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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

08/11/2010


Dettaglio intervento

Cerimonia di inaugurazione del Corso

in “Diritto Internazionale ed Europeo del Lavoro”

( Roma, 8 novembre 2010, Sala Conferenze, Piazza Montecitorio)

Indirizzo di saluto del Ministro degli Affari Esteri, On. Franco Frattini

 

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

 

Signor Giudice della Corte Costituzionale, Prof. Tesauro,

Gentile Consigliere Speciale del Direttore Generale del’ILO,

Dottor Tapiola,

Caro Presidente della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, Prof. Tria,

Caro Presidente Onorario dell’Unione degli Avvocati Europei, Avv. Samperi,

Caro Presidente dell’Unione degli Industriali di Roma, Dott. Regina,

Autorità, Signore e Signori,

E’ con vivo piacere che ho aderito a questa cerimonia di inaugurazione del Corso di diritto internazionale ed europeo del lavoro.

1. Il MAE a sostegno della Formazione

Il Ministero degli Affari Esteri ha deciso di sostenere l’iniziativa dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e dell’Unione degli Avvocati Europei, con la collaborazione della Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione, nella convinzione che la formazione delle risorse umane sia un investimento cruciale per la crescita della nostra economia. Nel contesto di discipline sempre più tecniche e complesse, l’imprenditore non può più permettersi di navigare a vista: deve saper utilizzare quegli strumenti di bordo che gli permettano di rispondere alle sollecitazioni della concorrenza internazionale, senza sacrificare i diritti dei lavoratori.

A quanti mi chiedono di definire i vantaggi di una buona formazione, rispondo citando la definizione di Bill Gates fornita da un accademico americano: “non possiede niente di tangibile, non possiede oro, non petrolio, non fabbriche, non eserciti; per la prima volta nella storia l’uomo più ricco del mondo possiede soltanto la conoscenza”. Chi si confronta giornalmente in un’economia globale, sa bene che il fattore conoscenza è lo strumento che più accresce la competitività dell’azienda.

A questa convinzione sulla necessità di investire in formazione, fa però a volte eco un dubbio che proviene dallo stesso mondo economico. Nel corso dei miei incontri, sento talvolta domandare: “in un periodo di ristrettezze, di bassa crescita, non sarebbe meglio destinare le scarse risorse esistenti a beni tangibili ed attendere tempi migliori per accrescere il capitale umano?”. “Al contrario” -rispondo io- “perché con un investimento finanziariamente contenuto in capitale umano si possono produrre enormi ritorni”.

In questa logica, abbiamo deciso di destinare parte dei nostri limitati fondi disponibili al sostegno di iniziative -come quella odierna- volte all’aggiornamento professionale. Ciò, nella certezza che solo una qualificata classe manageriale, adeguata alle complesse sfide della globalizzazione dei mercati, possa favorire i processi di innovazione e competitività del nostro Paese, nell’ottica di un percorso di sviluppo sostenibile.

2. La conoscenza quale strumento di competitività

D’altronde, vi è un crescente consenso sul fatto che le aziende del nostro Paese trovano i maggiori ostacoli alla competitività non tanto in ritardi scientifici o tecnologici, quanto in carenze nell’ambiente normativo e organizzativo nel quale esse operano.

Tra le debolezze strutturali, rientra spesso la limitata conoscenza delle opportunità offerte dalle più recenti disposizioni del diritto internazionale ed europeo.

Come va applicata la direttiva sul mercato interno dei servizi? Qual è il limite dei finanziamenti pubblici per non essere considerati aiuti di Stato? Qual è la disciplina comunitaria in materia di ristrutturazione di imprese?

Poter contare su un consulente in grado di rispondere a queste domande, assicura all’imprenditore una situazione di vantaggio rispetto al concorrente parzialmente o del tutto ignaro della normativa. L’esigenza di ricevere risposte chiare su tali complesse tematiche è diventata ancor più pressante a seguito dell’allargamento del mercato europeo e della necessità di competere in 27 Paesi dalle differenti tradizioni e culture giuridiche e sociali.

3. La persona al centro dello studio del diritto

Rilevo anche un’altra importante ragione a sostegno del Corso che inauguriamo oggi. Non a caso la Farnesina lo promosso in stretto partenariato con l’ILO, cioè il principale attore multilaterale in materia di diritti dei lavoratori e di impresa.

Siamo stati favorevolmente colpiti dal fatto che gli ideatori di questa iniziativa abbiano dedicato un intero modulo a “norme e principi a tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori”. Il diritto non è una categoria astratta, ma uno strumento concreto volto a garantire la convivenza nel rispetto dei principi e dei valori fondamentali della società. Un Corso di formazione in diritto non può quindi ridursi ad una mera illustrazione delle regole vigenti. Esso deve mettere, come voi avete deciso di fare, l’uomo ed i suoi diritti fondamentali al centro dell’insegnamento, ancor prima dello studio delle norme e delle procedure speciali.

4. I giuslavoristi europei dopo il Trattato di Lisbona

Fermo restando che la politica europea per l'occupazione, gli affari sociali e le pari opportunità, rappresenta da sempre uno dei pilastri dell’azione sociale dell’Unione Europea, l’attualità di questi studi è ancor più rilevante nell’attuale contesto di graduale uscita dalla crisi economica e finanziaria internazionale.

