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Governo Italiano

Intervento del Ministro Terzi all’incontro “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”

Data:

22/12/2011


Intervento del Ministro Terzi all’incontro “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

S.E. Mons. Mamberti,
Dott. Pietro Schiavazzi,
Autorità
Signore e Signori,

è un onore per me essere qui oggi e ringrazio gli organizzatori per quest’opportunità di riflettere insieme sul tema scelto dal Santo Padre per la giornata mondiale della pace, nel rispetto della tradizione avviata dal Beato Giovanni Paolo II: l’ educazione dei giovani alla giustizia e alla pace.

1) Politica e diplomazia: un messaggio ai giovani sul servizio per il bene comune

Mi piace pensare che, attraverso l’invito alla mia persona, si voglia attribuire anche alla diplomazia una funzione educativa delle giovani generazioni. Non può che essere così, in un mondo dove il confine tra interno ed estero è sempre più labile e dove non si comprendono interamente i fenomeni domestici se non si ha dimestichezza con ciò che avviene al di là delle nostre frontiere.

Mi ha molto colpito il Messaggio del Santo Padre per la Giornata della pace del 2012 di cui abbiamo appena ascoltato alcuni significativi passaggi. Non nasconde nulla delle grandi, talvolta tragiche sfide della nostra epoca. Lo smarrimento è in questa fase lo stato d’animo prevalente in ampi strati della società, non solo italiana.

Tuttavia, il Santo Padre ribadisce la Sua profonda speranza per l’avvenire dell’umanità. Ci ricorda che l’uomo può sormontare grandi difficoltà se riesce ad attingere ai valori della legge morale universale. E ci invita a credere nella capacità dei giovani di guardare al mondo con occhi “capaci di vedere cose nuove”.

Da Ministro sono particolarmente sensibile all’appello del Papa ai responsabili politici, affinché sappiano offrire un’immagine limpida della politica come servizio per il bene comune. Il governo Monti, a cui ho il privilegio di appartenere, si è posto come obiettivo primario il recupero della credibilità italiana sul piano internazionale. Credibilità per riguadagnarci la fiducia dei mercati, certo. Ma anche per ricordare, soprattutto alla gioventù -che è il futuro della società italiana ed europea - quello che siamo veramente: un Paese che ha come parte fondante della sua storia politica i valori di libertà e solidarietà; che è capace di risollevarsi facendo leva su un rinnovato senso di giustizia ed equità; che vuole mettersi di nuovo a correre ma senza lasciare indietro nessuno dei suoi figli.

La politica estera, che tanto può aiutare la nostra reputazione, si basa su una combinazione, che varia da Stato a Stato, di valori e di interessi. Può accadere talvolta che gli interessi non coincidano con i valori, ma non faremo mai passi falsi assumendo la pace, la stabilità e il rispetto dei diritti umani come punto di riferimento della nostra azione: con onesto realismo ma con altrettanta fermezza. E quando riflettiamo sulla nostra politica estera dobbiamo sempre esser consapevoli che senza l’Italia, l’Europa non esiste e senza l’Europa, il progetto della pace nel mondo perderebbe uno dei suoi protagonisti più sinceri.

2) La mobilitazione dei giovani per la giustizia sociale: il 2011 come anno simbolo

E’ scomparso pochi giorni fa un grande della storia del XX secolo. Vaclav Havel, protagonista della transizione dell’ex Cecoslovacchia alla democrazia, ha incarnato negli anni bui del comunismo la capacità dell’uomo di difendere a testa alta i valori più alti ed i propri diritti, senza piegarsi alle lusinghe del potere ma anzi soffrendone in prima persona le ritorsioni.

Questa pulsione verso la giustizia, mai sopita nelle giovani generazioni, riaffiora a intermittenza nel corso della storia e condiziona i momenti decisivi dell'evoluzione del percorso dell’uomo. Come emerge con chiarezza disarmante ne “La domanda di giustizia”, il piccolo ma illuminante saggio scritto a quattro mani dal Cardinal Martini e dal giudice Zagrebelsky, la fame di giustizia è una tendenza innata nell’essere umano perché nasce dall’esperienza dell’ingiustizia che ognuno di noi subisce.

