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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

19/10/2010


Dettaglio intervento

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

· Il crescente rilievo pubblico della religione, anche nel campo delle relazioni internazionali, rende desueto l’approccio fondato sulla rilevanza esclusivamente geo-politica delle chiese cristiane in Medio Oriente, sia latine che orientali.

Appare essenziale, infatti, saper identificare e valorizzare la funzione delle comunità cristiane nei contesti mediorientali, caratterizzati da conflitti irrisolti e da un ritorno del senso religioso nella società che però si manifesta troppo spesso in senso esclusivo e intollerante.

· E’ in Medio Oriente che l'Ebraismo, il Cristianesimo e l'Islam non solo sono nati ma si sono sviluppati per molti secoli, attraverso un percorso di maturazione spirituale che ha favorito un profondo sviluppo di idee, di esperienze, di vita individuale e comunitaria.

A partire dall’11 settembre 2001 si è affermata, tuttavia, nel mondo, una tendenza a definire in modo esclusivo le identità di appartenenza, anche religiosa, con conseguenze negative sul dialogo tra le diverse religioni e sulla stabilità della regione mediorientale.

· Questi sviluppi hanno inciso particolarmente sulla minoranza cristiana, portando ad una situazione che può essere emblematicamente descritta citando il titolo di una recente pubblicazione sull’argomento: “I Cristiani e il Medio Oriente. La grande fuga”. Il numero dei cristiani in Medio Oriente, che era già radicalmente diminuito durante il secolo scorso (nella sola Istanbul a inizio Novecento c’erano 50 mila cristiani, mentre ora sono al massimo 2/3 mila) sta, infatti, calando drasticamente. Più in generale, è il ruolo della Comunità cristiana ad aver perso la sua influenza all’interno delle società mediorientali.

In parallelo, aumentano gli episodi di violenza contro le minoranze cristiane. E’ un fenomeno cui guardiamo con grande preoccupazione e che non può più essere ignorato. Secondo un recente rapporto sulle restrizioni religiose pubblicato da un’affidabile istituzione americana (Pew Forum), su 100 morti per odio religioso nel mondo, 75 sono cristiani. Sono decine di migliaia i cristiani oggetto, ogni anno, di persecuzioni, violenze, confische, intimidazioni. Il loro desiderio di vivere in pace e nella convivenza con altre religioni viene spesso negato e punito.

La tela di fondo del convegno che ci vede oggi riuniti è una situazione mediorientale di forte sofferenza delle comunità cristiane, colpite in Irak, divise in Libano, soggette alle ripercussioni dell’ondata di islamizzazione in atto in Egitto, costrette, altrove, a resistere agli abusi di regimi autoritari.

La “cristianofobia” appare oggi un rischio molto più concreto dell’islamofobia tanto paventata negli ultimi dieci anni.

· Le comunità cristiane fronteggiano dunque oggi una doppia sfida: quella derivante dalle fratture politiche interne e internazionali nella regione, e quella proveniente dalla nuova assertività di movimenti fondamentalisti e integralisti, che spesso tendono a confondere la fede cristiana come una caratterizzazione culturale “dell’occidente”.

Da questo punto di vista, in molti contesti le comunità cristiane vivono un’irreale condizione di “estraneità”, pur essendo state storicamente proprio le Chiese orientali i centri propulsori e di irradiazione del cristianesimo e pur essendo le comunità cristiane presenti sul territorio da molto prima dell’arrivo dell’Islam.

Inoltre, in alcuni casi il maggiore coinvolgimento delle popolazioni nella vita politica ha portato ad esasperare sia le contrapposizioni tra le varie comunità sia l’ispirazione identitaria “religiosa”, comprimendo quel rispetto della libertà e dell’uguaglianza di diritti personali, sociali, civili e religiosi di tutte le minoranze che pure dovrebbe invece essere un indicatore della maturità di una democrazia. Un paradosso dei processi di democratizzazione su cui occorre riflettere.

· Le tre direttrici lungo le quali un’analisi politica della presenza cristiana in Medio Oriente dovrebbe articolarsi sono, quindi: la dimensione politico-internazionale (ovvero i conflitti aperti o latenti), la dimensione simbolico-identitaria (ovvero i caratteri prevalentemente religiosi dei nuovi movimenti sociali) e la dimensione democratica, cioè la questione dei diritti e, in particolare, il tema cruciale della libertà religiosa.