La funzione dei giuslavoristi è inoltre diventata particolarmente significativa a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che ha anche previsto una “clausola sociale” secondo cui, nella definizione ed attuazione delle politiche europee, occorre tener conto dei vari aspetti sociali, quali la promozione di un elevato livello di occupazione, l’adeguata protezione sociale e la lotta contro l'emarginazione.

Si tratta di una fondamentale direttrice politica e di un indice del progresso raggiunto dalla civiltà europea. Il riferimento del Trattato alla “Carta dei diritti fondamentali” è, infatti, molto più di una norma giuridicamente vincolante: rappresenta un patrimonio comune europeo.

La complessità di queste tematiche fa sorgere la necessità di avvalersi di professionalità dotate di elevato grado di specializzazione sia per gli operatori economici - che devono essere messi in grado di adottare corrette decisioni- sia per le Istituzioni, chiamate a regolare questo sistema di norme.

Ai giuslavoristi europei spetta quindi il cruciale compito -attraverso la loro opera ermeneutica- di rendere la normativa chiara ed accessibile a tutti, utilizzando i corretti percorsi logico-giuridici definiti dalle Istituzioni e sottoposti ad una costante verifica giurisdizionale di corretta applicazione.

5. La responsabilità sociale d’impresa.

Vi è un tema sul quale ritengo vada sempre più focalizzata la riflessione dei giuslavoristi italiani: l’esigenza di sviluppare e diffondere in Italia la Responsabilità Sociale d’Impresa.

La Farnesina vi crede fortemente. Occorre infatti promuovere quelle prassi assunte volontariamente dalle imprese per adeguare i propri comportamenti a standard di eccellenza non prescritti da normative vigenti, ma definiti in base a modelli di riferimento, articolati e flessibili.

Questo risultato viene raggiunto e mantenuto nel tempo modificando in maniera permanente le precedenti modalità operative, a tutti i livelli aziendali: i lavoratori, i fornitori, i consumatori, i clienti, le comunità locali ove le imprese sono situate.

Che cosa non possono fare le politiche imprenditoriali socialmente responsabili? Esse non possono invadere il campo regolato dalle leggi e quello della contrattazione tra le parti sociali.

Quale è la caratteristica saliente della responsabilità sociale d’impresa? Essa è frutto di scelte imprenditoriali volontarie. Siamo in presenza, infatti, di un’assunzione di comportamenti virtuosi non prescritti.

Va fatta comunque chiarezza su un punto essenziale: la volontarietà non va confusa con l’autoreferenzialità.

L’adesione ad un progetto di responsabilità sociale è un atto volontario ma, una volta presa la decisione, l’impresa si obbliga ad osservare modelli di comportamento che assumono un significato nel costruire il proprio capitale di reputazione.

Perché la diplomazia economica italiana nutre un forte interesse per la diffusione delle imprese socialmente responsabili? La risposta è univoca: quanto più esse aumenteranno, maggiori saranno i valori aggiunti per l’attuazione delle politiche di sviluppo e per l’ innovazione del sistema economico italiano.

Se, come è riconosciuto da tutti i principali attori istituzionali e sociali, l’Italia deve spostarsi verso il “segmento alto” della competizione internazionale, allora occorre promuovere un circuito virtuoso, guidato dall’innovazione, che punti sull’eccellenza nei vari aspetti delle attività economiche: dal lavoro all’ambiente, dal rapporto con il territorio a quello con i cittadini consumatori, passando per i nuovi criteri di management.

Il Ministero degli Esteri ritiene altresì che vada assecondata un’idea che sta maturando all’interno delle nuove sensibilità sociali italiane: l’opportunità che le imprese, negli investimenti diretti esteri e nella propria catena di sub-forniture, adeguino i propri comportamenti a quelli che esse adoperano nei loro stabilimenti principali e nei loro quartieri generali nazionali.

Per riassumere l’azione della Farnesina in materia di responsabilità sociale d’impresa, rilevo una agenda in tre punti:

  • la valorizzazione in sede internazionale dei più avanzati approcci italiani, sia pubblici che privati; mi riferisco al G-8, al Global Compact delle Nazioni Unite, alla Dichiarazione Tripartita ILO, alle Linee-Guida OCSE sulle imprese internazionali e all’Iniziativa sulla Trasparenza dell'Industria Estrattiva;
  • la diffusione della consapevolezza da parte del "Sistema-Italia" di come la responsabilità sociale d’impresa vada intesa quale fattore sia di crescita economica competitiva che di maggior attrattività per il "made in Italy";
  • la promozione di una partecipazione mirata del Comitato Permanente Italiano per il Microcredito, organismo vigilato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ai principali eventi internazionali sulla microfinanza a fini di inclusività sociale e al sostegno alla nascita di microimprese.

In conclusione, sono convinto che nello studio del diritto vi sia una strada da seguire: quella del rigore logico e dell’impegno sistematico. Se farete buon uso di queste caratteristiche, la formazione e l’attitudine mentale acquisite durante gli alti studi di questo Corso saranno di particolare utilità per raggiungere i più ambiziosi traguardi professionali, a beneficio del Paese, dell’Unione Europea e della comunità internazionale.

Formulo quindi i miei più calorosi auguri di successo.


Luogo:

Roma

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