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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

11/03/2010


Dettaglio intervento

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Signor Presidente della Repubblica,

Magnifico Rettore,

Autorità presenti,

Signore e Signori,

spetta naturalmente agli storici compiere una ricostruzione accurata del quadro che ha fatto da sfondo all’azione diplomatica dell’Italia nei suoi 150 anni di vita unitaria. Lascio a loro il compito di continuare ad approfondire le “costanti” e le “variabili” nella politica estera dell’Italia liberale, dell’Italia fascista e dell’Italia democratica. Tre fasi della nostra storia che presentano ancora alcuni importanti nodi da sciogliere. Penso, in particolare, al peso effettivamente avuto dai miti risorgimentali nell’identificazione degli interessi strategici del Paese; al carattere, elitario o popolare, del nostro nazionalismo; alle ragioni di un’alternanza, nel modo di porsi dell’Italia sulla scena internazionale, tra volontà di potenza e sentimento di insicurezza; alle esperienze storiche e al tipo di cultura che hanno maggiormente ispirato le nostre scelte di politica estera.

Le costanti della politica estera italiana tra guerra fredda e sfide globali: “tre cerchi concentrici” - Ciò premesso, cercando il “filo rosso” che ha intrecciato la tela del nostro ruolo internazionale, esiste certamente un ampio consenso nel riconoscere che, dalla fine della seconda guerra mondiale al 1989, l’Italia ha svolto una missione di politica estera fondamentalmente “regionale”. Durante gli anni del confronto bipolare il nostro ambito d’azione è stato cioè circoscritto, in via prioritaria, dal raggio di “tre cerchi concentrici”: l’area mediterranea, la partecipazione al processo di integrazione europea e il rapporto transatlantico. In quel cinquantennio, la misura dello status internazionale dell’Italia era pertanto il risultato della sommatoria tra il nostro valore aggiunto geo-politico nel Mare nostrum; la nostra capacità d’iniziativa come Stato fondatore della Comunità europea; e la nostra credibilità come alleato degli Stati Uniti.

Nel mondo globalizzato, questi tre punti di riferimento rimangono sempre validi, ma non sono più sufficienti a qualificare la nostra missione internazionale. Superata la sua dimensione da guerra fredda, l’Italia del XXI° secolo deve sviluppare una visione globale del proprio ruolo internazionale e confrontarsi con nuove sfide: terrorismo, non proliferazione, cambiamenti climatici, sicurezza energetica, tanto per citarne alcune. L’Italia è dunque oggi chiamata ad aggiornare e ad integrare le costanti della propria politica estera, facendo leva sul metodo che esprime la cifra culturale della nostra diplomazia: il dialogo cooperativo e il multilateralismo efficace. Le Nazioni Unite, l’Unione Europea e la NATO rimangono i fori principali nei quali incanalare le iniziative più importanti della nostra azione internazionale, unitamente ad un approccio sempre costruttivo nei rapporti bilaterali con i partners tradizionali e con i nuovi attori emergenti.

Se dovessi comunque scegliere il parametro che più di ogni altro misura oggi lo status globale dell’Italia citerei la nostra partecipazione alle missioni internazionali di pace. La qualità e la quantità dei contingenti italiani, la nostra capacità di offrire un contributo sia militare che di ricostruzione civile fanno dell’Italia un partner apprezzato e rispettato in ogni angolo del pianeta. Le missioni in Afghanistan o in Libano rappresentano, sotto questo profilo, i casi più eloquenti.

Consentitemi adesso di soffermarmi brevemente su ognuna delle tre costanti della nostra politica estera – dimensione mediterranea, europea, ed atlantica – mettendo in luce la diversa fisionomia che esse hanno assunto nel contesto globale che stiamo vivendo.

