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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

17/06/2011


Dettaglio intervento

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

La primavera araba: una svolta storica

La primavera araba è una svolta storica. Una svolta che ha dimostrato che le rivoluzioni sono figlie di idee e sentimenti prima che di interessi. Gli interessi sono mutevoli, ma le idee restano, muovono il mondo e ispirano le nuove generazioni. I sommovimenti sono stati epocali. Eppure, per la gran parte di politici, diplomatici e analisti questi sommovimenti apparivano impossibili ex ante, salvo diventare ineluttabili ex post per tanti commentatori politici. Forse perché la lungimiranza è la qualità che è mancata al nostro approccio alla sponda sud del Mediterraneo.

La CSCM: esempio di lungimiranza politica

L’ultimo autorevole esempio di lungimiranza politica risale all’inizio degli anni Novanta, quando l’allora Ministro degli Esteri italiano, De Michelis, formulò la proposta di istituire una Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo e nel Medio Oriente: una CSCM sulla base del ruolo positivo svolto dalla CSCE per riavvicinare i due blocchi in cui era divisa l’Europa.

Credo sia opportuno ripartire da quella proposta che, a distanza di due decenni, è ancora realistica ed efficace. Ho già espresso più volte questa mia convinzione, anche in occasione della recente Assemblea parlamentare per l’UpM. Sentiamo viva l’esigenza di un’ampia Conferenza diplomatica permanente, di un dialogo paritario tra le due sponde del Mediterraneo, che coinvolga anche Stati Uniti, Turchia, Paesi del Golfo e magari anche la Russia, per definire misure efficaci che diano tempestive risposte alle più rilevanti questioni di sicurezza e sviluppo della regione.

Il primo cesto: i principi politici e di sicurezza

Come nella CSCE, anche il primo cesto della CSCM dovrà concentrarsi sui principi politici e di sicurezza. Se per anni non ci siamo accorti del malessere sociale che montava nella sponda sud del Mediterraneo, è perché non abbiamo guardato ai cuori delle persone, alle speranze e aspirazioni delle giovani generazioni, ma ci siamo limitati ad assecondare i nostri interessi. Interessi principalmente di sicurezza e stabilità. Credendo erroneamente che la nostra sicurezza e la nostra stabilità sociale fossero incompatibili con le loro aspirazioni di libertà e democrazia. Ma libertà e sicurezza non sono affatto incompatibili. Al contrario, si sorreggono a vicenda. Senza la sicurezza, la libertà è fragile. Senza libertà, la sicurezza può diventare oppressiva.

Abbiamo finalmente aperto gli occhi. Abbiamo compreso che i nostri interessi non sono in contraddizione con i nostri valori. L’anelito alla libertà che viene dalla sponda sud del Mediterraneo deve essere sostenuto e se necessario difeso. Non resteremo più in silenzio quando vedessimo calpestati principi universali di civiltà.

Lo abbiamo dimostrato intervenendo in Libia a difesa della popolazione civile, vittima delle brutali repressioni del regime di Gheddafi. Gheddafi deve andar via. Non ha altra scelta. Il nostro obiettivo è una soluzione politica, che permetta di porre le basi per una Libia libera, democratica e in cui non ci sia spazio per vendette e rese dei conti. Ma non bastano le statuizioni di principio. Occorre anche sostenere con atti concreti quanti si battono per la libertà.

L’Italia tiene alta la fiaccola della libertà in Libia. Anche grazie al sostegno finanziario al governo transitorio. Il Gruppo di contatto sulla Libia, riunito negli scorsi giorni ad Abu Dhabi, ha espresso apprezzamento per il modello italiano. Un modello che si basa sulla dichiarazione che ho firmato lo scorso maggio a Bengasi con il rappresentante del governo transitorio libico. Abbiamo stabilito la base formale per assicurare al Consiglio Nazionale Transitorio forniture di prodotti petroliferi e crediti internazionali. Grazie al contributo di Gruppi italiani, sarà possibile garantire le risorse per far fronte alle più urgenti necessità del popolo libico.

Vediamo però troppi mezzi di informazione che, pur di creare confusione e incertezza su una grave situazione di crisi, non esitano a tacere sulle stragi del regime, sugli attacchi ai civili, e finiscono per simpatizzare con il regime ormai isolato nel mondo, augurandogli lunga vita proprio quando esso usa i barconi dei profughi come arma di rappresaglia contro l’Europa e un ordine di arresto internazionale sta per essere emanato contro Gheddafi e i suoi complici.

