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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

12/06/2009


Dettaglio intervento

Signore e Signori, cari imprenditori,

ho accolto con particolare piacere l’invito a partecipare al tradizionale appuntamento dei Giovani imprenditori di Santa Margherita Ligure, a conclusione dei lavori della prima giornata.

Questo evento si situa in un passaggio decisivo di un anno che rimarrà nella storia come la fase culminante della più grave recessione dell’economia internazionale dagli anni Trenta. Stiamo dunque vivendo un tempo difficile: servono visione politica e coraggio decisionale, ma anche fiducia e ottimismo. L’Italia affronta questo delicato passaggio detenendo la Presidenza di turno del G8, in una posizione per certi aspetti privilegiata al fine di incidere significativamente sulle nuove dinamiche internazionali e porre le basi per la fase post-crisi, quando sarà importante avere le carte in regola per “ripartire” con uno scatto superiore a quello dei nostri partners. Ed è proprio questo, il dopo-crisi, il tema che giustamente avete posto al centro del vostro Convegno.

Se è ancora difficile prevedere quando la crisi finirà, i tempi paiono invece già maturi per tirare alcune lezioni circa il modo in cui è stata sinora gestita e gli effetti che ha prodotto sullo scenario internazionale. Di una cosa possiamo infatti essere certi: da questa crisi non si potrà uscire semplicemente tornando indietro, allo status quo ante. È stato ormai avviato un processo trasformativo che condurrà, attraverso la difficile fase di gestazione ancora in atto, a nuovi equilibri politici internazionali, ad una nuova governance economica, ad una nuova regolamentazione dei sistemi finanziari.

In questa prospettiva credo vi siano alcune importanti lezioni che, soprattutto sul piano internazionale, possiamo trarre dalla crisi che abbiamo di fronte e sulle quali desidero soffermarmi. Non prima però di aver svolto una premessa di carattere generale. Ci eravamo forse illusi che il mercato globale potesse funzionare da solo e da solo potesse generare ricchezza e benessere, pace e sicurezza. Ma il 2008 e questi primi sei mesi del 2009 hanno ampiamente dimostrato che così non è. Che la globalizzazione va governata. Che per invertire il trend della crisi finanziaria ed economica è stato necessario un convinto intervento dei governi; che la comunità internazionale ha dovuto rassicurare investitori e consumatori, compiendo scelte importanti ed esercitando con rapidità e decisione la propria leadership.

Ma attenzione: riconoscere la necessità di “gestire” la globalizzazione non significa accreditare l’equazione “libero mercato = crisi”. Questa tesi viene evocata con una certa frequenza nel dibattito sulle origini dell’attuale depressione, ma appare semplicistica e pericolosa. La realtà ci segnala infatti un fenomeno molto più complesso. La genesi e lo sviluppo della crisi hanno messo in luce un punto più articolato su cui riflettere: e cioè che la libertà di mercato non può essere interpretata quale libertà dalle regole, va invece esercitata come libertà nelle regole. Come voi stessi avete messo in luce nelle “Tesi dei giovani imprenditori” presentate oggi dalla Presidente Federica Guidi, la soluzione alla crisi non sta insomma nello stravolgimento delle conquiste del capitalismo ma nella loro difesa, attraverso il rispetto di regole che devono essere chiare, trasparenti ed efficaci, per assicurare lo svolgimento dell’attività economica e finanziaria in un quadro di correttezza e sostenibilità. 

E veniamo alle lezioni imparate, che sono molte. Ne argomenterò sei.

(1) L’esigenza di una nuova governance globale: non esiste un formato ideale. Sul piano delle relazioni internazionali l’effetto più rilevante della crisi è stato quello di certificare definitivamente l’esigenza di una nuova governance globale e di accelerare il processo per definirne i termini. Se la depressione economica ha indubbiamente “drammatizzato” la questione, non ha però indicato la soluzione per risolverla. Servirà tempo e pazienza. Teniamo inoltre presente che non esiste consenso, in seno alla comunità internazionale, né per abolire vecchi formati, come il G8, né per deciderne subito e in modo stabile di nuovi: G2, G13, G14, G20, G20+, GX.

