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Governo Italiano

Dettaglio Intervento

Data:

25/05/2009


Dettaglio Intervento

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

 Signore e Signori,

 sono davvero molto lieto di questa occasione di incontro e vorrei anzitutto ringraziare la Fondazione Achille Grandi per il Bene Comune e il suo Presidente, Michele Rizzi, per il gentile invito che mi è stato rivolto ad essere qui, oggi. Desidero anche cogliere questa occasione per ringraziare le ACLI per la disponibilità offerta a svolgere, attraverso il loro Patronato, un’attività di supporto alle autorità diplomatico-consolari all’estero nello svolgimento di alcune mansioni. E’ una proposta interessante che stiamo valutando.

 E passiamo al tema del seminario di oggi, come rilanciare l’Europa. Lasciatemi dire subito che al netto di ogni esercizio retorico l’Unione Europea ha due obiettivi fondamentali da perseguire se aspira a riscoprire il suo ruolo e le sue funzioni, dentro e fuori il vecchio continente.

 Sul piano interno, il punto chiave è recuperare il consenso e la fiducia dei cittadini europei, che oggi sono meno pronti di ieri ad attribuire alla UE l’esercizio di nuovi poteri e a riconoscerle un reale valore aggiunto nel modo di affrontare certi problemi. Occorre certo rispettare questi sentimenti, ma sarebbe sbagliato se le classi dirigenti europee li considerassero un dato immodificabile. La verità è che il consenso al progetto europeo va guadagnato giorno per giorno, ed è una precisa responsabilità di ogni leader politico adoperarsi per favorirlo.

 Sul piano esterno, l’Unione deve ritrovare la forza per presentarsi come un interlocutore credibile ed un modello da imitare. Negli ultimi anni, l’Unione ha visto ridursi la sua capacità attrattiva verso altri Paesi e altre regioni del mondo, oggi meno convinti di ieri della bontà del modello di integrazione europeo come strumento chiave per contribuire a risolvere le grandi questioni globali. Ma anche qui occorre interrogarsi e riflettere su quanto abbiano pesato, in questa perdita di appeal, le miopie nazionali e l’incapacità di fissarsi degli obiettivi comuni ambiziosi.
 
 Le strade che l’Europa dovrà seguire per raggiungere questi due obiettivi sono molte, non tutte percorribili rapidamente, né libere di ostacoli complicati da superare. Un punto però è già chiaro: il primo, fondamentale passo da compiere affinché l’Unione possa ripartire e cominciare a recuperare slancio è l’entrata in vigore, tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010, del Trattato di Lisbona.
 
 A questo riguardo, permettetemi di soffermarmi su quale sia lo stato dell’arte in materia. Con il voto favorevole del Senato ceco il 6 maggio 2009 sono 26 gli Stati membri ad aver completato le procedure parlamentari di ratifica. Resta l’incognita della promulgazione da parte del Presidente Klaus, che sembra condizionare il suo adempimento all’esito positivo del referendum in Irlanda. E’ poi in sospeso la promulgazione delle leggi di ratifica in Polonia, per cause analoghe a quelle ceche, e in Germania, per la pendenza di ricorsi presso la Corte Costituzionale.

 Quanto all’Irlanda, che è il vero scoglio sa superare, sono in via di definizione le garanzie giuridiche in cui si concretizzeranno gli impegni politici assunti nel dicembre scorso per consentirle di ratificare il Trattato di Lisbona entro la scadenza del mandato dell’attuale Commissione, e cioè il 31 ottobre 2009. Dublino si attende che tali garanzie assumano la forma di una “decisione” del Consiglio Europeo da trasformare successivamente in un Protocollo annesso ai Trattati. E’ opportuno che tale decisione venga messa a punto rapidamente per essere adottata dal Consiglio europeo di giugno, e senza che in quell’occasione si riapra un dibattito sul merito degli impegni politici assunti e delle relative garanzie giuridiche, e cioè: assenza di pregiudizio alle competenze nazionali in materia di fiscalità, sicurezza, difesa, questioni sociali ed etiche, in particolare diritto alla vita, istruzione e famiglia.

