste ore, come tanti altri palestinesi innocenti, vittime delle violenze per ragioni politiche, perché esponenti di Fatah. Questo è un aspetto importante. 
La prima richiesta che l’Italia ha ribadito più volte dopo il 30 dicembre – in Parlamento, come primo punto della mia relazione, rivolsi un appello immediato a cessare il fuoco – è di procedere a un cessate il fuoco, da subito, temporaneo ma, entro breve termine, destinato a trasformarsi in un cessate il fuoco permanente.
Un cessate il fuoco temporaneo, senza la garanzia di un ristabilimento delle condizioni di sicurezza sul terreno, sarebbe un palliativo a cui la comunità internazionale non si può accomodare. Negli ultimi colloqui che ho avuto, e in quelli condotti dall’ambasciatore Ragaglini a Ramallah e a Tel Aviv nelle scorse ore, il cessate il fuoco è la prima richiesta formulata dall’Italia.
In queste ore, l’esercito israeliano, con il suo portavoce, ha comunicato la disponibilità di Tel Aviv ad accogliere la richiesta di un’apertura dei corridoi umanitari per 3 ore ogni giorno. Mentre noi parliamo, tra le 12 e le 15 ora italiana, i bombardamenti ogni giorno saranno sospesi.
Non è una tregua permanente, ma è un segnale che io personalmente, il Governo italiano e, ovviamente, tutta la comunità internazionale attendevano: un’apertura dei corridoi umanitari nella striscia di Gaza per consentire l’afflusso costante, quotidiano degli aiuti umanitari di ogni tipo.
Evidentemente, questo è semplicemente un primo passo che io definirei uno «spiraglio» verso una tregua permanente. Il prossimo passaggio è come lavorare per trasformare queste tre ore di sospensione quotidiana dei bombardamenti in una tregua più significativa e, infine, permanente. Io sono convinto – e ne ho parlato, come poi vi informerò, in queste ore con molti colleghi in molte parti del mondo – che una tregua permanente imponga, come precondizione, l’assoluta garanzia che Hamas non sia più rifornita di armi. Questa è la prima delle precondizioni, perché è evidente che Israele non potrà accettare una tregua permanente se non vi sarà la garanzia che, in un corridoio non particolarmente lungo di frontiera, tra Gaza e l’Egitto, non continui ad affluire quell’arsenale militare che sta permettendo ad Hamas di lanciare missili sulle città israeliane.
Si tratta di un corridoio di quattordici chilometri, particolarmente limitato, che a mio avviso va controllato. Una proposta, ancora una volta, di cui discutemmo in questa sede il 30 dicembre, che oggi siamo in grado di formulare in modo più compiuto, è la seguente: trasformare il mandato della missione internazionale che dal 2005 esiste per il controllo del valico di Rafah in una missione multinazionale e internazionale, quindi non più solo dell’Unione europea. Intendo una missione a cui partecipino forze arabe, in particolare dell’Autorità nazionale palestinese.
In altri termini, credo che il Presidente Abu Mazen debba avere la possibilità di spiegare proprie forze per il controllo di quei quattordici chilometri di confine tra Gaza e l’Egitto. Ritengo, altresì, che le forze egiziane debbano poter partecipare, come altre forze arabe, al controllo di quella parte di confine da cui arrivano le armi ad Hamas. Mi riferisco, in particolare, alla Turchia con la quale abbiamo parlato negli scorsi giorni e direi in queste ore, che ha risposto positivamente all’indicazione di un suo coinvolgimento in un’eventuale missione multinazionale di controllo di quella parte del confine e, più in generale, del rispetto della tregua basata sul reciproco cessate il fuoco.
Evidentemente, questa seconda possibilità, questo obiettivo a cui noi tutti puntiamo potrà essere raggiunto solamente se e quando Egitto e Israele avranno un’ulteriore possibilità di incontro che in queste ore sta maturando. L’instancabile impegno egiziano lo definirei come l’impegno dell’unico Paese che può fare davvero la differenza in queste ore; uso una frase del Presidente Sarkozy rivolta al Presidente Mubarak: Se l’impegno dell’Egitto continuerà in queste ore ed otterrà l’obiettivo di un incontro in giornata con il Primo ministro Olmert, questa prospettiva potrà concretizzarsi con maggiori probabilità.
