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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

27/07/2010


Dettaglio intervento

INTERVENTO DELL’ON. MINISTRO ALLA SESSIONE INAUGURALE

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Signor Presidente della Repubblica, Autorità, Signori Ambasciatori,

nell’anno delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, la settima edizione della Conferenza degli Ambasciatori italiani nel mondo ci offre l’occasione per una riflessione sul ruolo della diplomazia nella storia italiana, sul futuro della politica estera e sui mezzi che tutti insieme dobbiamo assicurare alla Farnesina del futuro affinché assolva le sue funzioni in un mondo in continua evoluzione.

Siamo particolarmente onorati di poter condividere questo momento di incontro e di approfondimento con le massime cariche istituzionali e di governo del Paese. La Sua presenza qui oggi, Signor Presidente, suscita in noi orgoglio e profonda gratitudine, ed è testimonianza ulteriore della sempre viva e partecipe attenzione con la quale Lei segue le vicende legate al Ministero degli affari esteri ed alla diplomazia italiana.

1. Il ruolo della diplomazia nella storia italiana e nella definizione dell’identità nazionale

Signor Presidente, Autorità, Signori Ambasciatori,

La politica estera e la funzione diplomatica hanno molto da dire in tema di formazione dell’identità nazionale. La diplomazia italiana, nei secoli XIX e XX, ha indubbiamente giocato un ruolo di portata storica nella formazione della fisionomia internazionalistica dell’Italia contemporanea. Non solo la politica estera italiana, ma anche il ruolo propulsivo assunto da singole personalità diplomatiche hanno contribuito all’opera complessa di «posizionare» di volta in volta l’Italia sulle mappe politiche, economiche e geo-politiche del mondo, che è cambiato e cambia oggi ancor più rapidamente.

I prossimi decenni saranno caratterizzati da una diversa e più complessa distribuzione del potere internazionale, da una competizione crescente per le materie prime, da un riorientamento radicale dei flussi finanziari e da fenomeni senza precedenti di mobilità delle persone, con un crescente ruolo degli Stati nelle politiche economiche. L’Italia dovrà affrontare, ad esempio, la sfida della dipendenza energetica quale significativo vincolo esterno, superabile solo attraverso una combinazione di scelte di politica industriale e di politica estera, che miri in particolare alla promozione di relazioni il più possibile trasparenti e paritarie fra Paesi fornitori e consumatori di energia.

La necessità di affrontare la transizione sistemica rafforza infine l’interesse dell’Italia a una governance più efficace del sistema internazionale, basata su principi, norme e valori condivisi. Dobbiamo puntare ad una gestione dei problemi mondiali e dei «beni globali» basata su regole comuni, europee e multilaterali, piuttosto che su semplici rapporti di forza.

La politica estera nazionale italiana è dunque destinata largamente a fondarsi oggi più che mai sulla sinergia tra sforzo nazionale, livello euro-atlantico e governance multilaterale.

Ecco perché la funzione diplomatica non è oggi più costituita solo da lontani «terminali» disseminati ai quattro angoli del globo. Essa è parte integrante della vicenda nazionale tutta intera, e di essa condivide i punti di forza e quelli di debolezza. Ma essa rappresenta anche una risorsa, e credo che ne avremo una prova concreta in occasione delle molte celebrazioni del 150^ anniversario dell’Unità d’Italia che si terranno all’estero, e che rivelano si d’ora un patrimonio di simpatia e di empatia verso il nostro Paese in situazioni e coordinate geografiche che in teoria sembrerebbero da noi molto distanti, e non solo in senso spaziale.

Direi che la diplomazia esprime l’identità del Paese non solo promuovendo le specificità del nostro sistema produttivo, valorizzando un patrimonio culturale e di creatività unico al mondo, facendo conoscere le inesauribili ricchezze delle mille ramificazioni delle nostre radici, che però sostengono l’unico tronco del nostro «albero» nazionale. Essa la esprime anche quando riesce a declinare la nostra vicenda nel mondo in termini di futuro e non solo di giusto orgoglio per il nostro passato. Storia e memoria sono le fondamenta di un «progetto» di Paese, che dobbiamo costruire in un mondo divenuto così interdipendente che alcuni analisti descrivono la politica internazionale in termini di «politica interna mondiale».

