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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

25/03/2009


Dettaglio intervento

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Per parlare del futuro dell’Europa bisogna partire dal suo presente. E il presente è dominato dalla crisi economica e finanziaria. La domanda che oggi dobbiamo porci è allora anzitutto questa: quali conseguenze avrà questa crisi sulla costruzione europea? La rallenterà, la accelererà, la incrinerà, la devierà verso un nuovo corso? Usciremo dalla crisi con più o con meno Europa?

Per rispondere a questo interrogativo è anzitutto importante valutare la reazione dell’Europa alla depressione in corso. L’immagine della UE che la crisi ci restituisce in questi giorni è infatti sdoppiata: da un lato, vediamo il profilo di un’Unione che, nelle difficili condizioni date, ha fatto tutto il possibile, raschiando il fondo del barile dei suoi strumenti e delle sue risorse; dall’altro, avvertiamo la consapevolezza che - in futuro – la UE dovrà fare molto di più, migliorandosi sul piano delle politiche, delle istituzioni e dei processi decisionali, se vorrà incidere significativamente sui processi globali.

Nel complesso, la risposta dell’Europa alla crisi ha mostrato punti di forza da valorizzare, ma ha anche rivelato limiti evidenti da superare, mentre continuano ad aleggiare certi rischi che vanno scongiurati al più presto.

Partiamo dagli aspetti positivi, sintetizzati nelle conclusioni del Consiglio europeo della settimana scorsa. L’Unione, direttamente o attraverso i suoi Stati membri, ha saputo adottare misure importanti per ripristinare il corretto funzionamento dei mercati finanziari; per rilanciare l’economia reale, approvando in particolare un Piano di rilancio per il 2009/2010 stimabile in 400 miliardi di euro (il 3,3% del PIL comunitario); per far fronte alla grave situazione sociale e di disoccupazione; per presentarsi con una posizione coordinata al prossimo Vertice G20. L’Euro si è poi mostrato un importante scudo protettivo, assolvendo una preziosa funzione stabilizzatrice.

Certo, in queste settimane sono emersi anche i limiti dell’azione dell’Europa, limiti insiti nella stessa costruzione europea. Il più evidente riguarda il fatto che l’Unione non è attrezzata per adottare politiche economiche anticicliche, che restano di pertinenza degli Stati membri. Lo strumento principale, il bilancio comunitario, è piccolo (l’1% del PIL dell’Unione) e soprattutto rigido nel suo utilizzo. A livello prettamente comunitario, al di là dell’azione di coordinamento, la solo proposta veramente significativa adottata dalla UE è stato il finanziamento di 5 miliardi di euro per progetti in campo energetico e nel settore della banda larga.

E veniamo ai due rischi maggiori che mi sembra questa crisi presenti per la costruzione europea e quindi per il futuro dell’Europa. Il primo, sul quale esiste un ampio dibattuto pubblico, è la rinascita del protezionismo. Il secondo, meno evidente e meno discusso ma altrettanto insidioso, scaturisce invece dalla sottolineatura della dimensione economica della UE che inevitabilmente la crisi porta a fare, con il rischio, appunto, che la visione “mercantilista” dell’Unione metta in ombra l’Europa politica e gli alti valori che interpreta, difende e intende diffondere.

Per quanto concerne il protezionismo, sappiamo bene che il Piano di rilancio comunitario, cui ho accennato, è basato soprattutto su provvedimenti nazionali di stimolo fiscale. Trattandosi di misure del genere, gli Stati sono implicitamente incoraggiati ad agire a sostegno delle produzioni nazionali. Esiste cioè la possibilità, e se ne sono già rilevate tracce marcate, che l’approccio di alcuni Paesi da nazionale divenga nazionalistico, sostanziandosi nella preferenza a favore delle produzioni domestiche e nella chiusura agli altri Paesi dell’Unione. Tanto più nel momento in cui gli effetti della crisi iniziano ad avere un evidente impatto sociale, incidendo sensibilmente sui livelli occupazionali.

L’Europa deve però resistere a questa tentazione. Le regole del mercato interno, uno dei pilastri della costruzione europea, vanno rispettate anche in una congiuntura così difficile. La necessità di affrontare efficacemente la crisi non può divenire cioè un modo per giustificare distorsioni della concorrenza. L’Europa deve quindi evitare malsane competizioni interne e darsi invece l’obiettivo di combattere, in modo coeso e coordinato, il neo-protezionismo globale che tanti danni arreca alle nostre economie. La lotta contro questo protezionismo è anche una priorità della Presidenza italiana del G8.