L’Italia, in qualità di Presidente di turno del G8, è fermamente impegnata a fornire un proprio contributo a questo processo di riforma e rinnovamento. Nella nostra visione, la nuova governance dovrebbe ispirarsi ai principi di responsabilità condivisa, affinché ogni attore internazionale faccia di più e meglio la sua parte per contribuire a dare una risposta comune a problemi comuni; inclusività, coinvolgendo cioè maggiormente le nuove economie emergenti nei processi decisionali; ed efficacia, perché un formato, oltre ad essere rappresentativo, deve anche permettere di risolvere in modo efficiente i problemi concreti che interessano i cittadini. Sulla scorta di questi principi siamo peraltro convinti che non esista un unico formato valido cui far sempre riferimento. La complessità delle sfide che abbiamo di fronte richiede un approccio pragmatico e flessibile. Al momento bisogna insomma usare tutti i formati che abbiamo a disposizione e trarre da ognuno il valore aggiunto che può offrire.

Detto in altri termini, riteniamo che debba essere il problema – la issue - a dettare il formato più adeguato della governance e non viceversa e che, in generale, sia comunque indispensabile includere nel nucleo del nuovo schema le grandi economie emergenti, ovvero Cina, India, Brasile, Messico e Sudafrica. Con questi nuovi protagonisti intendiamo avviare, in occasione del Vertice G8 dell’Aquila, un nuovo paradigma di governance, una collaborazione stabile e strutturata, una forma di associazione più ambiziosa rispetto a quella attuale. In tale ottica, l’Italia ha inteso aggiungere a questi Paesi anche l’Egitto, un Paese al contempo africano, arabo e prevalentemente musulmano, pertanto in grado di arricchire e rafforzare ulteriormente la rappresentatività del gruppo.

(2) L’Europa e lo “spauracchio” del G2: serve un approccio propositivo -  In termini di governance, secondo molti osservatori la crisi avrebbe posto le premesse, in realtà, per l’affermazione di un formato dominante su tutti gli altri: il G2, un rapporto esclusivo tra Stati Uniti e Cina. Si tratterebbe di un formato che finirebbe col mettere in secondo piano non solo l’Europa, ma anche importanti alleati e partner asiatici di Washington, come il Giappone o l’India. Non vi è dubbio che, almeno sul piano economico, il rapporto tra il grande debitore globale, gli Stati Uniti, e il suo più importante creditore, la Cina, sia ormai strategico. Così come è evidente che gli USA guardino con sempre maggiore attenzione al Pacifico piuttosto che all’Atlantico, in termini di rafforzamento e sviluppo dei loro rapporti bilaterali. Se a tutto ciò aggiungiamo il senso di immobilismo che ha caratterizzato l’Unione Europea negli ultimi anni, non è difficile vedere nel G2 uno spauracchio concreto e attuale.

Ma per l’Europa l’ipotesi G2 non deve rappresentare né una scusa per declinare le proprie responsabilità nell’affrontare le sfide globali, né un’opzione da drammatizzare e vivere con inerte fatalismo. Dobbiamo invece tenere un atteggiamento propositivo perché molto dipende anche da noi, dalla nostra capacità di renderci utili. L’Europa deve cioè attivarsi per uscire dalle sue posture enigmatiche e dimostrare di avere un concreto valore aggiunto da offrire. Se è vero infatti che esiste un G2 degli interessi economici tra Stati Uniti e Cina, esiste anche un G2 dei valori condivisi, il rapporto transatlantico, che mantiene tutto il suo valore e la sua attualità. Pensiamo, in particolare, al tema della sicurezza e alla gestione delle più importanti crisi regionali. Mai come in questa fase, dopo le scelte compiute dall’Amministrazione del Presidente Obama, le due sponde dell’Atlantico sono state così in sintonia su dossier cruciali come Afghanistan/Pakistan e il Processo di pace in Medio Oriente. Sulla prima questione, il prossimo appuntamento cruciale sarà la Riunione Ministeriale del G8 che sotto la nostra Presidenza si terrà a Trieste il 25-27 giugno, quando discuteremo di Af-Pak coinvolgendo tutti i Paesi della regione, compreso l’Iran, ed altri attori chiave.

(3) Il coordinamento G8-G20: un’esperienza positiva. In uno spirito di aperta collaborazione e coordinamento, la Presidenza britannica del G20 e la Presidenza italiana del G8 hanno assicurato al rapporto G8-G20 la necessaria coerenza e complementarietà, evitando sterili sovrapposizioni o inutili duplicazioni degli sforzi. I Vertici G20 di Washington, il 15 novembre 2008, e di Londra, lo scorso 2 aprile, hanno messo in luce un foro appropriato per gestire l’emergenza, dettata dal rapido deterioramento del sistema finanziario internazionale conseguente alla crisi, a fronte di aspettative enormi da parte dell’opinione pubblica mondiale.

