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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

09/06/2010


Dettaglio intervento

N.B. L’asterisco accanto al nome riportato nell’indice della seduta indica che gli interventi sono stati rivisti dagli oratori.

Sigle dei Gruppi parlamentari del Senato della Repubblica: Italia dei Valori: IdV; Il Popolo della Libertà: PdL; Lega Nord Padania: LNP; Partito Democratico: PD; Unione di Centro, SVP e Autonomie (Union Valdôtaine, MAIE, Io Sud, Movimento Repubblicani Europei): UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-IS-MRE; Misto: Misto; Misto-Alleanza per l'Italia: Misto-ApI; Misto-MPA-Movimento per le Autonomie-Alleati per il Sud: Misto-MPA-AS.

Sigle dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati: Popolo della Libertà: PdL; Partito Democratico: PD; Lega Nord Padania: LNP; Unione di Centro: UdC; Italia dei Valori: IdV; Misto: Misto; Misto-Movimento per le Autonomie-Alleati per il Sud: Misto-MpA-Sud; Misto-Minoranze linguistiche: Misto-Min.ling.; Misto-Liberal Democratici-MAIE: Misto-LD-MAIE; Misto-Repubblicani; Regionalisti, Popolari: Misto-RRP; Misto-Alleanza per l'Italia: Misto-ApI; Misto-Noi Sud Libertà e Autonomia-Partito Liberale Italiano: Misto-Noi Sud LA-PLI.

Interviene il ministro degli affari esteri Franco Frattini.

Presidenza del presidente della 3a Commissione

del Senato della Repubblica

DINI

I lavori hanno inizio alle ore 14.

PROCEDURE INFORMATIVE

Audizione del ministro degli affari esteri Franco Frattini sui recenti sviluppi della situazione in Medio Oriente

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca l'audizione del ministro degli affari esteri Franco Frattini sui recenti sviluppi della situazione in Medio Oriente.

Comunico che il Presidente del Senato ha autorizzato la pubblicità dei lavori della seduta attraverso l’attivazione della trasmissione radiofonica. Comunico che, ai sensi dell’articolo 33, comma 4, del Regolamento, è stata chiesta l’attivazione dell’impianto audiovisivo a circuito chiuso e che la Presidenza ha già preventivamente fatto conoscere il proprio assenso. Se non ci sono osservazioni, tale forma di pubblicità è dunque adottata per il prosieguo dei lavori. Avverto inoltre che della procedura informativa sarà redatto il Resoconto stenografico.

In questo momento l'Aula non è piena di senatori e di deputati, ma i presenti sono eminenti ed assicurano una piena rappresentanza delle Commissioni affari esteri delle Camere.

Do il benvenuto all'onorevole Ministro, che saremo lieti di ascoltare, e gli cedo la parola.

FRATTINI, ministro degli affari esteri. Signor Presidente, cari colleghi, sulla vicenda oggetto dell'audizione odierna c'è già stata una prima occasione di incontro e di confronto con il Parlamento nel corso della quale sono stato rappresentato dal signor sottosegretario Scotti. Il mio intervento di oggi si incentrerà non tanto sui fatti e sulla loro descrizione, quanto su alcune conseguenze politiche che si possono e si dovranno trarre per il prossimo futuro, a cominciare dalla discussione politica che avrà luogo in seno al Consiglio dei ministri degli affari esteri a Lussemburgo tra pochi giorni e più precisamente lunedì prossimo.

Premetto che non parlerò quindi in dettaglio dei fatti, perché i fatti stessi debbono essere largamente accertati. Un unico fatto, però, è certo ed è tragico: la morte di nove civili. Ho già espresso pubblicamente la commozione e la forte deplorazione per questo atto e ho anche manifestato direttamente al mio collega, ministro degli affari esteri della Turchia, la vicinanza dell'Italia al suo Paese che in questo momento ha sofferto la perdita di suoi connazionali, dichiarando altresì quanto sia certamente interesse di tutti che la verità dei fatti, restando però ben chiaro che la morte violenta di civili non è in alcun caso comunque giustificabile.

