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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

03/06/2010


Dettaglio intervento

( fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Signor Presidente,

Autorità presenti,

Cari Studenti,

Signore e Signori,

sono davvero lieto del privilegio riservatomi di tenere questa Conferenza presso l’Istituto Universitario Europeo (IUE), con il quale il Ministero degli Esteri ha da tempo costruito un partenariato speciale, in nome dell’importanza che attribuiamo all’eccellenza della formazione in Italia e in Europa. Tengo molto, pertanto, a ringraziare tutti voi per essere qui presenti e, in particolare, il Presidente Josep Borrel per l’invito che mi ha rivolto ad intervenire. Sono convinto che la sua straordinaria esperienza politica, comunitaria e accademica rappresenti un valore aggiunto prezioso per sviluppare le attività di questo Istituto. L’approccio innovativo che egli ha già adottato ha il pieno sostegno del governo italiano.

Città, stato-nazione e globalizzazione: un’Italia e un’Europa unite - Il tema sul quale intendo oggi proporvi una riflessione non poteva che riguardare il futuro dell’Europa. Sia per la fase di grande incertezza che il vecchio continente e la stessa idea di Europa stanno attraversando; sia per il profilo specialistico di questo Istituto; sia – infine – per il respiro europeo che caratterizza la stessa storia di Firenze. La vocazione internazionale e - al contempo - la forte identità territoriale di questa città sono qui a ricordarci come, in epoca di globalizzazione, la dimensione locale e quella dello stato-nazione non vadano poste in competizione. Devono invece essere entrambe valorizzate, per rafforzarsi vicendevolmente in nome dell’unità del Paese. Se vogliamo che la voce dell’Italia venga ascoltata in Europa e nel mondo dobbiamo essere uniti. Adesso più che mai, come ci suggerisce il senso della Festa della Repubblica celebrata ieri, e mentre ci apprestiamo a festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia. Allo stesso modo, solo un’Europa più integrata e coesa tra i suoi Stati membri potrà difendere i propri interessi e affermare i suoi valori su scala globale. Ed è proprio questo l’argomento che desidero approfondire.

Dal “Vocabolario della Crusca” al “dizionario” dello scenario globale: le nuove parole d’ordine – Sappiamo bene come la globalizzazione abbia posto nuove sfide e introdotto nuove parole d’ordine per l’azione degli Stati e per la nostra stessa vita quotidiana. Possiamo dire che ha ormai preso forma un nuovo “dizionario” delle relazioni internazionali che proprio a Firenze, la città di Dante e del “Vocabolario della Crusca”, può essere utile sfogliare per soffermarsi sui termini chiave che caratterizzano lo scenario in cui ci muoviamo. Parole nuove o concetti tradizionali che hanno assunto contenuti diversi, oppure che vengono declinati secondo nuove sensibilità. Pensiamo al significato ampio e articolato - in campo anche finanziario, energetico e alimentare - che ha assunto oggi la parola sicurezza. Pensiamo al modo dettagliato in cui viene interpretato il concetto di diritti, da quelli politici e civili a quelli economici, sociali o delle minoranze. Riflettiamo sullo spessore che una parola come identità ha acquisito nel dibattito politico e culturale contemporaneo. Soffermiamoci sul senso, oggi, di parole come sovranità, responsabilità, governance, ownership, partnership, multipolarismo, multilateralismo. E ancora sviluppo, competitività, sostenibilità, innovazione, interdipendenza.

Si tratta di parole che sottendono tutte questioni complesse, come ad esempio il mantenimento della pace, la lotta al terrorismo o la gestione dei flussi migratori, e che devono essere collocate in un nuovo contesto geopolitico dove è radicalmente cambiato il rapporto centro-periferia. Nel XXI° secolo, oltre al “Vocabolario” ha infatti preso una forma diversa anche l’“Atlante” internazionale: il baricentro del potere si sta progressivamente spostando da Occidente verso l’Asia e il Pacifico, altri due termini sempre più “consultati”, e sempre più presenti nel linguaggio di ogni giorno.

