Discorso dell’On. Ministro all’apertura dei Rome Med Dialogues
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Governo Italiano

Discorso dell’On. Ministro all’apertura dei Rome Med Dialogues

Data:

30/11/2017


Discorso dell’On. Ministro all’apertura dei Rome Med Dialogues

Signor Presidente della Repubblica,

Signor Presidente della Repubblica libanese,

Colleghi Ministri,

Onorevoli Deputati e Senatori,

Signore e Signori,

Se guardate il planisfero terrestre con i suoi grandi oceani, il Mediterraneo sembra un piccolo lago. La superficie del Mediterraneo è l’1% di quella del globo terrestre. Eppure, in questa regione continuano a giocarsi i destini del mondo; e a decidersi le sorti della pace e della sicurezza globali.

In questo momento nel Mediterraneo: continua a spargersi sangue in Siria; preoccupa molto il futuro della Libia; si registrano nuove tensioni in Libano e nel Golfo; emergono nuove sfide alla precaria  situazione di sicurezza in Iraq; e resta fragile il quadro di stabilità nei Balcani Occidentali.

Mai, come in questo frangente, abbiamo bisogno di alimentare il dialogo nel Mediterraneo. Questa è la scelta strategica dell’Italia. Una scelta non estemporanea, ma determinata e consapevole, in quanto affonda le sue radici nella storia italiana e nella nostra collocazione geografica.

La geografia, che ci ha posto al centro del Mediterraneo, ha dettato nei millenni il nostro approccio al dialogo e alla mediazione. Fateci caso: med-iterraneo e med-iazione hanno la stessa radice etimologica. Queste parole riflettono la nostra vocazione e la nostra bussola diplomatica.

Di fronte alle gravi crisi nel Mediterraneo, l’Italia ha seguito la rotta del dialogo costruttivo e così non ha mai smarrito i propri valori. Non abbiamo fatto alcuna concessione alla retorica della paura, alla facile demagogia o alla propaganda fondata sull’odio del diverso. Al contrario, abbiamo fortemente creduto in un paziente lavoro diplomatico volto a rafforzare l’identità culturale e spirituale che accomuna i vari popoli del Mediterraneo. Penso in primis alla crisi migratoria: abbiamo coniugato solidarietà e sicurezza, “salvando l’onore dell’Europa”, come ha dichiarato il Presidente Juncker. E mettendo l’Italia dalla parte giusta della storia.  

Inorridiamo quando un barcone stipato di centinaia di persone affonda nel Mediterraneo, inghiottendo vite e sogni di persone disperate. Siamo profondamente sconcertati dalle spaventose condizioni alle quali sono sottoposti rifugiati e migranti in alcuni centri di raccolta libici. Ma a tutti coloro che per tanto tempo hanno fatto paternali e lezioni dall’alto, dico una cosa: rimboccatevi le maniche, siate coraggiosi e fornite aiuti concreti ed immediati, come ha fatto e continua a fare l’Italia. Ad esempio, favorendo l’intesa tra l’Agenzia dei Rifugiati dell’ONU (UNHCR) e il Consiglio Presidenziale libico; oppure destinando 6 milioni di euro al miglioramento delle condizioni dei centri libici.

D’altro canto, è impensabile che l’Italia - da sola - possa farsi carico del controllo della rotta del Mediterraneo centrale, tanto più oggi che questa rotta potrebbe creare rischi gravi alla sicurezza europea, se attraversata dai foreign fighters di ritorno dall’Iraq e dalla Siria. Occorre agire insieme per evitare che si ripetano vili attacchi terroristici come quello sferrato alla Moschea di Radwa, in Egitto. E dobbiamo agire subito, ma con un’ottica di medio-lungo periodo, nella consapevolezza che il terrorismo, come diceva Falcone sulla mafia, “è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione, e avrà anche una fine”.

 

Sta a noi accelerarne la fine. Per esempio, dobbiamo continuare a contribuire alla Coalizione Globale contro Daesh, dopo i successi conseguiti in Iraq e in Siria. L’Italia ha fatto la sua parte: in Iraq siamo il secondo Paese della Coalizione.

Ma non basta. Occorre riconoscere che le sponde del Mediterraneo, seppure vicinissime geograficamente, restano ancora troppo lontane politicamente. E occorre allora costruire un genuino partenariato fra il nord e il sud del Mediterraneo.

