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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

03/10/2011


Dettaglio intervento

(Fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Nessuna battaglia all’ONU

Vorrei iniziare il mio intervento con le parole pronunciate alcuni giorni fa dal Presidente Peres. Egli ha riconosciuto che l’attuale leadership palestinese “e' la migliore” che Israele possa avere per ricercare la pace, invitando il Presidente Abu Mazen a riavviare i colloqui di pace, con spirito di apertura e discrezione, anche se ci sono divergenze e critiche.

Siamo in tanti a condividere il giudizio del Presidente Peres. Ne ho tratto ulteriore conferma alla settimana di inizio dei lavori della 66esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. E’ vero che i discorsi di Abu Mazen e Netanyahu, con alcuni scambi di accuse, richiamavano i toni del linguaggio pre-Oslo. Consentitemi tuttavia di dire che, al netto della retorica politica, non ho visto nessuna battaglia all’ONU. Al di là del titolo evocativo del convegno odierno, ho piuttosto visto due leader che vogliono seriamente la pace ma che, per perseguire questo alto e nobile obiettivo, devono prima recuperare la fiducia reciproca. Questo è lo spirito, l’atteggiamento emersi dai discorsi di Abu Mazen e Netanyahu a New York.

E’ apparso evidente che per entrambi la pace non ha alternative. Sono tutti e due sinceramente convinti di questo, ma scontano il fatto che negli ultimi anni c'e' stata una tale stratificazione di sfiducia reciproca che e' ora difficile da erodere per recuperare la fiducia perduta. E allora ciò di cui israeliani e palestinesi hanno bisogno è un’azione forte e robusta della comunità internazionale in grado di far ritornare la convinzione che sia possibile e utile fare affidamento sulla parola e l’impegno del partner negoziale.

UE e USA uniti per far ripartire il dialogo

La pace è a portata di mano, ma occorre avvicinare le due parti affinché la colgano insieme. In questo senso vanno i forti e continui incoraggiamenti dell’Italia a che i due attori capaci di fare opera di mediazione, l'Unione Europea e gli Stati Uniti, mantengano unità di intenti e coesione di posizioni. Obiettivo che ho perseguito nei miei incontri a New York e sottolineato nel discorso pronunciato all’Assemblea Generale.

Se ciascuno di noi, europei e americani, avesse ceduto alla tentazione di attirare l’attenzione dei media e il favore di una delle parti con proposte nazionali non condivise, la comunità internazionale avrebbe rischiato di terminare la settimana newyorchese lacerata al suo interno. E la divisione tra UE e USA, come all’interno della stessa Unione Europea, avrebbe avuto effetti catastrofici sulla nostra credibilità e sulla ripresa del negoziato. Tanto più che il valore aggiunto dell'unità europea è una delle richieste principali che ci vengono rivolte dalla Lega Araba, dai palestinesi e dagli israeliani.

Per questa ragione, è stato un fondamentale passo avanti la dichiarazione del Quartetto, che ha invitato le due parti a riprendere i negoziati diretti senza pre-condizioni. Come sapete, il principale elemento di novità della dichiarazione concordata da Europa, Stati Uniti, Russia e Nazioni Unite è la road-map: 1 mese per la prima riunione preparatoria, 3 mesi per proposte su confini e sicurezza, 6 mesi per risultati sostanziali, con l’obiettivo di un accordo entro la fine del 2012, anche attraverso tappe intermedie quali una conferenza di pace e una nuova conferenza dei donatori.

Rischio di isolamento delle due leadership

L’esigenza di riavviare subito il dialogo per la definizione in tempi brevi delle caratteristiche di uno Stato palestinese indipendente e sovrano accanto a uno Stato ebraico di Israele è tanto più viva alla luce del fatto che negli ultimi mesi è mutato lo scenario in cui operano i due leader. Un nuovo scenario internazionale che rischia di portare all’isolamento di entrambe le leadership e che, in assenza di sviluppi negoziali positivi nel processo di pace, potrebbe persino portare alla ripresa del conflitto sul terreno.