Ho citato i fatti perché ogni giorno state vedendo affiorare nuovi elementi, proprio sugli eventi materiali; sono emerse dichiarazioni di coloro che si trovavano sulla nave abbordata dalla difesa israeliana, così come di ufficiali e militari israeliani; si sono visti filmati che raffigurano e riprendono alcune scene degli scontri; sono stati annunciati ulteriori elementi (in questo caso da parte israeliana) e informazioni aggiuntive sulle comunicazioni date alla nave via radio che la invitavano a cambiare la rotta; sono stati anticipati filmati e documenti sulla presenza e sugli equipaggiamenti che avrebbero riportato alcuni occupanti della nave. Tutti elementi su cui evidentemente occorrono accertamenti ampi, onesti, sicuramente trasparenti e indipendenti. È emersa anche un'ultima notizia - una notizia in sé - circa il dubbio che siano state addirittura modificate alcune immagini riprese da un'agenzia di stampa dalle quali sarebbero state cancellate alcune armi che erano nelle mani di alcuni degli occupanti. Sono tutti elementi che evidentemente dimostrano quanto sia assolutamente necessario un pieno accertamento di tutti gli elementi e di tutta la verità.

I fatti politici delle scorse settimane sono chiari. Da un lato, c'è una dichiarazione dell'Unione europea del 31 maggio, pronunciata dall'Alto rappresentante che, leggendo un documento condiviso da tutti i Paesi membri, ha richiesto l'avvio di un'indagine «immediata, completa e imparziale» (questi sono i tre aggettivi con cui l'Europa si è espressa e che io condivido pienamente); dall'altro, il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha adottato il 1° giugno uno statement presidenziale in cui si fa riferimento ad una inchiesta «rapida, imparziale, credibile, trasparente e conforme agli standard internazionali»: quattro aggettivi che, ancora una volta, io condivido. Il 3 giugno, poi, a Ginevra, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha emanato un atto che a queste caratteristiche dell'inchiesta ha aggiunto l'aggettivo «internazionale».

Come tutti perfettamente sapete, l'Europa purtroppo non ha raggiunto un consenso sulla posizione da tenere. Tra i Paesi membri dell'Unione europea rappresentati all'interno del Consiglio per i diritti umani vi è stato chi, come la Slovenia, ha adottato una decisione di voto favorevole e chi, come l'Italia e l'Olanda, ha votato contro; gli altri quattro Paesi si sono astenuti. È evidente che se le linee della decisione fossero state quelle dello statement proposto dalla baronessa Ashton o dello statement presidenziale del Consiglio di sicurezza dell'ONU ovviamente l'Italia avrebbe votato a favore. Non abbiamo ritenuto che potesse essere accettata l'idea di sottrarre ad uno Stato sovrano (e democratico, aggiungo), qual è lo Stato d'Israele, il dovere - oltre che il diritto - di svolgere un'inchiesta. Il principio di una inchiesta sottratta allo Stato di riferimento - questa è la ragione chiara che abbiamo espresso insieme al rappresentante dell'amministrazione Obama che, com'è noto, come noi ha votato in disaccordo - avrebbe potuto assumere le caratteristiche dell'inchiesta cosiddetta "Goldstone", con tutte le conseguenze che vi sono state, ivi compresi gli effetti negativi sull'atmosfera nell'intero Medio Oriente che - al contrario - abbiamo il dovere di rasserenare e non di infiammare.