L’Italia si sta impegnando non soltanto su un’azione di tipo politico in contatto con la Lega araba, con l’Egitto, con la Turchia, con i partner europei, con l’Autorità palestinese e con Israele. Questa mattina, ho ritenuto di avviare dei colloqui con i colleghi del G8. Finora, ho parlato con il collega giapponese, con quello tedesco e con quello russo.
Durante questa seduta – vi chiederò la cortesia di interromperla per pochi minuti alle ore 15,30 –, parlerò con il collega Miliband che mi richiamerà da New York. 
L’intenzione è quella di mobilitare un’attenzione, come Presidenza italiana, dei colleghi membri del G8, su due aspetti: uno di carattere politico e uno connesso agli aiuti umanitari.
L’aspetto politico consiste nel far sentire, in un momento in cui occorre fortemente il coordinamento della comunità internazionale, che l’Italia, nel suo ruolo di Presidenza del G8, vuole promuovere un sostegno corale e internazionale alla soluzione che il Presidente Mubarak ha esposto ieri al Consiglio di sicurezza, attraverso il collega Ministro degli esteri, Abul Gheit.
Si tratta di una posizione che condividiamo, che sosteniamo e alla quale auguriamo il pieno successo, perché è l’unica possibilità concreta attualmente sul terreno, che come è ovvio include tendenzialmente – vale a dire con gradualità – un cessate il fuoco che sia permanente e non più temporaneo, che include l’apertura del corridoio umanitario sui valichi, quindi il flusso degli aiuti umanitari e il controllo internazionale affidato a una missione integrata nel modo che vi ho appena accennato. 
Come Presidenza italiana del G8, ho discusso tale posizione in particolare con i colleghi che in queste ore avevano avuto importanti colloqui, ma non erano stati fisicamente presenti, ad esempio, agli incontri o alle discussioni promosse dall’Unione europea.
Il collega giapponese, in primo luogo, ha assicurato pieno sostegno a questa prospettiva, così come il collega Lavrov e il collega tedesco Steinmeier.
A tutti loro ho prospettato anche – e lo farò con gli altri colleghi del Gruppo G8 – un coordinamento degli aiuti umanitari. È un aspetto di cui si è parlato in termini di bisogno pressante; su questo siamo tutti d’accordo.
Ricorderete che il 30 dicembre scorso informai il Parlamento che l’Italia era il primo, e sino ad allora unico, Paese europeo ad avere inviato aiuti umanitari urgenti nella striscia di Gaza. Mi riferisco ad aiuti aggiuntivi.
Si è aggiunta la Grecia e anche una decisione tedesca, che si sta traducendo in realtà. Tuttavia, il collega giapponese e quello russo mi hanno parlato di un loro impegno, anch’esso già deciso, che sarà sviluppato nelle prossime ore. 
La proposta di un coordinamento dei contributi dei Paesi del G8 è stata raccolta positivamente dai miei interlocutori. Tramite i nostri ambasciatori, metteremo insieme le liste di interventi e di settori, anche territoriali, della striscia di Gaza su cui intervenire, onde ottimizzare il nostro lavoro, evitare duplicazioni e raggiungere tutti i settori, da quello medico a quello farmaceutico, a quello alimentare, a quello delle infrastrutture di uso quotidiano, su cui è assolutamente e urgentemente necessario intervenire a Gaza.
Credo che un impegno del G8 da questo punto di vista rappresenti un segnale particolarmente importante proprio per quanto riguarda gli aiuti concreti. 
Ho ritenuto, inoltre, che l’Italia possa attribuire agli aiuti umanitari un’ulteriore particolare priorità nel coordinare lo sforzo della cooperazione decentrata italiana. 
Molte regioni sono già impegnate autonomamente sotto questo profilo; alcune proprio a Gaza e nei territori palestinesi.
Abbiamo quindi iniziato a contattare i presidenti delle regioni italiane e abbiamo ricevuto subito la risposta del governatore della Toscana, Martini, che si è reso disponibile a lavorare in coordinamento, alla luce del protocollo politico che la Conferenza Stato-Regioni ha adottato il 19 dicembre scorso. Ciò significa che, con il coordinamento del Ministero degli esteri, gli aiuti dispiegati dalle regioni italiane affluiranno in forma di un pacchetto Italia, un pacchetto nazionale, che non sarà più composto soltanto dai fondi straordinari della cooperazione che stiamo impiegando, ma anche dalle possibilità che le regioni italiane hanno già dimostrato e stanno dimostrando di voler offrire.
