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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

12/01/2012


Dettaglio intervento

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Vorrei dare anzitutto il benvenuto del governo italiano al Vice Presidente della Colombia, Angelino Garzon, amico di lunga data del nostro Paese. Un saluto anche ai promotori del CEIAL e all’Istituto Italo-Latino Americano, che, in sinergia, si adoperano per intensificare i rapporti, soprattutto economici, con l’America Latina.

È un piacere essere oggi per la prima volta all’IILA nella mia veste di Sottosegretario con delega per le Americhe.

Uno dei primi impegni del mio mandato è stato quello di rappresentare il Governo italiano alla cerimonia di insediamento della Presidente argentina, Cristina Fernandez de Kirchner, il 10 dicembre scorso. Ho avuto, in quell’occasione, l’opportunità di incontrare vari Ministri latinoamericani presenti a Buenos Aires, tra cui il Ministro degli esteri colombiano, Maria Angela Holguin. Ci siamo trovate d’accordo sull’obiettivo di rafforzare i rapporti sia sul piano del dialogo politico che della cooperazione economica. L’incontro odierno con Angelino Garzon mi consente di mettere in pratica da subito tale proposito, in attesa di recarmi in missione a Bogotà a capo di una delegazione imprenditoriale. Secondo la signora Holguin, la Colombia è un paese “adatto” alle struttura del mondo imprenditoriale italiano: aperto sul piano commerciale e impegnato in uno sforzo infrastrutturale cui potremmo, come sistema Italia, contribuire in misura maggiore.

Questo incontro è anche un’occasione per riflettere con voi sulle linee di azione che l’Italia si propone di svolgere, sotto la guida del Ministro Terzi, verso l’America Latina. Ma lasciate che prima utilizzi questo incontro per illustrarvi brevemente i risultati a cui sta giungendo, in Europa, l’azione del governo Monti. E’ evidente, infatti, che se voi consideraste l’Italia in seria difficoltà e l’Europa in declino, l’interesse per i legami con il nostro Continente diminuirebbe. Sono qui per dirvi che non è così: la crisi europea è grave ed evidente; ma verrà superata, anche grazie al contributo dell’Italia.

1.
Lasciatemi quindi partire da una premessa essenziale: l’Italia, con il governo di cui sono onorata di fare parte, sta giocando una cruciale e delicata partita in Europa. La manovra economica del mese scorso le ha consentito di guadagnare la credibilità necessaria per tornare ai vertici dell’Ue e per pesare, in una fase decisiva di discussione sulla riforma della governance economica europea, a favore di due obiettivi centrali: il completamento della disciplina fiscale con misure di crescita e di sviluppo a livello europeo; il completamento del mercato interno.

Dico questo per sottolineare non solo che l’Italia è in realtà più solida, sul piano economico e politico, di quanto possa apparire all’esterno; ma anche per dire che l’Europa per cui il governo Monti si batte finirà per essere un’Europa più integrata all’interno (perlomeno per quel che riguarda la gestione dell’eurozona) e più aperta all’esterno. L’Italia ha un peso particolare, come terza economia dell’euro, sia sul primo dossier che sul secondo. Fa parte della visione italiana dell’Europa l’importanza attribuita a un mercato unico basato sulla concorrenza, cui la Gran Bretagna resti ancorata.

In breve: sia l’Italia, con un mix di sforzi già fatti e di riforme da fare, sia un’eurozona che riesca a superare la crisi del debito sovrano e a rilanciare la crescita saranno, per l’America Latina, interlocutori economici molto validi. Così come sono, per ragioni di vicinanza culturale, interlocutori politici naturali.

2.
Se questa premessa è valida – e io credo che lo sia – è bene ricordare da che punto partiamo. Negli anni scorsi, sono stati scritti vari libri e saggi sul “continente dimenticato”, l’America Latina. In realtà, la politologia è sempre stata meno rapida dei flussi finanziari. Negli ultimi anni, gli investimenti europei nella regione sono aumentati del 50% circa. Nel 2009 hanno toccato i 54 miliardi di euro, una cifra molto superiore – per fare un paragone – agli investimenti europei in Cina (circa 6 miliardi di euro nello stesso anno). Secondo i dati della Banca mondiale, è più semplice per l’Europa (in termini di investimenti in capitale e di tempo) aprire un business in America Latina che in Asia orientale. Negli anni recenti, l’attrazione dell’America Latina è notevolmente aumentata: non è più limitata alle risorse naturali ma anche alla capacità di consumo. E in effetti, per la prima volta da decenni, la crescita economica del Brasile (ormai la sesta economia mondiale) è dovuta in larga parte al consumo interno piuttosto che agli investimenti esteri. Il che significa che il Brasile, come altri paesi nella regione, costituisce ormai un mercato decisivo per gli investitori europei. Se si aggiunge che, quanto a valori culturali e sociali, l’Europa è più vicina all’America Latina di quanto lo sia ad altre regioni emergenti (o già emerse), si capisce che siamo di fronte a un doppio errore di percezione: l’America Latina vede l’Europa come un continente in declino, ma così non è; noi tendiamo a vedere l’Asia come il solo continente in ascesa, ma così non è. Esiste invece un fortissimo potenziale di integrazione attraverso l’Atlantico del Sud – che l’Italia ha tutto l’interesse a promuovere.

3.
E vengo così alla politica dell’Italia verso il continente latino-americano. In teoria, l’Italia ha due punti fermi su cui basarsi, che abbiamo sempre considerato vantaggi comparativi: l’Italia “fuori dall’Italia”, quel bacino di circa 60 milioni di persone (in larghissima maggioranza residenti nel continente sudamericano) che possono costituire un enorme valore aggiunto nelle nostre relazioni; la nostra struttura industriale, basata non solo su alcuni grandi gruppi ben presenti nel vostro continente ma anche sulle PMI e sui distretti industriali, che abbiamo spesso proposto come modello per le economie emergenti.

