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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

08/03/2010


Dettaglio intervento

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Desidero esprimere il mio più vivo apprezzamento per l’organizzazione di questo Forum che conferma il forte interesse dell’imprenditoria italiana verso i Balcani, nel solco della tradizionale attenzione che l’Italia rivolge a questa area geografica. Non sorprende affatto che a lanciare questa iniziativa sia stata la Regione Friuli Venezia Giulia la cui storia, anche imprenditoriale, è intimamente legata all’Europa centro meridionale, alla ricerca di alleanze economiche e commerciali ad est. Una vocazione mitteleuropea confermata dai dati commerciali che vedono questa realtà imprenditoriale tra le prime quattro Regioni italiane per volume di esportazione verso i Balcani Occidentali.

Oltre la crisi: comparto energetico e reti infrastrutturali, le nuove opportunità economiche che offrono i Balcani - Le riflessioni che emergeranno nei prossimi due giorni contribuiranno senz’altro ad alimentare proficuamente l’azione italiana nei Balcani. Questo evento ci offre infatti l’occasione di riflettere con gli operatori economici e commerciali sulle nuove opportunità che si dischiudono oltre Adriatico. Una riflessione tempestiva, dal momento che gli effetti più nefasti della crisi economica mondiale sembrano iniziare ad allentare la morsa.

La crisi economica dello scorso anno ha messo a dura prova il Sistema Italia investendo pesantemente anche l’interscambio tra Italia e Balcani con un calo in media del 22% per le nostre esportazioni e del 6% delle nostre importazioni. Pur continuando ad essere tra i primissimi partner commerciali nei singoli mercati oltre Adriatico, il primato italiano negli ultimi anni si è progressivamente indebolito, non solo a causa dell’affermarsi di altri competitors come la Francia e la Germania, ma soprattutto a causa della “disarticolazione” che spesso caratterizza i numerosi interventi italiani nell’area.

La posizione privilegiata di cui il made in Italy gode nell’Europa centro meridionale costituisce un interesse vitale del Paese. Occorre, quindi, sostenere le dinamiche innescate dalla ripresa economica italiana, puntando però, ad un maggiore coordinamento e ad una maggiore sistematicità delle azioni e degli interventi realizzati da tutti i soggetti preposti all’internazionalizzazione del nostro Sistema Italia. Per consolidare, inoltre, la presenza italiana nell’area Adriatico – Balcanica, non si può prescindere dal rilancio degli investimenti italiani diretti nell’area, che risultano ad oggi ancora esigui in termini numerici e di valore.

Gli stessi Governi dell’area - e la partecipazione a questo Forum di rappresentanti di tutti i paesi della regione ne è una conferma - guardano con forti aspettative ad un possibile effetto traino per le proprie economie derivante dalla ripresa economica italiana. Le opportunità non mancano. Settori strategici quali il comparto energetico e le infrastrutture offrono rilevanti opportunità per le nostre aziende nei Balcani e gli ultimi sviluppi consolidano le prospettive di un’accelerazione dei nostri investimenti nell’area. L’accordo tra Italia e Montenegro, firmato lo scorso 6 febbraio, per la costruzione di un cavo di interconnessione elettrica da 1000 MW, identifica nei Balcani un bacino strategico di approvvigionamento energetico, in particolare per l’energia da fonti rinnovabili, coerentemente con le sollecitazioni che provengono da Bruxelles.

Lo sviluppo delle reti infrastrutturali – con i numerosi progetti dei singoli governi e i progetti di portata regionale dal valore strategico come i Corridoi Paneuropei Cinque e Otto, nonché con la futura creazione di una Comunità di Trasporti tra i Paesi dei Balcani e la UE, il cui trattato è ancora in fase di negoziazione – contribuisce a rafforzare la visione di un’Europa centro meridionale dinamica e decisa ad avanzare nel suo processo di integrazione con il resto del continente. Lo sviluppo di una rete infrastrutturale europea, efficace e ramificata, è una battaglia cruciale per il futuro del continente europeo e in particolare per quelle regioni come il Friuli Venezia Giulia che costituiscono lo snodo centrale tra varie macro-regioni. L’esigenza di ammodernare il sistema infrastrutturale del Friuli Venezia Giulia, in particolare i porti di Trieste e Monfalcone in una logica di sistema, va sostenuta ed incoraggiata, quale occasione irripetibile per confermare il ruolo di questa regione quale porta privilegiata dell’Italia verso est.

