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Governo Italiano

Intervento

Data:

25/07/2007


Intervento

COMMISSIONI RIUNITE
III (AFFARI ESTERI E COMUNITARI) E IV (DIFESA)
Resoconto stenografico
AUDIZIONE

Seduta di mercoledì 25 luglio 2007

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri.

Come ha detto il presidente Ranieri, sono intervenuto ieri in Senato per illustrare la partecipazione italiana alle missioni internazionali.

Tuttavia, in quella sede, sulla base di un invito rivoltomi dal Presidente Marini e di una decisione assunta dalla Conferenza dei capigruppo del Senato, ho notevolmente allargato la mia introduzione ai principali temi di politica estera di particolare attualità. In particolare, ricordo le conclusioni del Consiglio europeo, l'avvio della Conferenza intergovernativa, l'iniziativa per l'abolizione della pena capitale, il vertice del G8, i problemi africani. Non parlerò qui di questi temi - riservandomi, ovviamente, di rispondere ai colleghi che intendano sollevare tali questioni - perché non costituiscono oggetto dell'ordine del giorno, oltre che per non tediarvi (salvo che su richiesta, lo ripeto). Vi tedierò solo su richiesta.

Credo che sarà già abbastanza impegnativo lo svolgimento della parte restante della mia relazione, quella più propriamente relativa al punto sulle missioni internazionali. Infatti, è questo il senso della norma in attuazione della quale ci troviamo in questa sede. Non si tratta di votare a favore o contro, cosa che avverrà a gennaio dell'anno prossimo, quando scadrà il mandato deciso dal Parlamento, ma di fare il punto sullo stato delle principali missioni internazionali in cui il nostro Paese è impegnato.

Come è noto, l'Italia è impegnata su molti fronti. Il nostro impegno militare e di sicurezza si colloca nel quadro di operazioni della NATO, su mandato delle Nazioni Unite, come nel caso della missione in Afghanistan o della nostra ormai decennale presenza nella KFOR, in Kosovo. Più frequentemente, siamo impegnati nell'ambito di missioni propriamente ONU, come nel caso di UNIFIL, ma anche di numerose missioni minori, a cui non sempre si dà la dovuta attenzione e che tuttavia non sono meno impegnative, oltre che politicamente importanti. È il caso della missione delle Nazioni Unite che vigila sulla pace fra Egitto e Israele, che peraltro si svolge in una posizione molto delicata del confine tra i due Paesi, in una zona interessata da altri problemi e da altri conflitti. Ricordo, ancora, la missione di peacekeeping a Cipro e quella di monitoraggio alla frontiera fra India e Pakistan, solo per citare alcune delle principali missioni delle Nazioni Unite in cui sono presenti anche militari italiani.

Ci sono, poi, sempre più spesso, missioni europee: è il caso della Bosnia, del Sudan, del Congo, o della missione a Rafah, con funzioni di vigilanza al valico di confine tra Gaza e Israele. Si tratta di missioni europee, nelle quali l'Italia ha un ruolo spesso rilevante: a Rafah, per esempio, abbiamo il comando della missione, con il generale Pistolese.

Come vedete, il quadro dell'impegno internazionale delle nostre Forze armate è estremamente ampio - non a caso siamo uno dei Paesi più impegnati in missioni di pace in ogni parte del mondo - e caratterizzato da una presenza notevolmente qualificata. In Libano e a Rafah l'Italia ha una posizione di comando, e in Kosovo, come sapete, ha il comando di una delle aree in cui è stato suddiviso il Paese. In Afghanistan e nel Kosovo, a rotazione, l'Italia ha esercitato il comando delle forze NATO. Lo dico perché non sempre viene valutato sufficientemente, dall'opinione pubblica e dalle forze politiche, il rilievo che ha questa componente della nostra politica estera.