 Dublino fornirà maggiori indicazioni sul testo delle garanzie, preparato assieme al Servizio Giuridico del Consiglio, entro la fine di maggio. Dopo il Vertice di giugno le autorità irlandesi contano di avviare la convocazione di un nuovo referendum da svolgersi tra fine settembre e inizio ottobre in tempo utile per chiudere la procedura di ratifica entro la data prevista di fine ottobre. Condizione per l’entrata in vigore del Trattato è in ogni caso il deposito dello strumento di ratifica da parte di tutti gli Stati membri.

 Sullo sfondo delle imminenti elezioni europee e della road map che ho appena indicato per l’auspicabile ratifica ed entrata in vigore del Trattato di Lisbona, si staglia la delicata questione delle nomine ai vertici istituzionali UE. Il Governo italiano ritiene che questo esercizio debba rispondere ad un equilibrio complessivo in cui si tenga conto, oltre che dei profili personali dei singoli candidati, anche di criteri quali la loro appartenenza politica, il bilanciamento tra i vari Paesi e la loro posizione all’interno dell’Unione.

 In questo quadro, il Governo italiano è favorevole a una riconferma dell’attuale Presidente della Commissione, Barroso, già al Consiglio Europeo di giugno, mentre i restanti membri della Commissione dovrebbero essere nominati una volta che l’esito del referendum irlandese avrà chiarito l’incognita dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona e, di conseguenza, della dimensione della Commissione.

 In caso di esito positivo del referendum irlandese, in ottobre si potranno designare le nuove cariche di Presidente del Consiglio europeo e di Alto Rappresentante. Già da luglio sarà invece nominato il Presidente del Parlamento europeo, carica per la quale sosteniamo con forza la candidatura dell’attuale Vice Presidente Mario Mauro. Il nostro esponente rappresenterebbe al meglio le posizioni del PPE e consentirebbe all’Italia di presiedere per la prima volta il Parlamento, da quando questo è stato eletto direttamente nel 1979.

 Signore e Signori,
 
 per far ripartire l’Europa non basta però far entrare in vigore il Trattato di Lisbona. Questo indispensabile passaggio va infatti considerato un punto di partenza non certo di arrivo. Lasciatemi quindi declinare sinteticamente quello che  definirei un decalogo per il rilancio dell’Europa.

 (1) Un’Europa che concluda la fase costituzionale. Dal Trattato di Maastricht a quello di Lisbona, abbiamo assistito in Europa ad una lunga fase costituzionale. Oggi, come ho appena argomentato, è però tempo di portare a compimento questa stagione. Il mondo fuori dal vecchio continente corre più rapidamente dei nostri dibattiti sull’architettura istituzionale dell’Unione. Abbiamo bisogno – subito - di un’Europa più dinamica e più forte, con istituzioni più efficaci e politiche più ambiziose. Che si occupi del “fare” e metta tra parentesi gli esercizi sul “come fare”.

 (2) Un’Europa che sappia affermare i propri valori. Oggi l’Unione viene spesso rappresentata come un corpo senz’anima, non più in grado di trasmettere passioni e ideali forti, non più disposta ad importanti battaglie di principio. Tocca a noi e alle istituzioni europee cambiare questa percezione. L’Europa deve tornare a coltivare e affermare con coraggio - attraverso scelte politiche ed azioni concrete - i propri valori. Deve mostrarsi vitale e dinamica nella difesa dei suoi principi fondanti. Deve ritrovare la forza di indignarsi moralmente e di mobilitare le coscienze civili. E’ quello che avrebbe dovuto fare, ma non ha fatto – ad esempio – a Ginevra in occasione della Conferenza ONU contro il razzismo e la discriminazione. E’ quanto deve fare, più in generale, nella difesa e nella promozione dei diritti umani.

