Questo sito usa cookie per fornirti un'esperienza migliore. Proseguendo la navigazione accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra OK Approfondisci
Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

05/11/2009


Dettaglio intervento

LECTIO MAGISTRALIS DEL MINISTRO FRATTINI ALL’UNIVERSITA’ DI ENNA

“1989-2009: La nuova missione storica dell’Europa venti anni dopo la caduta del Muro di Berlino”

(Enna, 5 novembre 2009)

Magnifico Rettore,

Chiarissimi Professori,

Autorità presenti,

Cari Studenti,

Signore e Signori,

sono davvero molto lieto di poter intervenire in questa giovane ma già importante Università, la cui nascita – voluta con determinazione dai suoi ideatori – ha confermato la vivacità culturale e la posizione strategica di Enna. Ieri, come città-fortezza contro assedi e invasioni; oggi, come spazio aperto di felice contaminazione tra le diverse tradizioni e identità del Mediterraneo. L’inaugurazione, appena svoltasi, della mostra “In Berlin” di Giovanni Chiaramonte, ci offre poi lo spunto migliore per collegare la Sicilia all’Europa e svolgere una riflessione sul futuro del nostro Continente. Prima di affrontare questo tema, permettetemi però di ringraziare il Rettore, il Professor Salvo Andò, per l’evento che ha organizzato e per l’invito che mi ha cortesemente rivolto a tenere questa “Lezione”.

Signore e Signori,

in Europa ricorrono quest’anno due importanti anniversari: di dolore il primo, 70 anni dall’inizio della seconda guerra mondiale; di speranza il secondo, 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino. In questo doppio ricordo è racchiusa simbolicamente la storia del XX° secolo e il senso profondo del progetto di integrazione europea, nato per riunificare in modo irreversibile il Vecchio continente in nome della pace, della libertà e della democrazia.

La caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, viene in particolare considerata l’icona del crollo del sistema sovietico. Nel giro di poco tempo, una sorta di effetto domino faceva crollare i regimi comunisti dell’Europa centro-orientale. La Germania si riunificava. L’URSS si disfaceva. Si produceva così un cambiamento epocale attraverso una transizione pacifica, con un’unica parentesi di violenza in Romania. Ed è per questo che il 1989 viene spesso definito come l’anno più straordinario della storia. Altre date sono scolpite nella nostra memoria, dal 1648 al 1945, passando per il 1789, il 1848, il 1917; nessuna però come il 1989 ha visto eventi così straordinari succedersi senza – quasi - spargimento di sangue.

1989-2009: da un eccesso di ottimismo ad un eccesso di pessimismo - Anche per questo il 1989 generò un vortice di aspettative, molte delle quali risultate poi, alla prova della storia, eccessive. Chiusa la stagione della guerra fredda, ci si aspettava più pace, stabilità e sicurezza. Venne proclamata la “fine della storia” e pronosticata l’affermazione definitiva e su scala mondiale di liberismo e democrazia. Si cominciò a disegnare la bozza di un “nuovo ordine internazionale” ispirato ad una globalizzazione positiva ed ineluttabile, che avrebbe rimpiazzato, presto e bene, il bipolarismo.

Dopo l’11 settembre 2001 iniziò invece a prendere piede un discorso politico diverso, per molti versi antitetico, che girava intorno ai temi dello “scontro di civiltà”, del terrorismo di matrice islamica, delle minacce trasversali e asimmetriche, dei lati oscuri della globalizzazione. Ai sentimenti di euforia e trionfalismo suscitati dal 1989 cominciò cioè a subentrare un senso di paura e incertezza, poi ampiamente diffusosi e reso ancora più acuto dalla crisi finanziaria ed economica esplosa tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. Una crisi che per molti osservatori è divenuta il segno di come, a venti anni dalla caduta del Muro di Berlino, liberismo economico e democrazia non solo non si siano universalizzati, ma – al contrario – abbiamo rivelato tutte le loro vulnerabilità.

Nell’arco di venti anni si è dunque passati da un eccesso di aspettative ad un eccesso di pessimismo. Dal proclamare la vittoria di liberismo e democrazia al sentenziarne frettolosamente la sconfitta. Una schizofrenia emotiva che non deve far perdere di vista un dato cruciale per l’identità europea: nonostante tutto, la democrazia liberale rappresenta ancora la forma di governo di riferimento per la comunità internazionale. Un modello certamente non perfetto, ma che continua a garantire ai cittadini il maggior livello di prosperità economica, di libertà personale e di rispetto dei loro diritti fondamentali.

