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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

26/01/2010


Dettaglio intervento
(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Signor Presidente,

Illustri Onorevoli,

desidero innanzitutto ringraziare il Presidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa per questa occasione di incontro con i Parlamentari degli Stati membri dell’organizzazione di Strasburgo. Si tratta di un’opportunità preziosa che vorrei sfruttare per presentare il punto di vista del governo italiano sull’identità europea al tempo della globalizzazione. Sul modo in cui possiamo riscoprire e sul ruolo che al riguardo devono svolgere – insieme - l’Unione Europea e il Consiglio d’Europa, soprattutto in materia di rispetto dei diritti umani, democrazia e stato di diritto. Questioni che rappresentano il cuore dell’identità europea. Temi sui quali il Consiglio d’Europa, che si pone come foro di dialogo tra tutti i Paesi del continente, ha costruito la sua ragion d’essere ed ha assunto un profilo di riconosciuta autorevolezza.

Illustri Onorevoli,

sul piano internazionale stiamo attraversando una fase di grande trasformazione. In gioco vi è anche il “posto” dell’Europa nel mondo e quindi la necessità, per il Vecchio continente, di riuscire a lasciare la propria impronta nella ridefinizione degli equilibri globali, secondo i propri interessi e in nome dei propri principi.

Una missione difficile ma cruciale per l’Europa del XXI° secolo. Tanto più nel momento in cui la globalizzazione, dando l’impressione di aver reso il mondo piatto e omologato, ha creato l’esigenza di nuovi punti di riferimento e generato una nuova domanda di appartenenza. Tanto più quando la recente crisi finanziaria ed economica ha rivelato le fragilità di un liberismo senza regole e riferimenti etici. Tanto più con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che suggerisce la necessità di riscoprire le radici dell’identità europea. Tanto più in una fase storica in cui l’Europa si confronta con turbolenti flussi di immigrazione e si trova nella posizione di chi deve saper accogliere l’identità degli altri senza tradire la propria.

La premessa di fondo affinché l’Europa possa mostrasi all’altezza di una sfida così ampia e complessa è che essa riscopra la sua anima, tornando a testimoniare con forza e convinzione i propri valori fondanti. L’Europa deve riappropriarsi della propria tradizione culturale se desidera continuare a coltivare la sua vocazione ad affermare valori universali . Deve tornare a riaffermare i propri valori di pace, libertà, uguaglianza, giustizia, democrazia, tolleranza, solidarietà, aggiornandoli però alla luce delle nuove sfide che siamo chiamati a vincere. L’Europa deve tornare a trasmettere passioni e ideali forti, a fare battaglie di principio, a mobilitare le coscienze civili. In una espressione, l’Europa deve promuovere un “nuovo umanesimo”, mettendo al centro di ogni politica e strategia la dignità della persona umana, i diritti dell’individuo.

Se questo è il punto di partenza, le strade principali da percorrere per tagliare il traguardo di una riscoperta della nostra identità culturale - anche attraverso una stretta cooperazione tra Consiglio d’Europa, Unione Europea ed OSCE - appaiono principalmente due: (1) contribuire alla globalizzazione dei diritti umani, ad una loro effettiva universalizzazione, senza tuttavia diluirne i contenuti, né relativizzarne la portata; (2) favorire il confronto fra diverse culture senza rinunciare ad alcuni principi fondanti. Ciò che comporta, fra l’altro, l’adozione di nuove politiche di gestione e integrazione dell’immigrazione, che sappiano coniugare sicurezza e solidarietà, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali di ogni persona.

(1) Globalizzare i diritti umani ma senza diluirne né relativizzarne i contenuti – Il secolo da poco avviato dovrà essere il secolo dell’affermazione piena e autenticamente universale dei diritti umani più basilari. La globalizzazione ha infatti suggerito un modo diverso di guardare ai diritti fondamentali della persona. Insieme ai mercati, ai commerci, alla mobilità e alla comunicazione, è ormai chiaro che devono essere realmente universalizzati anche i diritti e le opportunità. Bisogna adoperarsi, in particolare, per la globalizzazione del valore della dignità umana. Il che comporta una vera e propria pedagogia dei diritti umani, anche lavorando, , come ben fa il Consiglio d’Europa, sull’educazione scolastica e dei giovani.