Noi siamo un Paese che ha una presenza militare di peacekeeping nel mondo e una funzione di rilievo in questo quadro, con una più accentuata sproporzione tra le potenzialità del nostro Paese - esistono Paesi che hanno forze armate più potenti delle nostre ma con un'esposizione assai minore - e la nostra esposizione. Abbiamo un personale militare - quasi 10.000 persone - dislocato in varie parti del mondo, con responsabilità di primo piano e, in diverse situazioni delicate, responsabilità di comando.

È giusto che tutto questo sia all'attenzione del Parlamento, perché rappresenta - lo ripeto - un asset importante della nostra politica estera e anche un'attività nella quale l'Italia è particolarmente apprezzata. Non mi riferisco alla vocazione da "dama di san Vincenzo" su cui si ironizza in modo spiritoso (il Presidente Cossiga qualche volta lo ha fatto); o meglio, forse è anche così, nel senso che le nostre Forze armate hanno predisposizione a svolgere un servizio di assistenza e di aiuto alle popolazioni. Tale predisposizione, peraltro, secondo me è pienamente funzionale a un'attività di peacekeeping. Tuttavia, mi riferisco a una particolare qualità politica della presenza italiana. L'Italia è una presenza molto spesso gradita, perché è un Paese che non ha una tradizione aggressiva e che spesso ha rapporti amichevoli con i diversi contendenti. E chi, meglio di chi abbia un rapporto amichevole con i diversi contendenti, può esercitare un ruolo di peacekeeping, nel senso di essere un honest broker in mezzo a un conflitto? Inoltre, il nostro Paese ha una posizione internazionale rilevante e rispettata.

Ho detto questo come premessa perché mi sembra utile, ogni tanto, richiamare questi aspetti. Infatti, siamo soliti valorizzare molto poco il modo in cui queste missioni vengono svolte, i risultati che esse ottengono e gli apprezzamenti internazionali di cui molto spesso sono oggetto. Fatta questa premessa, vorrei affrontare le questioni più delicate e più impegnative: l'Afghanistan, il Libano, ma anche il Medio Oriente e, da ultimo, il Kosovo, dove lo scenario politico si presenta particolarmente complesso e dove si apre una fase molto delicata.

L'inquadramento della nostra presenza in Afghanistan è un impegno che ovviamente non si esaurisce con la missione militare, che tuttavia ne costituisce una componente fondamentale, ma coinvolge la dimensione dell'assistenza umanitaria, della cooperazione economica allo sviluppo e l'iniziativa di carattere propriamente politico-istituzionale. Per fare il punto, a mio parere, bisogna partire dal principale evento promosso dall'Italia nelle ultime settimane, cioè la Conferenza sulle rule of law che si è svolta a Roma il 2 e 3 luglio.
La conferenza ha segnato un importante successo; ha visto la partecipazione di ventisei delegazioni di Paesi e organizzazioni internazionali, gli interventi del Presidente afghano Karzai, del Segretario generale delle Nazioni Unite, del Segretario generale della NATO, della Presidenza di turno dell'Unione europea. Direi che, nel suo complesso, il successo della conferenza è stato marcato, in particolare, dal fatto che questo programma di sostegno al sistema della giustizia in Afghanistan, nel quale abbiamo una funzione di guida, ha trovato - nel corso della conferenza stessa - sostegni finanziari per 360 milioni di dollari, con un risultato a cui il nostro Paese ha contribuito con un impegno di 13,5 milioni, dunque abbastanza limitato. Tale risultato è andato molto al di là di ogni aspettativa e ci consentirà di portare avanti obiettivi ambiziosi: innanzitutto, un'opera di organizzazione del sistema giudiziario, che rappresenta non soltanto una base fondamentale per la costruzione di uno Stato democratico, ma anche la condizione per l'affermazione di quei diritti umani che certamente in Afghanistan non possono ancora essere considerati pienamente rispettati.