Gli operatori economici – italiani e balcanici – chiedono di accelerare questo processo di integrazione delle reti di comunicazione. Un processo che si inserisce con coerenza nel più ampio disegno politico di allargamento dell’Unione Europea a sud-est. Tutti i Governi dell’area hanno confermato d’altronde questa scelta in modo chiaro ed inequivocabile, impegnandosi in un processo di riforma interna, difficile e laborioso, che ha avuto come faro l’integrazione nella UE, percepita come modello di pace, democrazia e sviluppo economico. Occorre or continuare a sostenere con determinazione questa scelta, per completare quel disegno strategico avviato nel 2004 e che senza i paesi del sud-est europeo resterebbe incompleto. A quasi vent’anni dal crollo della Jugoslavia e del regime comunista in Albania, la regione è ora giunta ad un punto di svolta.

Il futuro europeo della regione: il “tagliando” alla “road-map” italiana in otto punti - Nella regione convivono in questa fase sentimenti contrastanti. Vi è la speranza, forte e crescente, per un futuro condiviso di pace e benessere con il resto della grande famiglia europea. Vi è anche, però, la preoccupazione che in Europa prevalga la “fatica da allargamento” e che il processo di integrazione rallenti o la prospettiva europea venga diluita. Eventualità che rischia di generare frustrazione nei governi locali e che le loro opinioni pubbliche interpreterebbero come un atteggiamento discriminatorio rispetto al modo in cui sono stati gestiti i precedenti allargamenti nel 2004 e nel 2007.

Cosa fare, quindi, affinché la speranza prevalga sulla frustrazione? Certamente occorre che l’Unione Europea dia risposte chiare e concrete a sostegno della prospettiva europea della regione. Un anno fa, in occasione del Vertice tra Unione Europea e Stati Uniti a Praga, ho suggerito un Piano in otto punti per rafforzare il percorso europeo dei Balcani Occidentali attraverso misure concrete. Ad un anno di distanza, anche grazie all’iniziativa italiana, la regione ha registrato rilevanti progressi nel suo cammino verso Bruxelles. Gran parte dei punti da noi indicati sono stati conseguiti - in modo completo o parziale - conferendo una nuova dinamica al processo di integrazione europea della regione.

Montenegro, Albania e Serbia: domande di adesione e status di Paese candidato - Al primo punto avevamo chiesto che la domanda di adesione del Montenegro alla UE fosse rapidamente trasmessa alla Commissione per la predisposizione del relativo parere. Ciò è avvenuto non solo per il Montenegro ma anche per l’Albania, e analogamente auspichiamo avvenga presto per la Serbia. La presentazione delle domande di adesione da parte di Tirana e Belgrado – che si sono aggiunti così a Podgorica – confermano infatti la volontà dei Governi di questi Paesi di volersi impegnare con serietà e dedizione nel percorso di riforme interne per avvicinarsi a Bruxelles. Solo pochi anni fa l’idea che paesi usciti dalle macerie dei regimi comunisti come Albania e Serbia potessero realisticamente aspirare alla concessione dello status di candidato appariva a molti osservatori un’ipotesi remota. Oggi questa aspettativa è concreta.

Il caso della Serbia, a cui ho accennato pocanzi, è emblematico. Da Paese in guerra con la NATO solo dieci anni fa, la scelta democratica della Serbia incarnata dal Presidente Tadic ha trovato nella prospettiva europea del paese il suo orizzonte di riferimento. Per corroborare l‘impegno europeo della Serbia, elemento cruciale per la definitiva stabilizzazione della regione, nel piano in otto punti avevamo chiesto lo sblocco dell’Accordo di Stabilizzazione e Associazione (ASA) con la UE. Sono quindi lieto di poter dire che – mentre ci stiamo adoperando affinché già a giugno possa partire il processo di ratifica dell’ASA - il relativo Accordo ad interim è entrato in vigore il 1 febbraio scorso con il risultato di aprire definitivamente il mercato serbo alle imprese europee. Gli effetti positivi di questi sviluppi non sono tardati a venire: gli ultimi sondaggi dimostrano che oltre il 60% della popolazione serba crede e sostiene la prospettiva europea del proprio paese.

