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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

24/10/2011


Dettaglio intervento

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Sono grato alla Comunità di Sant’Egidio per l’invito a questo incontro sul ruolo delle religioni per la ricerca della pace del mondo. Un tema appassionante, con riflessi di grande modernità.

Rivolgo un caloroso saluto al Vice Decano del Collegio Cardinalizio, Cardinale Etchegaray, al Professor Marramao, al Ministro Generale dell'Ordine Francescano dei Frati Minori José Rodriguez Carballo e ad Andrea Riccardi, instancabile sprone della società italiana sui temi del dialogo e della convivenza.

Il bel volume sullo spirito di Assisi che oggi presentiamo ci aiuta a ricordare il più recente cammino della Chiesa per la promozione del dialogo interreligioso. Un cammino che, pur prendendo le mosse da quello straordinario momento di innovazione che fu il Concilio Vaticano II, ha avuto nella giornata della pace di Assisi del 1986 la sua pietra miliare.

Che cosa resta di quella scommessa, venticinque anni dopo?

Da credente, Spirito di Assisi significa per me mettere in campo, a favore della pace, ciò che unisce gli uomini di fede: i valori comuni della solidarietà e della dignità umana, l’aspirazione ad un mondo che riconosca le libertà fondamentali e persegua le ragioni della pace e della convivenza. Da Ministro degli Esteri, lo Spirito di Assisi è un potente richiamo alla necessità di una forte dimensione spirituale nella vita di relazioni internazionali.

“Chi è in cammino verso Dio non può non trasmettere la pace; chi costruisce pace non può non avvicinarsi a Dio”. E’ tutta qui, nella massima del Beato Giovanni Paolo II, la ragione per cui quella scommessa di venticinque anni fa rimane valida oggi.

1) 1986-2011: quale pace 25 anni dopo?

Nel frattempo per�� il mondo è profondamente cambiato. E con esso il significato del termine “pace”. Nel 1986 era difficile ipotizzare il tramonto imminente della contrapposizione fra blocchi che aveva dominato il panorama internazionale per trent’anni. La pace assumeva quindi l’accezione tradizionale di assenza dello stato di guerra da mantenere a tutti i costi.

Oggi la natura dei conflitti è mutata. La minaccia è meno intensa e più diffusa. Ci troviamo a fare i conti con situazioni di crisi più sfaccettate, come il terrorismo e la pirateria, le migrazioni di massa o le nuove forme di povertà frutto anche del contagio rapidissimo delle crisi economico-finanziarie.

Non è azzardato, allora, dire che in questi venticinque anni il traguardo della pace si è allontanato e che il percorso è ancora più irto di ostacoli.

2) La pace oggi: diritti, benessere, sicurezza. Il dialogo interreligioso come strumento di consenso.

La pace per cui tutti lavoriamo non è più solo quella definita in negativo, dall’assenza di guerra. E’ diventata un concetto positivo: la pace è riconoscimento dei diritti, lotta alla miseria e alla povertà, stabilità e sicurezza.

Pensiamo ad alcuni dei Paesi più fragili attualmente, come l’Afghanistan o la Somalia, in cui è evidente la priorità del fattore stabilità. Vivranno in pace se sapremo condurre in porto le iniziative di riconciliazione, rafforzare le istituzioni, fermare le violenze, assicurare la collaborazione con i Paesi vicini o a livello multilaterale. In questa direzione si inserisce l’impegno dell’Italia.

Pensiamo però anche alle popolazioni dei Paesi nordafricani e mediorientali che si sono sollevate negli ultimi mesi. Avevano stabilità e sicurezza, ma hanno sacrificato una pace fittizia per chiedere il pieno godimento delle libertà e migliori condizioni di vita. I libici che oggi festeggiano, e prima di loro i giovani tunisini ed egiziani, hanno gridato al mondo che la quiete costruita sulla paura e sulla sottomissione dei cittadini è solo un simulacro della pace. Adesso spetta a noi aiutarli a non dividersi ma a lavorare per una vera convivenza democratica.

Parlare di religione in rapporto a queste crisi internazionali significa valorizzare il potenziale delle comunità religiose come strumenti di costruzione del consenso sull’obiettivo ultimo della nostra azione: l’uomo, i suoi diritti, il suo benessere.

La diplomazia è più efficace quando ha accanto a sé le forze vive della società, quelle che possono svolgere un’azione preventiva di facilitazione della comprensione reciproca, toccando le corde giuste a livello culturale e umano. Il dialogo interreligioso è in grado di sgombrare il campo dai pregiudizi e valorizzare il pluralismo come occasione di arricchimento, contro quelle forze oscure che vogliono convertirlo in fonte di conflitti.


Luogo:

Roma

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