 (3) Un’Europa realmente capace di decidere. L’Europa deve sapersi affermare come struttura di governance efficace. In un’Europa ormai allargata abbiamo bisogno di maggiore leadership e volontà politica per prendere decisioni chiare e importanti. Abbiamo anche bisogno di procedure più adeguate. I cittadini europei si aspettano un Unione non burocratizzata, in grado di rispondere in modo efficiente e rapido alle loro esigenze quotidiane. Per non condannarsi all’impotenza e senza nulla togliere al legittimo confronto di interessi tra gli Stati membri, l’Unione deve provare a uscire dalla logica dei veti e delle minoranze di blocco. A questo riguardo, il Trattato di Lisbona, aumentando la possibilità di ricorrere al voto a maggioranza in Consiglio, permetterebbe di andare nella giusta direzione.

 (4) Un’Europa più coesa. L’Unione deve mostrarsi più unita, e soprattutto deve parlare con una sola voce sulla scena internazionale. Divisa, l’Europa è debole. Unita, può fare la differenza e offrire un valore aggiunto, anche su temi delicati e complessi come il processo di pace in Medio Oriente, il rapporto con la Russia, la crisi economico-finanziaria. Con il Trattato di Lisbona, potremo finalmente contare su una Presidenza stabile del Consiglio europeo e su un Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Due sviluppi che consentiranno una maggiore coerenza e  continuità d’azione, e garanzie migliori in termini di capacità dell’Unione di conseguire i propri obiettivi, di esercitare la sua leadership politica, di mostrarsi coesa.  

 (5) Un’Europa più globale. Per certi versi la comunità internazionale si trova ad affrontare oggi lo stesso tipo di problemi che l’Europa ha già affrontato e risolto. Come il processo di integrazione europea, la globalizzazione sta infatti erodendo gli spazi di autonomia degli Stati, obbligandoli a ricercare modelli più avanzati di multilateralismo efficace. In particolare, l’Unione ha dato prova di essere un efficiente norm-setter, regolamentando molti settori della governance: commercio, competitività, ambiente, diritti umani, rule of law. Ha acquisito cioè un’esperienza rilevante in un settore ormai centrale nel dibattito internazionale, anche in relazione alla crisi economico-finanziaria. La UE può dunque contribuire significativamente a capire come affrontare le difficili sfide che la globalizzazione ci pone: ma deve farlo con più coraggio e lungimiranza.

 (6) Un’Europa che “produca” sicurezza. La possibilità per la UE di emergere come attore globale dipenderà da molte variabili, ma una – ritengo – avrà un’importanza specifica: la sua capacità di “produrre” sicurezza. Tra i vari campi applicativi di questo concetto vorrei citarne due in particolare: la stabilizzazione dell’Afghanistan e la sicurezza energetica. La prima questione rappresenta un banco di prova sia per i rapporti transatlantici, sia per dimostrare la capacità dell’Unione di garantire la sicurezza dei suoi cittadini, anche intervenendo lontano dai propri confini. La seconda risponde all’esigenza di realizzare un mercato interno energetico più efficiente e alla necessità di diversificare le fonti e le rotte di approvvigionamento, sviluppando al contempo un rapporto cooperativo e non confrontativo con Mosca.

 (7) Un’Europa più vicina ai suoi cittadini. L’Unione deve avvicinarsi ai propri cittadini e mostrare di tenere conto delle loro preoccupazioni. Il Trattato di Lisbona rafforzerà il ruolo del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali, rendendo la UE più responsabile e trasparente. Per costruire un’Europa ambiziosa, sostenuta da una forte identità collettiva, non basta però che l’Unione si avvicini ai suoi cittadini. Deve valere anche il percorso inverso. Tra poco si svolgeranno le elezioni per il Parlamento europeo. Ritengo che un’ampia partecipazione al voto sarebbe un segnale incoraggiante. Vorrebbe dire che l’Unione comincia ad essere percepita come uno spazio politico comune, piuttosto che come una entità esterna da osservare con distacco.