E’ in nome di questa democrazia che l’Unione Europea, insieme alla NATO, ha vinto la scommessa di riunificare il Vecchio continente. Il processo di Allargamento ai Paesi dell’Europa centro-orientale, sebbene non siano mancati errori nei modi e nei tempi della sua gestazione, è stato un successo. Si è trattato di una grande operazione di stabilizzazione compiuta facendo leva sul soft power civile, sulla potenza trasformatrice di un modello politico, economico e di valori da imitare. Bruxelles ha agito come una “calamita” che ha attirato a sé il suo estero vicino, trasformandolo e integrandolo. Un lavoro però non ancora completato: lo sarà solo quando anche i Paesi dei Balcani occidentali e la Turchia saranno entrati a far parte della famiglia europea.

Va poi detto che dai primi anni ’90 ad oggi, l’Unione Europea ha investito molte energie non solo per il suo “ampliamento”, ma anche in termini di “approfondimento”, aprendo una lunga “stagione costituzionale” che ha visto però il riproporsi di visioni diverse su natura e finalità del progetto di costruzione europea. Un dibattito difficile che ha registrato, e a sua volta generato, spinte sensibili verso una maggiore “sovranità delle nazioni”. Basti pensare al fallimento del Trattato costituzionale che prospettava la nascita di un “demos” europeo; al percorso ad ostacoli seguito dal processo di ratifica del Trattato di Lisbona; al modo, più intergovernativo che comunitario, in cui l’Unione Europea ha gestito la crisi economica e finanziaria e – infine – alla recente sentenza della Corte costituzionale tedesca il cui significato “politico” di limite posto all’integrazione non può essere ignorato.

La nuova missione storica dell’Europa del XXI° secolo: contribuire a sanare tre “fratture” - Avere consapevolezza che l’Europa è oggi “più sovrana” non deve indurre però a ritardare il progetto di costruirne una più unita e più forte. Bisognerà invece cogliere il momento dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona per riscoprire, in chiave operativa, le profonde motivazioni ideali che hanno ispirato il progetto di integrazione europea ed aggiornarle alla luce delle nuove sfide che abbiamo di fronte. Nel farlo, dobbiamo avere ben presente perché sia così importante, oggi, rilanciare il progetto di integrazione europea. La posta in gioco è alta: si tratta infatti di contribuire alla definizione del modello di globalizzazione, con le sue regole e le sue istituzioni, sul piano politico, economico, dell’architettura finanziaria e dei valori. L’Unione Europea deve mostrarsi all’altezza di questa sfida, deve cioè essere in grado di lasciare la propria impronta nella ridefinizione degli equilibri globali, secondo i suoi interessi e in nome dei propri principi.

La premessa di fondo affinché ciò si possa realizzare è che l’Europa riscopra la sua anima, tornando a testimoniare con forza e convinzione i propri valori fondanti: la dignità della persona umana, il rispetto dei diritti fondamentali, le sue radici cristiane. Radici che spesso vengono negate, come ci dimostra la recente sentenza della Corte di Strasburgo sulla presenza dei Crocefissi nelle scuole italiane, inseguendo una deriva laicista con effetti nefasti sulla nostra identità. L’Unione Europea deve invece tornare a trasmettere passioni e ideali forti, a fare battaglie di principio, a mobilitare le coscienze civili; deve darsi – in altri termini – una nuova missione storica in linea con le esigenze e le aspettative del XXI° secolo.

Dopo aver ricomposto il solco scavato in Europa dalle due guerre mondiali e dopo aver sanato la frattura tra est ed ovest provocata dalla “guerra fredda”, il progetto di costruzione europea dovrebbe essere oggi indirizzato a “riconciliare” tre rapporti cruciali per il suo futuro. (1) Anzitutto, quello psicologico tra la mentalità euro-centrica che continua a caratterizzare il nostro modo di pensare il mondo e la nuova realtà globale che ci circonda; (2) in secondo luogo, quello geo-politico tra la dimensione nordica dell’Europa, apparentemente più al riparo dalle minacce del nostro tempo, e lo spazio mediterraneo, oggettivamente più esposto alle nuove sfide, essendo – a sua volta - linea di confine tra il Nord e il Sud del mondo; (3) infine, quello culturale tra Occidente e Islam; un rapporto del quale è prevalsa, dopo l’11 settembre, una lettura improntata alla conflittualità che rischia però di far perdere di vista come la vera contrapposizione non sia tra fedi o culture diverse, ma tra chi opera per il dialogo e la pace e chi fomenta divisioni e odio.