Si tratta di due fattori molto importanti, che devono però essere pragmaticamente ripensati e aggiornati. La vicinanza culturale tra Italia e America Latina poggia su un patrimonio di valori e una memoria di cui le collettività italiane sono parte determinante, essendo state motore della crescita economica di molti paesi in cui hanno trovato nuova patria. Ma il loro effettivo coinvolgimento come ponte tra l’Italia e l’America Latina passa anche attraverso una politica che faccia riemergere completamente le potenzialità di queste relazioni troppo spesso “carsiche” tra l’Italia, la sua gente, le sue istituzioni locali e l’ “altra Italia” in America Latina.

Parallelamente, la proiezione economica internazionale delle piccole e medie imprese che costituiscono la base del modello economico italiano può e deve essere rafforzata. Non c’è dubbio che, a differenza di quanto accade nel caso tedesco, la sinergia fra grandi imprese, banche e PMI funzioni ancora troppo poco.

In tal senso, è essenziale che la creazione del nuovo ICE, la nuova Agenzia per la promozione economica internazionale, funzioni da valido strumento per l’internazionalizzazione del sistema-paese. Il Ministero Terzi e il Ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, stanno avviando la cabina di regia con le modalità previste dalla nuova legge. L’obiettivo, naturalmente, è di adottare una strategia congiunta e più efficace di promozione per le imprese italiane.

Ne abbiamo bisogno e lo dicono i dati. Nonostante le indiscusse potenzialità a cui accennavo prima, l’Italia è ancora solo il 9° mercato per l’America Latina (con una quota del 2,3%). Non solo la Spagna, con i suoi legami e la sua storia, ma anche la Germania, per restare all’ambito europeo, si attestano su posizioni migliori – anche perché fra il 2001 e il 2010 gli investimenti tedeschi nella regione sono raddoppiati.

Dico tutto questo per arrivare a una prima conclusione: se è vero, come è vero, che verso l’America Latina abbiamo impostato, nel corso degli anni, una politica condivisa e bipartisan, con uno sforzo che ha incluso società civile, enti locali, mondo imprenditoriale e universitario, resta importante riflettere in quali settori e come si possa fare di più.

Ad esempio, è necessario un riposizionamento del nostro sistema bancario, quasi del tutto assente ad eccezione di Intesa San Paolo. E sono necessari nuovi investimenti in tecnologia e in innovazione: risultato che potrà venire solo dalla sinergia tra grandi imprese e università, continuando su una via già tracciata con impegno e costanza da Enzo Scotti.

E naturalmente c’è tutto il potenziale di cooperazione politica sviluppato negli scorsi anni, in particolare sui temi della sicurezza interna, del contrasto alla criminalità e al narco-traffico. Ne ho parlato con il Ministro degli esteri del Messico, la signora Espinosa.

4.
Lasciatemi aggiungere qualche parola sui processi di integrazione. L’America Latina comincia ad assomigliare all’Europa almeno su un punto: la moltiplicazione di gruppi, sigle, acronimi. Sto scherzando, naturalmente; la parte seria, così come è seria in Europa, è la tendenza all’integrazione regionale. In quest’ambito l’Italia intende svolgere un ruolo costruttivo, favorendo i rapporti fra l’Ue e i vari gruppi esistenti. Il regionalismo aumenta le opportunità di investimento economico, a cominciare dai settori chiave dell’integrazione “fisica” (infrastrutture, telecomunicazioni). Dal mio punto di vista, deve anche essere un antidoto contro tentazioni neo-protezionistiche che esistono in entrambi i nostri Continenti ma che hanno effetti nocivi.

Su questo, ho avuto una conversazione molto interessante con il Ministro degli esteri della Colombia. La posizione italiana è favorevole a un aumento della concorrenza sul mercato interno, anche come condizione di un’Europa aperta all’esterno.

In altri termini: dobbiamo evitare che il protezionismo sia uno dei lasciti della crisi economica e finanziaria degli ultimi anni. La cooperazione fra europei e latino-americani è decisiva, in questo senso. L’Italia è pronta a cooperare su questo tema, come su altri, nell’ambito del G-20 a presidenza messicana.

5.
Concluderei con una rapida nota – è un ragionamento che mi piacerebbe sviluppare nei prossimi mesi – sull’integrazione attraverso l’Atlantico del Sud. E’ del tutto comprensibile che l’America latina punti sul Pacifico: lo fanno i paesi della costa occidentale naturalmente ma lo fa anche il Brasile, come indica l’importanza delle relazioni con la Cina. Anche gli europei, ovviamente, guardano verso l’Asia. Non possiamo pensare, tuttavia, che il 21 secolo sia solo il secolo asiatico, che l’intero baricentro dell’economia globale si sposti verso Est e poggi sulle spalle di una Cina che sta cominciando in realtà a rallentare. Non è realistico pensare, insomma, che tutto il potenziale di crescita si concentri in una sola area del mondo.

Lo dico perché penso che l’importanza dell’integrazione atlantica non sia tramontata. Le radici culturali delle nazioni delle Americhe sono su questa sponda dell’Atlantico.

Il XX secolo è stato caratterizzato dall’integrazione nordatlantica; il XXI, può ampliare e integrare questa visione, con lo sviluppo dell’integrazione atlantica a Sud. L’Italia crede nella complementarietà di questi due assi e nella loro caratteristica comune: la centralità della democrazia. E’ un progetto – politico e culturale, non solo economico - su cui potremmo lavorare insieme. Eventualmente facendone oggetto di una sessione della Sesta Conferenza latino-americana. Vi ringrazio.


Luogo:

Roma

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