Vi è però una parola che più di ogni altra sembra ormai dominare la comunicazione internazionale, pubblica e privata. Questa parola è crisi. In effetti, negli ultimi due anni la crisi economica ha colpito duramente i nostri Paesi, accentuando il senso di declino che sembra segnare il futuro dell’Europa. Il caso drammatico della Grecia, con l’intera zona-Euro attaccata dalla speculazione, ci ha fatto sperimentare tutta la debolezza ma anche le tante potenzialità dell’Unione Europea. Da un lato, abbiamo toccato con mano il baratro di un’Unione prigioniera di logiche nazionali, incapace di decidere e quindi condannata all’insuccesso. Dall’altro lato, le misure adottate – sotto impulso di Italia, Francia e Germania - per arginare la difficilissima situazione hanno lasciato intravedere la capacità della UE di trovare una sintesi positiva tra interessi degli Stati membri e bene collettivo europeo, riscoprendo così il valore di un’altra parola chiave del nostro “dizionario” moderno, la solidarietà comunitaria.

Retorica europeista e retorica del declino: la democrazia liberale bastione della nostra identità – A qualche settimana di distanza dai momenti più drammatici per la stabilità dell’Euro e mentre continua il nervosismo dei mercati, è comunque viva la sensazione che la crisi greca abbia rimesso in discussione il progetto politico europeo. In altri termini, la posta in gioco oggi non riguarda soltanto il possibile declino economico e demografico del vecchio continente, ma la stessa idea di Europa come famiglia cui aspirare di far parte o come modello di integrazione da imitare, in Asia, in Africa o in America Latina. O come partner strategico sul quale fare pieno affidamento, come chiedono gli Stati Uniti.

Fatta questa premessa, e avendo ben presente una cornice internazionale in rapida trasformazione, qual è dunque il posto dell’Europa nel mondo di oggi e di domani? Siamo inevitabilmente condannati ad una progressiva emarginazione? O invece esiste ancora la possibilità per progettare un vecchio continente attore globale? Se si, a quali condizioni?

Quando si parla di Europa, diffido sempre sia delle tesi catastrofiste che di quelle ispirate ad una retorica positiva, acritica e di facciata. Guidato anche in queste settimane da tali punti di riferimento, rimango dunque convinto che esista ancora lo spazio per svolgere un ragionamento da “europeista” pragmatico e realista. In questo senso ritengo si possa argomentare che se una “perdita di rango” internazionale dell’Europa è già nei dati statistici e diventerà in futuro sempre più palpabile, la ridefinizione degli equilibri globali non deve necessariamente sfociare nella marginalizzazione politica dell’Europa, né arrivare sino a negare la bontà delle ragioni che stanno alla base del progetto di integrazione europea. Per l’Europa non esiste un destino già scritto. Anche in una fase difficile come quella che stiamo vivendo non dobbiamo abbandonarci alla rassegnazione, né – tanto meno - crearci alibi di fronte alle sfide difficili che abbiamo di fronte. Tocca a noi, anzitutto, reagire e compiere scelte politiche coraggiose per indirizzare diversamente gli eventi.

Scegliendo questo punto di vista, la consapevolezza sulla quale fare leva per risollevare le sorti europee è chiara e semplice. L’organizzazione politica dei Paesi occidentali, la democrazia liberale, è e rimarrà la forma di governo cardine del nuovo ordine globale. Un modello certamente non perfetto, da modernizzare con istituzioni comuni sempre più forti, e regole più trasparenti. Ma un modello che continua a garantire ai cittadini il maggior livello di prosperità economica, di libertà personale, di coesione sociale e di rispetto dei diritti fondamentali. Un sistema generato dalla cultura europea, i cui primi esperimenti risalgono alle città rinascimentali come Firenze ben sa. Un sistema che è espressione della nostra identità e che deve rimanere la pietra d’angolo sulla quale costruire una prospettiva politica per l’Europa diversa da quella scandita dalla retorica del declino inevitabile.

Declino regionale versus attore globale: le 4 sfide che la UE deve vincere per scongiurare la sua marginalizzazione – Fissato il punto di partenza del ragionamento, consentitemi di approfondire il senso di alcune parole chiave del “dizionario” del XXI° secolo, mettendole in relazione con il ruolo dell’Unione Europea. Potrò così fotografare in modo concreto le sfide più rilevanti che la UE è chiamata ad affrontare. Ci tengo però a ribadire un concetto: parlare di futuro dell’Europa in un momento i cui il suo stesso presente sembra incerto non va considerato un mero esercizio di stile. E’ invece fondamentale per vedere la luce in fondo al tunnel e cogliere – come insegna la storia dell’integrazione europea - le opportunità che sempre esistono nelle crisi. Al riguardo, le piste da seguire sono principalmente quattro.