Esistono nella storia della diplomazia italiana alcune figure emblematiche, di forte richiamo etico e professionale. Basti ricordare, qui, Guelfo Zamboni, che fu Console a Salonicco, e che sottrasse centinaia di ebrei al terribile destino della deportazione, e Amedeo Guillet, che potremmo definire come un «patriota cosmopolita», recentemente scomparso, ed al cui ricordo abbiamo appena dedicato una prestigiosa sala della Farnesina. Anch’essi hanno scritto pagine di identità italiana e di storia unitaria del nostro Paese.

Sono sicuro che le nuove generazioni di diplomatici al servizio del Paese sapranno scrivere, in altri contesti, in altre epoche, pagine altrettanto significative e memorabili. Il Paese migliore, per tutti noi, deve essere sempre il Paese che verrà. Di questo orizzonte di fiducia deve alimentarsi il nostro modo di stare nel mondo. Questa forse la «missione» più impegnativa di una diplomazia aperta, matura e responsabile. Una missione necessaria per confermare obiettivi del Governo indicati come assolute priorità:

1) l’Italia come Paese propulsore e difensore di “più Europa” in Europa e “più Europa” nel mondo, dalle missioni di pace alla riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu;

2) l’Italia come partner più affidabile per le regioni di crisi e di tensione, amico come nessun altro in Europa di Israele ma al tempo stesso partner privilegiato dei Paesi del Mediterraneo e del mondo arabo e primo “avvocato” dell’ingresso in Europa della Turchia;

3) l’Italia come attore per la sicurezza globale, europea ed atlantica, amico e sostenitore dei processi di disarmo e non proliferazione in ogni regione del mondo;

4) l’Italia fermo difensore dei diritti delle persone, dei grandi valori di solidarietà, di aiuto a chi soffre, di difesa delle minoranze religiose e cristiane in particolare, di partenariato onesto e sincero con i Paesi dell’Africa e gli altri Stati in via di sviluppo.

2. La vitalità e l’evoluzione dello Stato e del MAE

Signor Presidente, Autorità, Signori Ambasciatori,

ci sono alcune profezie che non si auto-avverano. Ad esempio, quella della presunta «scomparsa», per erosione delle sue funzioni, dello Stato. Non poche ed autorevoli voci si erano levate per pronosticare il destino degli Stati nazionali a dissolversi in una indistinta governance priva di legittimazione politica e di rappresentatività democratica.

Si è assistito invece all’ascesa di grandi realtà geopolitiche a forte connotazione nazionale, come la Cina, l’India ed il Brasile, che non hanno certo i tratti della post-sovranità.

Ma se gli Stati rimangono le entità politiche e sovrane di riferimento, le loro funzioni si trasformano. Diventano sempre più Stati-facilitatori e Stati che assegnano ruoli, funzioni, responsabilità che rendono possibile, cioè, l’empowerment dei diversi attori economici e sociali.

Queste trasformazioni degli Stati e della realtà internazionale pongono nuove sfide alla diplomazia, chiamata a confrontarsi con tematiche non tradizionali, che richiedono da un lato la mobilitazione di nuove competenze, dall’altro la rivisitazione degli assetti e delle modalità operative, per assolvere pienamente ai nuovi compiti imposti dalle dinamiche del mondo globalizzato.

In questo quadro, la diplomazia, lungi dal rappresentare un costo, è invece un investimento necessario. Non è un caso che, mentre alcuni Paesi emergenti stanno rafforzando le loro dotazioni diplomatiche e reti all’estero, altri paesi, tra cui i nostri principali partners, si siano posti il problema dell’adeguamento dello strumento diplomatico alle mutate realtà ed esigenze.