Un partenariato, fra il nord e il sud del Mediterraneo, fondato da un investimento strategico sui giovani. Vogliamo agire su due fronti: da un lato, grazie alla diplomazia economica, stiamo promuovendo nuove attività imprenditoriali che portino occupazione; dall’altro, stiamo intensificando gli scambi culturali e universitari.

Ho il piacere di annunciare che durante questi Med Dialogues firmeremo un’intesa per promuovere un grande  “Erasmus del Mediterraneo”, che l’Italia sostiene con borse di studio e una maggiore mobilità universitaria.

Sono convinto che la chiave di volta sia un investimento di grande portata nella cultura. Quello che l’Italia ha già avviato lanciando un ambizioso programma “Italia, culture e Mediterraneo”, che prevede oltre 500 iniziative culturali, nel 2018, dal Marocco all’Iran.

E poi vorrei che da questi Med Dialogues non uscissero i soliti slogan effimeri che nascono e muoiono nel tempo di un tweet. Vorrei invece che da questi giorni di dibattiti emergesse un messaggio solido, forte e di lungo orizzonte: che le crisi, anche le più complesse, le possiamo risolvere con il dialogo, con la mediazione e con le soluzioni politiche. Non esistono mai “ricette magiche”. Al contrario, gli “apprendisti stregoni” si rivelano velleitari illusionisti, se non addirittura “pifferai magici” forieri di sventure. Le scorciatoie militari ingannano e conducono i popoli nell’abisso dell’autodistruzione.

E’ il caso della Libia. Una sfida centrale per la stabilità e per la sicurezza del Mediterraneo. Se i libici non coglieranno l’opportunità del Piano d’Azione dell’ONU, a pagarne le conseguenze non sarà solo la Libia, ma tutti noi.

Anche la tragica storia della Siria deve essere un monito per i libici e per tutti noi. Le tensioni regionali e le brutali azioni del regime di Assad hanno complicato la via della pace - in Siria - per troppo tempo. Il nostro obiettivo principale resta e rimarrà: il sostegno al processo politico guidato dall'ONU.

E’ altrettanto ovvio che non ci può essere pace e sicurezza se - oltre al dialogo - mancano: il rispetto delle identità, delle specificità culturali e storiche degli altri, e il riconoscimento del pluralismo religioso.  Insieme, dobbiamo moltiplicare gli sforzi per separare chi prega da chi spara: per individuare e per isolare chi predica l’odio e pratica la violenza. I nostri argini di difesa stanno nella convivenza, nella tolleranza, nel diritto e nell’inclusività.

E certo non possiamo promuovere un Mediterraneo inclusivo se la metà della nostra società rimane ai margini dei processi decisionali. Il mese scorso, qui a Roma, abbiamo lanciato la Rete delle Donne Mediatrici del Mediterraneo. Sosteniamo con la nostra politica estera azioni di promozione dell’uguaglianza di genere. Quindi, abbiamo accolto con grande favore, ad esempio, le decisioni coraggiose del Presidente tunisino. E anche durante questi Med Dialogues abbiamo organizzato un Forum speciale sulle Donne, per continuare a promuovere l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile.

La parità di genere è un investimento nella crescita. La partecipazione paritaria delle donne nell’economia può dare un enorme impulso ad un mercato, quello del Mediterraneo, che già conta 500 milioni di consumatori e che rappresenta il 10% del PIL mondiale, cresciuto negli ultimi 20 anni ad una media del quattro e mezzo percento all’anno.

In questo momento fondamentale della storia, ci muoviamo su un crinale decisivo: il Mediterraneo può tornare ad essere un punto d'incontro di culture, di civiltà, di commercio e di investimenti; oppure può degenerare in una regione di scontri, di terrore, di disperazione sociale e di disordini. Sta a noi, alla classe dirigente del Mediterraneo, fare tutto il possibile perché la prima di queste due ipotesi - e non la seconda - si avveri.

I dividendi di pace e di sicurezza - in una regione che collega Europa, Africa e Asia - sarebbero enormi e globali. Per noi e per le future generazioni.

Signore e Signori, ho adesso l’onore di lasciare la parola al Presidente della Repubblica del Libano Michel Aoun. 

 


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