Ovviamente, abbiamo spiegato queste ragioni. Abbiamo concordato con la posizione del presidente Obama che, attraverso il suo inviato speciale (il senatore Mitchell), ha fatto presente a me e poi al sottosegretario Craxi quanto fosse importante, proprio in quelle ore, mantenere chiara la rotta del dialogo per la pace, così fortemente voluto dall'amministrazione americana, dall'Europa e dalle Nazioni Unite, senza determinare ostacoli che avrebbero potuto addirittura bloccarlo dando luogo a conseguenze devastanti. Credo che oggi la questione da affrontare è sul "che fare?", nel momento in cui tutta la comunità internazionale attende il varo di un'inchiesta trasparente (come ho detto), imparziale e seria, e di quale debba essere poi il modo per affrontare la situazione insostenibile nella Striscia di Gaza, che ogni giorno continua ad essere all'origine non solo di conflittualità, ma anche di posizioni estremistiche, che sono certamente posizioni di nemici della pace. Nemici della pace come coloro che, per bocca di un portavoce di Hamas, solo qualche giorno fa hanno dichiarato che comunque non consentiranno l'ingresso degli aiuti, non essendo questo ingresso sotto il loro esclusivo controllo. Questo, evidentemente, mostra quanto la finalità umanitaria di far arrivare gli aiuti ceda, agli occhi dell'estremismo, di fronte a questioni di principio e di conflittualità.

Avremo una discussione in merito lunedì. Nei due giorni passati ho avuto modo di confrontare la posizione che sosterrà l'Italia con due importanti interlocutori: il nuovo collega britannico, che mi ha fatto visita a Roma, e il collega tedesco, che ho visitato ieri a Berlino. Posso anticiparvi che, nei prossimi due giorni, apparirà su un grande quotidiano europeo un articolo a firma congiunta dei Ministri degli affari esteri di Italia, Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna, in cui esprimeremo pubblicamente all'opinione pubblica la posizione politica comune su questa vicenda dei cinque Paesi più rappresentativi e più grandi dell'Unione europea. Si tratta di un testo già condiviso che dice con grande chiarezza, a proposito dell'inchiesta che ci attendiamo, che essa dovrà evidentemente garantire trasparenza ed indipendenza e che dovrà avere, accanto all'autorità di indagine del Governo israeliano, una presenza di osservatori indicati da organismi internazionali. La visione che su questo specifico punto ho condiviso con i colleghi tedesco e britannico (e che mi sento quindi di confermare come la proposta forse più ragionevole per garantire una presenza internazionale all'accertamento della verità) è che vi siano inviati designati dal quartetto, essendo il quartetto l'organismo universalmente riconosciuto come serio, affidabile e responsabile per le questioni relative al Medio Oriente. Del quartetto fanno parte ovviamente gli Stati Uniti e l'Europa, ma anche la Russia e le Nazioni Unite. Se l'ipotesi fosse accettata dalle autorità israeliane (questa è l'altra precondizione), noi potremmo avere un team investigativo che lasci ferma l'autorità sovrana dello Stato di Israele (che non può essere espropriata da un'inchiesta internazionale) e che affianchi alla presenza investigativa delle autorità israeliane una presenza specificamente qualificata, come quella degli osservatori del quartetto. Si tratta di un'idea che la Germania ha condiviso, per bocca del ministro Westerwelle e del cancelliere Merkel, e che il collega Hague mi ha detto essere un'ipotesi ragionevole, su cui lunedì potremo seriamente discutere a Lussemburgo.

Vi è poi l'altra questione: quale soluzione proporre per l'insostenibile situazione di Gaza? Credo che si possa e si debba trovare una soluzione, per garantire che il flusso dei beni verso Gaza (che è indispensabile e che deve continuare) "sia munito" di quei controlli preventivi di sicurezza indispensabili ad evitare che al suo interno si possano nascondere armi o vi siano presenze di armamenti e di altri materiali pericolosi per la pace ed utili soltanto all'estremismo e al terrorismo. Ma una volta garantiti i controlli di sicurezza, credo che debba essere garantito un flusso controllato ai confini tra Gaza ed Israele . Garantito come? Ancora una volta attraverso un'intesa politica, che in queste ore ‑ come sapete ‑ anche l'amministrazione Obama è impegnata a cercare con le autorità israeliane; un'intesa politica che permetta che Gaza non resti in balia dell'organizzazione estremistica e terroristica (secondo la lista nera europea) che la occupa, ma sia finalmente aperta ad un reale flusso di aiuti a favore delle popolazioni che vivono nella Striscia di Gaza. Per fare questo può essere e sarà a mio avviso essenziale una disponibilità anche dell'Europa.