Diffondere i valori universali e i diritti civili non significa però accettare che i loro contenuti vengano diluiti. Il rischio, purtroppo, esiste. La globalizzazione sta infatti ridefinendo la gerarchia del potere internazionale che si sta progressivamente spostando da Occidente verso altri punti cardinali. Un’evoluzione positiva nella misura in cui lo sviluppo di una nuova governance consente di allargare il perimetro delle responsabilità internazionali nella gestione delle sfide globali. Ma la “diffusione del potere” non deve comportare un cambiamento nel modo in cui si interpretano i diritti fondamentali dell’individuo. Su questo punto l’Europa e l’Occidente hanno il dovere storico e morale di continuare a difendere l’integrità dei valori universali quando sono messi in discussione. Penso in particolare ai diritti dei più deboli e dei più vulnerabili. Penso ai diritti dei bambini e delle donne, ai diritti delle minoranze religiose, ai temi della non-discriminazione e della libertà di espressione.

La stessa crescita, accelerata e drammatizzata dalla crisi finanziaria, dei diritti economici, sociali e culturali va correttamente inquadrata. I diritti dell’individuo alla scolarità, alla salute, all’ambiente, all’accesso all’acqua, solo per fare qualche esempio, devono integrare e rafforzare i diritti politici e civili. Non relativizzarli, né tanto meno sostituirli. Solo se lavoriamo per promuovere in modo sinergico e comprensivo tutti i diritti contribuiremo davvero ad uno sviluppo sostenibile, alla sicurezza e alla pace dei popoli.

La promozione dei diritti politici e civili da parte dell’Unione Europea, del Consiglio d’Europa e dell’OSCE deve però avvenire in stretto coordinamento tra queste istituzioni e attraverso le idee e il dialogo, compreso il dialogo interculturale e interreligioso. Poste alcune insuperabili linee rosse, il punto non è quindi quello di esportare, in Afghanistan piuttosto che in Iran, i diritti e la democrazia così come concepiti e ??confezionati” a Strasburgo, Bruxelles, o Vienna, ma di operare affinché quei diritti possano germogliare all’interno dei Paesi che ne sono deficitari, grazie ad una progressiva presa di coscienza e all’azione delle loro società civili, seguendo un approccio bottom-up.

Scegliere un’impostazione del genere, significa tuttavia compiere un salto di qualità anche negli strumenti istituzionali e normativi dedicati alla tutela dei diritti. La comunità internazionale deve cioè mostrarsi capace di porre il rispetto dei diritti universali tra le grandi questione strategiche del XXI° secolo, alla pari del disarmo nucleare o della lotta al terrorismo. Alcuni passi in questa direzione sono stati compiuti attraverso la costruzione di un sistema giuridico sopranazionale dotato di propri organi di giurisdizione: pensiamo, ad esempio, al Tribunale Penale Internazionale. Ma non basta. Oltre la dimensione giuridica, serve un’assunzione di responsabilità politica e morale da parte dei governi. In questo senso, un progresso significativo verrebbe segnato dalla piena affermazione in ambito Nazioni Unite del principio della “responsabilità di proteggere”, obiettivo per il quale l’Europa è chiamata a svolgere un ruolo di autentica leadership.

Altro strumento cui far riferimento in un quadro di fruttuosa cooperazione con il Consiglio d’Europa è l’Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali. L’impegno dell’Unione Europea a tutela dei diritti umani uscirà poi rafforzato sia dal valore giuridico della Carta dei Diritti fondamentali, sia dal costante dialogo fra il sistema giuridico di tutela dei diritti dell’uomo creato dal Consiglio d’Europa e l’ordinamento comunitario. In base alle nuove disposizioni del Trattato di Lisbona, questo dialogo potrebbe portare all’adesione della UE alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Prospettiva, quest’ultima, che dovrà però essere oggetto di adeguata riflessione in modo da evitare ogni possibilità di contrasto fra l’ordinamento comunitario e la giurisprudenza della Corte, salvaguardando al contempo la diversità – sia pur entro la cornice di valori condivisi - della storia, della cultura, e delle tradizioni dei popoli europei.

La promozione dei diritti umani rappresenta un aspetto cruciale della politica estera italiana. Ecco perché l’Italia ha deciso di ricandidarsi, per il 2011, al Consiglio dei Diritti Umani delle NU, organo di cui è già parte. I diritti umani sono poi un settore nel quale Governo e Parlamento italiani lavorano in stretto coordinamento, anche grazie ad un Osservatorio congiunto che è stato attivato su mia proposta. L’Italia sta in effetti sviluppando varie iniziative concrete soprattutto in tre settori: i diritti dei minori; i diritti delle donne; la libertà religiosa.