Il grande obiettivo della pace non può essere perseguito se non promuovendo una sinergia tra queste molteplici dimensioni. Si tratta, dunque, di articolare una visione complessiva delle sfide da superare e soprattutto del contributo da offrire per ricomporre un tessuto di rapporti interstatali, inter-comunitari e infra-comunitari che presenta gravi lacerazioni, alcune di origine antica, altre più recenti.

Ciò anche tenendo conto delle differenze di approccio e di sensibilità alle questioni appena elencate da parte delle diverse comunità cristiane, che sono spesso assai gelose delle proprie tradizioni storiche, sicuramente di valore, ma che in determinate situazioni possono rendere ancora più difficile il compito di influenzare positivamente il contesto politico e sociale locale.

· Tutti questi nodi sono affrontati con chiarezza e con lungimiranza nell’«Instrumentum Laboris». Il documento di preparazione del Sinodo per il Medio Oriente tocca in modo approfondito questioni di primaria rilevanza, quali la conoscenza reciproca tra le tre religioni monoteiste, la necessità del loro comune impegno a favore della pace, della concordia e della promozione dei valori spirituali, il concetto di «laicità positiva» come apporto dei cristiani alla promozione di una democrazia sana e positivamente laica, che riconosca pienamente il ruolo della religione anche nella vita pubblica.

Colpisce, in particolare, l’appello vibrante ai cristiani a non ripiegarsi sotto i colpi delle avversità ma a continuare ad adottare un comportamento attivo, volto a diffondere uno spirito di riconciliazione, a promuovere quella che il documento chiama “pedagogia della pace” e a denunciare la violenza, da qualunque parte provenga, nel nome di quel valore fondamentale per la nostra fede che è il perdono.

E’ un compito che richiede grande coraggio ma che potrà davvero rivelarsi prezioso per recuperare quel senso di fraternità tra le fedi necessario alla pace. In questo sforzo, i cristiani potranno trarre linfa sia dalla consapevolezza del valore essenziale della loro presenza in Medio Oriente – che è ampiamente riconosciuto - sia dall’opportunità di ricercare con i mussulmani un’intesa sul contrasto a quegli aspetti della modernità che, al pari dell’estremismo, minacciano le società della religione: ateismo, materialismo, relativismo.

· La protezione e la promozione della libertà di religione e di credo costituiscono una delle priorità della politica estera italiana nel campo dei diritti umani. Il Governo italiano si è attivo in via bilaterale e su tutti i fronti multilaterali competenti, nella convinzione che la libertà di religione sia alla base di tutto l’impianto di diritti e libertà oggi affermato in Occidente. L’Italia ha promosso in seno all’Unione Europea un piano di azione coordinato per sostenere la libertà religiosa e la protezione dei diritti delle persone appartenenti a minoranze religiose. Ogni Stato dovrebbe essere vigile su tale materia, al fine di evitare che episodi di intolleranza religiosa abbiano luogo. Anche nell’ambito delle Nazioni Unite l’Italia svolge un ruolo attivo, attraverso le risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio Diritti Umani sull’intolleranza religiosa, il mandato dell’esperto indipendente per la libertà di religione o di credo e le iniziative di dialogo nell’ambito della “Alleanza delle Civiltà”.

Come sapete, l’Italia ha reagito con forza alla sentenza della Corte di Strasburgo che vieta l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche italiane, nella convinzione che il crocefisso rappresenti il diritto ad esprimere il proprio credo e non sia in contraddizione con lo Stato laico, che tutela la libertà di religione.

· Il Governo italiano ha a cuore in particolare la condizione dei cristiani in Medio Oriente, che hanno contribuito nel corso dei secoli allo sviluppo culturale, sociale ed economico della regione. La presenza cristiana in Medio Oriente ha registrato un calo progressivo, al punto che, se fino ad un secolo fa le comunità cristiane rappresentavano il 20% della popolazione, oggi ne rappresentano solo il 5%. In Libano, ad esempio, la presenza cristiana risulta essere in costante declino (è passata dal 55% al 30-40% negli ultimi 30 anni) e nei Territori palestinesi i cristiani attualmente costituiscono meno del 3% della popolazione, con un forte calo rispetto a 60 anni fa. In Iraq la comunità cristiana è diminuita della metà in questi ultimi sette anni. Siamo preoccupati per tale diminuzione generata dall’instabilità politica, dalla mancanza di prospettive economiche e dal radicalizzarsi degli estremismi. Riteniamo che la presenza cristiana costituisca un elemento di ricchezza per la regione e vada tutelata e valorizzata, anche alla luce del messaggio di pace e di tolleranza di cui è portatrice.