(1) Sostenibilità e competitività: come può la UE modernizzare il suo modello di sviluppo economico-sociale? – Il primo binario deve condurre alla modernizzazione del modello europeo di sviluppo economico e sociale. A questo riguardo, sfogliando il “Dizionario” del XXI° secolo le parole chiave con le quali confrontarsi sono, in particolare, sostenibilità e competitività.

Per prepararsi un futuro più solido l’Unione Europea deve anzitutto dare risposte concrete e sostenibili alle lezioni imparate dalla crisi greca. Spento l’incendio deve cambiare le regole. Deve cioè stabilizzare l’Euro, rafforzando la sua governace economica, nella convinzione che – come ha ricordato di recente il Presidente Barroso proprio qui a Firenze - non si può avere un’unione monetaria senza una reale unione economica. Non si tratta di prevedere un governo unico dell’economia, ma di facilitare uno stretto coordinamento tra le politiche fiscali degli Stati membri. Sotto questo aspetto, le misure proposte dalla Commissione e al momento in discussione – rafforzamento del Patto di Stabilità e Crescita, estensione della sorveglianza agli squilibri macroeconomici e di competitività, definizione di un meccanismo per la gestione delle crisi dei Paesi dell’area Euro - vanno nella giusta direzione.

In secondo luogo, la UE ha bisogno di stimolare la sua crescita economica e occupazionale, e di recuperare competitività internazionale senza perdere coesione sociale. A questo obiettivo è mirata anche la definizione della Strategia di crescita Europa 2020. Nella nostra impostazione, i contenuti di questa Strategia vanno ancora migliorati, traendo insegnamento dai punti critici di quella di Lisbona: la debolezza della struttura di governance e la mancanza di un collegamento con il Patto di Stabilità e Crescita. Bisogna inoltre dare priorità all’economia verde e allo sviluppo delle piccole e medie imprese, sfruttando tutte le potenzialità di un mercato interno veramente integrato, come suggerisce il recente Rapporto elaborato sul tema dal Professor Monti.

(2) Governance e partnership: come può la UE essere più coesa ed efficace nella sua azione esterna? – Per rendere concreta la sua aspirazione ad avere uno status globale nella gestione degli affari internazionali, le parole con le quali la UE deve confrontarsi sono – in particolare - governance e partnership. Del resto, con il Trattato di Lisbona l’Unione si è finalmente dotata degli strumenti per agire in modo coeso sul piano esterno. Tali opportunità, a cominciare dalla figura dell’Alto Rappresentante e dal Servizio Europeo di Azione Esterna, vanno adesso sfruttate al massimo delle loro potenzialità.

In termini di governance, un terreno sul quale sarà possibile misurare, sia pur nel medio periodo, un effettivo salto di qualità nel ruolo globale della UE è quello di una sua maggiore visibilità o addirittura rappresentanza unica in alcuni importanti consessi internazionali. Penso ad esempio al FMI e al G20 e – soprattutto - alle Nazioni Unite. Il Trattato di Lisbona offre infatti potenzialità aggiuntive per elevare il profilo dell’Unione Europea a New York, facendo meglio valere il suo crescente contributo al mantenimento della pace e alla gestione delle crisi. E mentre in sede di Assemblea Generale ci si appresta a negoziare, sia pur tra molte difficoltà, il riconoscimento all’UE di uno status di osservatore rafforzato rispetto a quello di cui godeva la Commissione Europea, cambiamenti rilevanti si potrebbero materializzare anche in Consiglio di Sicurezza. Vi ricordo che l’Italia sostiene da tempo l’esigenza di una rappresentanza comune della UE in Consiglio, anche in chiave di riforma di tale foro. Pur nella consapevolezza che si tratta di un obiettivo ambizioso, complesso e di lungo periodo, la recente partecipazione dell’Alto Rappresentante ad una seduta del CdS e gli interventi svolti in Consiglio dalla Delegazione UE a New York rappresentano comunque i primi timidi segnali di un comune profilo europeo alle Nazioni Unite nelle politiche di sicurezza. E’ necessario che i Paesi europei lavorino con convinzione in questa direzione, superando vecchie divisioni e mettendosi alle spalle ambizioni nazionali ormai antistoriche.