Nuovo scenario per i palestinesi…

Dal lato palestinese, le forti aspettative di ottenere risultati concreti dal processo di pace si sono moltiplicate in modo esponenziale non solo nei palestinesi, ma anche in tutti i popoli arabi, alla luce della «primavera araba», che ha riportato il tema all'attenzione della dirigenza palestinese e della Lega Araba. La discrasia tra le elevate aspirazioni dei popoli arabi e la sterile realtà dello stallo del negoziato rischia di esacerbare il confronto. Ove fossero troppo a lungo frustrate, le aspettative di nascita di uno Stato palestinese potrebbero trasformarsi in sentimenti diffusi non governabili. E potrebbero indurre i gruppi estremisti a cercare di forzare la mano all’attuale dirigenza palestinese.

La decisione di Abu Mazen di adire le Nazioni Unite per il riconoscimento dello Stato palestinese si inquadra in questo scenario. Abu Mazen deve portare a casa un risultato concreto per rispondere alle attese del suo popolo, ma anche per non perdere la faccia davanti al più ampio mondo arabo. Anche a esso si è egli rivolto nel suo discorso a New York. Ed è riuscito a infondere nuove speranze, come dimostra anche l’accoglienza trionfale ricevuta al rientro a Ramallah.

Occorre quindi comprendere e sostenere Abbas nei suoi sforzi di superare lo stallo negoziale. Tanto più che nel contesto attuale, in cui è concreto il rischio di una crescente influenza dell'islamismo radicale, Abbas resta l'espressione di una leadership palestinese secolare, totalmente estranea alle pulsioni islamiste. Dopo Abbas, se il suo progetto fallisse, ci sarebbe inevitabilmente Hamas e un'idea di Palestina nella quale noi non ci riconosceremo mai.

…e per gli israeliani

D’altra parte, dal lato israeliano, è vero che la «primavera araba» è sbocciata contro i regimi per la libertà e la dignità dei popoli e non contro Israele. Non abbiamo visto bruciare bandiere israeliane nelle piazze e nelle vie in cui si sono compiute le rivolte. Ma è altrettanto vero che alcuni pericolosi demagoghi intravedono ora l’opportunità di cavalcare la protesta, soffiando sul fuoco o rivolgendosi alla pancia della gente.

In Egitto, confidiamo nella nuova dirigenza, che sta cercando di riprendere il ruolo di garante della stabilità regionale che aveva, pur in un contesto politico interno profondamente cambiato. Ma abbiamo anche assistito a preoccupanti sviluppi che avremmo auspicato di non vedere e che, invece, abbiamo visto: l’assalto all'Ambasciata israeliana, i ripetuti attentati al gasdotto che collega il Paese a Israele, la situazione di insicurezza nel Sinai.

Non è solo lo scenario egiziano a essere mutato. Il quadro è pure caratterizzato dall’aggravarsi della situazione siriana, dalla costante minaccia nucleare iraniana e dalle tensioni tra Turchia e Israele. Sull’attivismo turco, elemento venuto prepotentemente alla luce, qualche responsabilità -a dire il vero- l’abbiamo anche noi europei. L’atteggiamento turco è in parte conseguenza delle posizioni sbagliate di quanti in Europa si oppongono a coinvolgere la Turchia in una prospettiva di integrazione; prospettiva che, se fosse stata perseguita con convinzione, avrebbe visto ora quel Paese giocare un ruolo diverso nella regione.

Israele non va isolato

Resta il fatto che questi nuovi elementi regionali inducono a prendere atto che la dirigenza israeliana, anche quella più incline al dialogo, tiene oggi in particolare considerazione un senso di progressivo isolamento, se non di accerchiamento. Sentimento di isolamento che, peraltro, è percepito non solo in Israele. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, esso è percepito da vari Paesi membri della Lega Araba, che comprendono come l'interesse comune sia non certamente quello di isolare Israele ma, al contrario, quello di definire una prospettiva in cui il Paese sia rassicurato e certamente non isolato o marginalizzato.

