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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

09/06/2009


Dettaglio intervento

Tema: “La conoscenza è sempre un avvenimento”

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Trovo il tema scelto per la trentesima edizione del Meeting di Rimini, “La conoscenza è sempre un avvenimento”, e il taglio proposto, rimettere al centro del dibattito “la dinamica attraverso cui l’uomo conosce il reale”, particolarmente stimolanti anche per le sue applicazioni di politica estera. Del resto il Meeting ha ormai una sua spiccata dimensione internazionale che lo rende, se mi passate l’espressione, parte del nostro sistema Paese. E’ quindi compito anche mio, promuoverne gli obiettivi e i contenuti. 

Nelle gestione delle relazioni internazionali la “conoscenza” è naturalmente un tassello fondamentale. E’ al contempo un obiettivo e un metodo. Un obiettivo nel senso che conoscere a fondo i dossier, essere adeguatamente e tempestivamente informati è la pre-condizione di qualsiasi scelta di politica estera. Tanto più nel mondo complesso ed interdipendente di oggi. Tanto più di fronte al diluvio di notizie o pseudo-notizie di cui siamo investiti. In un quadro del genere il punto è diventato quello 
di essere selettivi, di saper distinguere tra cosa è vero, verosimile, utile e qualitativamente rilevante.

Come accennavo, in politica estera la “conoscenza” non è solo un obiettivo, è anche un metodo. Il metodo del dialogo e del confronto. E l’Italia crede fortemente in questo modo di fare politica estera, e cerca di interpretarlo al meglio attraverso il suo impegno per la pace e la sicurezza internazionale; per la difesa e la promozione dei diritti umani; per il rafforzamento di un multilateralismo efficiente ed efficace. Il Presidente Obama, nel suo discorso al Cairo, si è fatto testimone straordinario di questo metodo. Della opportunità di tendere la mano, di scegliere il dialogo con tutti, di “conoscere” tutti, respingendo però chi è portatore di estremismo e violenza.

Inoltre se è vero, come il tema del prossimo Meeting suggerisce, che alla base di ogni percorso di conoscenza, scientifica o personale, vi è sempre l’imbattersi in qualcosa di nuovo, ciò vale molto spesso anche in politica estera. Sebbene il nostro ruolo sia anzitutto quello di prevedere gli eventi, è infatti inevitabile che la nostra azione sia spesso dettata da fatti imprevedibili. In molte occasioni ci troviamo cioè a dover reagire a nuovi avvenimenti, e alle loro conseguenze. Pensiamo all’imprevedibilità dell’11 settembre 2001 e ai suoi effetti. Pensiamo all’irruenza destabilizzante con la quale si sono presentati i “lati oscuri” della globalizzazione. Pensiamo al fenomeno vecchio, ma in realtà completamente nuovo, della pirateria.

Partendo da queste considerazioni, permettetemi di soffermarmi su tre temi di attualità politica che riguardano anche, ognuno a suo modo, l’“avvenimento della conoscenza”: (1) il Processo di pace in Medio Oriente; (2) lo sviluppo economico e politico dell’Africa; (3) la stabilizzazione di Afghanistan e Pakistan.

(1) Processo di pace in Medio Oriente. Per quanto concerne il Processo di Pace in Medio Oriente, si ha la sensazione di “conoscere” ormai tutto. Sappiamo anche quale dovrebbe essere l’esito di quel percorso e cioè la costituzione di due Stati indipendenti, che vivano in prosperità e sicurezza l’uno accanto all’altro, come ha ricordato anche il Presidente Obama. Ma non sappiamo come raggiungere questo traguardo, o comunque arrivarci risulta molto complesso. Serve tempo e pazienza. Inoltre ci siamo imbattuti in elementi nuovi da gestire e valutare: un nuovo governo israeliano, una nuova politica americana, le tensioni interpalestinesi, le divisioni all’interno del mondo arabo, l’ombra iraniana.

Nell’affrontare questa situazione l’Italia, anche nella sua capacità di Presidenza G8, parte da due considerazioni: anzitutto, la forte sintonia che esiste ormai tra Stati Uniti ed Europa sulle prospettive del Processo di pace e quindi il ruolo dinamico che anche la UE deve svolgere nel suo rilancio; in secondo luogo, la convinzione che la sicurezza di Israele sia un bene che non può essere oggetto di alcun negoziato.

Ciò premesso, è  cruciale che il processo di pace venga riattivato al più presto. Credo che al riguardo i punti chiave da sottolineare siano principalmente tre.

