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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

07/10/2009


Dettaglio intervento

Negli ultimi anni abbiamo imparato che esiste anche un’Africa diversa da quella rappresentata soltanto come terrà di povertà, malattie e conflitti endemici. Un’Africa cui guardare in modo più articolato, per coglierne anche i lati positivi e le opportunità. Un continente giovane, in crescita economica, con un enorme potenziale di capitale umano, che oltre ad essere un grande fornitore di materie prime è un mercato di 900 milioni di consumatori con spazi promettenti per investimenti esteri e cooperazioni internazionali.

Sul piano politico, l’Africa è poi diventata un interlocutore chiave su problematiche strategiche come la sicurezza energetica – Angola e Nigeria sono tra i dieci produttori di petrolio più rilevanti al mondo – ed un partner ormai indispensabile nelle sfide globali: dal cambiamento climatico alla lotta contro il terrorismo. L’esigenza inoltre di includere i Paesi africani nel sistema di “governance mondiale” come attori a tutti gli effetti sta ricevendo le prime, positive risposte. Lo ha dimostrato il Vertice G8 de L’Aquila del luglio scorso quando l’Italia ha invitato un numero di Paesi africani – Egitto, Paesi fondatori Nepad, Sud Africa, Presidenza Unione Africana e Angola – a partecipare all’evento come attori politici a pieno titolo.

Naturalmente tutto questo non significa che i gravi problemi e le tante contraddizioni che affliggono l’Africa siano ormai in via di soluzione. Tutt’altro. Gli ostacoli da superare per raggiungere stabilità e benessere rimangono molti. Tra il 2008 e il 2009 lo sviluppo del continente ha poi subito una secca battuta di arresto per effetto delle crisi economico-finanziaria ed alimentare che lo hanno colpito.

Nonostante le tante difficoltà da affrontare siamo comunque oggi di fronte ad una nuova fase di attenzione verso l’Africa. Agli sforzi dello stesso continente africano per provare a progredire e modernizzarsi, corrisponde una rinnovata volontà politica internazionale di aiutare l’Africa ad aiutare se stessa. Esistono cioè oggi le condizioni per un nuovo “Patto per l’Africa” tra Paesi di quel continente, da un lato, e Paesi industrializzati, dall’altro. Un Patto che si basi su una logica di partenariato per definire il quale l’Europa ha una responsabilità primaria, anche morale, da esercitare. Europa ed Africa hanno bisogno di un’alleanza globale e di un autentico partenariato strategico. La prossimità geografica tra i due continenti, le vicende che ne hanno intrecciato la storia, le interdipendenze economiche, sociali ed umane che si sono create, i legami culturali intensi che esistono, sono tutti elementi che spingono verso un futuro insieme, un destino comune.

L’adozione - in occasione del Vertice di Lisbona dell’8-9 dicembre 2007 - di una Strategia Congiunta UE-Africa ha posto le premesse per il rilancio di questo rapporto sulla base di una visione unitaria del continente africano. L’idea è che tocchi ormai anzitutto all’Africa stessa plasmare il proprio destino. Spetta anzitutto alle autorità africane esercitare le proprie responsabilità nelle scelte politiche che le riguardano.

Di qui la necessità di superare la logica donatore-ricevente e di sviluppare un dialogo politico tra eguali. Di qui la consapevolezza che il Partenariato UE-Africa possa rappresentare lo strumento giusto per facilitare il raggiungimento di due obiettivi: la creazione di un’architettura africana di pace e sicurezza; e l’integrazione economica del continente africano. Due prospettive per la cui concretizzazione l’esperienza dell’Unione Europea può senza dubbio rappresentare – sia pur in un contesto molto diverso - un punto di riferimento importante per l’Africa.

Muovendo da queste premesse, sono principalmente 4 le direttrici da seguire per sviluppare il partenariato Europa-Africa: (1) sicurezza e peace-keeping; (2) crisi regionali e confitti dimenticati; (3) diritti e democrazia; (4) un nuovo modo di “fare” sviluppo.

(1) Sicurezza e peace-keeping – Sicurezza africana e sicurezza europea sono strettamente correlate. L’instabilità del continente africano produce effetti che si ripercuotono sul vecchio continente: immigrazione illegale, traffico di armi e droga, terrorismo, criminalità organizzata, pirateria. Allo steso tempo, l’Africa rappresenta la regione dove più spesso sono previsti interventi internazionali di peace-keeping: le relative operazioni ONU attualmente dispiegate in Africa impegnano circa il 70% dei caschi blu operativi.

Il fattore oggi nuovo e positivo della sicurezza africana è però la crescente responsabilizzazione del continente nella gestione delle crisi che lo affliggono e nella ricerca di una loro soluzione. L’Unione Africana e le organizzazioni sub-regionali africane svolgono un ruolo crescente a favore della pace nel continente. L’UA è ormai diventata un interlocutore chiave dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite. Essa ha saputo svolgere, per conto dell’intera comunità internazionale, una funzione politica ed operativa di fondamentale importanza, tramite iniziative di mediazione o l’invio di forze di mantenimento della pace.