· Il nostro Paese non può che concordare con l’azione propiziata dal Sinodo per il Medio Oriente a tutela della presenza del cristianesimo nelle terre in cui esso e’ nato. Ciò perché abbiamo soprattutto a cuore il ruolo di testimonianza a favore della comprensione e della tolleranza svolto dai cristiani di Terra Santa e dalle numerose istituzioni cattoliche che vi sono attive, anche attraverso le numerose opere di assistenza ed educazione cui hanno dato vita. Riteniamo che l’auspicato e tardivo regolamento del conflitto israelo-palestinese, cui tende lo sforzo dell’Amministrazione Obama, dell’Unione Europea e dell’Italia, non potrà che migliorare la condizione dei cristiani di Terra Santa, contribuendo a preservare il carattere multiconfessionale e multiculturale della Città Santa di Gerusalemme.

· L’impegno profuso dall’Italia in Libano non può prescindere dalla specificità confessionale del Paese dei Cedri: “Paese Messaggio” - nella definizione di Papa Benedetto XVI - per il suo esempio ineguagliato di illuminata coesistenza pacifica. Il nostro Paese, pur essendo particolarmente attento alle esigenze delle comunità cristiane, non limita perciò il proprio intervento alle sole aree a prevalenza cristiana, ma è attivo anche nelle zone del Libano di residenza delle popolazioni sciite, sunnite, druse, proprio perché abbiamo attenzione alla salvaguardia del carattere multi-confessionale del Paese.

· Con riferimento alla situazione dei cristiani in Iraq, che ha ispirato il presente Sinodo per il Medio Oriente, occorre ricordare come la minoranza cristiana rappresenti una componente essenziale della storia e della società irachena, la cui importanza è riconosciuta dal governo e da tutte le maggiori forze politiche del Paese.L’Italia si trova inposizione di primo piano nell'azione della Comunità Internazionale volta a salvaguardarne incolumità, identità epresenza, con l'auspicio chesi affermino ovunquerispetto reciproco e libertà religiosa.

· Per quanto riguarda l'Egitto, non possiamo che apprezzare l’atteggiamento del governo di valorizzare la comunità copta nel quadro di quella parità delle religioni che, sulla base della costituzione, gli amici egiziani hanno da sempre inteso garantire. Mi fa piacere ricordare in proposito quanto recentemente affermato dal Presidente Mubarak il quale, nel sottolineare che non ci sono distinzioni tra i figli dello stesso Paese basate sulla religione, ha affermato: “viviamo tutti, Musulmani e Copti, sotto una stessa bandiera di una stessa patria basata sul principio della cittadinanza.”

· L’Italia guarda con attenzione anche alle preoccupazioni in termini di difficoltà materiali e spirituali espresse dai rappresentanti della comunità cristiana in Turchia. Apprezziamo i passi fin qui compiuti da Ankara a tutela delle minoranze religiose: in particolare accogliamo positivamente il successo del recente referendum costituzionale, che certamente avvicina la Turchia all’Europa in questo delicato campo.

· In Iran, dove la comunità cristiana rappresenta una componente sociale di rilievo, l’Italia, nel pieno rispetto delle leggi iraniane, è sensibile alle istanze dei cristiani iraniani e di tutte le minoranze e favorisce la tutela dei diritti di ogni comunità.

Concludo con l’augurio che i lavori di questo Sinodo, l’impegno delle comunità cristiane nel mondo e dei Governi sensibili a queste tematiche possano operare per riportare la convivenza inter-religiosa al centro della realtà mediorientale. Alcuni Paesi, come Siria e Giordania, continuano in questo senso a rappresentare un esempio. Non dimentichiamoci che, a livello di realtà locali, cristiani e musulmani hanno imparato da lungo tempo a convivere in pace e armonia. Le attuali ondate di fondamentalismo mirano ad intaccare proprio questa convivenza, strumentalizzando le differenze a fini politici ed economici. Noi sappiamo che nulla hanno di autenticamente religioso.


Luogo:

Roma

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