(a) Riconoscere l’acquis negoziale e ricostruire un minimo di fiducia. Tutte le parti in causa devono impegnarsi in modo chiaro per il raggiungimento della soluzione dei due Stati e riconoscere l’acquis del processo negoziale e la sostanza delle intese di Annapolis sulla cui base deve essere ripreso rapidamente il dialogo. Occorre una riconciliazione interpalestiense e quindi, un governo palestinese che vada oltre quello attuale, di consenso nazionale, che rispetti i principi del quartetto e sia legittimato a negoziare con Israele. Occorre, parallelamente, che Israele metta un freno all’espansione degli insediamenti, che vengano promossi meccanismi per far affluire a Gaza assistenza umanitaria e prodotti per la ricostruzione.     

(b) Il nesso con la questione iraniana. Parallelamente al rilancio del processo di pace va affrontata con determinazione la questione iraniana, anche per venire incontro alle preoccupazioni di Israele e dei paesi arabi moderati. L’influenza iraniana è in effetti un fattore nuovo apparso negli ultimi anni in Medio Oriente. Esiste ormai un nesso tra il Processo di Pace e la questione iraniana. E con esso bisogna confrontarsi. La prospettiva che l’Iran possa acquisire una capacità militare nucleare non è però accettabile. Teheran deve fermare il processo di arricchimento dell’uranio, dare assicurazioni verificabili sulla natura pacifica del suo programma nucleare e accettare le offerte di dialogo che gli sono state prospettate dalla comunità internazionale, Stati Uniti in testa. Al contempo, e senza interconnessioni con il dossier nucleare, l’Iran deve essere spinto a svolgere un ruolo regionale positivo e costruttivo. In questo senso, la partecipazione di Teheran agli esercizi di stabilizzazione dell’Afghanistan, in particolare delle zone di confine con il Pakistan, è particolarmente utile e va incoraggiata.

(c) Adottare un approccio regionale. Per giungere ad una pace complessiva, stabile e duratura in Medio oriente, oltre al binario israelo-palestinese dovranno essere affrontati anche  quello siriano e, una volta che le condizioni saranno maturate, quello libanese. Più in generale si dovrà giungere ad una normalizzazione delle relazioni tra Israele e l’insieme dei Paesi arabi. Al fine di facilitare un ruolo positivo e costruttivo dell’intera regione al processo di pace, l’iniziativa della Lega araba continua a rappresentare una proposta chiave da valorizzare. Sul piano regionale, uno dei primi passi da compiere rimane comunque quello di promuovere la ripresa dei negoziati indiretti tra Siria e Israele, interrottisi con la crisi di Gaza.

(2) Lo sviluppo economico e politico dell’Africa. Se del Processo di Pace in Medio Oriente abbiamo l’impressione di conoscere tutto, dell’Africa invece si “conosce” poco, o – spesso - solo gli aspetti negativi. Bisogna invece, pur senza nascondere problemi e difficoltà, mandare un messaggio positivo e di speranza per quel continente. Sebbene continui a necessitare di aiuti e sostegno, in questi ultimi anni l’Africa ha infatti sensibilmente rafforzato il suo peso economico e ha dato spessore alla sua dimensione politica, manifestando una legittima aspirazione a contare di più. L’Africa chiede maggiore rappresentatività a livello internazionale. A quest’ultimo riguardo, come ho argomentato anche in occasione della Giornata dell’Africa, credo vi siano tre esercizi le cui potenzialità vanno sfruttate appieno per dare all’Africa un profilo più marcato sul piano globale.

Anzitutto, il Vertice G8 dell’Aquila. Per quanto concerne il continente africano, il messaggio politico di fondo che emergerà a luglio dal Vertice dell’Aquila sarà quello di una collaborazione rafforzata e paritaria tra Paesi G8 e G5, da un lato, e leaders africani, dall’altro, per affrontare insieme le comuni sfide della globalizzazione. Un modo concreto per sottolineare come i problemi dell’Africa siano i problemi di tutti e debbano essere risolti con il concorso, la responsabilità e l’impegno solidale di tutti. Sempre in ambito G8, l’11 giugno presiederò una riunione dei Ministri dello Sviluppo per riflettere sulle conseguenze della crisi economica proprio sui paesi africani.

In secondo luogo, la riforma delle Nazioni Unite. Il punto di vista dell’Africa è cruciale anche per definire la riforma del sistema delle Nazioni Unite a cominciare dal Consiglio di Sicurezza. Su questo tema l’Italia, che mira ad una riforma complessiva e ampiamente condivisa, ha sempre cercato di promuovere un dialogo costruttivo con i Paesi africani, ai quali ci accomuna non solo la convinzione di dover prestare un’attenzione particolare al concetto di rappresentatività regionale, ma anche la volontà di rendere le Nazioni Unite più efficaci, rappresentative, trasparenti e democratiche.