Ed è all’ingiustizia, intesa come mancanza di prospettive, che si sono ribellati i giovani della sponda sud del Mediterraneo, protagonisti dell’anno che si avvia a conclusione. Oggi che in Egitto torna ad accendersi la violenza e centinaia di persone perdono la vita in Siria, sappiamo che questa stagione apertasi nel segno della sorpresa e dell’entusiasmo, potrà chiudersi solo dopo processi di transizione lunghi e travagliati.

Gli sviluppi più recenti devono indurci a fare di più e più in fretta per sostenere le popolazioni nordafricane, attraverso iniziative concrete ed un dialogo franco con le dirigenze di ispirazione islamica emerse dalla transizione. I rischi connessi all’esistenza di frange oscurantiste e fondamentaliste non possono far sottovalutare il contributo alla vita pubblica del sentimento religioso ispirato alla moderazione. Dobbiamo allora aiutare le nuove dirigenze a definire una formula di equilibrio tra tradizione e modernità democratica, che traduca in pratica quei principi di rispetto e tolleranza riconosciuti dalla stessa civiltà islamica.

L’eccezionalità degli eventi nordafricani e mediorientali non deve farci dimenticare che il 2011 è stato anche teatro delle manifestazioni di insofferenza della gioventù occidentale verso un modello di economia che ha visto crescere in modo sproporzionato le sue componenti speculative a scapito di quelle produttive.

Si tratta di proteste di sapore non nuovo, ma che non possiamo sottovalutare perché danno voce al disagio di una generazione che fatica a vedere un orizzonte al di là di una precarietà lavorativa ma anche familiare e, quindi, esistenziale.

3) L’educazione alla pace

Nel suo messaggio, il Santo Padre sottolinea l’esigenza che “gli operatori di pace siano vigili nel destare le coscienze sulle questioni nazionali ma anche internazionali”. E questo imperativo è la naturale espressione del tema della pedagogia della pace così caro a Papa Benedetto XVI.

Mi permetto di andare oltre per sottolineare che le questioni internazionali sono oggi nazionali. E viceversa. Le crisi in teatri lontani mettono a rischio anche la sicurezza nelle nostre città. Le discriminazioni di piccole comunità cristiane sperdute in Paesi poco noti all’opinione pubblica, colpiscono anche noi perché reprimono quella libertà di credere che è il presupposto dell’intero regime di libertà a cui ci ispiriamo. Le ingiustizie ai danni di persone indifese, non tutelate nel godimento dei diritti fondamentali, offendono quel senso di appartenenza alla “comunità umana” che vorremmo vedere affermato, al di là delle distinzioni etniche, religiose o sociali.

Ma qual è la pace a cui vogliamo contribuire ad educare i nostri giovani?

La Pace non è più l’assenza dello stato di guerra ma, con il mutare dei fattori di crisi, si definisce oggi in senso positivo: la pace è lotta alla miseria, alla povertà, alla malattia e al degrado ambientale. E’ integrazione dello straniero, stabilità e sicurezza.

Non basta allontanarsi dalle fonti di conflitto, occorre agire per affermare il bene. Riprendendo le parole di Paolo VI, grande Pastore ma anche grande diplomatico: “pace non è pacifismo, non nasconde una concezione vile e pigra della vita ma proclama i più alti ed universali valori della vita: verità, giustizia, libertà e amore”.

La pace non è quindi relativistica rinuncia ai propri valori. E’ un obiettivo positivo, è un “cantiere aperto a tutti”, nella definizione di Giovanni Paolo II: richiede il coinvolgimento determinato dei Governi e delle diplomazie, ma anche della società civile, del settore privato, dei mezzi di comunicazione, degli uomini di Chiesa, di tutti coloro che possono e vogliono svolgere un’azione preventiva di facilitazione della comprensione reciproca.