Vorrei in questa sede ribadire con profonda convinzione un principio che non ha nulla a che vedere con la difesa corporativa o d’ufficio: è interesse nazionale dell’Italia poter destinare alla sua proiezione estera, ed alla funzione diplomatica in particolare, risorse adeguate.

Il Ministero degli Esteri, con la sua la rete all’estero, costituisce una formidabile struttura di erogazione di servizi, cui destiniamo una quota minima di bilancio dello Stato (lo 0,23% nel 2009, molto inferiore a quella dei nostri principali partners e competitori nel mondo). E tuttavia, la Farnesina fornisce un’assistenza dal valore incalcolabile a cittadini ed imprese. Se il Presidente del Consiglio, rientrando il mese scorso dall’America Latina, ha giustamente rivendicato la sottoscrizione – solo durante quelle visite - di accordi per circa l’1% del PIL nazionale, ciò si deve anche al paziente lavoro di preparazione e promozione – con la diplomazia economica – di progetti che l’autorevolezza di Berlusconi ha condotto alla fase finale.

Il Ministero degli Esteri è al contempo un essenziale «punto rete» e un «gestore di rete». La rete diplomatica e consolare italiana rappresenta un insieme di realtà che, sotto l’azione di coordinamento e l’impulso sinergico dei nostri Ambasciatori nei rispettivi Paesi di accreditamento, costituisce un asset di eccezionale importanza. La Farnesina, per quanto le compete, non chiede di meglio che mettere questo straordinario strumento al servizio dello sviluppo, della sicurezza e della prosperità nazionale.

Possiamo legittimamente affermare che la nostra rete è sempre più impegnata, quotidianamente, in una vera e propria opera di «sorveglianza avanzata» dei confini nazionali. Questo vero e proprio avamposto della tutela dell’interesse nazionale rende possibile fornire analisi politiche dalle forti implicazioni anche economiche e produttive per il Paese. Ecco perché non deve apparire paradossale che nell’era della comunicazione planetaria istantanea, della «contrazione» dello spazio e del tempo, la rete «fisica» delle Ambasciate e dei Consolati non sia affatto superata, ma rappresenti lo strumento attraverso il quale è generato un vero e proprio valore aggiunto.

3. Il contesto internazionale ed i riflessi della crisi

Sono ben consapevole del contesto di crisi economica internazionale in cui ci muoviamo e dei pesanti riflessi in termini di politiche di bilancio. Tuttavia, la recente manovra finanziaria presenta obiettivi fattori di criticità che mi sono mosso per attenuare, nella convinzione che l’obiettivo di sostenere la missione del Ministero degli Esteri non sia affatto incompatibile con l’imperativo della riduzione del deficit e della realizzazione di risparmi dettati dalla necessità di metter ordine nell’area dell’Euro e difendere la solidità della moneta unica.

Ecco perché io stesso ho tempestivamente favorito la presentazione di proposte migliorative su varie disposizioni della manovra finanziaria ed ho preso una posizione molto netta sulle ipotesi di interventi che, se realizzati come inizialmente concepiti, si sarebbero rivelati pregiudizievoli per lo stesso espletamento delle funzioni diplomatiche.

L’immediato e convinto sostegno assicurato ai miei interventi dal Presidente del Consiglio è in tal senso motivo di conforto e di fiducia per il buon esito delle iniziative che nei prossimi mesi intendiamo adottare per attenuare gli effetti più penalizzanti della manovra sull’attività del Ministero degli esteri. Ricorderete, nel gennaio scorso, la forte iniziativa politica che ho personalmente assunto e che ha portato all’adozione di una norma che consente di assicurare, per i prossimi anni, il regolare svolgimento del Concorso diplomatico, permettendoci, così, anche di fare fronte alle esigenze derivanti dall’entrata in funzione del Servizio Europeo di Azione Esterna. Un risultato molto significativo in una situazione caratterizzata da vincoli assai stringenti nel turn-over della pubblica amministrazione.