(1) Dimensione mediterranea. Il “Mare Nostrum”: da “confine” a “ponte” per la proiezione globale dell’Italia - Se fino a ieri Mediterraneo e Adriatico dettavano il perimetro d’azione del nostro ruolo regionale, oggi l’Italia sta lavorando per trasformare quei “confini” in un “ponte” da attraversare per costruire nuovi partenariati politici, economici e di sicurezza. Da questo punto di vista, il Trattato di amicizia che abbiamo firmato con la Libia è emblematico della nostra volontà di aprire una nuova stagione di cooperazione con i Paesi della regione. Al contempo, il progressivo ingresso dei Balcani nelle strutture euro-atlantiche sta stabilizzando un’area che ci proietta verso il Caucaso, il Caspio e l’Asia centrale. Pensiamo, in questo senso, ai nostri interessi energetici e ai relativi progetti di pipeline verso sud-est: ITGI, South Stream e Nabucco.

L’Italia guarda inoltre al Mediterraneo da un angolo visuale più ampio rispetto a quello tradizionalmente limitato alla sponda sud e al Medio Oriente. Il nostro concetto geo-politico dell’area si è “allargato” e investe oggi due nuove dimensioni. Da un lato, la “terza sponda” di quel Mare e cioè i Paesi del Golfo, il cui coinvolgimento nelle politiche euro-mediterranee è fondamentale per garantire la stabilità dell’intera regione, per promuovere la sua integrazione economica e svilupparvi le necessarie infrastrutture energetiche, di trasporto e telecomunicazione. Dall’altro lato, la striscia di instabilità che dall’Africa occidentale attraversa il Sahel, risale verso il Corno d’Africa e arriva fino al Golfo di Aden e alla penisola arabica. Un’area generatrice di fattori destabilizzanti che investono il Mediterraneo e mettono a repentaglio la stessa sicurezza europea. Basti pensare, a questo riguardo, al drammatico fenomeno dell’immigrazione clandestina, alla presenza di cellule che fomentano il terrorismo islamico, al traffico di droga e al crimine organizzato, alla pirateria.

(2) Dimensione europea. Competitività e ruolo globale: Strategia 2020 e difesa comune - Sul piano dell’integrazione europea, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona la UE non ha più alibi istituzionali ed è chiamata a concentrarsi su nuove priorità. Dobbiamo anzitutto contribuire a forgiare un’Unione Europea più competitiva, che nel prossimo decennio sappia rilanciare crescita ed occupazione. Se, nel medio periodo, lo strumento per raggiungere questo obiettivo è stato individuato nella “Strategia Europa 2020”, il passo più immediato da compiere in questa direzione è oggi rappresentato dalla necessità di sterilizzare la crisi finanziaria greca. Crisi che, da un lato, ha fatto emergere alcune carenze nei meccanismi di governance dell’Euro mentre, dall’altro, ha offerto l’opportunità per individuare forme più concrete di governo comune dell’economia europea, ad esempio nel campo delle politiche fiscali.

In secondo luogo, bisogna adoperarsi per dotare la UE di una mentalità e di un raggio d’azione globali. Uno dei modi per contribuire al raggiungimento di questo risultato è sicuramente quello, caro anche al Signor Presidente della Repubblica, di stimolare un ulteriore salto di qualità nella costruzione della dimensione di sicurezza e difesa dell’Unione Europea. Dobbiamo puntare, in sostanza, ad un esercito comune europeo, sfruttando tutti i margini offerti dal Trattato di Lisbona, razionalizzando gli strumenti e le risorse che abbiamo già a disposizione e immaginando una “road map” che indichi le tappe da superare per conseguire l’obiettivo. Sotto questo profilo, la UE ha soprattutto bisogno di sviluppare appieno - in stretto raccordo con la NATO - le sue capacità civili e militari di crisis-management. Sarà infatti la capacità dell’Unione di contribuire, tempestivamente ed in modo efficace, alla stabilizzazione delle aree di crisi il parametro che darà la misura del suo status globale. Che si tratti di Afghanistan, di Somalia, di Kosovo o – anche – di situazioni provocate da catastrofi naturali, come nel caso di Haiti.