L'Europa conosce come precedente, proprio in quella Regione, il caso del valico di Rafah: un valico controllato da una presenza internazionale, su cui non è stato più possibile esercitare il controllo e quindi mantenerne l'apertura, a causa del rifiuto (ancora una volta di Hamas) di garantire alla legittima autorità nazionale palestinese di essere l'interlocutore delle forze internazionali sul controllo del valico dalla parte interna a Gaza. È evidente che la comunità non può inviare esperti e personale internazionale ad un valico, qualora da un lato del valico ci sia un'organizzazione che l'Europa mantiene nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. È evidente, allora, che la riconciliazione palestinese, con la garanzia a Fatah e all'autorità nazionale del presidente Abu Mazen, è stata sempre indicata come una delle condizioni per garantire la ripresa del controllo di quel posto di frontiera di Rafah: controllo che finora, per le resistenze al processo di riconciliazione, non è mai ripreso.

È anche evidente che noi rischiamo ora di trovarci nella stessa situazione. Parlare di una presenza internazionale, con un eventuale contributo europeo, ai posti di frontiera tra Israele e Gaza ovviamente presuppone che gli interlocutori all'interno della Striscia di Gaza siano garantiti dall'autorità nazionale palestinese. Il processo di riconciliazione palestinese, che avrà ed ha avuto finora nell'Egitto il principale sponsor e promotore, costituisce quindi uno dei tasselli di questo puzzle molto difficile e delicato. Senza una riconciliazione che garantisca la parte interna della Striscia di Gaza in termini di affidabile controllo del flusso di beni, sarà molto difficile immaginare l'impegno di osservatori internazionali. Ne parlerò nel pomeriggio con il mio collega Ministro degli affari esteri egiziano, al quale confermerò il forte sostegno dell'Italia affinché il processo di riconciliazione palestinese abbia una grande accelerazione e consenta finalmente alle autorità di polizia palestinesi di presidiare il lato interno del posto di frontiera su cui, a quel momento, la comunità internazionale potrebbe pensare di garantire un'assistenza. Questo, evidentemente, permetterebbe flusso regolare delle merci, controlli preventivi di sicurezza (per evitare quel che abbiamo detto), entrate delle merci e dei beni a Gaza nelle mani dell'autorità palestinese, quella che la comunità internazionale sostiene e ritiene anche legalmente affidabile sotto il profilo internazionale. Questa è la discussione in corso sulla soluzione per Gaza.

Concludo il mio intervento con due ultimi punti.

In primo luogo rilevo che l'Italia resta fortemente convinta che il negoziato per la pace debba continuare, che gli sforzi del presidente Obama e del senatore Mitchell vadano incoraggiati e sostenuti, come abbiamo fatto dal primo istante.
Come forse sapete, ho una personale consultazione permanente con il senatore Mitchell per ogni sua missione nella zona e il messaggio di questi giorni (che mi ha trasmesso prima dell'ultima missione) è di forte preoccupazione per l'eventualità che, a causa di quanto sta accadendo, si possa rallentare o - peggio - bloccare il negoziato. Noi abbiamo fortemente apprezzato la decisione della lega araba che, malgrado le dichiarazioni che ha ritenuto di svolgere sugli eventi, non ha ritenuto che si dovesse dire una parola negativa sulla prosecuzione dei negoziati di pace. Si tratta di una posizione che giudico equilibrata e apprezzabile.