Gli scambi studenteschi sono molto efficaci nel disperdere gli stereotipi ed i pregiudizi: l’Erasmus ha fatto di più per lo sviluppo di una vera cittadinanza europea di tante parole ed atti ufficiali e per questo vorremmo che fosse avviato un programma analogo per la regione mediterranea. Il dialogo interreligioso è un altro strumento formidabile per sgombrare il campo dai pregiudizi e valorizzare il pluralismo come occasione di arricchimento. La storia italiana è esemplare in questo senso: siamo stati forti solo quando abbiamo saputo far tesoro delle nostre diversità.

4) La cultura dei diritti umani come fondamento dell’educazione alla giustizia e alla pace

Alla radice del movimento per un mondo più giusto e per la pace tra i popoli non può che esserci il riconoscimento dei diritti fondamentali, da sempre filo conduttore della politica estera italiana. Viene certamente da lontano, dalla tolleranza frutto di secoli di occupazioni, ma è stato consolidato nel dopoguerra, quando il confine con il mondo che negava la libertà passava dal nostro territorio.

Da decenni ci battiamo con tenacia per l’abolizione della pena di morte, per i diritti delle minoranze, quelli delle donne e dei bambini. Abbiamo contribuito in modo determinante all'istituzione della Corte Penale Internazionale e siamo membri del Consiglio Diritti Umani. Abbiamo difeso strenuamente la libertà di religione e non ci stanchiamo di denunciare le discriminazioni e gli attacchi contro le minoranze religiose, che colpiscono in particolare quelle cristiane: ci addolora profondamente la situazione dei copti in Egitto, dei cristiani in Iraq, Nigeria e Pakistan, delle comunità maronite in Siria e Libano.

Ci facciamo quotidianamente promotori di misure concrete. Solo per restare agli eventi recenti, siamo ad esempio riusciti ad incentrare la “Strategia europea per i diritti umani” in Egitto sui settori per noi prioritari, come la situazione dei copti o i diritti delle donne, e ad includere tra gli obiettivi della strategia del G8 per il Mediterraneo - cosiddetta Deauville partnership - la libertà di religione.

I nostri giovani forse non si chiedono come si sia affermata la cultura dei diritti che ha fatto da sfondo alla loro formazione. L'hanno assimilata dalla nascita. Ma chi non ha avuto questo privilegio deve vedersi riconosciuto uno specifico diritto all’educazione in materia di diritti umani. La scuola, le famiglie, la società civile, svolgono un ruolo preminente presso le giovani generazioni. Ma il legislatore ha la responsabilità di dirigere questo armonioso concerto. Abbiamo quindi contribuito all’approvazione unanime della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’Educazione ai Diritti Umani presso il Consiglio Diritti Umani, che ci auguriamo venga definitivamente adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Signore e signori,

come ricorda il Santo Padre, non c’è futuro senza una chiara visione del proprio passato e delle proprie radici. Questo stesso assioma ha ispirato l’azione illuminata del Presidente della Repubblica nel risvegliare, in modo sobrio e scevro da qualsiasi retorica, la coscienza nazionale italiana in occasione dei 150 anni dell’unificazione del nostro Paese.

Una coscienza nazionale creata da una secolare cultura che ha, a differenza di altri Paesi, un fondamento nel senso dell'universale. Il cristianesimo, la cultura umanistica, il processo stesso di unificazione del Paese, trovano nel rapporto con il resto del mondo un elemento cruciale.

Oggi più che mai credo sia importante che la gioventù si interessi e si appassioni alle cose internazionali. Attraverso l’esempio e la collaborazione fra Stati ed organismi internazionali che condividono i valori democratici ed il rispetto dei diritti umani, possiamo incanalare questo interesse verso il perseguimento dei valori di giustizia e pace.

Grazie.

Luogo:

Roma

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