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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

28/10/2011


Dettaglio intervento

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Partecipo sempre volentieri agli incontri organizzati da ASPEN. Sono particolarmente lieto di ritrovare, oltre alle delegazioni americane ed europee, i rappresentanti della Scuola Centrale del Partito Comunista Cinese, con i quali ho avuto modo di confrontarmi a Pechino lo scorso luglio.

La formula del trilogo è quanto mai appropriata per riflettere sulla nuova governance globale. Finita l’epoca dell’unilateralismo, sarebbe anacronistico pensare che per governare il complesso mondo attuale possa bastare il solo bipolarismo sino-americano. Due Paesi, per quanto grandi e influenti, non possono essere in grado di cogliere da soli le multiformi sfumature e le sfide di sicurezza e sviluppo di questo mondo multipolare ed estremamente competitivo.

Ma c’è anche un’altra fondamentale ragione per la quale non credo all’efficacia del G2. Esso trascurerebbe una realtà imprescindibile: l’Europa, fatta di 500 milioni di cittadini, tra i più prosperi del pianeta, di imprese tra le più avanzate tecnologicamente, del più grande blocco commerciale al mondo, del maggiore donatore di aiuti allo sviluppo, del principale contributore alle operazioni internazionali di pacificazione. Una realtà che, quando riesce a parlare con una sola voce –come purtroppo non sempre accade-, è capace di assumere la leadership dei principali processi politici internazionali.

L’Europa unita nasce da intese di carattere economico, ma con un alto obiettivo politico ed etico dei suoi Padri fondatori, anzitutto De Gasperi, Adenauer e Schuman: porre fine a dolorose divisioni interne e guerre fratricide. L’Unione Europea ha mantenuto la promessa di pace e stabilità per la quale è nata. E sono certo che, anche in questi tempi incerti, la tutela del superiore bene collettivo europeo prevarrà su ogni opzione di fallimento della zona euro forse ipotizzata dalla grande speculazione internazionale. I popoli europei sono ancora pronti a difendere i nobili ideali di solidarietà, libertà e unità ai quali si ispirarono i Padri Fondatori.

D’altra parte, gli interessi di Cina, Stati Uniti e Europa sono così intimamente interconnessi che si sostengono a vicenda. L’interscambio sino-europeo e euro-americano è superiore a quello tra Cina e Stati Uniti. Insieme, Europa, Cina e USA rappresentano il 60% dell’economia mondiale. Anche sui temi cruciali della non proliferazione delle armi nucleari, della lotta al terrorismo, della stabilizzazione dell’Afghanistan e del continente africano, dello sviluppo del Nord Africa e del Medio Oriente, le convergenze di interessi di Europa, Cina e Stati Uniti sono essenziali per fare avanzare la sicurezza e la stabilità del pianeta.

La complessità delle sfide globali richiederebbe allora che su di esse vi fosse convergenza tra noi per un’adeguata formulazione di risposte globali. Eppure, un’intesa limitata a USA, Cina e UE rischierebbe di rivelarsi velleitaria se pretendesse di ispirarsi alla logica del concerto delle nazioni, assumendo carattere esclusivo e chiudendosi ai contributi di altri rilevanti attori della comunità internazionale alla definizione di nuovi modelli di governance.

Tanto più che nell’era della globalizzazione, nessun Paese è un’isola a sé. Non solo l’instabilità o la crisi di una macro area si riflette immediatamente nell’insicurezza di un’altra regione geografica. Ma il caso della Grecia ha anche dimostrato che una crisi in un’economia piccola e periferica può propagare i propri effetti su scala globale. Non basta tenere sotto controllo le economie “a rilevanza sistemica”, perché il mondo attuale è costituito da un insieme integrato di realtà interconnesse. L’interesse della Cina alla stabilità dell’euro e dell’Europa è, ad esempio, già forte e ci auguriamo che sia costantemente confermato.

E’ necessario un approccio inclusivo, fondato su un sistema di governance multilaterale, articolato e bilanciato, capace di utilizzare al meglio tutte le istituzioni e le istanze disponibili: dalle Nazioni Unite alle organizzazioni regionali, al G8 e al G20. Un approccio tanto più opportuno quanto più le gerarchie economiche e le configurazioni geopolitiche saranno rimodellate alla fine della fase di transizione che abbiamo imboccato. Europa, USA e Cina non dovrebbero disperdere le positive energie di quanti possono e vogliono partecipare alla ridefinizione del nuovo scenario globale, in cui i nuovi attori hanno già smesso i panni di comprimari per indossare quelli di protagonisti.

A prescindere dal foro prescelto, l’obiettivo è quello di assicurare un nuovo equilibrio globale, restituendo fiducia e dinamismo ai numerosi cantieri da tempo aperti del multilateralismo politico ed economico. In questo sforzo, Europa, Stati Uniti e Cina possono fare leva sugli obiettivi condivisi e trarre ispirazione dall’esperienza positiva delle loro civilizzazioni.