In un contesto dove il multilateralismo ha guadagnato nuova centralità, un’altra strada che la UE deve percorrere per ampliare il proprio raggio d’azione è quella di costruire partenariati strategici con le “potenze emergenti”. Partenariati ad alto valore politico, con un respiro che vada oltre la dimensione economica. Pensiamo, in questo senso, al rapporto tra Unione Europea e Cina. Possiamo continuare a interpretarlo solo in chiave commerciale e di investimenti? Non dovremmo invece lavorare per coinvolgere più fattivamente la Cina su questioni regionali – dalla Corea all’Afghanistan, all’Iran – o trasversali, come i cambiamenti climatici, l’immigrazione, la sicurezza energetica? Come possiamo conciliare – nel rapporto con il gigante asiatico – i nostri interessi e i nostri valori, ad esempio su questioni come i diritti umani, la rimozione dell’embargo militare, la concessione a Pechino dello status di economia di mercato? Una prima risposta a questi interrogativi è stata data dall’AR Ashton che nella sua recente visita a Pechino ha lanciato un dialogo strategico sino-europeo su tematiche di politica estera e sicurezza. Un primo passo che va sostenuto e incoraggiato.

(3) Sicurezza e deterrenza: come può la UE sviluppare le sue capacità di “crisis management”? – Altre due parole chiave con le quali la UE deve fare i conti per affermarsi come interlocutore forte e credibile a livello internazionale sono sicurezza e deterrenza. Per garantire la propria sicurezza oggi l’Europa ha bisogno non solo di difendere il proprio territorio ma di intervenire anche lontano dai propri confini, con missioni internazionali sia militari che civili. E ha bisogno di definire un concetto ampio di deterrenza rispetto a minacce nuove e asimmetriche: la deterrenza nucleare rimane ancora oggi necessaria, ma non è più sufficiente. Deterrenza oggi è anche prevenzione, dialogo, ricostruzione, sviluppo, diritti.

In questa cornice, obiettivo dell’Unione Europea – anche per rafforzare il rapporto transatlantico - dovrebbe essere quello di stimolare un ulteriore salto di qualità nella costruzione della sua dimensione di sicurezza e difesa. Dobbiamo puntare, nel lungo periodo, ad una difesa comune europea, cominciando a sfruttare tutti i margini offerti dal Trattato di Lisbona e razionalizzando gli strumenti e le risorse che abbiamo già a disposizione. Nel breve termine, la UE ha soprattutto bisogno di sviluppare appieno - in stretto raccordo con la NATO e con gli Stati Uniti - le sue capacità civili e militari di crisis-management. Sarà infatti la capacità dell’Unione di contribuire in modo efficace alla stabilizzazione delle aree di crisi uno dei parametri principali per misurare il suo status globale. Che si tratti di Kosovo, di Afghanistan, di Somalia, o – anche – di situazioni provocate da catastrofi naturali, come nel caso di Haiti. E se le missioni PESD hanno già dimostrato il significativo valore aggiunto che possono offrire alla causa della pace, della sicurezza e della ricostruzione, sarà comunque importante lavorare per migliorare ulteriormente le loro performance, a cominciare dalla tempestività del loro invio.

(4) Identità e Diritti: come può la UE testimoniare meglio i suoi valori fondanti? – La quarta pista che l’Unione Europea dovrebbe seguire per recuperare consenso interno ed autorevolezza internazionale gira intorno, in particolare, a due parole: identità e diritti. La UE deve cioè riscoprire i suoi valori fondanti e testimoniarli in modo più chiaro e netto. Deve riappropriarsi della sua tradizione culturale e coltivare la sua vocazione ad affermare valori universali. L’Europa deve tornare a trasmettere passioni e ideali forti, a fare battaglie di principio, a mobilitare le coscienze civili.

