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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

11/05/2009


Dettaglio intervento

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Onorevoli Colleghi, Signore e Signori,

è per me motivo di particolare soddisfazione intervenire a questa giornata celebrativa del 60mo Anniversario del Patto Atlantico, che la Delegazione italiana all’Assemblea Parlamentare NATO ed il suo Presidente, il Senatore Sergio De Gregorio, hanno voluto significativamente ospitare a Roma, nella sede del Senato italiano. A poche settimane di distanza dal Vertice dei Capi di stato e di governo svoltosi a Strasburgo-Kehl, oggi è il momento di portare la riflessione sul futuro della NATO in una dimensione, quella parlamentare, sempre feconda di contributi, analisi e proposte interessanti.

Nel mondo delle sfide globali e della public diplomacy le funzioni dell’Assemblea Parlamentare dell’Alleanza Atlantica rimangono cruciali, come lo erano state al tempo della guerra fredda e del bipolarismo. Il suo ruolo è infatti indispensabile sotto molti punti di vista: per porre le scelte e gli indirizzi dell’Alleanza nella cornice del dibattito democratico e trasparente; per spiegare alle opinioni pubbliche il ruolo della NATO nelle rispettive politiche estere; per fungere da forza aggregante e favorire, in un’Alleanza “a 28”, coesione e solidarietà interna; per offrire ai governi, nelle politiche dell’Alleanza con interlocutori esterni, una base di comprensione che faciliti la ricerca di forme di cooperazione.

Onorevoli Colleghi, Signore e Signori,

dopo 60 anni di attività il core business dell’Alleanza Atlantica rimane ancora quello originario: produrre sicurezza. La NATO resta cioè anche oggi una potente ed efficace alleanza militare di democrazie. A questo riguardo, non va però dimenticato che la sua dimensione politica è altrettanto importante e influente di quella militare. L’Alleanza Atlantica “fa politica” nel preservare il rapporto tra Europa e Nord-America, nella Partnership for Peace, nel dialogo Mediterraneo, nel principio della “porta aperta”, nei rapporti con Mosca, nel modo in cui interviene in Afghanistan o è presente nei Balcani.

Se dunque dal 1949 ad oggi le funzioni chiave della NATO non sono cambiate, è però mutato lo scenario internazionale nel quale l’Alleanza le deve svolgere e che la obbligano a presentarsi in modo più articolato e versatile. Ecco perché a Strasburgo-Kehl i Capi di stato e di governo si sono impegnati, approvando la Declaration on Alliance Security, ad iniziare il processo di revisione del Concetto Strategico dell’Alleanza, fermo al 1999.

Del resto “sicurezza” oggi non coincide più con “territorio”. La protezione dei nostri confini da aggressioni esterne rimane una nozione centrale, ma non esaurisce lo spettro delle minacce alla sicurezza nazionale. Non basta più la protezione, ferrea ma statica “dell’area” dell’Alleanza, come avveniva durante la guerra fredda; non basta più la stabilizzazione e integrazione della periferia europea, come avvenuto con l’Europa centro orientale e i Balcani. Oggi bisogna rispondere anche a minacce che vengono da lontano: terrorismo, pirateria, sicurezza informatica, energetica, proliferazione delle armi di distruzione di massa, solo per citarne alcune.

Partendo da queste considerazioni quale futuro si prospetta dunque per la NATO? Quali sfide si riveleranno più difficili da affrontare? Quanto solido si mostrerà il vincolo di solidarietà su cui si regge l’Alleanza e quanto forti le possibili spinte centrifughe al suo interno? Questi mi sembrano alcuni interrogativi rilevanti sui quali vale la pena sviluppare le nostre riflessioni.

Diciamo subito che la rapidità dei cambiamenti del mondo intorno a noi non facilita il compito di anticipare per tempo le nuove minacce che si profilano all’orizzonte. In altri termini, il futuro della NATO sarà in buona misura events driven, come è stato anche il passato. In pochi, ad esempio, avevano previsto che la pirateria sarebbe tornata ad infestare il Golfo di Aden e l’Oceano indiano e a minacciare rotte commerciali strategiche, alimentando focolai di instabilità. La richiesta del Segretario Generale ONU alla NATO, nello scorso autunno, di scortare le navi del Programma Alimentare Mondiale verso la Somalia ha dato il via ad una collaborazione internazionale importante tra varie forze navali, che operano nel quadro di missioni UE, NATO, di coalizioni ad hoc ed a titolo nazionale. Proprio la vicenda della lotta internazionale contro la pirateria mi suggerisce la prima delle riflessioni che vorrei sottoporvi oggi e che mi auguro potranno stimolare il prosieguo della discussione.