Respingo la tesi di coloro che sostengono che solo Europa e Stati Uniti sarebbero accomunati da identità di vedute, mentre le relazioni tra la Cina e la comunità transatlantica sarebbero sorrette da contingenti interessi convergenti. Certo, permangono alcune sensibili differenze, come l’approccio da osservare in materia di diritti umani, materia su cui peraltro un dialogo aperto è necessario. Eppure, a guardar bene, anche tra il mondo occidentale e la Cina, sono molto più gli aspetti in comune che quelli divisivi. Basti pensare al fatto che Europa, Cina e Stati Uniti hanno calcato da protagonisti il palcoscenico della storia quando hanno seguito gli ideali di apertura al mondo e agli scambi, di fiducia reciproca, di comprensione e integrazione delle differenze e specificità delle altre culture.

Ce lo ricorda anche la storia più recente. L’Europa ha fondato la propria ricostruzione politica, economica e morale dalle macerie della seconda guerra mondiale, trasformando l’odio in cooperazione e puntando sugli ideali di integrazione e di libera circolazione dei capitali, dei beni e delle persone. E gli Stati Uniti iniziarono a manifestare la loro supremazia mondiale quando rinunciarono allo splendido isolamento per ingaggiarsi come cardine di un nuovo ordine mondiale e integrare la loro economia in quella internazionale. Un fenomeno analogo è avvenuto nella Cina moderna dove Deng Xiao-Ping, autentico antesignano della globalizzazione, fece entrare un miliardo di persone nel mercato globale, ponendo le basi dell’attuale potenza economica cinese.

L’incertezza sul futuro non deve allora spingere gli Stati Uniti, l’Europa e la Cina a chiudersi, ad alzare barriere. Siano esse barriere economiche con il protezionismo o politiche con il disimpegno da grandi scenari globali di stabilità e sicurezza. Pur con le dovute distinzioni e specificità, la comune esperienza ci ha insegnato che chiudere le porte equivarrebbe a condannarsi all’errore. Significherebbe remare contro la corrente delle nostre civilizzazioni, cercando di opporsi alla tendenza prevalente del mondo moderno. Solo se si è connessi con la realtà globale -contribuendo a governarla- si può progredire. L’apertura al mondo è ancor più essenziale quando il benessere e la sicurezza dipendono dalla stabilità di approvvigionamenti energetici dall’estero, come nel caso di Europa e Cina, o dall’afflusso di capitali stranieri, come nel caso del debito pubblico europeo e americano, o dalla tecnologia altrui, come nel caso della sostenibilità dello sviluppo cinese.

Ispirandosi a questo spirito di apertura, Stati Uniti, Cina ed Europa potranno guardare a un patto per la sicurezza e per la riforma della governance globale. Un patto tanto più urgente in quanto nessuno dei tre pilastri su cui si fondava il sistema di Bretton Woods ha resistito nella sua forma originale: né il sistema di cambi fissi, né le istituzioni finanziarie internazionali, né il sistema commerciale incardinato ora nell’OMC.

Dobbiamo iniziare l’opera di ricostruzione restaurando quel patrimonio di fiducia, che il mondo capitalista era riuscito a creare alla fine della seconda guerra mondiale e che è stato intaccato dalla crisi economica e finanziaria. Una fiducia su cui hanno inciso, in negativo, comportamenti in forte contrasto con principi etici di rispetto delle loro persone, dei loro diritti, della loro dignità. La speculazione internazionale sui prezzi dei prodotti alimentari è uno degli esempi più drammatici.

L’Europa, e l’Italia al suo interno, possono fare molto per favorire la fiducia e la comprensione reciproca. Possiamo contribuire a contenere con un paziente impegno alla mediazione e al dialogo, alcune divergenze che riducono il potenziale di cooperazione tra la Cina e i grandi partners occidentali. Se, con le dovute cautele negoziali, noi europei riuscissimo a liberarci da intralci anacronistici e paradossi, superando quelle rigidità che ostacolano la concessione a Pechino dello status di economia di mercato, allora potremmo davvero ambire a svolgere un ruolo di forte promozione dell’inclusione piena della Cina nelle relazioni non solo economiche ma politiche e strategiche, così come l’Italia auspica con convinzione.

D’altra parte, ci attendiamo che la Cina contribuisca al clima di fiducia generale, assicurando efficace tutela alle libertà politiche ed economiche, contribuendo a stabilizzare aree di tensione nelle quali siamo fortemente impegnati, dall’Afghanistan al Corno d’Africa, ingaggiandosi in un dialogo di ampio respiro su tematiche globali, come quelle energetiche e ambientali, e facendo uno sforzo di comprensione delle più gravi minacce alla nostra sicurezza. Abbiamo apprezzato il ruolo costruttivo svolto dalla Cina nella crisi libica. Auspichiamo che Pechino assuma atteggiamenti altrettanto responsabili nello scenario mediorientale, a partire da quello siriano.

Vorrei concludere con un ultimo augurio. Nello sforzo diretto alla riforma della governance globale, Europa, Cina e USa hanno bisogno di fiducia e comprensione reciproca, ma anche di soluzioni innovative. Lo spirito di apertura al mondo, la creatività e la libertà di pensiero hanno reso universalmente celebre Venezia. E Marco Polo si accostava alla Cina con curiosità, interesse e profondo rispetto tanto che il suo nome, accanto a quello di Matteo Ricci, è il solo di uno straniero ricordato a Pechino nel grande mausoleo agli eroi cinesi del secondo millennio. Quello spirito, me lo auguro, potrà contribuire a ispirare europei, americani e cinesi in questa fondamentale opera di rimodellamento delle regole del gioco degli assetti del mondo.


Luogo:

Venezia

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