4. La riforma. Presupposti, organigramma e procedure

Vengo adesso a un aspetto che mi sta particolarmente a cuore e che vorrei condividere con Lei, Signor Presidente, e con le altre Autorità presenti: questo Ministero è impegnato da mesi nel disegnare una riforma interna ambiziosa e innovativa, con cui vogliamo dimostrare di essere sempre all’avanguardia del settore pubblico.

Il progetto muove da un’analisi imperniata su quattro presupposti fondamentali, che indicano altrettante direzioni evolutive della realtà internazionale:

a) in primo luogo, i nuovi assetti geopolitici e il loro impatto sulla governance globale. Lo strumento diplomatico deve essere strutturato per saper offrire risposte alle implicazioni delle tematiche internazionali e globali, quali il cambiamento climatico, lo sviluppo, la sicurezza alimentare: tutte questioni «non tradizionali» di politica estera che devono essere lette affrontate in chiave globale;

b) in secondo luogo occorre adeguarsi alle novità introdotte dal Trattato di Lisbona, ed in particolare ad un’efficace partecipazione al Servizio Europeo di Azione Esterna;

c) in terzo luogo, assistiamo alla crescente internazionalizzazione di tutte le pubbliche amministrazioni, ciascuna nel proprio settore. Ciò rende indispensabile dotarsi di strutture dotate di una visione complessiva, in cui l’elemento tematico faccia premio su quello geografico, senza tuttavia eliminarlo;

Se guardiamo alle risposte organizzative e politiche che a queste sfide hanno dato o stanno dando i nostri principali partners, osserviamo che la tendenza è quella di assegnare nuova centralità all’approccio tematico, senza ovviamente cancellare la dimensione geografica. Ma l’esigenza fondamentale è quella di inserire fattori di coerenza sistemica nella stessa concezione della politica estera, che non possono che essere forniti da una visione d’insieme piuttosto che da una strutturazione troppo settoriale.

Su queste basi abbiamo quindi rivisto l’organigramma interno della Farnesina.

1) Per poter fare la propria parte nella risposta alle nuove sfide di «sicurezza globale» - che rappresenta il primo pilastro della riforma - occorre poter contare su di un approccio a tutto campo e su di uno strumento in grado di gestire in maniera integrata i rapporti con i diversi attori sul piano interno e internazionale. L’interconnessione tra le sfide, le minacce, i rischi e i fattori di vulnerabilità si riflette, dunque, nella nuova struttura della Direzione per gli Affari politici e di sicurezza, che accorpa competenze politiche multilaterali con quelle bilaterali relative ad una serie di aree di primario interesse strategico e securitario.

2) Lo stesso si potrebbe dire della nuova direzione generale per la mondializzazione e per gli affari globali – il secondo pilastro della rivisitazione della formula organizzativa della Farnesina. Si tratta infatti di creare un punto di sintesi nell’approccio, anche nelle sedi multilaterali e nei fora di governance economica, come il G8 e il G20, verso grandi realtà emergenti, come Cina, India e Brasile.

3) Il terzo pilastro della riforma è quello europeo. C’è oggi la necessità di un rinnovato «europeismo realistico», che rifletta – pur su nuove basi - una chiara visione integrativa. Sia per contrastare i rischi di una impasse del processo di integrazione nella fase di applicazione del Trattato di Lisbona, sia per tenere dietro all’evoluzione estremamente dinamica degli assetti geopolitici globali, è necessario che l’Europa possa contare su un’iniziativa politica forte. Ciò anche nell’ottica di recuperare spazi di iniziativa costruttiva nel quadro europeo e contribuire a colmare le lacune di impulso politico che inevitabilmente poterebbero aprirsi, specie in una condizione di crisi economica.

4) Il quarto pilastro della riforma – la promozione del sistema-Paese, che sarà oggetto di un’apposita Direzione Generale - è forse quello che di più rende palese l’impossibilità di suddividere drasticamente la vita di un Paese tra politica, economia e cultura e tra ambito interno e ambito internazionale.