Permettetemi di soffermarmi, adesso, su ognuna di queste tre “fratture”.

(1) La “frattura” psicologica tra mentalità eurocentrica e visione globale – L’Europa del XXI° secolo sarà globale o non sarà. Il Vecchio continente è cioè ad un bivio storico. O acquisisce un raggio di azione e una mentalità globali, oppure verrà marginalizzato. Dall’inizio del 1800 sino al 1989-91 la logica che ha dominato il sistema internazionale è stata quella del rapporto “centro-periferia”, con il “centro” - l’Europa in particolare - che prosperava sulla “periferia”. Ma con la fine della guerra fredda questo paradigma è saltato ed è iniziata la “riscossa” della periferia. Nuove potenze sono emerse, riemerse, o stanno reclamando un “posto al sole”. Da questo punto di vista il 1989 non è stato un fatto solo europeo od occidentale. Quell’anno fu in effetti anche l’anno di Tienanmen, della morte di Khomeini, del fallimento evidente dell’invasione sovietica in Afghanistan. Eventi che avrebbero generato importanti dinamiche internazionali della cui rilevanza la nostra mentalità euro-centrica ha preso coscienza solo molto tempo dopo.

Superata quindi la fase “bipolare”, consumata quella “unipolare” e scongiurata quella “a-polare”, il panorama internazionale sta oggi acquisendo un profilo “multipolare”, senza che un nuovo ordine internazionale sia stato però ancora codificato. Il dato di fondo è comunque chiaro: il baricentro del potere internazionale si sta spostando dall’Atlantico al Pacifico, mentre il G20 sembra conquistare più spazio e peso rispetto al G8. In questo contesto, se l’Europa desidera un posto di rilevo sul proscenio internazionale, deve essere più coesa e mostrarsi in grado di parlare con una voce sola, deve esercitare la sua leadership e le sue responsabilità a tutto campo. Dopo il mercato unico, la libertà di circolazione e l’Euro, deve elevare il suo profilo esterno e sviluppare ulteriormente la sua dimensione di sicurezza e difesa.

A questo scopo, l’Europa dovrà anzitutto sfruttare appieno gli strumenti che il Trattato di Lisbona le metterà a disposizione, a cominciare da una Presidenza stabile del Consiglio europeo e dalla figura del così detto “Ministro degli esteri” dell’Unione. Due ruoli cruciali per ricoprire i quali andranno individuate personalità autorevoli, interpreti autentici del progetto di integrazione europea e in grado di raccogliere un ampio consenso da parte degli Stati membri.

In secondo luogo, l’Unione dovrà “aggiornare” l’agenda del rapporto transatlantico e, al contempo, sviluppare un’ampia rete di partenariati realmente strategici, dove la dimensione politica riceva maggiore spazio rispetto a quella economica e tecnico-commerciale, con attori cruciali quali Cina, Russia, India, Unione Africana, solo per citarne alcuni. Infine, in un’ottica di medio-lungo periodo, dovremmo porci l’obiettivo di una comune rappresentanza europea nelle maggiori istituzioni globali. A questo proposito, l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona porrà ad esempio le premesse per realizzare gradualmente una presenza comune dell’Unione Europea nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, un’opportunità che non dovremmo lasciarci sfuggire.

L’Unione deve anche assumersi maggiori responsabilità per contribuire alla pace e alla sicurezza internazionali. Deve essere capace di “produrre” sicurezza e non solo di “consumarla”. L’Europa ha già fatto progressi importanti in questa direzione: il tempo in cui la UE, di fronte alle crisi regionali, si limitava ad una politica meramente declaratoria è finito. In dieci anni di PESD, l’Unione ha inviato più di 20 missioni, mostrando di essere pronta a mettere uomini sul terreno e ad assumersi rischi.