Certamente il negoziato di pace oggi rappresenta l'ultima speranza che abbiamo per evitare che i nemici della pace possano prevalere in quella regione. Avrete visto l'annuncio della marina militare iraniana di scortare le navi nelle acque antistanti Gaza. Si tratta di un segnale chiaro e senza equivoci della volontà iraniana di assumere un controllo quantomeno politico sulla situazione di Gaza. L'annuncio, comunque, è stato significativamente respinto al mittente proprio da Hamas, il che dà l'impressione della difficoltà e della delicatezza di una situazione in cui l'Europa e gli altri membri del quartetto debbono giocare un ruolo da protagonisti: non possiamo lasciare la questione nelle mani dell'estremismo che potrebbe sorgere.

L'ultimo messaggio chiaro è rivolto evidentemente a tutte le parti in causa. Abbiamo apprezzato molto il fatto che il primo giugno, nel momento più difficile di questa crisi, il presidente Abu Mazen abbia voluto personalmente confermare al sottosegretario Craxi, che l'ha incontrato, che i negoziati andranno avanti. È un messaggio di grande coraggio del presidente palestinese che apprezzo fortemente; pertanto, dobbiamo dare oggi al presidente Abu Mazen una forte forza politica per continuare ad essere coraggioso, per continuare a negoziare, per evitare che questo grave fatto accaduto, che ha causato anche la morte di civili, possa determinare un'escalation negativa. Avete visto le reazioni della Turchia e le difficoltà che abbiamo incontrato nei giorni scorsi e nelle ore passate a ragionare anche soltanto di questa inchiesta che si dovrà fare per evitare che l'escalation si riproduca come una marea insopportabile su tutto il Medio Oriente.

Mi aspetto che lunedì a Lussemburgo venga diffusa una dichiarazione politica dei Ministri degli affari esteri che sostenga un'inchiesta indipendente condotta da una componente indicata da un organismo internazionale e che proponga la soluzione, che mi sembrerebbe ragionevole, della riapertura dello spazio di Gaza, fermo restando il controllo preventivo di sicurezza per ogni tipo di passaggio di merci senza il quale a Gaza si verificherebbe un'ondata di materiali e di armamenti pericolosi con effetti evidentemente destabilizzanti.

PRESIDENTE. Ringraziamo sentitamente l'onorevole Ministro per questa esauriente informativa e per i giudizi che ha espresso.

Al momento ci sono nove iscritti a parlare; pertanto, fisserei un limite massimo di tre minuti per ogni intervento (si tratta di un "limite europeo"), dopodiché sarò costretto a far disattivare il microfono, altrimenti non tutti riusciranno a parlare. I nostri lavori dovranno infatti concludersi per le ore 15,00 per porci in grado di attendere in Aula ad una votazione piuttosto importante.

MARCENARO (PD). Signor Presidente, signor Ministro, come sentirà in questo breve intervento, penso che su molte cose che lei ha detto ci siano un accordo e un punto di convergenza.

Ci aspettavamo però una riflessione che mettesse al centro l'elemento nuovo emerso in queste settimane, che costituisce un motivo di preoccupazione molto importante che forse tutti noi in qualche modo avevamo trascurato. Questo punto nuovo è molto semplice: il mancato avanzamento di un processo di pace in Medio Oriente tra israeliani e palestinesi determina un quadro che rischia di destabilizzare una situazione più generale. Soltanto alla fine del suo intervento lei ha accennato alle preoccupazioni che riguardano la Turchia: non è stato solo il presidente iraniano, ma anche quello turco (vale a dire di un Paese membro della NATO) a minacciare di mandare le navi turche e di salire egli stesso sul ponte di una nave per guidare una missione a Gaza. Poco tempo fa chi avrebbe mai immaginato un quadro del genere? Quali sono le conseguenze politiche, sul quadro che dobbiamo affrontare, di una situazione come quella che si è determinata?

Non abbiamo tempo per approfondire la questione, ma tutti sappiamo che le posizioni della Turchia dipendono da tanti fattori (e che non c'è un solo elemento determinante) che nell'insieme compongono un quadro che desta grandissima preoccupazione.

