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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

17/03/2010


Dettaglio intervento

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

1) Introduzione

Ringrazio innanzitutto tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione di questo Forum per i Media afghani: il Servizio Stampa della Farnesina e i partner esterni, la Camera dei Deputati, la Guardia di Finanza, il Comando Operativo Interforze, il Comune di Roma, Sky, l’Ansa, Radio 24, e in particolare la RAI.
Anche in questa importante occasione, vorrei sottolineare l’apporto RAI, un sostegno che consente, da un lato, di rimarcare quanto siano significativi per noi e per il sistema Italia la sinergia e il coordinamento con il servizio pubblico radio televisivo, dall’altro, offre alla Farnesina la possibilità di rendere più incisive e visibili le proprie iniziative. Sono grato al Presidente Garimberti e al CdA RAI per avere offerto a noi un’ulteriore occasione per dare forza e radici al nostro impegno comune e ai nostri amici afghani appuntamenti utili per una conoscenza migliore del nostro sistema radiotelevisivo. In prospettiva, le relazioni e i contatti di questi giorni, spero possano contribuire a completare il bagaglio dell’esperienza professionale degli amici afghani.
Sono particolarmente lieto di dare il benvenuto a questa nutrita delegazione di giornalisti Afghani. Sono qui per discutere con voi, per ascoltare la voce del popolo afghano e proprio per questo non mi dilungherò troppo ma fornirò soltanto alcuni flash sull’impegno dell’Italia in Afghanistan.

2) La strategia di transizione

La Conferenza di Londra del 28 gennaio scorso ha inaugurato una nuova fase nei rapporti tra comunità internazionale e Afghanistan, la fase della transizione. Ciò che segna il cambio di passo è la richiesta, a fronte di un rinnovato impegno della comunità internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, di un atteggiamento maggiormente risolutivo da parte afghana e di un’effettiva ownership dei processi di stabilizzazione, sicurezza, affermazione della governance (centrale e locale), lotta alla corruzione e coordinamento degli aiuti.
Nessuno dei partner della Comunità internazionale è in Afghanistan per restarci. Stiamo lavorando insieme sia nel Paese sia nel più ampio contesto regionale, per creare, oggi, le condizioni minime indispensabili che permettano di trasferire progressivamente al Governo di Kabul la responsabilitàe la gestione della sicurezza, ma soprattutto del buon governo del Paese.

3) La priorità della componente civile ed economica.

Per noi è chiaro: il successo in Afghanistan non può essere raggiunto attraverso lo strumento militare; garantire una cornice di sicurezza è funzionale allo sviluppo economico, istituzionale e sociale dell’Afghanistan. Soltanto attraverso questo sviluppo potremo avere una sicurezza sostenibile in Afghanistan nell’interesse degli afghani e della comunità internazionale nel suo insieme.
L’impegno di cooperazione civile italiano, ad oggi, ammonta a 473 milioni di Euro e si muove nel rispetto dell’Afghan National Development Strategy (ANDS) e dell’ownership afgana.
I settori di concentrazione delle attività di cooperazione civile italiana comprendono l’agricoltura e sviluppo rurale, la governance (capacity building, giustizia, elezioni), la sanità e servizi di base e le infrastrutture stradali. Sul piano geografico, gli interventi riguardano l’intero territorio nazionale, con particolare e crescente attenzione per la Provincia di Herat, dove ha sede il PRT italiano, e la Regione occidentale.
In un’ottica di rafforzamento delle capacità e responsabilizzazione dell’amministrazione afghana e in nome dell’ownership, l’Italia continuerà a privilegiare la canalizzazione dei propri aiuti allo sviluppo attraverso il bilancio dello Stato afghano, con parallele riforme della struttura di bilancio e della pubblica amministrazione per incrementarne l’efficienza e la trasparenza. L’obiettivo fissato alla Conferenza di Londra del 50% dell’aiuto canalizzato attraverso il bilancio nazionale afghano è raggiunto e anzi superato da parte italiana, che vanta sotto questo profilo un comportamento particolarmente virtuoso.
La nostra intenzione è di passare gradualmente dall’assistenza al commercio agli investimenti, valorizzando il ruolo particolarmente significativo che può essere svolto dai settori privati afgano e dei Paesi partner, con l’obiettivo di dare sostenibilità ad uno sviluppo endogeno. Ciò appare di particolare interesse nella regione di Herat, ricca di risorse (marmo, zafferano, frutta, tessuti) non adeguatamente utilizzate per mancanza di capacità tecniche e manageriali e di risorse finanziarie per passare alla fase di lavorazione in loco e commercializzazione. Sono state attuate pertanto iniziative in tale direzione (incontro tra imprenditori di Herat e operatori e associazioni italiane a Roma, lo scorso maggio) ed altre sono allo studio.
Il nostro obiettivo è di restituire l’Afghanistan agli afghani, continuando ad impegnarci in campo civile ed economico, anche nel lungo periodo, sulla base di una partnership paritaria e nel pieno rispetto della sovranità afghana.
Sempre sul piano civile, vorrei ricordare la collaborazione tra la Banca Centrale afgana (DAB) e la Banca d’Italia, mentre la cooperazione decentrata sta assumendo importanza grazie alle iniziative, concertate con il MAE, della Regione Lombardia e di altri enti locali.
Nel quadro del nostro impegno civile vorrei spendere due parole per quanto riguarda la tutela dei diritti umani e in particolare dei diritti delle donne. Si tratta per noi di un aspetto essenziale nel processo di maturazione della democrazia afghana: ci siamo particolarmente impegnati – come sapete – in questo settore. Ricordo l’invito rivolto alle donne afghane in occasione del G8 del settembre scorso e il nostro sostegno per i programmi di integrazione delle donne nel mercato del lavoro. Sono stati fatti importanti progressi per quanto concerne i diritti delle donne e i diritti umani ingenerale ma non intendiamo abbassare la guardia e vogliamo aiutare a consolidare ulteriormente le conquiste acquisite.