Lunedì incontrerò i presidenti delle regioni italiane, o i loro rappresentanti, per definire le modalità e le liste concrete di azione in campo medico, ospedaliero, relativamente ai medicinali, agli alimenti e via dicendo.
Credo quindi che lo Stato e le regioni italiane potranno applicare, per la prima volta, il protocollo politico firmato in Conferenza Stato-Regioni. Peraltro, questo sarebbe un momento particolarmente significativo per procedere alla prima applicazione del nostro protocollo.
È evidente che il punto politico, a cui ho sostanzialmente accennato, è stato sollecitato e sottoposto ad entrambe le parti.
Tale punto consiste nel definire quale sia l’end game, la fine di questo esercizio, non la semplice sospensione dell’azione di autodifesa che purtroppo, da parte di Israele, era necessitata alla fine di dicembre scorso e che, ancora una volta, sta cagionando vittime innocenti, così come vittime innocenti sono state quelle causate dai missili di Hamas nei villaggi israeliani.
Non credo che si debbano comparare numericamente le vittime. Anche una sola vittima è una tragedia. È evidente che quando, per un tragico errore, si colpisce un luogo dove si trovano dei bambini che studiano, una scuola, la tragedia è particolarmente grande.
L’end game, dunque, consiste nell’impossibilità del ritorno allo status quo ante. Non possiamo immaginare che ci si fermi, dando ad Hamas la possibilità che il suo arsenale venga usato di nuovo. Occorre un’azione politica, ma soprattutto un controllo del territorio da parte di autorità legittimate. Non credo, dal momento che è stato detto esplicitamente e anche pubblicamente dalle autorità israeliane, che Israele abbia né interesse, né volontà ad una rioccupazione della Striscia di Gaza. Non ha interesse per i costi politici ed economici che questo implicherebbe, né volontà per le parole del Presidente Peres e del Ministro della difesa, e anche perché evidentemente questo costituirebbe la fine del processo di pace che dobbiamo riprendere appena possibile.
È evidente quindi che tutto questo passa per una azione di sensibilizzazione. Chi può svolgere tale azione?  In proposito, ho già citato l’Egitto, che credo abbia un ruolo chiave.
Ieri, abbiamo sottolineato ancora una volta la nostra fiducia nel fatto che l’azione egiziana continuerà.
Siamo anche convinti che le Nazioni Unite oggi siano in condizione di sostituire mandato e caratteri della missione internazionale del 2005, decisa dall’Unione europea in formato PESD.
Ripeto, si tratta di quattordici chilometri, ma se le Nazioni Unite non assumono una decisione politica per costituire una missione che sia formata dall’Autorità nazionale palestinese, dalle forze arabe e dalle forze dei Paesi occidentali, ivi comprese quelle europee e quelle italiane, che siano disponibili a contribuire, non vi sarà la vera garanzia che non si ritorni, un giorno, allo status quo ante, al quale non possiamo assolutamente tornare.
Ieri, il Presidente Abu Mazen ha espresso il suo appello in questa direzione. Egli sostiene la necessità della costituzione di una forza internazionale, sostitutiva della missione EUBAM, la missione europea del 2005, cambiandone il mandato ed inserendo l’azione delle forze dell’Autorità nazionale palestinese in quelle delle altre forze di Paesi europei, o comunque occidentali.
Credo che il Consiglio di sicurezza, che non ha ancora raggiunto un accordo per una risoluzione, debba e possa proseguire sui tre punti, sui quali emerge un accordo di principio, anche se non ancora di dettaglio: cessazione delle ostilità definitiva; riapertura dei valichi permanente e cessazione completa, come precondizione, del contrabbando delle armi verso Gaza, e quindi, come condizione politica di contorno, ristabilimento dell’unità palestinese.
Quello che abbiamo definito come il processo di riconciliazione interna palestinese è un cammino che, a mio avviso, deve continuare.
Certamente, in queste ore, due sarebbero i fatti importanti. Il primo di essi sarebbe un incontro tra Olmert e Mubarak che consentisse al Presidente egiziano di contare sul sostegno di Israele, che sinora non è stato dato, all’Unione europea, durante la missione della troika.