 (8) Un’Europa più solidale. La UE ha sviluppato un “modello sociale europeo” che è stato in grado di garantire un alto livello di coesione tra i suoi cittadini. Un sistema basato non solo sulle garanzie dello Stato di diritto, le libertà individuali, la democrazia, le regole del mercato, ma anche sulla solidarietà e il dialogo sociale. Se vogliamo farci carico di chi ha più bisogno, fuori e dentro l’Unione, questo modello va preservato e modernizzato di fronte alla difficile crisi economica cui siamo confrontati. A questa solidarietà sociale, nell’Unione deve però affiancarsi anche una più concreta solidarietà politica, soprattutto quando si tratta di affrontare problemi importanti che riguardano tutti gli Stati membri. Mi riferisco, ad esempio, al tema dell’immigrazione. Bruxelles deve fare di più su questo punto. Come ho avuto modo di sottolineare più volte, di fronte ai barconi di clandestini che attraversano il Mediterraneo l’Europa non può voltarsi dall’altra parte e lasciare che siano solo i Paesi rivieraschi a farsene carico. Serve una condivisione di oneri e di responsabilità.

 (9) Un’Europa che guardi anche ad Oriente. Pur essendosi sviluppato in maniera considerevole, il rapporto UE-Cina è ancora caratterizzato da enormi potenzialità inespresse. Per troppo tempo abbiamo considerato la Cina soltanto come un mercato. E’ invece tempo che l’Europa guardi a Pechino in una prospettiva più politica, di partnership strategica. Dobbiamo scongiurare il sorgere di un asse trans-Pacifico che marginalizzi l’Europa, un G2, con Stati Uniti e Cina a fare la parte del leone nel dividersi le sfere di influenza e le responsabilità globali. Una tale eventualità non è irrealistica e dovrebbe spingerci ad approfondire la questione-Cina anche in chiave di rapporto transatlantico, promuovendo attivamente un dialogo strategico con Washington sulla Cina al fine di mettere a punto una linea comune.

 (10) Un’Europa che mantenga la “porta aperta”. L’Europa del presente, e quella del futuro, deve mantenere la “porta aperta” alla Turchia e ai Paesi dei Balcani occidentali. Siamo certo consapevoli che l’Unione non possa continuare ad allargarsi ad infinitum. Ma – in termini di integrazione - dobbiamo mantenere le promesse fatte e gli impegni politici presi, sia pur nel rispetto delle condizioni poste. Ankara è ormai un attore chiave di molti processi politici nell’arco di crisi che va dal Mediterraneo all’Asia centrale, come lo stesso Presidente Obama ha sottolineato. D’altro canto, la stabilizzazione dei Balcani non può essere considerata un fatto acquisito e la loro integrazione richiede ancora energie, risorse e attenzione politica. In ogni caso, solo una “prospettiva europea” chiara e tangibile permetterà alla Turchia e ai Paesi oltre-Adriatico di realizzare le riforme che chiediamo loro di fare. Un’Europa sud-orientale modernizzata e parte della UE ne rafforzerà competitività e peso specifico sul piano globale.

 Signore e Signori,

 questo decalogo non esaurisce certo le tante problematiche che l’Unione europea è chiamata oggi ad affrontare e risolvere se desidera rilanciare il suo ruolo, le sue funzioni e la sua immagine tra i propri cittadini e presso i Paesi che non ne sono parte. Ci permette però di apprezzare la dimensione e la delicatezza della sfida.

 In questo contesto, non dobbiamo dimenticare che la costruzione europea poggia su un patrimonio condiviso di principi e di valori “costituzionali”. Un patrimonio collettivo da coltivare, anche in tempo di crisi. In altri termini, se i cittadini europei si aspettano oggi dall’Unione risposte più concrete a precise domande di governo, si attendono anche che tali risposte siano ispirate ai principi che ci accomunano e che tracciano il perimetro della cittadinanza europea. Esiste cioè un modo nostro di affrontare i problemi e le questioni internazionali che va affinato, rinforzato e valorizzato. Anche e soprattutto, lo ripeto, in questa difficile congiuntura internazionale. Non farlo significherebbe accontentarsi di un’Europa poco ambiziosa destinata a recitare – in futuro - una parte inevitabilmente secondaria sul proscenio globale. Non è questa l’Europa che desideriamo. Non è questa l’Europa che ci serve.


Luogo:

Roma

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