Appoggiando la decisione europea di infliggere sanzioni alla Siria, abbiamo lanciato un chiaro segnale politico anche al Presidente Assad, indicandogli che l’unica opzione e' quella delle riforme e della cessazione delle violenze. Abbiamo l'obbligo di essere fermi. Mi auguro che anche il Consiglio di Sicurezza dell’ONU possa presto ripetere questo messaggio di fermezza.

Vogliamo continuare a essere partner affidabili di Egitto e Tunisia, attesi da complessi processi di transizione. Occorre scongiurare il rischio che l’euforia iniziale evapori in velleitarismo o che lasci il campo al lento e sotterraneo lavoro di istanze oscurantiste e fondamentaliste. Vogliamo aiutare i moderati e i democratici senza metterli in pericolo. Penso anche a forme di assistenza rispettose dell'indipendenza come il contributo che può fornire la Commissione di Venezia in questa fase cruciale di riforme.

Il primo cesto dovrà riflettere il radicale cambiamento di approccio dell’Occidente, come confermato anche dal recente discorso sul Mediterraneo del Presidente Obama. Del resto, la necessità che il Mediterraneo si doti di una struttura permanente di cooperazione nel settore politico e della sicurezza, fondata su valori comuni, è confermata dal fatto che lo stallo del Processo di Pace rischia di produrre anche nei Territori Palestinesi esplosioni di risentimento. Abbiamo registrato le prime avvisaglie nei giorni scorsi, in occasione delle ricorrenze della Nakba e della Naksa. Non possiamo continuare con il “business as usual”. Dobbiamo fare uno sforzo straordinario per convincere le due parti a tornare al tavolo negoziale.

Secondo cesto: cooperazione economica e scientifica

Il secondo cesto riguarda la cooperazione economica e scientifica. Noi siamo pronti a operare generosamente, senza interferenze di tipo paternalistico e senza imporre modelli, ma mettendo a disposizione la nostra esperienza. La nostra generosità è dettata anche da una riflessione dai contenuti strategici. La democrazia non si esporta, ma possiamo fornire strumenti per favorire prosperità e modernizzazione, evitando di importare instabilità e immigrazione illegale.

Non possiamo dare lezioni. Da Paese di frontiera, abbiamo però strumenti culturali e sociali per comprendere i nostri vicini. Gli elementi vincenti della nostra esperienza ci portano, ad esempio, a favorire lo sviluppo di un tessuto di piccole e medie imprese. Siamo inoltre disposti a mettere a disposizione la competenza maturata negli anni e in varie regioni del mondo nella formazione di amministratori, managers, funzionari pubblici, magistrati, forze di polizia...

Crediamo nell’esigenza di un nuovo Piano di sviluppo e crescita per il Nord Africa e il Medio Oriente. Un piano sostenuto dalle istituzioni finanziarie internazionali e che attinga a fondi americani, europei e dei Paesi del Golfo. I notevoli impegni assunti dai leaders del G8, la “Deauville Partnership”, vanno nella giusta direzione. Anche l’Europa deve assumersi le proprie responsabilità, rilanciando l’idea dell’integrazione euro-mediterranea. Dobbiamo uscire dal vago e passare dai rapporti economici basati su assistenza ed esclusione a quelli fondati su co-ownership e integrazione.

Per questa ragione, abbiamo proposto la creazione di un Fondo di partenariato mediterraneo e di un Centro Euro-Mediterraneo di Sviluppo per le PMI. Con queste iniziative vogliamo fornire ai giovani della sponda sud l’opportunità di esprimere i loro talenti senza che siano costretti a emigrare. E’ nell’interesse di tutti evitare la fuga dei cervelli, favorendo piuttosto la circolazione dei talenti.

Quanto alla cooperazione scientifica, attribuiamo importanza ai consorzi universitari, alle Università bi-nazionali e alle reti universitarie tra Atenei nel bacino del Mediterraneo. Le Università possono consolidare il cambiamento determinato da Internet e dai social networks, svolgendo un ruolo di incubatore di idee democratiche e liberali e favorendo la costituzione di start-up e imprese.