(1) Un’Alleanza attore globale: rilanciare la cooperazione NATO-UE - Per affrontare molte delle nuove sfide, in particolare quelle relative ai failing states, la NATO ha promosso una dottrina basata sul Comprehensive Approach. La sua applicazione, sperimentata soprattutto in Afghanistan, presuppone una combinazione d’interventi politici, militari, civili, economici, di cooperazione e ricostruzione, di institution building.

Per un’organizzazione come la NATO, la sfida del Comprehensive Approach consiste, in particolare, in due compiti: da un lato, nel fornire la cornice di sicurezza a soluzioni più complesse per le crisi che dobbiamo affrontare; dall’altro, nella capacità di sviluppare la massima sinergia con altre istituzioni multilaterali ed attori globali, perché solo una stretta cooperazione con i global players può assicurare la necessaria condivisione di una strategia di stabilizzazione delle situazioni di crisi.

Non è tuttavia facile, in tempi di difficoltà economica come questi, assumere nuovi impegni ed investire nella collaborazione internazionale. In ogni crisi la prima tentazione delle società civili è infatti quella di chiudersi nelle proprie cittadelle, ed aspettare tempi migliori. Cosa farà allora la NATO? Sceglierà di ritirarsi progressivamente nel suo guscio originario, limitando il proprio raggio d’azione alla protezione statica dello spazio terrestre dell’area dell’Alleanza, o sceglierà di continuare a concorrere alla stabilizzazione di focolai di crisi “fuori area”, sviluppando tutte le potenzialità offerte dalla cooperazione con altre organizzazioni internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea?

L’Italia ritiene che, anche attraverso la definizione del nuovo Concetto strategico, debba essere enfatizzata questa seconda linea, un modo aggiornato di interpretare la difesa collettiva. In ultima istanza, una NATO eurocentrica interessa poco Washington e finirebbe per essere marginalizzata. Un’Alleanza potenzialmente attiva su scala globale potrebbe invece contribuire significativamente a rafforzare la capacità complessiva del sistema multilaterale di arginare e spegnere le crisi future. Ed è dunque più utile anche agli Stati Uniti.

In una NATO globale, gli alleati europei chiedono però maggiore complementarità con la UE. Per conseguire questo obiettivo, occorrerà porre termine all’anomalia dei rapporti tra l’Alleanza e l’Unione Europea e marciare fianco a fianco. Conosciamo le ragioni che frenano questa cooperazione, ma è necessario prendere atto che solo superandole, NATO e UE possono acquisire lo status di global players che compete loro. UE e NATO non si possono permettere il lusso di non collaborare istituzionalmente. Non se lo possono permettere i bilanci nazionali della Difesa. Non se lo possono permettere le nostre Forze Armate impegnate in teatri difficili, pericolosi e complessi, dal Kosovo, all’Oceano Indiano, all’Hindu Kush.

E l’Assemblea Parlamentare NATO può certo contribuire, per le ragioni che ho all’inizio ricordato, a creare le condizioni per rilanciare questa cooperazione. Bisognerebbe lavorare, in particolare, per costruire con la Turchia un nuovo consenso sulla collaborazione NATO-UE. Non sarà un compito facile, ma sono convinto che il canale parlamentare, specie con l’attivo coinvolgimento di parlamentari degli altri paesi NATO più sensibili alle relazioni con Ankara, abbia un potenziale che non è stato ancora sfruttato appieno.

(2) La coesione dell’Alleanza Atlantica: preservare una valutazione comune delle minacce alla sicurezza collettiva - Nel mutato contesto internazionale la fiducia collettiva nel vincolo dell’Art. 5, il rapporto Stati Uniti-Europa e la percezione condivisa delle minacce alla sicurezza collettiva sono i tre elementi che tengono insieme la solidarietà alleata.