(3) Dimensione atlantica. Un’agenda al passo con i tempi: sicurezza e diritti fondamentali della persona - Per quanto concerne il rapporto transatlantico, l’Italia sta lavorando – bilateralmente, in seno alla NATO e attraverso l’Unione Europea - per definire con gli Stati Uniti un’agenda al passo con le nuove sfide globali. Ma al di là della necessità di aggiornare i suoi “contenuti”, possiamo ritenere che il rapporto transatlantico, il “contenitore”, sia ancora centrale per gli equilibri globali? E’ diventato infatti un clichè rispondere a questa domanda affermando che il potere si è ormai spostato verso il Pacifico e che l’Europa è destinata a scivolare ai margini dello scenario internazionale. Una risposta che certamente coglie la direzione di una tendenza geo-politica di lungo corso, ma che rischia di semplificare eccessivamente la realtà.

Se è infatti innegabile che esista una forte interconnessione tra gli interessi economici di Washington e Pechino, quando si tratta di affrontare questioni cruciali per la sicurezza internazionale la cooperazione tra le due sponde dell’Atlantico appare invece, ancora oggi, condizione necessaria, sebbene non più sufficiente. Per stabilizzare l’Afghanistan, abbiamo certamente bisogno anche del contributo di Russia, Pakistan, India e Cina; ma sarebbe impensabile ottenere questo risultato senza la cornice di sicurezza e i contributi alla ricostruzione civile garantiti da Stati Uniti ed Unione Europea. Per imporre sanzioni efficaci all’Iran abbiamo senza dubbio bisogno anche della collaborazione di Mosca, Pechino e New Delhi; ma sarebbe inimmaginabile approvarle e applicarle senza un’azione coordinata tra Washington e Bruxelles. Nel mondo contemporaneo, l’Atlantico pesa se e quando è unito, se coopera. Se continua – in particolare – ad offrire una valutazione condivisa delle minacce internazionali, ad esempio in sede di revisione del Concetto Strategico della NATO; e se mantiene un punto di vista comune su questioni centrali per la solidarietà atlantica come non proliferazione e deterrenza nucleare. Dal canto suo, l’Europa rimane rilevante quando è capace di tenere un atteggiamento coeso e propositivo, e di forgiare nuovi partenariati politici, e non solo commerciali, ad esempio con Mosca e Pechino.

Oltre che nel settore della sicurezza, il rapporto transatlantico mantiene la sua attualità anche in un campo che rappresenta un “marchio di fabbrica” della politica estera italiana: i diritti fondamentali della persona. Stati Uniti ed Europa condividono gli stessi valori e possono fare molto per favorire la globalizzazione – non solo delle comunicazioni e dei mercati – ma anche dei diritti civili e politici. Nella visione italiana, tracciate alcune linee rosse che consentano di preservare universalmente il cuore di tali diritti, bisogna seguire un approccio bottom-up affinché essi possano germogliare e svilupparsi all’interno dei Paesi che ne sono deficitari. È questa logica di ownership che – ad esempio - ha ispirato la nostra iniziativa in ambito ONU a favore dell’abolizione delle mutilazioni genitali femminili, obiettivo per il cui raggiungimento si sta affiancando, alle nostre azioni di stimolo politico, la leadership di Paesi direttamente interessati come Egitto e Senegal.

Signore e Signori,

come emerge da queste considerazioni vi è sempre più la necessità, per l’Italia, di una politica estera attiva ed intraprendente. Qualsiasi discorso sul futuro del nostro Paese nel sistema globale deve insomma partire dalle nuove esigenze dello scenario internazionale. Rispetto ad esse, anche il nostro sistema nazionale deve costantemente adattarsi in ragione delle sempre maggiori interconnessioni tra politica interna ed estera. A 150 anni dalla sua nascita, l’Italia sarà più sicura e competitiva quanto più sarà consapevole, nella sua classe dirigente come nell’opinione pubblica, del ruolo di “responsible stakeholder” globale che ormai le spetta. E al quale non può e non vuole sottrarsi.


Luogo:

Roma

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