Se si realizzasse questo accordo, sulla base del piano egiziano, saremmo più vicini al raggiungimento dell’obiettivo.
Il secondo punto politico importante sarebbe la possibilità, da parte dell’Egitto, di indurre – uso questa espressione – Hamas ad accettare ciò che non ha mai accettato: il controllo della frontiera anche da parte dell’Autorità nazionale palestinese, ovviamente con la consapevolezza che il loro potenziale di armamenti dovrà essere bloccato o smantellato.
In questi minuti, si registra l’arrivo al Cairo di una missione di Hamas. A quanto ci risulta, tale missione appare guidata dal vicesegretario generale di Hamas, che da Damasco è partito per Il Cairo.
Credo che se si compisse lo sforzo egiziano di imporre ad Hamas questa condizione, che è di carattere politico, ma anche militare e operativo, potremmo completare il circolo positivo ed arrivare al raggiungimento dei tre punti chiari di accordo a cui ho fatto riferimento.
In conclusione, sono convinto che il ruolo dei Paesi arabi, della Lega araba e dell’Egitto siano assolutamente importanti, da un lato, per non attribuire ad Hamas la legittimazione internazionale che desidera, e che correttamente l’Unione europea non considera possibile – sapete che la troika europea non ha incontrato alcun rappresentante di Hamas durante la sua non lunga visita nei territori nei giorni scorsi –, ma, dall’altro lato, sarebbe la dimostrazione importante della capacità che la Lega araba e i Paesi arabi con i Paesi occidentali e con l’Unione europea possano arrivare a questo accordo.
Aggiungo infine un riferimento a un importante incontro con il Primo Ministro Fayyad, che ha registrato con soddisfazione l’iniziativa italiana di un coordinamento G8 per gli aiuti alla striscia di Gaza. Riteniamo che il Primo Ministro Fayyad possa essere l’interlocutore per questo aspetto, essendo l’autorità palestinese che ha competenza sulla ricostruzione economica e sugli aiuti. Abbiamo fiducia nel Primo Ministro, così come nel Presidente palestinese. Riteniamo quindi che nelle prossime ore questa iniziativa potrà rappresentare un ulteriore, concreto contributo avvicinandosi alla soluzione indicata nei tre punti oggi in discussione, che l’Italia ha caldeggiato personalmente e che continuerà a caldeggiare. 
Vi ringrazio. 

DIBATTITO (omissis)

REPLICA:

FRANCO FRATTINI, Ministro per gli affari esteri. Non mi dilungherò molto. All’inizio di queste mie riflessioni avevo detto che auspicavo un dibattito approfondito e ringrazio tutti i colleghi della maggioranza per le parole di apprezzamento che hanno rivolto all’azione del Governo e per le espressioni di consenso anche alla strategia che oggi ho delineato, e i colleghi dell’opposizione di aver dichiarato la loro intenzione di non strumentalizzare questa vicenda troppo delicata e troppo tragica per essere oggetto di scontro politico, ma soprattutto di voler motivare le loro critiche, che come sempre io accetto e il Governo accetta. 
Oggi, in questa sede ho espresso non la mia posizione personale, sebbene sia anche la mia posizione personale, ma la posizione del Governo, che ogni giorno concordo con il Presidente del Consiglio. Talvolta si sostiene infatti che il Capo del Governo in Italia sia troppo presente in politica estera, talvolta troppo poco. Considero dunque mio dovere sviluppare linee d’azione su cui ovviamente raccolgo ogni giorno il consenso del Presidente Berlusconi. Questa è l’intenzione su cui continueremo a lavorare con il Presidente del Consiglio. 
L’Italia continuerà a lavorare incessantemente per la pace, per una strategia euromediterranea che si basi sul dialogo e lo faremo innanzitutto con l’Europa. Se però si vuole l’Europa, non si possono poi auspicare sparpagliate iniziative nazionali. 