L’espansione della NATO, dai 12 membri fondatori agli attuali 28 Alleati, e l’esplosione più di recente di nuove minacce asimmetriche hanno messo a tratti a dura prova le nostre certezze e ci hanno portato a discutere della coerenza delle nostre linee strategiche. Il terrorismo internazionale ci ha compattato, ma alcune delle risposte messe in atto dopo l’11 settembre ci hanno visto divisi, come avvenuto al tempo della Guerra in Iraq. Il futuro della NATO dipenderà perciò anche dalla capacità di non permettere che si coagulino differenti percezioni su potenziali minacce alla sicurezza collettiva.

Posizioni divergenti o divisioni sono peraltro sempre esistite in 60 anni di successo dell’Alleanza. Basti pensare, per citare un esempio, alla vicenda degli euromissili. Tali divisioni sono in gran parte fisiologiche, tanto più oggi, in una NATO allargata, impegnata fuori area e al centro di un’ampia rete di partnerships. Non vanno dunque drammatizzate. Serve però il massimo impegno per affrontarle e sanarle.

Dobbiamo infatti essere consapevoli che senza uno sforzo collettivo per tenere alto il livello di coesione politica dell’Alleanza, anche il rapporto transatlantico, la spina dorsale della NATO, rischierebbe di indebolirsi. Se infatti in questo scorcio di secolo appare sempre più evidente lo slittamento del punto focale del sistema strategico internazionale dall’Europa ad altre potenze emergenti, il rapporto tra le due sponde dell’Atlantico rimane tanto indispensabile oggi quanto lo era negli anni della guerra fredda. La nuova Amministrazione lo sa, e sembra voler investire nella NATO e nel rapporto transatlantico. Ma, lasciatemelo dire, molto dipenderà anche da noi europei, dalla nostra capacità di rispondere alle sollecitazioni americane.

(3) Il rapporto con la Russia: una cooperazione indispensabile - Con la fine della Guerra Fredda la Russia è emersa come attore politico globale indispensabile, oltre che fornitore strategico di energia per tutta l’Europa continentale. La cooperazione tra NATO e Russia è dunque essenziale per rafforzare la sicurezza nell’area euro-atlantica e preservare l’equilibrio strategico in Europa. Ed è fondamentale per affrontare molte altre questioni: Afghanistan, lotta al terrorismo internazionale, prevenzione e gestione delle crisi, equilibrio nella regione artica, non proliferazione, Trattato sulle forze convenzionali in Europa. Abbiamo cioè bisogno di un dialogo continuativo con Mosca, di una collaborazione pragmatica ed efficace. 

Nel rapporto NATO-Russia, quasi due decadi di cooperazione non sono tuttavia riuscite a dissipare del tutto vecchi riflessi psicologici e riserve mentali. All’interno dell’Alleanza convivono inoltre sensibilità diverse nei confronti di Mosca. Trovare un loro punto di equilibrio è esercizio utile e opportuno, ma certo non agevole, come hanno messo in luce i dibattiti sulla crisi georgiana o sulla proposta del Presidente Medvedev per un nuovo ordine di sicurezza da Vancouver a Vladivostok.

Al fine di riannodare il filo del dialogo tra l’Alleanza e Mosca dopo la crisi georgiana l’Italia ha svolto un ruolo chiave. Siamo infatti stati sempre convinti che il rapporto tra Occidente e Russia vada improntato alla cooperazione e non al confronto, all’engagement e non al containment. Non abbiamo alcun interesse a far sentire Mosca insicura, mentre è essenziale realizzare appieno il potenziale di partnership politica ed economica esistente con la Russia. Del resto, l’Italia e l’Europa sanno bene, per esperienza diretta, come sia preferibile una sicurezza basata sulla fiducia piuttosto che sull’equilibrio di potenza o sulle sfere di influenza. Siamo stati pertanto molto lieti di vedere anche l’Amministrazione Obama scegliere un approccio positivo verso la Russia e il Vertice di Strasburgo-Kehl confermare la decisione di riavviare il dialogo politico con Mosca.