La liberalizzazione del regime dei visti nella regione: un successo italiano - Si tratta di un risultato straordinario se si considera che solo pochi mesi prima questa percentuale era poco superiore al 40%. Un successo al quale ha fortemente contribuito la decisione della UE di liberalizzare i visti di ingresso, punto centrale del nostro Piano in otto punti. Il dialogo sui visti che in veste di Vice Presidente della Commissione Europea e Commissario per la Giustizia e Affari Interni ho lanciato nel marzo del 2008, si è dimostrato essere uno strumento cruciale per sostenere la scelta europea della regione. Si è dimostrato alle opinioni pubbliche locali che l’avvicinamento all’Europa produce sviluppi concreti nella vita reale di quanti vivono oltre l’Adriatico. La liberalizzazione dei visti è già in vigore con Montenegro, Serbia e Macedonia. L’impegno è che anche Albania e Bosnia Erzegovina possano centrare l’obiettivo già nel corso del 2010, alla luce dei rilevanti progressi compiuti nell’attuazione dei parametri richiesti dalla UE. Analogamente auspichiamo che il dialogo sulla liberalizzazione dei visti possa presto essere avviato anche con il Kosovo, in linea con quanto suggerito dalla Commissione.

Il caso-Kosovo: anche per Pristina un futuro europeo - La delicatezza del dossier kosovaro e i suoi risvolti nel contesto regionale impongono d’altronde una rinnovata attenzione da parte della UE. Pristina ha bisogno di essere incoraggiata nel suo difficile percorso verso la definitiva stabilizzazione. Un obiettivo al cui raggiungimento l’Italia sta contribuendo in prima linea, nella convinzione che il futuro del Kosovo è nell’Unione Europea. La Commissione – come da noi auspicato nel Piano in otto punti - ha presentato ad ottobre uno studio che costituisce una valida base su cui lavorare anche se, va ammesso, il compito non è agevole dal momento che sul Kosovo esistono posizioni sensibilmente diverse tra gli Stati membri UE. Quanto alle garanzie per la sua sicurezza, il principio di corresponsabilità invocato in ambito NATO/KFOR e sintetizzato nella formula “Together in, Together out” è e deve restare l’assioma centrale per le decisioni che la Comunità internazionale dovrà assumere.

Croazia e Macedonia: i Paesi più avanzati nel processo di integrazione - Se il Kosovo deve ancora compiere molta strada per essere pienamente integrato nelle strutture euro-atlantiche, Croazia e Macedonia hanno invece già superato molti ostacoli sulla strada verso Bruxelles. Zagabria ha compiuto sforzi straordinari nei negoziati di adesione che, messi in stallo dal noto contenzioso con la Slovenia, sono stati poi sbloccati, giungendo adesso alle ultime battute. Su questa dinamica il ruolo dell’Italia è stato prezioso ed oggi nutriamo la legittima aspettativa che l’ingresso di Zagabria nella UE possa coronarsi effettivamente nel 2011. Si tratterà di uno sviluppo cruciale, di ulteriore stimolo per tutta la regione.

Il caso macedone è, invece, un monito all’Europa a mantenere fede alle proprie promesse. Skopje, che beneficia dello status di candidato dal lontano 2005, attende ancora l’apertura dei negoziati di adesione. Lo scorso ottobre la Commissione ha dato parere favorevole in tal senso e l’Italia sta lavorando affinché l’apertura dei relativi negoziati avvenga quanto prima. Come ribadito in più occasioni, riteniamo che le questioni bilaterali, quale è la disputa tra Skopje e Atene sul nome del Paese, non debbano interferire con il processo di adesione.