Ho apprezzato molto l’azione del Presidente Sarkozy, che era Presidente dell’Unione europea e in quanto tale aveva pieno titolo per agire, che da ora è Presidente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Non considero questa una azione di rottura dell’unità europea. Ma anche se questo non è stato, tutti gli osservatori internazionali hanno osservato come la troika europea si trovasse oggettivamente in difficoltà, perché su questa posizione così complessa i 27 Paesi membri dell’Unione europea, che pure condividono un analogo punto di vista, si sono trovati dinanzi a posizioni di divisione all’interno della Lega araba e all’interno della comunità internazionale. Per rafforzare l’Europa, quindi, dobbiamo lavorare all’interno del quadro europeo. Sono grato a tutti coloro che l’hanno qui esplicitamente riconosciuto.
Gli sforzi personali dell’Egitto così come del Presidente Sarkozy devono ricevere il nostro plauso perché hanno una legittimazione forte, l’uno dalla Lega araba, l’altro dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e dal ruolo di Presidente dell’Unione europea ricoperto fino al 31 dicembre scorso. 
L’Europa è il contesto in cui l’Italia si muoverà, come anche le Nazioni Unite. Come vi ho accennato, sono stato e sono tuttora in contatto con colleghi che sono membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Ho avuto al telefono il collega Miliband, ho parlato con il collega Lavrov, che questa mattina, pur essendo oggi il Natale ortodosso, si è intrattenuto a parlare del G8 e dell’ONU.
Ho parlato proprio del ruolo della Federazione Russa, onorevole Farina, con il collega Lavrov, che ho incoraggiato a confermare l’impegno della Federazione Russa a invitare per colloqui di pace a Mosca in primavera, così come annunciato sei mesi fa in una riunione del quartetto. Lavrov mi ha detto che è sua intenzione, se le condizioni lo permetteranno. Ho quindi rinnovato un incoraggiamento forte raccogliendo il consenso. 
Per quanto riguarda Hamas, molti colleghi hanno parlato e oggi non ho sentito voci dissonanti, come  invece accaduto nell’audizione del 30 dicembre scorso. Credo che non si possa rinunciare a imporre ad Hamas un quadro strategico che preveda terra contro pace. Questo è il pilastro del processo di pace. Se neghiamo questo principio, neghiamo il principio che debba esservi uno e un solo Stato palestinese.
Se accettiamo che il popolo palestinese sia diviso in due, avremo una parte dominata da Hamas, per le ragioni riferite dal collega Farina, che vuole imporre il fondamentalismo islamico come base dello Stato e un’altra da Al-Fatah, che ha sempre tenuto una posizione laica nel Governo dello Stato palestinese. Questo è l’altro punto di differenza forte.
Gli interlocutori che noi riteniamo legittimi – Fatah, il Presidente Abu Mazen e il Primo ministro Fayyad – non hanno mai pensato ad un Governo basato sulla legge islamica, o su uno Stato islamista. Ecco perché sono visti con ostilità proprio da coloro che con Hamas hanno occupato il territorio di Gaza.
Allora, se vogliamo uno Stato palestinese unico, così come vogliamo, e uno Stato israeliano che non solo abbia il riconoscimento alla sua esistenza, ma anche alla sua non negoziabile sicurezza, non dobbiamo assolutamente rinunciare a questa prospettiva, che purtroppo Hamas rifiuta di accettare.
Come ho detto il 30 dicembre, lo ripeto ancora oggi: Hamas è oggi il problema.
Capisco coloro che vorrebbero negoziare, ma l’Unione europea giustamente non lo ha fatto e Israele giustamente non lo sta facendo in queste ore.
Hamas, come ci dice un’agenzia di mezz’ora fa, ha ripreso il lancio di missili su Israele, trentacinque minuti fa. Nel mezzo di una situazione di questo genere, continuare a lanciare razzi cinque minuti dopo lo scadere delle tre ore di tregua temporanea, vuol dire veramente continuare un’azione sconsiderata. 
Credo che questo sia un punto chiaro e che il salto di qualità che dobbiamo evitare è che si abbandoni il processo di pace.
Mi permetto di dire che il nostro obiettivo è che cessi la tragedia, che si fermino le armi, che si torni subito al cessate il fuoco; ma abbiamo anche lo scopo che non si fermi per sempre il processo di pace. Se miniamo il principio del processo di pace, due popoli, due Stati – non concordo con l’onorevole Mecacci –, quindi il principio della nazionalità dello Stato ebraico e dello Stato palestinese, noi neghiamo il pilastro.