Come indicato anche nel Rapporto del Panel ONU, guidato dal Presidente Prodi, occorre però stabilire una relazione strategica più efficace tra Nazioni Unite e Unione Africana, ad esempio sul modello della cooperazione UE-ONU. Bisogna inoltre assicurare la sostenibilità finanziaria delle operazioni di pace UA e prestare particolare attenzione alla formazione del personale coinvolto nelle operazioni di pace. L’Italia è tra i principali sostenitori dell’impegno dell’Unione Africana, in particolare attraverso lo strumento finanziario della Italian Africa Peace Facility, un fondo ad hoc costituito nel 2008 e con una dotazione iniziale di 40 milioni di Euro.

Nel settore del peacekeeping in Africa, anche il G8 ha assunto impegni importanti in occasione del Vertice de L’Aquila. I Leaders hanno concordato in particolare sulla necessità di rafforzare il sostegno ai centri di formazione regionali africani, le cui attività vanno sempre più raccordate con quelle dei centri di eccellenza situati nei Paesi G8. Tra questi, per quanto concerne l’Italia vorrei citare il COESPU di Vicenza, specializzato nella formazione di peace-keepers e di unità di polizia, che ha addestrato sinora più di 2100 ufficiali e sottoufficiali, circa la metà provenienti da Paesi africani; e la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che opera in stretto raccordo con l’Unione Europea e quella Africana.

(2) Crisi regionali e conflitti dimenticati – L’impegno a sterilizzare crisi e conflitti aperti o a “bassa intensità” è un altro ambito cruciale per la collaborazione tra Europa ed Africa. Tra i vari conflitti a lungo dimenticati in Africa vorrei citare in particolare quello in Somalia che può e deve diventare un banco di prova della collaborazione tra Unione Africana ed Unione Europea. Quasi venti anni di guerra civile hanno fatto di questo Paese una sorta di zona di libero scambio illegale, dove l’unica fonte di reddito, insieme con gli aiuti umanitari, peraltro sempre più difficili da distribuire a causa della situazione sul terreno, è data da quella che è stata definita l’“industria dell’insicurezza”: un insieme di attività legate a traffici illeciti, di cui la pirateria è solo una delle manifestazioni più visibili e più preoccupanti.

L’impegno del Governo italiano è in primo luogo quello di farsi portavoce della crisi somala e dell’esigenza di darle risposte concrete nei fora dei quali l’Italia fa parte: Unione Europea, Nazioni Unite, G8. Lo abbiamo fatto su sollecitazione di numerosi Paesi amici africani e della Lega Araba, con la consapevolezza che una crisi della quale non si parla è una crisi che, di fatto, non esiste. Noi vogliamo invece che venga affrontata con decisione. Vogliamo dare una speranza alla Somalia.

Ci siamo quindi fatti promotori di alcune iniziative, come la riunione dell’International Contact Group (ICC) di Roma del giugno scorso e di una riunione straordinaria sempre dell’ICG, a New York, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, lo scorso 23 settembre. Abbiamo convocato quest’ultima d’intesa con un grande Paese amico come il Kenya, sempre più esposto alla crisi somala. In tale occasione abbiamo presentato un “position paper” che riassume quello che l’Italia ritiene si debba fare, d’intesa con i partner dell’Unione Europea e soprattutto con l’Unione Africana per avviare a soluzione la crisi somala. In questo senso, in ambito UE ci stiamo adoperando affinché venga adottata una strategia di maggiore impegno a sostegno del governo somalo e della sua politica di riconciliazione, con nuove iniziative volte a rafforzarne le capacità nel settore della sicurezza e più in generale della ricostruzione istituzionale.

(3) Diritti e democrazia – La presenza di istituzioni democratiche consolidate, di una società civile vivace, di operatori economici privati intraprendenti e attivi, di una stampa libera, di amministratori e di giudici onesti, sono il presupposto di un’Africa pacifica e avviata verso condizioni di vita migliori per tutti i propri cittadini. Il numero dei Paesi africani che ha intrapreso questa strada è in crescita. Parimenti, è più frequente oggi trovare una classe politica africana giovane, nuova, preparata, e consapevole degli obiettivi che deve perseguire. Dobbiamo pertanto continuare ad investire nelle istituzioni democratiche africane per favorire il “buon governo” e combattere la cattiva amministrazione e la corruzione, fenomeni che minano alla base ogni prospettiva di sviluppo e benessere del continente.

Al contempo dobbiamo impegnarci affinché anche ai cittadini africani vengano sempre più riconosciuti i propri diritti inalienabili. Anche in questo campo la responsabilità primaria è comunque delle classi dirigenti africane, che in certi casi hanno fatto marcare significativi passi in avanti. Ma l’obiettivo di fondo non è facilmente raggiungibile poiché esiste una stretta relazione tra sottosviluppo e negazione dell’esercizio dei diritti fondamentali. Là dove prevalgono fame e povertà è anche più difficile difendere e promuovere quei diritti.