La convergenza trovata a Londra su questioni tradizionalmente complesse, quali il confronto delle politiche fiscali e monetarie in risposta alla crisi, le regole sull’attività economico-finanziaria, la supervisione del sistema bancario, la lotta ai paradisi fiscali e la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali, ha rappresentato un passo fondamentale in vista della ripresa dell’economia e della crescita. Ma abbiamo ancora molto da fare e, soprattutto, siamo chiamati a dare seguiti concreti agli impegni che abbiamo assunto.

Se a Londra ci siamo concentrati sulla gestione dell’emergenza della crisi finanziaria, a L’Aquila inizieremo ad impostare le questioni di medio-lungo periodo legate all’economia reale, alle regole sull’attività economica internazionale, alla sostenibilità delle politiche di stimolo fiscale, preparando una strategia per uscire dai maxi-deficit creatisi in molti paesi a causa della crisi. Il G8 de L’Aquila cederà poi nuovamente il testimone al prossimo G20, che si svolgerà a Pittsburgh, negli Stati Uniti, i prossimi 24-25 settembre. La città della Pennsylvania è stata protagonista di una dolorosa ma positiva riconversione industriale e averla scelta come sede della prossima riunione G20 significa lanciare, anche simbolicamente, un importante messaggio di fiducia.   In questo rapporto di complementarietà G8/G20 una collaborazione essenziale è venuta dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI), oltre che dall’OCSE.  Questi organismi multilaterali sono parte della risposta immediata alla crisi, avendo assunto impegni senza precedenti per assicurare che i finanziamenti continuino ad affluire ai Paesi emergenti ed ai Paesi in via di sviluppo, proteggendo le economie che in questi mesi si sono rivelate più fragili, come in Europa orientale, in America Latina e in Africa, e puntellando la crescita mondiale.

Le IFI e l’OCSE saranno anche una componente essenziale della riforma dell’architettura finanziaria internazionale che - abbiamo concordemente deciso - dovrà riconoscere una voce ed un’influenza maggiore ai Paesi emergenti, senza dimenticare i Paesi più poveri. Per quest’ultimi, le Nazioni Unite restano un riferimento primario ed un foro di definizione della governance economica mondiale. Bisogna allora lavorare affinché la collaborazione, il coordinamento e la coerenza tra tutte le organizzazioni internazionali interessate vengano rafforzati, su impulso di organismi di forte peso politico quali appunto il G8 e il G20.

(4) I limiti dell’Unione Europea di fronte alla crisi. La crisi ci ha restituito un’immagine sdoppiata della UE: da un lato, il profilo di un’Unione che, nelle difficili condizioni date, ha fatto tutto il possibile, raschiando il fondo del barile dei suoi strumenti e delle sue risorse. Dall’altro, la consapevolezza che - in futuro – la UE dovrà fare molto di più, migliorandosi sul piano delle politiche, delle istituzioni e dei processi decisionali, se vorrà incidere significativamente sui processi globali. E a questo proposito l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona è un passaggio cruciale e non più differibile. E’ cioè tempo di portare a compimento la fase costituente dell’Unione Europea, una fase troppo lunga e che i cittadini mal comprendono, come segnala il forte astensionismo e la crescita dell’euroscetticismo in occasione delle recenti elezioni europee.

Di fronte alla crisi l’Unione, soprattutto attraverso i suoi Stati membri, ha adottato alcune misure importanti ma non sufficienti a compensare i limiti della sua azione. Limiti insiti nella stessa costruzione europea. Il più evidente riguarda il fatto che l’Unione non è attrezzata per adottare politiche economiche anticicliche, che restano di pertinenza degli Stati membri. Lo strumento principale, il bilancio comunitario, è piccolo (l’1% del PIL dell’Unione) e soprattutto rigido nel suo utilizzo. A livello prettamente comunitario, al di là dell’azione di coordinamento, la sola proposta veramente significativa adottata dalla UE è stato il finanziamento di 5 miliardi di euro per progetti in campo energetico e nel settore della banda larga. Non abbastanza per fugare la percezione di debolezza avuta nei suoi confronti da parte dei cittadini europei e non solo.