A quest’ultimo proposito possiamo dire, sia pur con le dovute cautele, che una fase diversa è stata ormai avviata. Ed è significativo che anche le più recenti frizioni e il rinvio della riunione ministeriale del Consiglio NATO-Russia (NRC) non si siano tradotti in una battuta d’arresto del lavoro preparatorio volto a rilanciarne il ruolo. Resta dunque pienamente valida l’intenzione di fare del NRC un efficace foro di discussione politica. Di provare a dargli una funzione e una vitalità propositiva che in realtà non ha mai avuto, con l’obiettivo di recuperare quanto più possibile dello “spirito” di Pratica di Mare, associando Mosca – che dovrà a sua volta fare la sua parte, mostrandosi aperta e costruttiva - in una cooperazione ad ampio spettro sulla base di una formula paritaria.

Nel breve periodo, rimane comunque importante lavorare anzitutto sulla ricostruzione della fiducia tra NATO e Russia, aspetto sul quale il contributo dell’Assemblea Parlamentare potrà essere davvero prezioso.

(4) La stabilizzazione dell’Afghanistan: è in gioco la credibilità della NATO - Infine l’Afghanistan, trattato per ultimo non certo per importanza. Al contrario: la sua stabilizzazione rappresenta la sfida principale per tutta l’Alleanza. Sono stato a Washington nei giorni scorsi e ho potuto apprezzare ancora una volta, nel corso dei miei colloqui con Hillary Clinton, come tale dossier sia assolutamente centrale per l’Amministrazione del Presidente Obama. Si tratta di un test globale per l’intera comunità internazionale, perché coinvolge molte dimensioni problematiche a cominciare naturalmente dalla lotta al terrorismo. Non dobbiamo infatti dimenticarlo: la NATO è in Afghanistan prima di tutto per combattere Al Qaida e difendere i nostri cittadini e i valori delle nostre democrazie.     

L’Afghanistan è anche il tipo di minaccia - asimmetrica, fuori area, complessa – che probabilmente saremo chiamati ad affrontare più spesso in questo scorcio di secolo. L’operazione ISAF è dunque di vitale importanza per l’Alleanza e la sua credibilità. La NATO non potrà che uscirne rafforzata o ridimensionata. E non facciamoci illusioni: una NATO che dovesse uscire dall’Hindu Kush indebolita sarebbe meno credibile anche in Europa e nel mondo. Ecco perché non può permettersi un insuccesso.

Al contempo, abbiamo tutti chiaro che non vi potrà essere una soluzione solo militare alla stabilizzazione dell’Afghanistan. Per conseguire questo obiettivo occorre affrontare con dinamismo anche gli aspetti civili ed economici della crisi; occorre sviluppare la NATO Training Mission Afghanistan (NTM-A); occorre fare di tutto per evitare vittime civili; occorre che le autorità afghane si assumano maggiori responsabilità per il loro futuro; occorre sciogliere il nodo politico nel quadro del contesto e della cooperazione regionale. Bisogna cioè coinvolgere nella soluzione dell’equazione afgana il Pakistan e gli altri Paesi vicini, incluso l’Iran. L’Italia ha creduto per prima in questo tipo di approccio e darà il suo contributo come Presidenza G8 organizzando il 27 e 28 giugno a Trieste una riunione ministeriale che coinvolgerà non solo Afghanistan e Pakistan, ma anche gli altri Paesi della regione, le organizzazioni internazionali rilevanti e altri attori chiave.

Onorevoli Colleghi, Signore e Signori,

queste riflessioni sull’Afghanistan mi consentono di concludere questo intervento tornando sul ruolo dell’Assemblea Parlamentare della NATO per enfatizzarne un aspetto. Tra le fondamentali funzioni che essa svolge ve n’è una particolarmente nobile. Quella di contribuire a coltivare e far vivere i valori di democrazia, libertà e stato di diritto richiamati nel Preambolo dello stesso Trattato di Washington e ai quali aderiscono tutti i Paesi del Patto Atlantico. E’ importante ricordare e sottolineare questo compito, perché è soprattutto al nostro comune ancoraggio a questi principi che si deve il successo storico della NATO nei suoi primi 60 anni di vita. E perché sarà sulla nostra capacità di difenderli anche in futuro, in un nuovo contesto internazionale, che si misurerà il successo dell’Alleanza negli anni a venire.


Luogo:

Roma

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