La riforma del MAE si inserisce dunque in un percorso mirato a fare della diplomazia economica e di quella culturale parte sempre più rilevante della politica estera del Paese. E’ un processo che è stato avviato da tempo.

E’ diventato un luogo comune affermare che il nostro è un Paese multicentrico. Questo è però il punto di partenza, non deve essere quello di arrivo. La politica, anche nella sua proiezione internazionale, deve fare tutta la propria parte per favorire la felice combinazione di interessi territoriali e interessi settoriali in un disegno – politico, appunto - che rappresenti l’interesse nazionale, il co-interesse collettivo del Paese. Con un’importante precisazione. Quando si evoca la nozione di interesse occorre essere consapevoli che da sola essa non basta a descrivere la complessità delle società contemporanee. Gli interessi non possono essere disgiunti dai valori, specie nella nuova competizione globale, dove gli elementi immateriali e identitari giocano un ruolo centrale anche in termini di strategie vincenti. Ecco perché le dimensioni dell’economia e quella della cultura, per un Paese come il nostro, non solo non possono essere separate, ma non avrebbero, ciascuna nel proprio ordine, lo spessore di significato che esse hanno assunto nel corso dei secoli proprio in virtù di una continua e feconda interazione. Tuttavia la cultura non può essere concepita come uno strumento, come non lo è l’economia: si tratta piuttosto di uno dei «fondamentali» nazionali che consentono di sviluppare azioni significative anche a livello globale.

Mi sono riferito sinora alla parte più sostanziale della riforma, ovvero la riorganizzazione interna del Ministero. Per adeguarne la funzionalità alle sfide contemporanee, da un lato, ed alla crescente riduzione delle dotazioni finanziarie, dall’altro, siamo intervenuti anche sui meccanismi di funzionamento. In particolare, abbiamo fatto ampio ricorso all’innovazione, concepita come opportunità di razionalizzazione organizzativa, di aumento della produttività e di risparmi di gestione. Con l’ausilio di un vigoroso impiego delle nuove tecnologie informatiche, è stato possibile tra l’altro prevedere l’autonomia finanziaria e di gestione delle sedi all’estero, che rappresenta l’esito più significativo dei processi di innovazione interni alla Farnesina, proponendosi come un progetto pilota per tutta la Pubblica Amministrazione italiana, e che mette concretamente alla prova la managerialità di diplomatici e dirigenti, e ne accresce il ruolo e le responsabilità gestionali, e perché prefigura un percorso virtuoso in grado di corroborare con risorse aggiuntive il delicato passaggio di bilancio che stiamo affrontando.

Nella stessa direzione muovono la digitalizzazione dell’attività consolare (i cosiddetti «servizi consolari a distanza») per assicurare al cittadino all’estero un’agevole accessibilità ai servizi offerti dalla rete, la completa dematerializzazione dei flussi documentali e l’uso capillare della posta elettronica certificata, tutti risultati che la Farnesina ha brillantemente conseguito, in assoluta coerenza con la riforma della Pubblica Amministrazione introdotta dal ministro Brunetta.

***

5. Conclusioni

Signor Presidente,

desidero in conclusione ribadire che la Farnesina certamente deve dare il suo contributo al risanamento dei conti pubblici ma non può, al contempo, essere privata delle risorse necessarie a consolidare il ruolo dell’Italia nel mondo.

E’ in tal modo che interpreto lo stato di disagio del personale del Ministero, che avverte nella consolidata tendenza alla riduzione del bilancio della Farnesina – una tendenza cui purtroppo negli anni hanno contribuito Governi di diverso colore politico - un segnale che potrebbe essere interpretato come indice di un preoccupante disinteresse. In tale contesto, desidero quindi dare la parola, con il Suo consenso, al Decano del ruolo degli Ambasciatori, l’Ambasciatore d’Italia a Mosca, Vittorio Claudio Surdo.


Luogo:

Roma

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