Il terzo cesto: la cooperazione culturale e sociale

Il terzo cesto riguarda la cooperazione nel campo culturale e sociale, contenendo anche -come nel caso della CSCE- il tema dei diritti umani. Disponiamo già di alcuni strumenti per favorire il dialogo culturale e tra le società civili. Penso ad esempio alla Fondazione Anna Lindh e all’Alliance of Civilizations. Noi stessi abbiamo dedicato varie iniziative al dialogo interreligioso. Siamo pronti a sostenere la difesa delle libertà fondamentali, a partire da quella religiosa e delle donne, in tutta la sponda sud. Solo così riusciremo a sfruttare gli spazi che la centralità della persona umana può guadagnarsi nei nuovi scenari.

Nell’ottica del sostegno al dialogo culturale, ho proposto di estendere l’Erasmus anche al mondo arabo. L’obiettivo è quello di consentire agli studenti della sponda sud di beneficiare di un programma di successo, che ha avvicinato e incoraggiato al senso di comunità tanti giovani europei.

Vorrei anche sottolineare l’opportunità del rilancio del nostro servizio pubblico radiotelevisivo nel Mediterraneo. L'Italia aveva mostrato sensibilità e lungimiranza negli anni '90. Sarebbe un peccato perdere la chance di consolidare la presenza nella regione con una rete televisiva, che ci consentirebbe di parlare anche all'immigrazione araba nel nostro Paese.

E’ tuttavia difficile rafforzare oltre certi limiti il dialogo culturale se le politiche sulla circolazione delle persone restano preclusive e restrittive. Del resto, le idee circolano meglio se le persone hanno a disposizione grandi spazi: motivo che ci induce a chiedere politiche europee meno restrittive in materia di visti di ingresso. Sarebbe ingenuo e velleitario tentare di risolvere la questione nell’ambito dei soli rapporti tra lo Stato d’origine e quello di destinazione. Occorre un mix di politiche, come l’Italia sta attuando con Egitto e Tunisia, che abbracci i vari aspetti della: 1) cooperazione allo sviluppo; 2) gestione del mercato del lavoro; 3) lotta al terrorismo e ai traffici criminali. Non ci stancheremo mai di sollecitare i nostri partners e l’Europa a lavorare in uno spirito di autentica solidarietà.

Quarto cesto: verifica dell’attuazione dei principi

Analogamente a quanto previsto dalla CSCE, il quarto cesto dovrebbe prevedere un meccanismo per verificare l’attuazione dei principi contenuti negli altri tre cesti. Le iniziative di cooperazione regionale, a partire dall’UPM, sono al momento in crisi. E’ opportuno allora puntare su una formula flessibile, senza creare una nuova istituzione. Ad esempio, si potrebbe pensare a un ciclo di Conferenze per settori aperte a quanti intendano parteciparvi per la realizzazione degli obiettivi fissati nei tre cesti. Sarà comunque fondamentale la capacità di concentrarsi su progetti tangibili, mettendo da parte le divisioni su questioni di fondo che hanno paralizzato l’UpM.

Conclusioni

Continueremo a impegnarci per superare gli ostacoli che limitano il dialogo politico e di sicurezza, l’integrazione economica, gli scambi culturali e l’interazione sociale nel Mediterraneo. La posta in gioco è per noi alta perché le questioni vitali del nostro Paese restano ancorate a una proiezione mediterranea. Occorre allora ingaggiare i nostri interlocutori meridionali in un intenso dialogo paritario, con un approccio onnicomprensivo analogamente a quanto fece il mondo occidentale con il blocco comunista.

Ma per raggiungere i nostri obiettivi, oltre allo strumento della CSCM, occorre anche una forte volontà politica. Saremmo infatti destinati a un’ineluttabile sconfitta se questa volta -a differenza di quanto avvenne nei rapporti tra Occidente e mondo comunista- fossimo noi ad alzare barriere e muri. Perderemmo un’opportunità epocale se fossimo noi a indugiare sull’idea di una più stretta integrazione economica, se fossimo noi a restringere le porte di entrata ai lavoratori e a imprenditori, se fossimo noi a circoscrivere la portata della nostra influenza culturale.

L’Italia non intende sottrarsi alle proprie responsabilità. Al contrario, è pronta a svolgere un ruolo da protagonista per approfondire tutti gli spazi del dialogo politico-culturale e dell’integrazione economica e sociale tra le due sponde del Mediterraneo. Questa è la nostra reazione alle sfide poste dalla primavera araba.


Luogo:

Napoli

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