La Bosnia Erzegovina: dalla logica di Dayton a quella di Bruxelles - Degli otto punti da me indicati lo scorso anno, solo quello inerente alla Bosnia non ha ancora registrato gli sviluppi sperati. In particolare, la ridefinizione degli assetti della Comunità Internazionale nel Paese con la chiusura dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante e il passaggio a un ruolo guida dell’UE restano bloccati da una crisi politica interna, anche in vista delle prossime elezioni, che preoccupa l’Italia e l’Europa. A quindici anni da Dayton il contesto bosniaco continua a registrare fragilità nella convivenza interetnica e difficoltà di sostenibilità istituzionale. Nondimeno, proprio nell’attuale contesto di crisi emerge l’esigenza di un’azione decisa dell’UE in Bosnia che consenta di tenere questo paese agganciato ai progressi registrati dagli altri paesi della regione. Occorre agire in raccordo con gli altri partner internazionali coinvolti, in primis Stati Uniti, Russia e Turchia, avendo chiaramente presente che il futuro di questo paese è in Europa.

La conferenza UE-Balcani: accolta la proposta dell’Italia - Ancora una volta la Bosnia sembra essere dunque il paese attraverso il quale passa il destino dell’intera regione balcanica. Un ulteriore motivo per tornare a ribadire con forza un messaggio politico chiaro sulla prospettiva europea dei Paesi oltre-Adriatico. In questo senso, la mia proposta di un incontro politico ad alto livello UE-Balcani Occidentali, ultimo degli otto punti che ho presentato un anno fa, è stata fatta propria dalla Presidenza spagnola che si sta adoperando per organizzare l’evento a chiusura del proprio semestre di Presidenza. Tale incontro – a dieci anni dal Vertice di Zagabria del 2000 - costituisce un’opportunità unica per dare rinnovato impulso al percorso della regione verso la piena adesione alla UE, secondo un approccio che tenga conto dei meriti di ciascuno.

Il contributo dell’Italia al contesto regionale: INCE, IAI e Strategia europea per l’Adriatico e lo Ionio - L’Italia continuerà a dare un contributo originale e costruttivo alle politiche della UE nei Balcani. Già nel lontano 1989, all’indomani del crollo del muro di Berlino, il nostro paese seppe cogliere prima di molti altri l’esigenza di accelerare l’integrazione dell’Europa centro meridionale nel resto del Continente. Lo facemmo con visione e coraggio, lanciando quell’Iniziativa Centro Europea (InCE) che trova non a caso in questa Regione, a Trieste, la sede del proprio Segretariato Generale. Un’esperienza che si è dimostrata vincente se si considera che oggi la metà degli Stati Membri dell’InCE è entrata nell’Unione Europea. Abbiamo poi ribadito nel 2000 il nostro impegno in chiave regionale a favore del processo di integrazione europea dei Balcani Occidentali lanciando l’Iniziativa Adriatico Ionica (IAI) della quale ricorre tra qualche mese il decimo anniversario.

L’esperienza maturata in questi anni conferma l’esigenza di focalizzare la nostra attenzione sulla regione adriatica quale area strategica per l’Europa, in linea con l’esperienza già fatta o che si accingono a fare altre macro-regioni europee come il Baltico e il Danubio. Oggi riteniamo che vi siano le condizioni per una riflessione concreta sull’ipotesi di una Strategia europea per l’Adriatico e lo Ionio. Intendiamo approfondire questa prospettiva muovendoci con i Paesi membri interessati ed i Paesi terzi che gravitano sul bacino, in piena intesa con la Commissione e coinvolgendo nella misura più ampia possibile le nostre Regioni ed il Comitato delle Regioni.

L’Adriatico è da secoli motore di sviluppo economico e fucina di cultura. Le sue capacità di armonizzare realtà diverse lo rendono un patrimonio di tutta l’Europa, che va valorizzato adeguatamente con politiche mirate al sostegno della crescita sociale ed economica. L’Italia ha avviato in tale ottica una decisa azione di rilancio e rafforzamento degli strumenti di cooperazione regionale, in primis InCE e IAI, nella convinzione che le potenzialità dell’area adriatico-balcanica sapranno confermare questa regione quale cuore pulsante dell’Europa nel XXI Secolo.


Luogo:

Gorizia

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