Per noi resterà, sempre, del tutto inaccettabile qualunque tentativo di isolamento e di delegittimazione di Israele. Proprio per questo motivo ci siamo rifiutati di partecipare alla cosiddetta “Conferenza Durban III”, nel timore che essa venisse nuovamente trasformata in un’occasione di attacco contro Israele. E quando il Presidente iraniano Ahmadinejad ha preso la parola in Assemblea Generale, non abbiamo aspettato un istante ad alzarci e andarcene, anche prima che egli cominciasse a recitare la sua trita litania di inaccettabili proclami antisemitici e negazionisti.

No ad azioni provocatorie

E’ fondamentale scongiurare il rischio che la percezione di un accresciuto isolamento induca le parti a decisioni unilaterali e antagonistiche. Il dialogo è l’unico modo per sbloccare la diffidenza reciproca, permettendo di spingere sull’acceleratore del processo di pace. Ma mi rivolgo agli amici israeliani e palestinesi: mai come in questa fase, per far riprendere il dialogo, è essenziale astenersi da azioni provocatorie destinate a riaccendere la tensione.

E’ evidente, ad esempio, che se dovesse riprendere il brutale lancio di missili contro la popolazione civile di Sderot, esso sarebbe un chiaro segnale della volontà di sabotare ogni tentativo di dialogo. Ma pur non volendo ovviamente mettere sullo stesso piano le due azioni, dobbiamo ammettere che rischia di compromettere la ripresa del dialogo anche l’annuncio israeliano di proseguire l'espansione degli insediamenti a Gerusalemme Est. Su questo annuncio ribadisco la mia forte delusione, associandomi alla richiestadell'Alto Rappresentante UE, Signora Ashton, che la misura sia revocata.

Sì alla ripresa del negoziato diretto

Abbiamo registrato con favore la disponibilità israeliana a riprendere il negoziato sulla scorta della Dichiarazione del Quartetto. Auspichiamo ora la risposta positiva palestinese, confidando nella lungimiranza di Abbas, la cui posizione è comunque uscita rafforzata dalla settimana ministeriale di New York. Nelle more della fase istruttoria alle Nazioni Unite sulla domanda palestinese, non possiamo perdere l’occasione fornita dalla Dichiarazione per riprendere i negoziati. I negoziati diretti sono l’unico vero binario per arrivare a uno Stato palestinese indipendente. E l’interesse a non farlo deragliare deve essere condiviso da tutti: dalla leadership israeliana, da quella palestinese, e dalla comunità internazionale.

Del resto, quale sarebbe l’alternativa? Abbiamo invitato gli amici palestinesi a riflettere attentamente su quale sarebbe il “day after” di una proclamazione unilaterale di uno Stato palestinese. Uno Stato virtuale sarebbe in grado di funzionare o si rivelerebbe una delusione? Credo che vi sarebbe il rischio di ingenerare pericolose spaccature tali da rendere difficile rimettere insieme i cocci del negoziato, ma anche il realistico pericolo di ulteriori frustrazioni, di aspettative disattese, che ci potrebbero far ritornare indietro al disastro di Camp David e allo scoppio della III Intifada.

Conclusioni

In conclusione, è essenziale continuare a insistere con entrambi gli interlocutori perché accettino la proposta del Quartetto come unica opzione praticabile. Dobbiamo continuare a chiedere alle parti di impegnarsi nel negoziato senza porre pre-condizioni. Non sarà facile. Ma i veri leader si vedono in momenti come questo, di grande difficoltà. E mi auguro davvero che la leadership israeliana e quella palestinese lascino da parte la tattica e la retorica, per tornare a guardarsi negli occhi e ripartire nel negoziato con spirito di apertura e fiducia.

Per parte loro, Europa e Stati Uniti hanno dimostrato a New York che, quando mantengono una posizione coesa, sono capaci di dare una spinta propulsiva al dialogo. Questo è il risultato importante al quale l’Italia ha lavorato con forte determinazione. Torniamo quindi dalla settimana newyorchese con la convinzione che questa è la strada da perseguire, se vogliamo che i moderati, i migliori interlocutori possibili di Israele, continuino a guidare l’ANP, evitando che gli estremisti, come accaduto a Gaza, e gli avversari della pace tornino a far sentire con violenza e prepotenza la loro voce.


Luogo:

Roma

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