Ma con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, serve un ulteriore salto di qualità nella costruzione della dimensione di sicurezza dell’Unione Europea. Bisognerà, anzitutto, colmare il gap esistente tra le nostre ambizioni politiche, da un lato, e le capacità militari e le risorse finanziarie che abbiamo a disposizione, dall’altro. Bisognerà, inoltre, superare gli ostacoli che ancora si frappongono ad una piena cooperazione tra NATO e UE. Bisognerà, infine, continuare ad affinare quel “comprehensive approach”, quell’approccio sistemico che caratterizza il “modo” europeo di affrontare le crisi regionali, accompagnando alla dimensione militare quella civile, di consolidamento istituzionale e sviluppo economico. In questo senso, sarà fondamentale che l’Unione Europa riesca a offrire un contributo significativo anche in scenari rischiosi e complessi come l’Afghanistan o il Medio Oriente.

(2) La “frattura” geo-politica tra dimensione nordica e spazio mediterraneo - Nel modo di affrontare e gestire varie questioni, in Europa continua a prevalere una logica competitiva tra diverse strategie e dimensioni geo-politiche, soprattutto tra area nordica e spazio mediterraneo. Sia chiaro: si tratta di esercizi che rispondono a legittimi interessi di cooperazione regionale dell’Unione. Tuttavia, è innegabile che ci troviamo ormai spesso a doverci confrontare con problematiche orizzontali e trasversali che, pur colpendo in modo particolare alcuni Stati membri, finiscono col riguardare tutti i Paesi e tutte le sub-regioni dell’Unione, il Nord come il Sud. Una di queste sfide è sicuramente l’immigrazione illegale dal Mediterraneo.

I flussi migratori di clandestini che dalle coste africane raggiungono l’Europa, sono una delle questioni contemporanee più complesse, urgenti e drammatiche da affrontare. La Sicilia lo sa bene, perché ne sperimenta direttamente gli effetti riuscendo ad affrontarli, penso naturalmente a Lampedusa ma non solo, con grande generosità. La sfida è però enorme e va fronteggiata con un approccio moderno che comporti un’assunzione di responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti, in una logica di partenariato tra i Paesi di origine, di transito e di destinazione, la stessa logica che caratterizza la nostra positiva cooperazione con la Libia.

Le problematiche migratorie vanno inoltre affrontate miscelando fermezza e spirito di accoglienza, nel pieno rispetto della legalità e dei diritti umani. Massimo rispetto per i diritti fondamentali dei migranti, quindi. Siamo del resto il Paese più impegnato a salvare la vita di chiunque sia in pericolo nel Mediterraneo e continueremo a farlo. Dobbiamo però – in parallelo - usare la massima severità nel punire i trafficanti di esseri umani. Dobbiamo, altresì, lavorare sulla prevenzione, favorendo lo sviluppo economico dei Paesi di origine, come l’Italia sta facendo avendo messo il futuro dell’Africa tra le priorità della sua politica estera. La gestione di questo fenomeno così complesso non può comunque ricadere solamente sugli Stati Membri più direttamente esposti per motivi geografici. Ecco perché da tempo insistiamo per un maggiore impegno europeo sull’immigrazione nel Mediterraneo. L’Europa deve fare di più, affrontando questa sfida in modo globale, in uno spirito di autentica solidarietà e responsabilità condivisa tra i suoi Stati membri.

Il recente Consiglio Europeo ha rappresentato una tappa importante a questo proposito, accogliendo in particolare le proposte italiane per rafforzare a tutto tondo il ruolo operativo dell’Agenzia Frontex; per istituire entro l’anno l’Ufficio europeo per l’Asilo; per realizzare un regime comune di Asilo in ambito europeo; per sviluppare la protezione internazionale al di fuori del territorio europeo; per programmare una maggiore collaborazione con i Paesi della sponda sud, in particolare con la Libia e la Turchia.

L’immigrazione è comunque solo una delle questioni che fanno del Mediterraneo una regione centrale per gli equilibri internazionali e un banco di prova decisivo per il futuro dell’Europa. Le sfide comuni da superare sono molte: il Processo di pace in Medio oriente, la questione iraniana, la lotta alla pirateria, la crescita demografica, il cambiamento climatico, l’incremento della domanda di energia, la scarsità di risorse primarie come l’acqua. Servono dunque strategie lungimiranti e risorse adeguate. Se il Processo di Barcellona ha già mostrato i suoi limiti, anche l’Unione per il Mediterraneo rischia di non “fare la differenza” nella regione, ma – al contrario – di rimanere essa stessa vittima delle sue problematiche.