4) Sicurezza e reintegrazione

La transizione e l’assunzione di responsabilità da parte afgana nel settore della sicurezza sono due aspetti cruciali. La transition strategy mira a mettere in grado gli afghani di occuparsi della propria sicurezza in un arco temporale ragionevole e previa intensificazione dell’addestramento delle forze afgane. La transizione sarà condition based e non event driven e potrà avere inizio auspicabilmente già alla fine del 2010/inizio 2011.
In un’ottica di transizione, sono stati pianificati significativi incrementi dell’esercito e delle forze di polizia afgane (l’obiettivo è 171.000 effettivi per l’esercito e 134.000 per la polizia entro la fine del 2011), che saranno sostenuti dalla comunità internazionale con un rinnovato sforzo per l’addestramento e la formazione - peraltro già in atto.
L’Italia è da tempo impegnata in questo settore, con attività che hanno suscitato il vivo apprezzamento nei nostri partner internazionali e continuerà a svolgere tale compito, essenziale per la fase di transizione, sia nel quadro della NTM-A e di EUPOL sia incrementando il contingente dell’Arma dei Carabinieri dedicato in prevalenza proprio alle attività addestrative, senza dimenticare l’attività della Guardia di Finanza per la polizia di frontiera.
L’approccio sposato alla Conferenza di Londra è fortemente sostenuto dall’Italia: tiene nella massima considerazione la necessità di proteggere la popolazione ed evitare ulteriori vittime civili. A tal fine, la comunità internazionale ha accolto la rinnovata determinazione di ISAF di ridurre tali rischi e di fare luce eventuali altri casi di civilian casualties, avvalendosi anche della collaborazione delle forze di sicurezza afghane.
Uno degli aspetti più rilevanti della Conferenza di Londra è stato l’avvio della strategia di reintegrazione nella vita civile di quegli insorgenti disposti ad accettare la Costituzione e a rinunciare alla violenza. Si tratta di una svolta importante per recuperare quelle frange del movimento talebano non motivate ideologicamente e spinte a battersi dal bisogno e dall’assenza di alternative economiche. La creazione di condizioni economiche viene unanimemente percepita come la strada da seguire affinché i militanti, e prima ancora le comunità che li accolgono, abbandonino spontaneamente l’insorgenza. Per finanziare la strategia di reintegrazione verrà istituito un Trust Fund, cui anche l’Italia darà il proprio contributo una volta che ne saranno noti i meccanismi di funzionamento.
La reintegrazione dovrà accompagnarsi alla riconciliazione politica con i vertici dell’insorgenza, prospettiva fatta propria dal Presidente Karzai (che ha annunciato la creazione di un Consiglio nazionale per la pace, la riconciliazione e la reintegrazione) e che dovrà inevitabilmente basarsi sull’ownership afgana.

5) Dimensione regionale

La cooperazione regionale resta per noi cruciale nel processo di stabilizzazione dell’Afghanistan. Al vertice ministeriale del giugno scorso a Trieste, organizzato dalla presidenza italiana del G8, si è convenuto, alla presenza di tutti i principali attori internazionali e regionali interessati, sull’esigenza di compiere progressi concreti in tre pilastri: gestione delle frontiere/lotta ai traffici illeciti, sviluppo economico e sociale; valorizzazione del capitale umano. L’approccio regionale è essenziale nella lotta al terrorismo ed ai traffici di droga in primis, per incrementare il commercio e gli scambi e per creare condizioni favorevoli per la reintegrazione dei rifugiati afgani nei Paesi vicini. L’Afghanistan si è al riguardo impegnato a migliorare concretamente i rapporti con i Paesi che lo circondano.
Siamo felici che tale approccio sia ora patrimonio condiviso della comunità internazionale, come testimoniano il recente Piano d’Azione dell’UE per l’Afghanistan e il Pakistan ed i programmi che diverse agenzie delle Nazioni Unite (FAO, UNODC, UNHCR) stanno formulando e attuando riprendendo le priorità individuate a Trieste.
Molto dipende dallo stato di rapporti fra India e Pakistan, che hanno registrato nei giorni scorsi qualche timido segnale di miglioramento dopo il disastro di Mumbai, vera chiave della stabilità regionale e quindi della stabilizzazione dell’Afghanistan.

6) Conclusioni

L’Afghanistan è un Paese che ha attraversato decenni di conflitti, che non ha una tradizione democratica consolidata, ove le istituzioni sono ancora fragili e gli indicatori di sicurezza e di sviluppo non soddisfacenti. Proprio per questo, compito della comunità internazionale deve essere quello di indicare la migliore strada per lo sviluppo, premessa di ogni pacifica convivenza.
L’Italia vi è vicina. Il nostro è un impegno di lunga durata che ci ha visti sin dal 2001 attivi partner in un processo avviato proprio a Roma negli anni ’90. Si tratta di uno sforzo condiviso insieme ai nostri maggiori alleati e alle organizzazioni internazionali che resta vitale per il perseguimento degli obiettivi regionali e globali di stabilità e sicurezza.

Luogo:

Roma

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