La conferenza si è proposta obiettivi di carattere quantitativo, ma anche e soprattutto di carattere qualitativo, dal punto di vista della tutela delle persone, del trattamento dei prigionieri, della tutela delle regole dello Stato di diritto nei procedimenti. Questi obiettivi qualitativi saranno sottoposti a un monitoraggio internazionale.

La conferenza è stata anche l'occasione per tornare ad avere una discussione politica sulle prospettive dell'Afghanistan, essendo chiaro che la vera battaglia da vincere per il Governo afghano e per la comunità internazionale è quella del consenso e della fiducia della popolazione. Non a caso si è sviluppato, nel corso degli ultimi mesi, un confronto piuttosto spigoloso nelle sedi internazionali, in sede ONU e NATO - un confronto del quale il Governo italiano è stato tra i protagonisti, e ricordo, in particolare, l'intervento del Ministro della difesa -, per affrontare il delicato e drammatico tema delle vittime civili, che in modo crescente hanno caratterizzato le operazioni militari condotte contro i talebani e contro le infiltrazioni terroristiche.
È evidente che questa situazione non è accettabile sul piano morale ed è disastrosa sul piano politico; inoltre, essa ha creato crescenti tensioni tra le forze internazionali e il Governo afghano. È fondamentale che le attività militari si coordinino in modo da evitare, o da ridurre al massimo, eventi di questo tipo. Nella situazione afghana - penso che di questo potrete discutere in modo più approfondito con il Ministro della difesa - è evidente che il sovrapporsi della missione ISAF e della missione Enduring Freedom (che più opportunamente dovrebbe concludersi, secondo la nostra opinione) finisce per creare, molto spesso, condizioni di un'azione militare non efficacemente coordinata e rischiosa per le popolazioni civili.

Dal punto di vista della missione militare, questo è il problema più delicato perché gli effetti di queste operazioni sono gravemente controproducenti e, per di più, accrescono anche il rischio per le Forze armate, aumentando la possibilità di un contesto non favorevole, direi ostile alla presenza militare straniera, se questa è vista anche come una minaccia per le popolazioni civili.
Più complessivamente, credo che si registrino anche dei progressi: sul piano della sicurezza, dove è evidente che la temuta offensiva generale dei talebani non vi è stata; sul piano della cooperazione regionale, dove in particolare gli sforzi compiuti per favorire il dialogo tra Afghanistan e Pakistan hanno prodotto alcuni risultati positivi; e anche sul piano della ripresa civile del Paese, sebbene permangano problemi molto gravi, legati per un verso alla corruzione, che continua a caratterizzare molti degli apparati, soprattutto periferici, e, per altro verso, all'influenza dell'economia della droga, che rimane estremamente forte in tanta parte dell'Afghanistan.

È un quadro problematico quello nel quale la nostra missione si svolge, direi, in modo positivo. Noi abbiamo anche provveduto - è un tema di cui si era discusso anche in Parlamento - a rafforzare la dotazione delle nostre Forze armate in termini di mezzi di difesa e di tutela della sicurezza del personale militare italiano, ma rimane del tutto valida la considerazione politica che il nostro Governo ha proposto in tante sedi internazionali e che continua ad essere l'obiettivo per il quale noi ci muoviamo.

È evidente che la situazione dell'Afghanistan, che si presenta come una missione di medio periodo - non a breve termine - ha bisogno soprattutto di una rinnovata iniziativa politica. Per questo sosteniamo l'idea di una Conferenza per la pace, di cui la Conferenza sulla giustizia ha rappresentato, nella nostra visione, anche un momento preparatorio, come altri ve ne saranno. È infatti in previsione, per l'autunno, una Conferenza sulla cooperazione economica nella regione, che coinvolgerà i Paesi della zona: si tratta di un fatto positivo, perché è del tutto evidente che la sicurezza dell'Afghanistan è legata anche ad un patto regionale di stabilità, che coinvolga non solo il Pakistan, ma anche i Paesi ex sovietici che gravano a nord dell'Afghanistan e l'Iran, che è fortemente coinvolto nella crisi afghana.