Su quest’ultimo aspetto anche la comunità internazionale ha una precisa responsabilità morale cui adempiere. Dal canto suo, l’Italia è in prima fila in questa battaglia, in particolare per quanto concerne i diritti dell’infanzia, con particolare riferimento alla protezione dei bambini vittime dei conflitti (120.000 solo in Africa); e quelli delle donne, ad esempio per quanto concerne la violenza sessuale nelle situazioni di conflitto armato o le mutilazioni genitali femminili. Su quest’ultimo tema ho lanciato di recente – insieme a vari Paesi africani e nel rispetto delle loro sensibilità culturali – un’iniziativa in ambito ONU per abolire una pratica che viola i diritti umani delle bambine e mette a rischio la loro salute.

(4) Un nuovo modo di “fare” sviluppo – L’aiuto allo sviluppo internazionale di tipo paternalistico ha fatto il suo tempo. Bisogna cambiare approccio e finalizzare l’assistenza alla crescita strutturale e allo sviluppo sostenibile delle società africane. Deve cambiare dunque la qualità dei nostri aiuti, senza peraltro ridurre la loro quantità. L’Italia si sta muovendo in questa direzione sia sul piano “bilaterale” che “multilaterale”.

Quanto alla prima dimensione, l’Africa rimane al centro delle nostre priorità di cooperazione, come dimostra l’impegno già preso di destinare a quel continente, nel triennio 2009-2011, non meno del 50% delle risorse di aiuto pubblico allo sviluppo. Quei fondi verranno destinati a Paesi prioritari in settori strategici per lo sviluppo sostenibile: agricoltura, sicurezza alimentare, ambiente, salute, istruzione, governance, sostegno alle piccole e medie imprese, ma anche riconoscimento del ruolo della donna e protezione dei soggetti più vulnerabili come i bambini. L’obiettivo che ci anima è quello di riportare l’uomo al centro dello sviluppo, massimizzando l’impatto dei nostri interventi.

Come presidenza del G8, l’Italia si è inoltre impegnata molto affinché l’Africa restasse al centro dell’agenda internazionale in occasione del Vertice de L’Aquila. Nonostante la crisi che ha colpito anche i Paesi donatori, i Leaders del G8 hanno infatti confermato gli impegni in termini di Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) assunti a Gleneagles nel 2005; hanno rilanciato l’Agenda di Doha del WTO come traino della crescita nei Paesi in via di Sviluppo; hanno varato un’iniziativa per il dimezzamento dei costi medi di transazione per le rimesse dei migranti; hanno espresso sostegno a strumenti innovativi di finanziamento per la salute globale.

E’ stato poi proposto, su impulso italiano, un nuovo approccio allo Sviluppo, definito “whole of country”, in grado cioè di attivare tutti gli attori e gli strumenti essenziali per innescare processi di sviluppo; non solo quelli legati all’impiego degli aiuti pubblici ma anche investimenti, partenariati pubblico-privati, iniziative delle ONG, rimesse degli emigrati, commercio internazionale e interventi della società civile. A L’Aquila sono state infine adottate, per la prima volta nella storia del G8, due dichiarazioni congiunte con i Paesi africani: una sulla sicurezza alimentare (con un impegno di 20 miliardi di dollari in favore dello sviluppo agricolo sostenibile) e una sulle risorse idriche.

Conclusione: il tema dell’immigrazione - Lasciatemi concludere soffermandomi su un tema che tocca trasversalmente tutti e 4 i settori citati: sicurezza, conflitti, diritti e sviluppo. Mi riferisco al tema dell’immigrazione. I flussi migratori che dalle coste africane raggiungono – attraverso il Mediterraneo – l’Europa, sono infatti una delle questioni contemporanee più complesse, urgenti e drammatiche che dobbiamo affrontare. Una sfida che richiede un approccio moderno che tenga conto del profilo multidimensionale del fenomeno immigrazione e che comporti un’assunzione di responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti: Paesi di origine, di transito e di destinazione, in una logica ancora una volta di partenariato tra Europa e Paesi africani.

Per quanto concerne in particolare l’immigrazione clandestina proveniente dalle coste africane, è fondamentale che tale questione venga affrontata come un problema europeo, dell’UE nel suo complesso e non solo dei Paesi, come l’Italia, che si affacciano sul Mediterraneo. A questo proposito, alcuni importanti progressi sono stati registrati negli ultimi mesi. Ma l’Unione Europea deve fare di più su questo fronte. Lo reclamiamo ad alta voce non perché vogliamo scaricare su Bruxelles un problema nostro. Ma perché la UE può effettivamente fare di più. E’ necessaria un’autentica solidarietà tra gli Stati membri. Il Consiglio Europeo del giugno scorso ha fatto registrare alcuni progressi in questa direzione, riconoscendo – in particolare - la dimensione comunitaria del fenomeno ed invitando la Commissione a presentare ulteriori proposte in occasione del Consiglio europeo di ottobre. Attendiamo ora di vedere i fatti. Nell’interesse dell’Europa e degli stessi Paesi africani.


Luogo:

Roma

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