Sul tema dei valori dell’Europa, il secondo rischio cui facevo riferimento, vorrei poi essere molto chiaro. Se, come ho appena argomentato, preservare in questa fase la dimensione del mercato interno dell’Unione rimane un obiettivo cruciale, l’insistenza mediatica e comunicativa di questi mesi su un’Europa impegnata solo sul fronte economico e finanziario, rischia di proiettare un’immagine distorta della UE, ridotta solo a mercato, senza identità e idealità comuni. Il ritratto, insomma, di un corpo senz’anima, non più in grado di trasmettere passioni e ideali forti, non più disposto ad importanti battaglie di principio, ma rintanato nella difesa del suo livello di benessere. Un’Europa così poco ambiziosa sarebbe però destinata a recitare – in futuro - una parte inevitabilmente secondaria sul proscenio globale. Non è questa l’Europa che vogliamo.

Non dobbiamo dimenticare che la costruzione europea poggia ormai su un patrimonio condiviso di principi e di valori “costituzionali”. Un patrimonio collettivo da coltivare, anche in tempo di crisi. In altri termini, se i cittadini europei si aspettano oggi dall’Unione risposte più concrete a precise domande di governo, si attendono anche che tali risposte siano ispirate ai principi che ci accomunano e che tracciano il perimetro della cittadinanza europea. Esiste cioè un modo europeo di affrontare i problemi e le questioni internazionali che va preservato e valorizzato. Anche, lo ripeto, in questa difficile congiuntura internazionale.
Anche in questa fase l’Europa deve cioè mostrarsi vitale, viva, attiva, dinamica nella difesa dei suoi principi fondanti. Su certe questioni di principio non possiamo restare in silenzio o balbettare. Non possiamo dare l’impressione che la nostra sola, unica priorità sia ormai diventata la crisi economica. Faccio un esempio: l’atteggiamento dell’Unione sul negoziato per Durban II.

Credo che su questa vicenda l’Unione Europea abbia mostrato troppa indulgenza e incertezza. Avrebbe dovuto far sentire subito e in modo coeso la sua voce, prendendo una linea netta, senza se e senza ma, come fatto dall’Italia e dagli Stati Uniti, ritiratisi dai lavori preparatori della Conferenza di Ginevra. Non tutto è infatti negoziabile. Su temi come antisemitismo, razzismo, libertà di espressione, che fanno parte del nostro patrimonio identitario, non possiamo immaginare margini di compromesso.  Quando sono in gioco valori fondamentali l’Europa non deve transigere, perché ogni segnale di cedimento o di incertezza oggi può facilmente tramutarsi in un arretramento più generale della nostra civiltà domani.

Per tornare alla domanda che formulavo in apertura di intervento, non ho alcun dubbio che per uscire dalla crisi serva più Europa. Sia nella risposta concreta e specifica che vogliamo dare a questa crisi; sia nella dotazione delle istituzioni, delle politiche e dei processi decisionali dell’Unione.

Sul primo versante, mentre sono contrario all’istituzione di un fondo europeo di sostegno agli Stati in difficoltà,  vi sono tre misure sulle quali il dibattito meriterebbe di essere ulteriormente approfondito: (1) una riforma del bilancio comunitario che includa anche la struttura delle spese, le modalità del loro utilizzo, il regime di finanziamento; (2) l’emissione di eurobonds, al fine di reperire maggiori risorse per uscire dalla recessione e finanziare la crescita e gli investimenti; (3) l’affidamento della vigilanza finanziaria alla BCE, partendo dal presupposto che le attività di Banche e Istituzioni finanziarie superano ormai i confini dei singoli Paesi. Su quest’ultima idea, che personalmente condivido, va peraltro ricordato che esiste un consenso ancora modesto.

Queste tre misure, se realmente adottate, non servirebbero peraltro solo a parare alcuni effetti della crisi in corso, segnerebbero anche un salto di qualità “politico” per l’Unione. Passo così al secondo versante che indicavo, il cui punto chiave è naturalmente il Trattato di Lisbona. Se per il XXI secolo il nostro obiettivo è quello di creare un’Europa più forte e unita, con istituzioni più efficaci e politiche più ambiziose, il primo passo da compiere è chiaro: dobbiamo concludere le ratifiche del Trattato e farlo entrare in vigore prima possibile.

Sono molte le ragioni per cui abbiamo bisogno che i contenuti di “Lisbona” diventino effettivi rapidamente: perché contribuiranno ad un’Unione Europea più democratica e più trasparente; perché rafforzeranno la capacità dell’Unione di agire e decidere; perché permetteranno alla UE di avere una maggiore coesione esterna. Tra i tanti motivi ve n’è uno, però, i cui potenziali vantaggi sono stati spesso evocati analizzando il modo in cui l’Unione ha reagito a questa crisi economica. Mi riferisco all’importanza di poter contare su una Presidenza stabile del Consiglio europeo, come in effetti prevede il Trattato di Lisbona.