Peraltro, anche il voto annunciato al Consiglio di sicurezza sulla questione del nucleare iraniano, naturalmente preceduto dal ruolo della Turchia e del Brasile nella ricerca di una soluzione con l'Iran, e poi il voto di astensione registrato nel Consiglio di sicurezza sulle sanzioni rappresentano un altro indicatore di un quadro generale.

Nella situazione attuale la questione del Medio Oriente apre uno scenario che richiede una riflessione diversa e una valutazione che ci aspettavamo fosse segnalata almeno in termini di un discorso da iniziare e che nessuno pretende di esaurire in poche battute, ma che offre un quadro radicalmente diverso da quello considerato. Questo a noi pare il punto politico fondamentale ed è in tale quadro che collochiamo poi la valutazione sui singoli fatti.

Per quanto mi riguarda, sono fuori discussione le posizioni politiche filo-Hamas dei pacifisti, che hanno portato quella nave a Gaza, che su questo punto si sono caratterizzate fin dall'inizio.

Detto questo, però non c'è dubbio che, parafrasando "i celebri" e nello specifico Talleyrand (intervenuto a proposito del rapimento del duca di Enghien) si potrebbe dire che "è peggio di un crimine: è un errore", vale a dire qualcosa che ha determinato una scelta che ha prodotto serie e gravi conseguenze.

Ritengo che quanto annunciato dal Ministro, vale a dire l'assenso dei principali Paesi europei sulla decisione di svolgere quel tipo d'inchiesta e la soluzione per Gaza che comporta un elemento di riunificazione di Hamas sotto l'autorità palestinese quale principale interlocutore, vadano nella direzione giusta. Sottolineo, però, che il potenziale distruttivo e destabilizzante di una politica di resistenza alla pace anche dentro il Governo israeliano attualmente possa avere delle conseguenze molto gravi. Ci sono molti avversari oggi e bisogna trovare ovunque, in tutti gli scenari, gli amici e gli avversari della pace e della stabilizzazione.

BONIVER (PdL). Signor Presidente, a prescindere dalla ricostruzione e dalla previsione presentate dal Ministro (che naturalmente condivido e apprezzo moltissimo), credo che i gravissimi incidenti occorsi sulla nave Mavi Marmara abbiano generato conseguenze ancora tutte da prevedere e che si riverbereranno anche a lungo termine con tempi sempre imprevedibili se ci riferiamo al Medio Oriente e, soprattutto, alla perdurante crisi fra Israele e i palestinesi.

Gli incidenti saranno oggetto di questa inchiesta imparziale (non cito altri aggettivi a causa del poco tempo a disposizione) che avrebbe potuto essere svolta semplicemente dal Governo di Tel Aviv, sulla base anche delle precedenti esperienze che sono state fatte dopo i fatti di Gaza e soprattutto dopo la guerra del 2007 in Libano.

Gli incresciosi e condannabili atti che hanno provocato la morte di nove civili innanzi tutto hanno incrinato i rapporti fra Israele e Turchia (mi auguro in modo non irreversibile), la quale immagino rimanga comunque un partner essenziale per Israele, trattandosi di un Paese importante e membro della NATO. Inoltre, la situazione illumina probabilmente in modo irreversibile la reale situazione umanitaria della popolazione civile di Gaza che viene usata come scudo umano innanzitutto da Hamas e che vive in condizioni descritte dal ministro Frattini, dal segretario di Stato americano Clinton e da altri Ministri degli affari esteri come assolutamente insostenibili e inaccettabili. Su questo bisognerà evidentemente fare un lavoro in profondità.

