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Governo Italiano

Intervento del Ministro Frattini: Link Campus, Roma (20 maggio 2011)

Data:

20/05/2011


Intervento del Ministro Frattini: Link Campus, Roma (20 maggio 2011)

"Whose voice has not yet been heard. Universities for change"

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Rare sono le iniziative, come quella odierna, di dialogo fra la dimensione accademica e quella politica. Eppure, la politica ha molto da apprendere dall’Università. La ricerca è un formidabile strumento di superamento di barriere e steccati: politici, ideologici e culturali. L’uomo di scienza è incline alla collaborazione e alla condivisione, ponendo a se stesso e agli altri tante domande prima di fornire una risposta. Egli è dotato di virtù fondamentali di questi tempi: curiosità e desiderio di conoscenza. Queste virtù sono sconosciute ai fanatici e antidoto contro il fondamentalismo.

La scienza ha anche un’altra caratteristica cui la politica guarda con attenzione. Nelle scienze naturali, le rivoluzioni si verificano quando un'ipotesi di base è indebolita o distrutta da una scoperta. Gli scienziati confutano teorie preesistenti, le rendono obsolete e cambiano i metodi con cui acquisire nuove conoscenze.

Le cose non sono così lineari nelle discipline non esatte, come la politica. Troppo spesso le teorie politiche elaborate dai grandi signori del pensiero sul corso del mondo non hanno retto alla prova dei fatti. A cominciare da quelle di Marx, considerato per anni da una parte dell’umanità il fondatore di un’infallibile scienza della società.

Ma anche in politica esistono momenti di svolta in cui un nuovo sistema esce dalla fase della speculazione per affermarsi nella realtà. La primavera araba, con la richiesta di libertà e l’esplosione del malcontento sociale, è uno di questi momenti, che saranno menzionati in tutti i libri di storia.

I sommovimenti sono stati epocali. Mai prima di allora le nuove generazioni arabe avevano chiesto di partecipare con tale passione alla vita pubblica. Mai prima di allora i giovani si erano opposti con tale resistenza a un’esistenza artificiale di esclusione sociale. Eppure, in una regione in cui l’età media è intorno ai venticinque anni, era logico attendersi che fossero proprio i giovani a invocare a gran voce il cambiamento. Tanto più che una parte rilevante di essi è disoccupata o con limitate aspettative professionali.

Se per anni non ci siamo accorti di questo malessere, è perché non abbiamo guardato ai loro cuori, alle loro speranze e alle loro aspirazioni, ma ci siamo limitati ad assecondare i nostri interessi. Interessi principalmente di sicurezza e stabilità. Credendo erroneamente che la nostra sicurezza e la nostra stabilità sociale fossero incompatibili con le loro aspirazioni di libertà e democrazia. Ma libertà e sicurezza non sono affatto incompatibili. Al contrario, si sorreggono a vicenda. Senza la sicurezza, la libertà è fragile. Senza libertà, la sicurezza può diventare oppressiva.

Abbiamo finalmente aperto gli occhi. Ci siamo svegliati grazie al vento della primavera araba: un vento di libertà che ha avvicinato i cuori della timida Europa a quella dei coraggiosi vicini. Il nostro approccio è cambiato. Non siamo più disposti ad anteporre i nostri interessi ai nostri valori. Siamo pronti a far valere i principi di solidarietà e civiltà quando li vedessimo calpestati. Lo abbiamo dimostrato intervenendo in Libia a difesa della popolazione civile, vittima delle brutali repressioni del regime di Gheddafi. Ma anche con le sanzioni alla Siria.

Le parole pronunciate ieri dal Presidente Obama sono il sigillo di questo radicale cambiamento di approccio dell’Occidente nei confronti del Nord Africa e del Medio Oriente. Anche noi, come gli Stati Uniti, ci opporremo all’uso della violenza e alla repressione dei popoli della regione. Anche noi sosterremo la difesa dei diritti fondamentali, a partire dalla libertà religiosa e dai diritti delle donne, in tutta la sponda sud. Così riusciremo a sfruttare tutti gli spazi che la centralità della persona umana e dei suoi diritti può guadagnarsi nei nuovi scenari.

La primavera araba è una svolta storica. Una svolta che ha dimostrato che anche in politica, come nelle scienze, le rivoluzioni sono figlie di idee e sentimenti prima che di interessi. Perché gli interessi sono mutevoli, ma le idee restano, muovono il mondo e ispirano le nuove generazioni.

I giovani scesi in piazza hanno invocato cambiamenti radicali. E’ venuto il momento di tradurre le loro richieste di libertà, democrazia, trasparenza in atti e comportamenti concreti; è venuto il momento di indirizzare lo spirito vitale delle piazze verso le riforme, incanalando l’energia positiva nelle leggi dei nuovi Parlamenti. Il processo di transizione sarà complesso, come è normale che sia, anche perché non bastano libere elezioni perché si compiano le riforme.