A questo senso di debolezza si è sommata poi l’impressione, in certi casi confermata dai fatti, di un rigurgito di neo-protezionismo. L’Europa deve però resistere a questa tentazione. Le regole del mercato interno, uno dei pilastri della costruzione europea, vanno rispettate anche in una congiuntura così difficile. La necessità di affrontare efficacemente la crisi non può divenire cioè un modo per giustificare distorsioni permanenti della concorrenza. L’Europa deve quindi evitare malsane competizioni interne e darsi invece l’obiettivo di combattere, in modo coeso e coordinato, il neo-protezionismo globale che tanti danni arreca alle nostre economie. La lotta contro questo protezionismo è anche una priorità della Presidenza italiana del G8.

(5) Concepire uno sviluppo sostenibile. I profondi squilibri della depressione che stiamo sperimentando hanno restituito attualità al tema dello sviluppo sostenibile. Favorire uno sviluppo sostenibile vuol dire dare voce ai problemi delle popolazioni più povere e più vulnerabili, tenere alta l’attenzione della comunità internazionale sulle questioni economiche e sociali legate al sottosviluppo, comprese le questioni di genere, e porre al centro delle nostre riflessioni la dimensione umana della crisi economica mondiale e la solidarietà tra i popoli. Ed è ciò che abbiamo fatto proprio in questi giorni, ospitando a Roma una riunione G8 dei Ministri dello sviluppo, che ha visto anche la partecipazione di una nutrita rappresentanza di leaders africani.

Favorire uno sviluppo sostenibile vuol dire, altresì, farsi carico delle grandi questioni che minacciano la sopravvivenza del nostro pianeta e dei suoi abitanti, a cominciare dal cambiamento climatico, dalla crisi alimentare e idrica,  così come dalle emergenze sanitarie, e promuovere l’impiego di ogni strumento in grado di innescare meccanismi virtuosi di crescita nei Paesi in via di sviluppo.

Favorire uno sviluppo sostenibile vuol dire, infine, far ripartire l’economia mondiale sulla base di regole nuove, eque e condivise, nel rispetto di modelli di crescita bilanciati e tali da scongiurare il ripetersi di fenomeni di crisi globale quali quelli che stiamo vivendo in questi tempi e dove non solo il rischio ma anche la responsabilità e l’etica degli affari siano premiati e valorizzati. In questo contesto, al Vertice G8 dell’Aquila ci concentreremo sulla proposta del Ministro Tremonti di adottare un Global Standard, proprio oggi in discussione al G7/G8 dei Ministri delle Finanze di Lecce, che intende sviluppare norme e principi condivisi per un’attività economico-finanziaria corretta, integra e trasparente. Affronteremo poi l’urgente problema del rilancio del commercio internazionale e della lotta al protezionismo, che vogliamo perseguire puntando a dare un rinnovato impulso politico per la conclusione positiva del Doha Round.

Sempre a L’Aquila daremo enfasi alla necessità di un puntuale coordinamento delle politiche economiche al fine di un rilancio “cumulato” della crescita in un’ottica di medio-lungo periodo, focalizzandoci in particolare sugli investimenti e sulle prospettive che il modello della green economy può schiudere. Ci soffermeremo sulla dimensione umana e sociale della crisi, approfondendo in particolare la questione della crescente disoccupazione strutturale. Affronteremo, nell’ambito della sessione di lavoro dedicata al Major Economies Forum, il tema dei cambiamenti climatici e le questioni – ad esso collegate - della sicurezza energetica, del rapporto tra produttori e consumatori di energia e dello sviluppo di fonti di energia alternative. 

(6) Sostenere il processo di internazionalizzazione delle imprese - In un mondo globalizzato e in crisi, “vince” chi ha alle spalle un sistema-paese coeso ed efficiente. Realizzarlo è certamente una sfida ambiziosa, tanto più nel caso italiano, dove i vari livelli istituzionali, civili e imprenditoriali sono chiamati a complesse sinergie. Ma si tratta di un obiettivo cruciale se vogliamo sviluppare una maggiore propensione delle nostre imprese all’export, se desideriamo favorire la loro crescita dimensionale, l’innovazione e, dunque, una maggiore capacità di competere.

Di fatto, le nostre imprese avevano raggiunto in questi anni risultati ragguardevoli, prima che si sviluppasse la crisi finanziaria, sia in termini di export che di investimenti all’estero, nel quadro di un processo di ristrutturazione e di internazionalizzazione crescente dopo il 2001. E’ ancora presto per valutare gli effetti del crollo della domanda mondiale dovuto alla crisi sulle dinamiche dell’internazionalizzazione delle imprese italiane. Peraltro, non mancano segnali incoraggianti. Un recente rapporto ISTAT evidenzia come nel primo bimestre 2009 più di una impresa esportatrice su quattro abbia registrato incrementi delle proprie vendite all’estero. Risultato – questo - del tutto sorprendente e frutto della dinamicità e capacità di adattamento e reazione del tessuto imprenditoriale italiano.