In particolare, gli incidenti rendono più fragili (mi auguro di no!) i tentativi dell'amministrazione Obama, in corso in questo momento presso il Consiglio di sicurezza dell'ONU, tesi a dare avvio al famoso quarto round di sanzioni nei confronti dell'Iran per la questione nucleare. Questo è probabilmente l'aspetto più importante che mi auguro non produca dei riflessi ancora più negativi di quelli attuali. È ovvio, infatti, che non basta la posizione, assolutamente sacrosanta, di continuare ad incoraggiare i proximity talks, che apparentemente non sono usciti indeboliti da questo episodio; infatti, il fragilissimo dialogo fra le due parti, che non si parlano neppure in modo diretto, dovrà essere assolutamente sostanziato da atti concreti, altrimenti si ripeterà quanto è sempre accaduto, vale a dire che ogni volta che si immagina di fare un passo in avanti avviene qualche incidente che impone di fare due o tre passi indietro.

Credo quindi che in questo momento la posizione italiana sia estremamente corretta: una politica estremamente chiara di grande amicizia e di solidarietà con Israele e, contemporaneamente, di grande sostegno ai palestinesi per la famosa soluzione "due popoli, due Stati".

TEMPESTINI (PD). Signor Presidente, il ministro Frattini ha fatto una ricostruzione che non ho motivo di contestare. Voglio solo ricordare che avremmo preferito un voto diverso, di astensione, in sede di Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, perché naturalmente non dimentichiamo composizione e stile di vita politica di quel consesso con riferimento ad alcuni suoi membri. Rimane il fatto che, a nostro giudizio (lo abbiamo già affermato) dovevamo mandare un segnale che rimarcasse l'errore grave in cui era incorso Israele. Su questo ovviamente non intendo dilungarmi, perché le discussioni parlamentari svolte nei giorni scorsi sono agli atti.

Mi interessa piuttosto osservare che in un quadro che il Ministro ha sottolineato essere di assoluta gravità e che presenta anche rischi di fuoriuscita dal controllo, c'è da una parte la necessità di considerare la questione del flusso dei beni a Gaza che, secondo l'aggettivo usato dal Ministro (che non pronuncia parole a caso), "sono indispensabili".

Bisogna rapidamente pervenire ad una soluzione perché, accanto al tema che il signor Ministro ha solo evocato, inerente ai cosiddetti navigli che intendono forzare il blocco, da questi due punti di vista noi ci troviamo di fronte ad un grande rischio. Vorrei quindi conoscere la sua opinione in merito alla proposta avanzata dal ministro degli affari esteri francese Kouchner che prevede un'azione di controllo europeo dei navigli che giungono a Gaza.

Emerge però con sempre maggiore evidenza il fatto che l'altissimo rischio di scenari molto gravi che possono andare fuori controllo nasca dal fermo della trattativa e, a nostro avviso, dall'arroccamento del Governo Netanyahu sul tema. Non penso che la Turchia costituisca necessariamente un problema; penso piuttosto che la Turchia possa anche rappresentare un'opportunità, ma tale opportunità, vale a dire la possibilità di svolgere un gioco che nel Medio Oriente acquista soggetti interlocutori anche diversi, naturalmente deve essere guidata e questo può avvenire soltanto se c'è quella intelligenza politica europea, e naturalmente in primis statunitense, che penso dobbiamo sostenere per evidenziare il valore della strategia Obama. Si fa presto a parlare di debolezza della politica statunitense e a sottolineare gli elementi di difficoltà, ma se pensiamo da dove proviene la nuova strategia americana e le difficoltà che incontra, il ruolo che possiamo giocare come Europa per una nuova politica nel Medio Oriente che riesca a considerare con un occhio diverso tutti gli interlocutori in campo, risulta chiaro perché è di questo che c'è bisogno.

LA MALFA (Misto-Rep., Region., Pop). Signor Presidente, vorrei solo osservare che dopo la relazione svolta dal sottosegretario Scotti i membri della Camera hanno avuto cinque minuti a testa per intervenire, mentre a seguito dell'intervento, molto importante, del ministro Frattini ci vengono assegnati solo tre minuti.

PRESIDENTE. Replichiamo i tempi europei.