Ciò nonostante è importante continuare a lavorare con pazienza e determinazione per dare sostanza al concetto di “Mediterraneo allargato”, articolando politiche e lanciando progetti che oltre a segnare una relazione più stretta e dinamica tra le sponde Nord e Sud, coinvolgano pienamente anche i Paesi del Golfo. Includere la “terza sponda” di quel Mare è infatti fondamentale per la stabilità dell’intera regione, per la sua integrazione economica, per svilupparvi le necessarie infrastrutture energetiche, di trasporto e di telecomunicazione. Ne ho avuta un’ulteriore conferma nei giorni scorsi, presiedendo a Marrakech il G8-BMENA, esercizio che coinvolge tutti i Paesi della regione.

(3) La “frattura” culturale tra Occidente e mondo islamico – E’ tempo di superare la percezione di una contrapposizione irrisolvibile tra Occidente e mondo islamico. E’ tempo di ritrovare, sulla base di una leadership paritaria, le ragioni profonde di un dialogo politico, culturale e religioso tra due identità diverse, certamente, ma con sorprendenti parallelismi e sempre protagoniste di una fertile contaminazione di idee, come la stessa storia della Sicilia testimonia. Nel perseguire questo obiettivo il contributo dell’Europa appare determinante sotto tre profili: (a) nel proseguire il processo di allargamento alla Turchia; (b) nel favorire il dialogo culturale e interreligioso tra Cristianità e Islam; (c) nel definire politiche lungimiranti di integrazione dell’immigrazione musulmana.

(a) “Perdere” la Turchia? – L’Unione Europea, anche in un fase complicata come questa, deve avere il coraggio di raccogliere la sfida che la candidatura della Turchia pone alla sua identità. Dobbiamo essere consapevoli che l’ingresso della Turchia nella UE potrebbe avere la stessa forza simbolica, per i rapporti tra Occidente e Islam, che ha avuto la riappacificazione franco-tedesca o il crollo del Muro di Berlino. L’ingresso di Ankara in Europa potrebbe essere letto, da un lato, come il segno della compatibilità tra Islam, democrazia e diritti umani e, dall’altro, come la capacità dell’Unione di saper accogliere culture diverse senza tradire la propria identità. Un obiettivo storico al quale non possiamo rinunciare.

Dall’adesione turca all’Unione Europea scaturiranno una Turchia migliore e un’Europa migliore. Con Ankara condividiamo infatti interessi strategici cruciali come la stabilità del Caucaso meridionale, la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, la lotta al terrorismo. Certo, il quadro attuale del suo processo di adesione alla UE non è incoraggiante. I negoziati sono di fatto in stallo, principalmente a causa dell’assenza di progressi nella difficile normalizzazione dei rapporti con Cipro, mentre alcune scelte di politica estera di Ankara, pensiamo alla crisi nei rapporti con Israele e all’apparente riavvicinamento con l’Iran, suscitano dubbi in varie capitali europee. Il rischio, che alcuni osservatori già paventano, è che la Turchia – complici anche le posizioni di chiusura di Francia e Germania - finisca con l’allontanarsi dall’Europa.

Non vi è dubbio che la Turchia abbia ancora una lunga strada da percorrere per arrivare a Bruxelles ed è altrettanto evidente che potrà giungere a destinazione solo se riuscirà a rispettare gli impegni e gli obblighi che si è assunta. Se il viaggio è difficile, la sua meta non può però essere rimessa in discussione. Da parte nostra, anche in vista del Consiglio europeo di dicembre, faremo cioè di tutto per non “perdere” la Turchia. Per mantenere aperta la sua “prospettiva europea” e non mettere in dubbio la sua capacità di progredire verso la piena integrazione. E sarà proprio questo il messaggio di fondo che l’Italia trasmetterà agli amici turchi in occasione della visita di Stato del Presidente della Repubblica il 16 novembre prossimo in quel Paese.

(b) Cristianesimo e Islam: gli obiettivi comuni ai tempi della globalizzazione - Se è vero che le religioni del “Libro” sono sempre state forze globalizzanti, veri e propri motori della storia, è naturale che – ai tempi della globalizzazione - esse occupino un ruolo centrale nelle relazioni internazionali. Nel mondo interdipendente in cui viviamo esiste il bisogno di creare una forte sinergia tra discipline diverse: politica, economia, cultura e religione. Nessuna di queste dimensioni, presa singolarmente, è ormai sufficiente ad offrire una chiave interpretativa adeguata della complessa realtà che ci circonda. Abbiamo invece bisogno che queste categorie interagiscano costruttivamente per definire e perseguire il “bene comune” del XXI° secolo.