Se vogliamo evitare questo, dobbiamo assolutamente impegnarci in un’azione che in qualche modo impedisca ad Hamas di lavorare contro il popolo palestinese. Esprimo il mio pensiero forse con troppo coraggio – forse con brutalità –, ma vorrei dire che si lavora contro il popolo palestinese e contro lo Stato palestinese, non per il popolo palestinese, quando si boicotta il pilastro del processo di pace.
Registro – e ringrazio tutti i colleghi per questo – il consenso ai tre punti che avevo preannunciato il 30 dicembre e che sono quelli su cui oggi si sta ancora negoziando.
Registro, quindi, che sul cessate il fuoco permanente, su una forza di interposizione per garantire lo stop alle armi di Hamas e sul via libera permanente ai canali umanitari vi è un consenso generalizzato, di cui prendo atto con soddisfazione.
Quello che si chiama Philadelphi Corridor, un’area di quattordici chilometri, purtroppo non è stato controllato finora, per una ragione molto semplice, perché l’Autorità nazionale palestinese, non ha avuto la forza e la volontà di riassumere un controllo, anche militare, delle frontiere.
Ecco perché, nella mia introduzione, ho detto che la vera effettività di questa missione implicherebbe una presenza dell’Autorità nazionale palestinese.
Come ha detto l’onorevole Tempestini, se non ripristiniamo il ruolo dell’autorità palestinese legittimata, diamo la sensazione che ci pieghiamo a chi la sta delegittimando per toglierla definitivamente dal controllo di Gaza. Vogliamo che Gaza torni sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese il più presto possibile; altrimenti uno Stato palestinese unico non esisterà fino a quel momento.
Registro anche un consenso, del quale vi ringrazio, per l’azione del Governo italiano con le regioni italiane.
Il presidente della regione Toscana, insieme ad altri, che ci stanno chiamando, dimostrano che le regioni italiane sono pronte a partecipare a quella che potremmo definire come una proposta italiana di aiuto umanitario e di interventi, anche nel campo della sanità pubblica.
Da questo punto di vista, abbiamo l’esempio di istituzioni, anche ospedaliere o comunque sanitarie, che in qualche modo sono pronte a impegnarsi. Il presidente Baldassarri citava in precedenza alcune esperienze importanti come quella dell’Istituto mediterraneo di ematologia, ma ce ne sono moltissime altre.
Possiamo coagulare lo Stato e le regioni per evitare azioni scoordinate. Di questo ci occuperemo nei prossimi giorni, così come il G8, evidentemente deve coordinare le iniziative.
Proprio questa mattina, il collega Nakasone mi ha detto che loro vogliono destinare tredici milioni di euro sulla striscia di Gaza, ma evidentemente, per coordinare tale azione con quelle che anche noi stiamo portando avanti è meglio sentirci e lavorare insieme. 
Come Governo italiano, incoraggeremo la conclusione – spero positiva – di questo negoziato, che ancora è in corso, così come la possibilità di un’azione da parte del Consiglio di sicurezza. 
Voglio ribadire un ulteriore punto importante evocato dall’onorevole Veltroni. Tra i punti della sua opinione critica per alcuni aspetti, perché anche lui condivide i tre punti del piano attuale che abbiamo caldeggiato, sostiene che il Governo, in particolare chi vi parla, non avrebbe previsto al 30 dicembre scorso l’attacco di terra in Gaza.
Tuttavia, il 30 dicembre scorso, mi permisi di riferire le parole di uno dei più grandi uomini di pace che abbiamo, vale a dire il Presidente israeliano Peres. Credo che nessuno in questo Parlamento abbia dubbi sulla sincera volontà del Presidente Peres, che non a me, ma al Presidente Napolitano, altra persona su cui nessuno può nutrire dubbi, aveva detto che escludevano la possibilità di effettuare un attacco di terra.
Le situazioni sono cambiate, onorevoli colleghi. Non potevo immaginare che la spiegazione che mi era stata data - perché a Gaza non ci sto - fosse quella che poi ha indotto l’attacco di terra. La spiegazione che mi era stata data è che, avendo scoperto i depositi di armi sotto le case e nelle cantine dei negozi, non si poteva moltiplicare l’attacco solamente aereo, perché si sarebbero fatte ancora più vittime civili.
Questa è stata la spiegazione che ha indotto Israele a ca


Luogo:

Roma

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