LA MALFA (Misto-Rep., Region., Pop). Ma i temi politici richiedono un minimo di elaborazione, altrimenti diventano affermazioni brutali che nessuno intende fare.

Condivido sia l'illustrazione fatta dal Ministro sia gli indirizzi posti dal Governo. Pongo però due problemi all'attenzione della Commissione, uno dei quali, la Turchia, è gia stato prospettato dal senatore Marcenaro. È chiaro che questa crisi nasce dal mutato atteggiamento della Turchia rispetto a queste problematiche che io faccio risalire agli errori dell'Unione europea, in particolare di alcuni grandi Paesi europei (escludendo l'Italia) e alle loro posizioni circa l'adesione dello Stato turco alla nostra Comunità. Forse sarebbe opportuno cominciare a discutere in Parlamento di questo tema, perché in tal modo si potrebbero cominciare anche a misurare i riflessi di un'impostazione europea sul Medio Oriente.

In secondo luogo ‑ voglio dirlo con molta chiarezza ‑ la politica del Governo israeliano pone dei problemi a coloro i quali hanno avuto e mantengono sentimenti di profonda amicizia nei confronti di Israele. Consentite di dirlo a chi viene da un partito che ha fatto in tutta la sua storia queste battaglie. L'orientamento politico di un Governo rispetto all'aggravamento o alla diminuzione delle tensioni non è indifferente.

Desidero porre questi problemi sul tavolo e chiedere ai Presidenti delle Commissioni affari esteri di Camera e Senato di poter disporre di un'occasione nella quale, con un po' più di tempo, si possano trasformare queste dichiarazioni in osservazioni su cui i colleghi possano discutere.

PRESIDENTE. Certamente creeremo una simile occasione, onorevole La Malfa, chiedendo all'onorevole Ministro quando sarà disponibile a partecipare, in modo da riprendere le considerazioni che sono emerse e da affrontare i possibili sviluppi futuri, specialmente per quanto riguarda la nuova situazione. A me pare che oggi ci sia chi parla alla Turchia e chi parla ad Israele: vorrei sapere quali sono i Governi che fanno questo.

MARINI (PD). Signor Presidente, premetto che la tesi di fondo del mio capogruppo Marcenaro (ricercare ovunque gli amici della pace) mi vede completamente d'accordo. Detto questo, vorrei svolgere quattro brevi considerazioni.

Le modalità e i risultati dell'azione di forza israeliana naturalmente non ci convincono. Questo lo sottolineo anch'io e ciò mi consente di passare subito alla seconda considerazione. Abbiamo tutti consapevolezza della condizione in cui si trova in quest'ultima fase un Paese come Israele, in un'area così strategica e complicata del Medio Oriente? C'è una questione demografica che "lavora" contro Israele (lo hanno rilevato i commentatori più attenti), mentre gli USA sono in una fase di revisione delle loro politiche e quindi non sono più un Paese automaticamente schierato (anche questo è un problema). C'è poi un terzo aspetto, costituito dalle minacce quotidiane di distruzione. Se c'è un errore di un Governo come quello israeliano, abbiamo il dovere di dirlo (anch'io, che sto svolgendo questa terza considerazione). Ma naturalmente l'Europa, in tutti i suoi approfondimenti e nelle decisioni che assume, non può mai prescindere da questa condizione di assoluta difficoltà che un piccolo Paese (almeno sul piano della sua popolazione) ha in quel crogiuolo carico di rischi. Questo mai; altrimenti dimenticheremmo quello che abbiamo fatto in questi anni e la nostra posizione. Non può dimenticarlo il Governo; ma nemmeno noi possiamo dimenticarlo.

FRATTINI, ministro degli affari esteri. Noi non lo dimentichiamo di sicuro.

MARINI (PD). D'accordo, ma su un punto vorrei esprimere una sollecitazione.

Come dicevo, questo è il cuore della questione: non dimenticare mai questo quadro, altrimenti tradiremmo un dovere dell'Europa, non s


Luogo:

Roma

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