Di qui scaturisce la conferma che e’ essenziale continuare a rafforzare strategie e strumenti di supporto pubblico a disposizione del privato, così come la necessità che lo stesso settore privato si renda parte diligente sia nel raccordarsi con tali sforzi sinergici, sia nel varare piani di internazionalizzazione appropriati ai rispettivi vantaggi competitivi. Osservo, in proposito, che nel corso dell’ultimo decennio è fortemente cresciuta la richiesta di sostegno all’internazionalizzazione rivolta dalle imprese alla Pubblica Amministrazione e, nello specifico, al Ministero degli Affari Esteri. Rilevo inoltre con grande interesse che, mentre in passato facevano riferimento alla diplomazia soprattutto le grandi imprese, nel corso degli anni Novanta e del presente decennio hanno chiesto supporto anche le numerose imprese piccole e medie che costituiscono la spina dorsale dell’economia italiana.

Sin dal mio primo mandato come Ministro degli Affari Esteri, ho lavorato per promuovere la diplomazia economica, ritenendo riduttivo che la politica estera fosse definita soltanto sulla base di variabili geo-politiche, senza prendere in debita considerazione quelle geo-economiche. Ne è conseguita un’attenzione crescente rivolta alla promozione del Made in Italy, in particolare nei mercati a più alto tasso di crescita, cioè quelli emergenti, all’internazionalizzazione delle imprese, alla sicurezza energetica, alla sostenibilità ambientale ed ai negoziati per nuove regole di governance mondiale.

Da allora i passi in avanti sono stati rilevanti - gli imprenditori stessi me lo segnalano - e credo che i successi degli ultimi anni nell’export, ora purtroppo offuscati dalla contingenza internazionale, siano anche il frutto degli sforzi comuni giunti a maturazione. Penso, a questo riguardo, alla crescente collaborazione che il Ministero degli esteri ha attivato con Confindustria, anche attraverso la “Cabina di regia” che abbiamo istituito insieme al Ministero per lo Sviluppo Economico. Penso alle grandi missioni di sistema all’estero - cioè Governo assieme alle imprese e alle banche - che hanno spianato la strada all’internazionalizzazione di numerosissime società, favorendo la firma di nuovi contratti e la costruzione di alleanze strategiche. Solo per citare un esempio recente, la missione di sistema in Russia ha coinvolto circa 500 aziende italiane per un totale di 800 persone impegnate in più di 3.000 incontri con le controparti.

Signore e Signori, cari imprenditori,

nel concludere questo intervento permettetemi di rinnovare il mio plauso a tutti voi che operate quotidianamente sul campo della competizione mondiale, e di confermarvi il costante sostegno del Ministero degli Affari Esteri. Vi definite – giustamente - un movimento di persone prima ancora che un’associazione di imprese. Ridare slancio all’economia significa infondere fiducia ai lavoratori e agli investitori, così come ai risparmiatori e ai consumatori: un ruolo cruciale è in capo anche agli imprenditori che rivestono, contemporaneamente, tutti questi profili. Consentitemi – a questo riguardo – di fare i miei migliori auguri alla Presidente Federica Guidi e a tutti voi per il vostro prossimo appuntamento: il “G8 Young Business Summit” che terrete a Stresa il 2 e 3 luglio.

So che avete puntato sull’innovazione come tema centrale per questo evento.  È molto significativo e di grande importanza che parta proprio dall’Italia e dai giovani imprenditori italiani, oggi, un chiaro messaggio sul ruolo che l’innovazione – intesa non solo come innovazione tecnologica, ma anche come innovazione “verde”, innovazione sociale, e come valorizzazione del merito – può giocare per portarci fuori dalla crisi. Il fatto che non solo si tratterà della prima edizione assoluta di un “G8 dei giovani imprenditori”, ma che abbiate anche invitato all’evento – oltre chiaramente ai paesi G8 – le delegazioni delle grandi economie emergenti e dell’Egitto, dimostra lungimiranza: significa che i giovani imprenditori italiani hanno chiaro il senso di direzione del mondo. Ed io mi sento di dire che un paese che può contare – come oggi può fare l’Italia – su giovani imprenditori così, è un paese che può scommettere sul proprio futuro.

 


Luogo:

Santa Margherita Ligure

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