Vorrei soffermarmi, in particolare, sul tema dei diritti delle donne, per il quale il Consiglio d’Europa sta svolgendo un’azione fondamentale, anche in vista della finalizzazione – che auspichiamo già entro il 2010 - della Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Prima però permettetemi, visto che ho citato i diritti dei minori, di ricordare la drammatica situazione che stanno vivendo migliaia di bambini soli ad Haiti. Dobbiamo incoraggiare certo atti di solidarietà delle famiglie europee in primo luogo con le adozioni a distanza. Ma non basta. Dobbiamo sentirci tutti coinvolti e responsabili per il loro destino. In Europa e in questo luogo politico, culla dei diritti, dobbiamo sentire tutti il dovere di lanciare iniziative concrete per aiutarli. I bambini di Haiti devono essere una priorità del nostro intervento di fronte al dramma di quel Paese. Dobbiamo creare un coordinamento internazionale ed ancor prima europeo per vigilare su quei bambini e garantire loro un futuro.

Tornando ai diritti delle donne, nel corso del 2009 l’Italia ha lanciato due importanti iniziative in questo campo: anzitutto, una “Conferenza Internazionale sulla violenza contro le donne”, organizzata nel quadro della Presidenza Italiana del G8 al fine di garantire grande visibilità politica alla questione; in secondo luogo, il varo di un processo per giungere all’approvazione consensuale da parte dell’Assemblea Generale delle NU di una risoluzione che condanni, come violazione dei diritti umani, il ricorso alla pratica delle mutilazioni genitali femminili.

La tutela delle donne da ogni tipo di violenza costituisce un tema sul quale sono impegnato anche a livello personale: su invito del Segretario Generale delle Nazioni Unite, infatti, sono entrato a far parte di un "Network di Uomini Leader" impegnati nell'eliminazione della violenza contro le donne; è un invito, quello di Ban Ki Moon, che considero come un forte apprezzamento per l’impegno internazionale dell’Italia in questo settore.

(2) Il confronto con le altre culture e le nuove politiche di gestione e integrazione dell’immigrazione: riscoprire la nostra identità senza tradirla – La riscoperta di un’identità culturale europea più forte passa anche attraverso un confronto costruttivo con chi è portatore di retaggi culturali diversi dal nostro. E un aspetto particolarmente importante di questo confronto riguarda il modo in cui intendiamo gestire il fenomeno dell’immigrazione. Un modo sbagliato di far fronte a queste problematiche è quello di considerare l’immigrazione come qualcosa che non può essere gestita: quasi che l’unica alternativa sia fra il subirla passivamente o il respingerla “in toto”. Niente di più sbagliato. L’immigrazione può e deve essere gestita. Per coglierne appieno le potenzialità. Per minimizzare il rischio di contraccolpi sociali e per favorire al meglio un inserimento armonico dei nuovi arrivati all’interno dei nostri Paesi.

Per gestire correttamente i fenomeni migratori dobbiamo però dotarci di politiche più articolate. Nella visione dell’Italia, ciò implica adottare un duplice approccio. Da un lato, quello di contrastare con determinazione l’immigrazione clandestina e di gestire in modo oculato i flussi migratori. Dall’altro lato, quello di definire una strategia lungimirante di integrazione dei migranti regolari.

Per quanto concerne il primo punto, siamo tutti consapevoli che i flussi migratori che dalle coste africane raggiungono – attraverso il Mediterraneo – l’Europa, rappresentano sicuramente una delle questioni contemporanee più complesse, urgenti e drammatiche da affrontare. Una sfida che richiede un approccio moderno che tenga conto del profilo multidimensionale del fenomeno immigrazione e che comporti un’assunzione di responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti: paesi di origine, di transito e di destinazione, in una logica di partenariato tra Europa e paesi africani.

Le problematiche migratorie vanno inoltre affrontate miscelando fermezza e spirito di accoglienza, nel pieno rispetto della legalità e dei diritti umani. Massimo rispetto per i diritti fondamentali dei migranti, quindi. Siamo del resto il Paese più impegnato a salvare la vita di chiunque sia in pericolo nel Mediterraneo e continueremo a farlo. Tra il 2008 e il 2009 abbiamo soccorso in mare più di 40.000 migranti. Dobbiamo però usare la massima severità nel punire i trafficanti di esseri umani. Dobbiamo, altresì, lavorare sulla prevenzione, favorendo lo sviluppo economico dei Paesi di origine, come l’Italia sta facendo avendo messo il futuro dell’Africa tra le priorità della sua politica estera. La gestione di questo fenomeno così complesso non può comunque ricadere solamente sugli Stati più direttamente esposti per motivi geografici. Ecco perché da tempo insistiamo per un maggiore impegno europeo sull’immigrazione nel Mediterraneo. La UE deve fare di più, affrontando questa sfida in uno spirito di autentica solidarietà tra i suoi Stati membri.