Occorre però scongiurare il rischio che l’euforia iniziale evapori in mero velleitarismo o -peggio ancora- che lasci il campo al lento e sotterraneo lavoro del fondamentalismo islamico. Non solo perché questo malaugurato sviluppo defrauderebbe i popoli delle loro vittorie, ma anche perché graverebbe sulle aspettative di cooperazione con l’Europa, di stabilità democratica e di rilancio economico dei Paesi. Riponiamo quindi grandi aspettative nelle riforme di tutti i Paesi della regione, a partire da quelle in corso in Egitto e Tunisia a quelle annunciate da altri governi, incluso quello transitorio libico.

D’altro canto, noi siamo pronti a fare la nostra parte. Siamo disposti a operare generosamente, senza troppi formalismi e interferenze di tipo paternalistico per aiutare i moderati e i veri democratici. Intendiamo impegnarci senza imporre modelli, ma mettendo a disposizione la nostra esperienza. Lo facciamo da una condizione di vantaggio. L’Italia è un microcosmo in cui si sono riprodotte, su scala diversa e con le dovute distinzioni, alcune contraddizioni vissute dai popoli della sponda sud del Mediterraneo. Ad esempio, anche nel nostro Paese un tessuto imprenditoriale straordinario coesiste con elevati tassi di disoccupazione giovanile. Anche nel nostro Paese, mentre giungono migliaia di migranti, alcuni dei nostri migliori giovani sono costretti ad andar via per trovare un lavoro che li soddisfi.

Non possiamo dare lezioni. Da Paese di frontiera, abbiamo però strumenti culturali e sociali per comprendere i nostri vicini. Gli elementi vincenti della nostra esperienza ci portano, ad esempio, a sostenere un maggiore raccordo del mondo della formazione con quello del lavoro, a puntare sulla qualità dell’apprendimento, a favorire lo sviluppo di un tessuto di piccole e medie imprese. Siamo inoltre disposti a mettere a disposizione dei nostri partners meridionali la competenza maturata negli anni e in varie regioni del mondo nella formazione di amministratori, managers, funzionari pubblici, magistrati, forze di polizia...

Crediamo nell’esigenza di un nuovo Piano Marshall per il Nord Africa e il Medio Oriente. Un piano che attinga ai fondi americani, europei e dei Paesi del Golfo. Il Presidente Obama ha ieri annunciato -e ne eravamo certi- che gli Stati Uniti sono pronti a fare la loro parte, mettendo sul tavolo l’impegno e miliardi di dollari. L’Europa deve seguire l’esempio. Non può fare la tirchia, togliendosi dalle tasche pochi spicci, ma deve rilanciare con forza l’idea dell’integrazione economica euro-mediterranea. Saremo il più determinato alleato degli Stati Uniti nell’azione europea a favore di un’apertura al commercio e agli investimenti. Perché dobbiamo uscire dal vago e passare dai rapporti economici basati su assistenza ed esclusione a quelli fondati su co-sviluppo e integrazione.

Per questa ragione, abbiamo proposto la creazione di un Fondo di partenariato mediterraneo e di un Centro Euro-Mediterraneo di Sviluppo per le PMI. Con queste iniziative vogliamo fornire ai giovani della sponda sud l’opportunità di esprimere i loro talenti senza che siano costretti a emigrare. Perché è nell’interesse di tutti evitare la fuga dei cervelli, favorendo piuttosto la circolazione dei talenti.

In questi processi di rilancio e modernizzazione delle economie dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo, le Università possono svolgere un ruolo importante. Internet, i nuovi strumenti di comunicazione e i social networks hanno avuto un impatto determinante sulle rivoluzioni arabe. Ma anche le Università possono contribuire al cambiamento. Le Università sono infatti l’agone di cultura e ricerca, dialettica e informazione, in cui gli studenti arabi possono continuare ad allenarsi alle idee di libertà e giustizia sociale.

Le Università potranno svolgere un ruolo di incubatore naturale di idee democratiche e liberali, perché nella vita quotidiana della Facoltà gli studenti masticano pensieri e assimilano il rispetto per i diversi punti di vista, abituandosi al confronto con l’altrui opinione, superando le obiezioni con il ragionamento, giungendo al successo con il merito e non con la corruzione, la sopraffazione e il favore.