Sul piano interno ciò significa – ad esempio – rafforzare un approccio comune e solidale tra tutti gli Stati membri in materia di gestione dei flussi migratori, in linea con le disposizioni previste dal Programma di Stoccolma. Come ho avuto modo di ricordare anche oggi nei miei incontri a Prato, da questo punto di vista l’Europa si trova oggi nella posizione di chi deve saper accogliere l’identità degli altri senza tradire la propria. Per riuscire nella “quadratura del cerchio”, bisogna contrastare con determinazione l’immigrazione clandestina e adottare politiche lungimiranti di integrazione di quella regolare. Il punto è riuscire a coniugare legalità e accoglienza, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali di ogni persona. La recente decisione del governo italiano di prevedere un “accordo di integrazione” - un permesso di soggiorno a punti - per gli immigrati rappresenta una risposta concreta a questa esigenza.

Sul piano internazionale, per testimoniare i propri valori la UE deve contribuire alla globalizzazione dei diritti umani, ad una loro effettiva universalizzazione, senza tuttavia diluirne i contenuti, né relativizzarne la portata. Deve favorire il confronto fra diverse culture senza rinunciare ai suoi principi fondanti. L’Europa deve cioè mostrarsi capace di porre il rispetto dei diritti universali tra le grandi questioni strategiche del XXI° secolo, alla pari del disarmo nucleare o della lotta al terrorismo. Penso soprattutto ai diritti dei più vulnerabili, dei bambini e delle donne, ad esempio favorendo l’adozione di una Risoluzione dell’AG delle NU che condanni la pratica delle mutilazioni genitali femminili, obiettivo per il quale l’Italia è in prima fila. Penso ai temi della non-discriminazione, della libertà di espressione e di religione, come nel caso dei diritti dei cristiani, troppo spesso violati in varie parti del mondo.

Innovazione e formazione : le parole-frontiera del XXI° secolo – I quattro binari che ho argomentato e che dovrebbero indicare la strada, sia pur tortuosa in questa fase così difficile - per accompagnare l’Europa verso l’acquisizione di una mentalità e un raggio d’azione globali, hanno due parole in comune: innovazione e formazione. Due concetti che rappresentano la premessa indispensabile affinché la UE possa porre le basi per evitare il suo declino. Siamo infatti tutti consapevoli che vi è la necessità di sviluppare l’innovazione in tutti i campi, a cominciare dalla tecnologica, dall’industria e dalla pubblica amministrazione, e di migliorare la formazione a tutti i livelli, in primis sul piano scolastico e professionale. Parlare di innovazione vuol dire mettere l’accento sulla creatività e le idee, vero punto di forza dell’Europa e dell’Italia in particolare.

Quanto alla formazione, l’Europa deve pensare anzitutto a migliorare quella dei propri studenti e lavoratori, continuando però ad offrire un modello e un’assistenza anche ad altri Paesi e non solo a livello accademico. Mi riferisco – ad esempio – al valore strategico in termini di pace, stabilità e sviluppo, che hanno ormai assunto i programmi di training – anche attraverso l’invio di missioni PESD - per formare le forze di sicurezza (ma anche della polizia di frontiera, dei diplomatici) in Afghanistan, in Iraq, Bosnia, in Kosovo o nel Corno d’Africa.

Signore e Signori,

prendendo spunto dal tema della formazione lasciatemi concludere questo intervento ricordando la proposta avanzata dal governo italiano affinché l’Istituto Universitario Europeo divenga centro di formazione dei diplomatici che faranno parte del Servizio Europeo di Azione Esterna (SEAE). La ratio di questa idea, condivisa con il Presidente Borrel, è molto chiara. Se vogliamo – come l’Italia vuole - che l’Unione sia dotata di un SEAE ambizioso, autorevole, coeso ed efficiente, abbiamo bisogno di offrire una formazione comune al futuro corpo diplomatico europeo. Del SEAE faranno infatti parte funzionari dei diversi Stati membri, della Commissione e del Segretariato del Consiglio. Ognuno con la propria cultura e il proprio bagaglio di esperienze. Ma solo dando loro una formazione comune si riuscirà a creare un vero sentire di stampo europeo, accompagnato da metodi di lavoro condivisi. A questo riguardo, l’Istituto Universitario Europeo ha un’esperienza e una potenzialità uniche, che vanno valorizzate e sfruttate appieno. Passa dunque anche da Firenze la strada per una politica estera dell’Unione Europea più visibile e coerente, al passo con il nuovo “Vocabolario” globale e con le sfide che pone.


Luogo:

Firenze

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