Le recenti decisioni dell’Unione Europea, in particolare l’approvazione del suo Programma pluriennale in materia di Giustizia, Libertà e Sicurezza (c.d. Programma di Stoccolma), hanno rappresentato una tappa importante in questa direzione. Sono state infatti sostanzialmente accolte le proposte italiane per rafforzare a tutto tondo il ruolo operativo dell’Agenzia Frontex; per istituire l’Ufficio europeo per l’Asilo; per realizzare un regime comune di Asilo in ambito europeo; per sviluppare la protezione internazionale al di fuori del territorio europeo; per programmare una maggiore collaborazione con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo.

Quanto al secondo aspetto, quello della elaborazione di efficaci politiche di integrazione, dobbiamo anzitutto indicare con molta chiarezza quale debba essere il loro punto di partenza: e cioè l’impossibilità di prescindere dalla nostra storia e dalla nostra identità culturale. Peraltro, il loro punto di arrivo dovrebbe essere altrettanto nitido e andrebbe individuato nel diritto di cittadinanza. In mezzo vi deve essere un percorso di dialogo, di formazione scolastica e civica, di apprendimento della lingua in cui si vive, di condivisione dei principi e dei valori fondamentali dell’ordinamento nazionale e, soprattutto, di rispetto dei diritti fondamentali della persona.

A questo proposito, non possiamo accettare il principio di una diversa declinazione dei diritti a seconda delle diverse culture o dei diversi culti presenti in Europa. I diritti fondamentali devono rimanere gli stessi per ogni individuo, a prescindere dalla fede religiosa, dalla nazionalità, dal genere cui si appartiene. Non dobbiamo commettere l’errore di inseguire un multiculturalismo astratto o neutrale, a scapito dei diritti individuali. Deve essere il rispetto di questi ultimi, oggi, a forgiare l’identità europea e a porsi come condizione per l’integrazione.

Illustri Onorevoli,

l’Italia è sempre stata particolarmente attiva in seno al Consiglio d’Europa di cui è Stato co-fondatore. Vorrei ricordare, in particolare, che fu italiana l’idea di creare la Commissione Europea per la Democrazia attraverso il Diritto, nota come Commissione di Venezia. Organismo di successo per il cui ventennale dall’istituzione l’Italia organizzerà a Venezia, nel giugno prossimo, importanti celebrazioni. Nell’esemplificare il nostro impegno in seno Consiglio d’Europa desidero anche citare la lotta contro la tratta degli esseri umani, tema di cui l’Assemblea Parlamentare discute proprio oggi, sottolineando come la questione sia stata affrontata anche in ambito G8, sotto impulso e Presidenza italiani. Inoltre, proprio lo scorso anno, dopo il superamento di alcune difficoltà di funzionamento del Segretariato di Lisbona, l’Italia è rientrata nel Centro Nord-Sud del Consiglio d’Europa, la cui presidenza è stata assunta dall’On. Debora Bergamini, che ha subito consacrato tutte le sue energie al rafforzamento del nuovo organismo.

L’Italia è molto interessata anche al futuro del Consiglio d’Europa ed auspica che possa operare con sempre maggiore efficienza, non solo dal punto di vista dell’impiego delle risorse, ma soprattutto assicurando la massima coerenza di giudizio fra i suoi organi e una costruttiva sintonia con le attività dell’Unione Europea e dell’OSCE. In questo quadro, la riforma dell’organizzazione di Strasburgo - alla quale sta lavorando il Segretario Generale cui va tutto il mio sostegno e ringraziamento – appare un passaggio molto importante. Così come molto rilevante sarà la conferenza di Interlaken sul futuro della Corte, un appuntamento che riteniamo debba permettere di definire importanti modifiche al suo funzionamento, senza escludere un ripensamento della sua stessa struttura, affinché essa torni a svolgere efficacemente il ruolo assegnatole.

E’ dunque con questi auspici e con la manifestazione dell’impegno italiano a contribuire alla loro realizzazione che termino il mio intervento, ringraziandovi per l’ascolto che mi avete prestato.


Luogo:

Strasburgo

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