Le Università sono inoltre le istituzioni più accreditate a svolgere la funzione di incubatori di imprese, favorendo le start-up e le società miste internazionali. Non sembri strano, perché la produzione qualificata e l'innovazione sono il prodotto più logico della cooperazione interuniversitaria a livello internazionale. Ma condizioni per la condivisione di tecnologia tra Università sono la fiducia reciproca e la libertà di associazione. Compito del politico è tutelarle.

Le Università possono quindi essere il punto di partenza di una nuova fase, favorendo più intensi scambi culturali e di capitale umano tra le due sponde del Mediterraneo, ma anche di nuove tecnologie e progetti imprenditoriali.

Il dialogo paritario tra Università arabe e europee è tanto più prezioso in chiave di “diplomazia preventiva” ed è funzionale al nostro concetto di pace, fondato non solo sulla sicurezza, ma anche sulla giustizia e sulla riconciliazione. E’ questo per noi il miglior metodo per risolvere alla radice conflitti laceranti, a partire da quello arabo-israeliano. Ed è tempo di spingere con maggiore convinzione in questa direzione. L’Italia condivide il senso di urgenza espresso ieri dal Presidente Obama per giungere a una pace duratura, che ponga fine al conflitto.

L'Italia intende quindi continuare a favorire consorzi universitari nel Mediterraneo. Attribuiamo importanza ai progetti delle Università bi-nazionali (come quelle italo-egiziana e italo-turca) e alle reti universitarie tra Atenei del bacino mediterraneo (come l’EMUNI, l’UNIMED e il Politecnico del Mediterraneo). Tali iniziative rafforzano l’interazione tra mondo accademico, società civile e imprese, consolidando i processi di internazionalizzazione delle Università. E internazionalizzare le Università significa accrescere la qualità dei servizi agli studenti, ma anche aumentare la competitività dei territori in cui esse hanno sede. Significa internazionalizzare i territori.

Nell’ottica di sostenere il dialogo universitario tra le due sponde del Mediterraneo, abbiamo inoltre proposto di estendere l’Erasmus anche al mondo arabo. L’obiettivo è quello di consentire agli studenti della sponda sud di beneficiare di un programma di successo, che ha avvicinato e incoraggiato al senso di comunità tanti giovani europei.

Ovviamente il dialogo culturale non si limita a quello tra Università. Ci sono tanti altri modi per sostenerlo, ma non è questa la sede per esaminarli. Vorrei solo sottolineare l’opportunità che l'Italia riprenda e sviluppi la propria presenza culturale nel Mediterraneo anche attraverso il rilancio del servizio pubblico radiotelevisivo. L'Italia aveva mostrato grande sensibilità e preveggenza negli anni '90. Sarebbe un peccato ora perdere la chance -colta da altri Paesi europei- di consolidare la presenza nell'area con una rete televisiva, che ci consentirebbe di parlare anche all'immigrazione araba in Italia.

E’ tuttavia difficile rafforzare oltre certi limiti il dialogo culturale se le politiche sulla circolazione delle persone restano preclusive e restrittive. Del resto, le idee circolano meglio se le persone hanno a disposizione grandi spazi: motivo che ci induce a chiedere politiche europee meno restrittive in materia di visti di ingresso. Mi batto da anni, prima da Commissario europeo e poi da Ministro, per facilitare i visti agli studenti della sponda sud del Mediterraneo e del Golfo. Nel 2010 l’Italia ha concesso circa tremila visti a studenti provenienti da queste regioni. Possiamo e dobbiamo fare molto di più, ma occorre una politica europea, perché l’Italia da sola non può risolvere la questione.

Per parte nostra, abbiamo voluto dare un primo segnale in questo senso. Malgrado i notevoli tagli subiti dal bilancio del Ministero, abbiamo deciso di aumentare (+5%) l’offerta di borse di studio in favore degli studenti dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo.

Continueremo con forte e convinto impegno in Europa e in Italia per superare gli ostacoli che limitano l’integrazione economica tra le due sponde del Mediterraneo, il dialogo culturale e la mobilità di ricercatori e studenti. Tanto più che -in un’epoca in cui la ricchezza non si misura né in oro, né in petrolio, ma in conoscenza- puntare sulle sinergie tra le Università può aiutarci a rilanciare la competitività dei nostri territori a livello globale.

La posta in gioco è alta perché la concorrenza è internazionale e le risorse limitate, ma le questioni vitali dei nostri Paesi restano ancorate a una proiezione mediterranea. La sfida è enorme e va fronteggiata con un’assunzione di responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti, in una logica di partenariato su basi paritarie. Ma la complessità del tema è anche una ragione in più per spingere l’Unione Europea a volgere sempre di più il suo sguardo, la sua attenzione politica e le sue risorse verso Sud. In questo scenario, l’Italia -a cominciare dalle sue Università- intende svolgere un ruolo da protagonista.


Luogo:

Roma

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