Le presidenze semestrali, anche quando sono guidate da Paesi dinamici e intraprendenti come sarà il caso della Svezia tra qualche mese, hanno difficoltà ad assicurare continuità d’azione all’Unione. I Paesi che si avvicendano alla Presidenza UE hanno spesso storie, sensibilità e quindi priorità diverse e riescono solo a salvaguardare un minimo di coordinamento con chi li ha preceduti e con chi li seguirà. Una Presidenza stabile offrirebbe invece garanzie migliori in termini di capacità dell’Unione di conseguire i propri obiettivi e di esercitare la sua leadership politica sulla scena internazionale: doti indispensabili, tanto più in una situazione di crisi come quella che stiamo vivendo.  

L’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha anche un significato di carattere più generale, che riguarda proprio il futuro della UE, il suo status internazionale. Per l’Unione, dopo il susseguirsi vertiginoso di 5 revisioni dei Trattati, è ormai maturo il tempo di chiudere il cantiere istituzionale e concentrare le sue risorse nello sforzo di affrontare le nuove, cruciali, sfide globali. Alcune sono orizzontali: la crisi economico-finanziaria, la non-proliferazione, il cambiamento climatico, la sicurezza energetica, il terrorismo. Altre hanno un focus regionale: la sicurezza dell’“arco di instabilità” che dal Medio oriente arriva sino all’Afghanistan, i rapporti con la Russia, quelli con la Cina.

Il tutto sullo sfondo di una governance globale che va ridisegnata. Punto, questo, cui l’Unione può dare un contributo significativo sotto molti profili. Ne cito uno: l’Europa ha già mostrato di essere in grado di regolamentare molti settori della governance: commercio, competitività, ambiente, diritti umani, rule of law. Ha acquisito cioè un’esperienza rilevante come norm-setter internazionale, che va valorizzata e sfruttata nel momento in cui molto si parla di nuove regole, soprattutto per i mercati finanziari. L’occasione per farlo sarà il prossimo G20 quando l’approccio europeo andrà armonizzato con quello americano, come noto più sbilanciato sulle misure di stimolo all’economia. E naturalmente gli appuntamenti del G8 sotto la Presidenza italiana.

Parlando delle nuove sfide che la UE deve affrontare vorrei partire da una considerazione. Il futuro dell’Unione, la sua possibilità di emergere come attore globale dipenderà da molte variabili, ma una – ritengo – avrà un’importanza specifica: la capacità dell’Europa di “produrre” sicurezza. E tra i tanti campi della sicurezza nei quali la UE potrà misurare la sua maturità politica globale vorrei soffermarmi su due in particolare: la sicurezza energetica e l’Afghanistan. La prima vista anche come cartina di tornasole di un rapporto cooperativo e non confrontativo o competitivo con Mosca; la seconda da interpretare anche quale banco di prova di un rinnovato rapporto transatlantico.

Per l’Italia, come per altri paesi europei, l’Europa deve contribuire a risolvere quello che è oggi il nostro principale vincolo esterno, la dipendenza energetica. A questo riguardo, abbiamo bisogno di una politica europea comune che saldi in maniera efficace le politiche energetiche nazionali, realizzando un mercato interno dell’energia più efficiente. Dobbiamo, inoltre, diversificare maggiormente le forniture e le rotte di energia; definire adeguati meccanismi di reazione alle crisi nelle forniture; promuovere l’efficienza energetica; sviluppare le risorse di cui l’Europa già dispone e che possono essere ulteriormente ottimizzate; includere l’energia quale parte integrante delle relazioni esterne dell’Unione. Quest’ultimo punto è particolarmente importante: per la nostra sicurezza energetica dobbiamo sviluppare appieno l’interdipendenza che esiste con la Russia e con i Paesi di transito dell’est-Europa.

Il Consiglio europeo della settimana scorsa ha compiuto un passo importante verso il raggiungimento di questi obiettivi, approvando le linee guida di una strategia complessiva, intesa a rafforzare la sicurezza energetica dell’Unione a medio e lungo termine. Come Italia, ci siamo pienamente riconosciuti in questa scelta strategica, essendoci dotati di  una politica che  in prospettiva rimodellerà il nostro mix energetico nazionale, introducendo il nucleare e rilanciando le energie rinnovabili.

Vengo quindi alla seconda sfida che ho accennato: l’Afghanistan. Su questo dossier, per la UE e i suoi Stati membri è cruciale dimostrare di saper garantire la propria sicurezza anche intervenendo lontano dai propri confini. L’Unione Europea dovrebbe farlo offrendo – in particolare - un contributo ancor più significativo nel settore nel quale detiene un vantaggio comparato per tradizione, strumenti e procedure, e cioè nel settore civile, dell’insitution building e della rule of law, oltre che in quello della formazione delle forze di polizia afgane. Il tutto nel quadro di un approccio regionale, che coinvolga gli attori rilevanti a partire da Pakistan, India e Iran; che metta in sinergia la dimensione civile con quella militare; che responsabilizzi sempre di più Kabul nell’opera di stabilizzazione del Paese. E’, questa, la filosofia che ispira la nota proposta dell’Italia per una Conferenza sull’Afghanistan da tenersi a Trieste nel quadro della nostra Presidenza G8.


 


Luogo:

Roma

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