L’Europa deve essere consapevole di questa realtà e facilitare il superamento della contrapposizione tra Occidente e Islam anche attraverso il dialogo interreligioso tra cristiani e musulmani. Si tratta di un passaggio fondamentale se aspiriamo realmente a codificare un ordine internazionale multilaterale, basato anche sul riconoscimento delle diverse identità. Il dialogo interreligioso è prezioso, inoltre, in chiave di “diplomazia preventiva”, perché può contribuire a promuovere un clima di maggiore comprensione tra le gradi aree culturali del pianeta. E’ indispensabile, infine, se il nostro obiettivo è costruire un concetto di pace fondato non solo sulla sicurezza militare, ma anche sulla giustizia e sulla riconciliazione come metodo per risolvere alla radice conflitti laceranti. Come si vede, esistono importanti obiettivi comuni per i quali Occidente e Islam possono lavorare insieme, nel rispetto reciproco. E’ tempo di spingere con maggiore convinzione in questa direzione.

(c) Quale Integrazione? Le condizioni della cittadinanza - Un rapporto più sereno tra Occidente e Islam passa anche attraverso politiche di integrazione, in Europa, più articolate e lungimiranti. Nella nostra visione, il punto di partenza è chiaro: l’integrazione richiede solidarietà e legalità, senza prescindere dalla nostra storia e dalla nostra identità culturale. Il punto di arrivo dovrebbe essere altrettanto nitido e andrebbe individuato nel diritto di cittadinanza. In mezzo vi è un percorso di dialogo, di formazione scolastica e civica, di apprendimento della lingua in cui si vive, di condivisione dei principi e dei valori fondamentali dell’ordinamento nazionale e, soprattutto, di rispetto dei diritti fondamentali della persona. Un percorso che potrebbe essere facilitato, come ho proposto qualche giorno fa, da un’intesa tra lo Stato e la confessione islamica.

Sul rispetto dei diritti fondamentali, in particolare, non possiamo ammettere compromessi. Non possiamo accettare il principio di una diversa declinazione dei diritti a seconda delle diverse culture o dei diversi culti. I diritti fondamentali devono rimanere gli stessi per ogni individuo, a prescindere dalla fede religiosa, dalla nazionalità, dal genere cui appartiene. Non dobbiamo commettere l’errore, specialmente in Europa, di inseguire astratti modelli di integrazione multiculturale a scapito dei diritti individuali. Deve essere il rispetto di questi ultimi, oggi, a forgiare l’identità europea e a porsi come condizione per l’integrazione.

Signore e Signori,

se nel XXI° secolo la missione storica dell’Europa è quella di lavorare ad una triplice “riconciliazione” - tra visione euro-centrica e realtà globale, tra dimensione nordica e spazio mediterraneo, tra Occidente e Islam -, perché essa abbia successo è però necessario il contributo attivo di tutti i suoi Stati membri. L’Italia è ovviamente pronta a fare la sua parte, nella convinzione che più l’Unione Europea sarà protagonista sul piano internazionale, maggiore sarà la capacità del nostro Paese di far fronte alle proprie accresciute responsabilità nel mondo.

Nel provare a vincere le nuove sfide che hanno di fronte, Europa e Italia potranno contare anche sul valore aggiunto dei “territori”, e sulle loro espressioni economiche e della società civile. Da questo punto di vista, la Sicilia rappresenta un crocevia storico e culturale unico per i rapporti con il mondo arabo e un naturale ponte di pace e sviluppo per il Mediterraneo. Al contempo, sappiamo bene che la stabilizzazione e il rilancio economico di questa regione permetterebbero di porre in termini diversi anche la nostra “questione meridionale”. E’ infatti chiaro a tutti che nessuna problematica vitale per il nostro Sud può ormai essere affrontata senza considerare la sua proiezione mediterranea. Una ragione in più per spingere l’Unione Europea a volgere sempre di più il suo sguardo, la sua attenzione politica e le sue risorse verso Sud, e ad intraprendere con convinzione la sua nuova missione storica.


Luogo:

Roma

9689
 Valuta questo sito