Infine, il Partenariato UE-Africa. L’adozione - in occasione del Vertice di Lisbona dell’8-9 dicembre 2007 - di una Strategia Congiunta UE-Africa ha posto le premesse per il rilancio di questo rapporto sulla base di una visione unitaria del Continente africano. L’idea è ormai quella di superare la logica donatore-ricevente, prevedere un sostegno europeo allo sforzo d'integrazione dell’Africa nel suo insieme, sviluppare con essa un dialogo politico tra eguali. In questo senso, il Partenariato UE-Africa può senza dubbio rappresentare uno strumento utile per rafforzare il profilo politico africano e con esso quello della stessa Europa. 

Nel valorizzare il profilo politico del continente africano non dobbiamo però distogliere lo sguardo dalle aree di crisi che lo affliggono. Penso, in particolare, alla Somalia, dilaniata da 18 anni di guerra civile.

Dobbiamo mantenere viva l’attenzione della comunità internazionale, risvegliatasi di recente a causa della “novità” pirateria, su questo Paese. Anche per questo abbiamo deciso di ospitare proprio stamattina, a Roma, una riunione dell’International Contact Group sulla Somalia ed inviare un messaggio di forte sostegno al Governo in carica. Una Somalia instabile produce effetti negativi non solo nella regione del Corno d’Africa, ma anche nel Mediterraneo, in Europa e sulla sicurezza dell’intera comunità internazionale. Lo stesso fenomeno della pirateria, di cui l’Italia sta sperimentando i tragici effetti, ha le sue cause soprattutto nell’endemica instabilità somala.

(3) La stabilizzazione di Afghanistan e Pakistan - La stabilizzazione di questa regione rappresenta un test globale per l’intera comunità internazionale, perché coinvolge molte dimensioni problematiche a cominciare naturalmente dalla lotta al terrorismo. Non dobbiamo infatti dimenticarlo: siamo in Afghanistan prima di tutto per combattere Al Qaida e difendere i nostri cittadini e i valori delle nostre democrazie.     

L’Afghanistan è anche il tipo di minaccia - asimmetrica, fuori area, complessa – che probabilmente saremo chiamati ad affrontare più spesso in questo scorcio di secolo. L’operazione ISAF della NATO è dunque di vitale importanza per l’Alleanza e la sua credibilità. La NATO non potrà che uscirne rafforzata o ridimensionata. Una NATO indebolita sarebbe meno credibile anche in Europa e nel mondo. Ecco perché non può permettersi un insuccesso.

Al contempo, abbiamo tutti chiaro che non vi potrà essere una soluzione solo militare alla stabilizzazione dell’Afghanistan. Per conseguire questo obiettivo occorre affrontare con dinamismo anche gli aspetti civili ed economici della crisi; occorre sviluppare programmi di formazione della polizia e dell’esercito afghani; occorre fare di tutto per evitare vittime civili; occorre che le autorità afghane si assumano maggiori responsabilità per il loro futuro; occorre sciogliere il nodo politico nel quadro del contesto e della cooperazione regionale. Bisogna cioè coinvolgere nella soluzione dell’equazione afgana il Pakistan e gli altri Paesi vicini, incluso – come ho già sottolineato -  l’Iran. L’Italia ha creduto per prima in questo tipo di approccio e darà il suo contributo come Presidenza G8 organizzando dal 25 al 27 giugno a Trieste una riunione ministeriale che coinvolgerà non solo Afghanistan e Pakistan, ma anche gli altri Paesi della regione, le organizzazioni internazionali rilevanti e altri attori chiave.

Parlando poi di “conoscenza” in relazione ad Afghanistan e Pakistan, vorrei sottolineare come anche la cultura sia un fattore chiave per favorire il dialogo e la comunicazione, e quindi lo sviluppo, la stabilità e la pace. Forti di questa convinzione abbiamo deciso di ospitare, nel quadro della Ministeriale di Trieste appena citata, una Conferenza internazionale dal titolo “Afghanistan, Pakistan and their geographical context: development of a regional network of cultural and scientific cooperation”.

Il convegno – durante il quale si incontreranno esponenti del mondo scientifico ed accademico e rappresentanti istituzionali provenienti dai Paesi dell’outreach Afghanistan-Pakistan - avrà l’obiettivo di valorizzare le esperienze di collaborazione e le best practices maturate in ambito scientifico, al fine di favorire lo sviluppo di una rete di cooperazione culturale e scientifica tra i Paesi dell’area, nell’ottica di una strategia di “people to people contacts”, quale fattore di rafforzamento del processo di stabilizzazione regionale.

 


Luogo:

Roma

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