È chiaro che tutto questo dovrebbe portare, nella nostra visione, ad una conferenza internazionale per la pace, sul modello del dialogo che si è aperto in Iraq. In fondo, in un contesto ancor più problematico come quello iracheno, alla fine gli americani hanno promosso una Conferenza regionale, che ha rappresentato il primo passo verso un impegno coordinato per la pacificazione di quel Paese. Sulla base della Conferenza regionale, si è avviato un intenso dialogo tra Stati Uniti ed Iran, che ancora in queste ore conosce nuove tappe e che è - potrebbe apparire paradossale, tuttavia è nell'interesse di tutte e due le parti - l'unica via attraverso la quale contribuire a una pacificazione dell'Iraq.

Noi restiamo persuasi, quindi, che l'orizzonte nel quale collocare il nostro impegno in Afghanistan sia quello di un rilancio di un impegno politico dell'intera comunità internazionale, per cercare di concentrare gli sforzi verso un'opera di stabilizzazione e di riconciliazione. Devo dire che il tema della riconciliazione suscita sempre delle discussioni fuorvianti. Il progetto di riconciliazione nazionale, che d'altro canto è proprio del Governo Karzai, si rivolge a tutte quelle forze che sono state protagoniste di un lungo conflitto interno e che decidono di abbandonare le armi e di convergere in un processo democratico.

Questa è la prospettiva di una riconciliazione che appare come l'unica in grado di porre fine a un lungo conflitto interno, rispetto al quale la presenza militare può funzionare al massimo come contenimento, ma difficilmente può concludersi con una vittoria militare. Se, infatti, questo conflitto prende la piega di uno scontro etnico tra etnia pashtun e le altre etnie dell'Afghanistan, nessun esercito potrà risolvere questo problema. Potrà farlo, appunto, soltanto un processo di riconciliazione nazionale.

Noi lavoriamo in questa direzione e credo sia importante che il Senato, ieri, lo abbia ribadito, pressoché all'unanimità, salvo poi fare successivamente qualche giochino di parole. Del resto, siamo l'unico Parlamento al mondo dove si vota cinque, sei, sette volte sullo stesso tema, nella stessa seduta, fino a che non si sbaglia: è una nuova procedura che è stata adottata. Tuttavia, ieri il Senato ha votato una risoluzione con la quale si conferma l'impegno italiano per la pace e la stabilità in Afghanistan, nonostante tale impegno - come dice la risoluzione stessa - sia difficile e durevole. La risoluzione - lo ripeto - è stata votata in modo pressoché unanime dal Senato della Repubblica.

Affronto ora il tema della missione in Libano, diventata uno dei banchi di prova della possibile efficacia dell'azione multilaterale, in un'area decisiva per la sicurezza, come quella del Medio Oriente. Siamo alla vigilia del rinnovo del mandato UNIFIL, che sarà discusso dal Consiglio di sicurezza entro la fine del mese di agosto, dato che esso fu conferito il 28 agosto, come ricorderete. La presenza internazionale - oltre 13.000 militari - ha permesso alle autorità libanesi, per la prima volta in trent'anni, di riprendere il controllo a sud del fiume Litani ed è stato anche un elemento molto importante di sicurezza e di contenimento di possibili azioni militari e di provocazione.

Lungo il confine israelo-libanese si erano registrati, dal ritiro delle forze armate israeliane dal Libano - come ricorderete, fu deciso dal Governo Barak cinque anni fa -, circa 18.000 incidenti di frontiera. Il lancio di razzi e le
incursioni israeliane erano la regola. UNIFIL ha sostanzialmente posto fine a tutto questo - lo dico perché non viene sufficientemente valutato -, salvo alcuni limitatissimi episodi. Uno di questi è l'episodio tragico dell'attacco terroristico che ha portato all'uccisione di militari spagnoli e colombiani impegnati nella missione ONU. Complessivamente, però, UNIFIL ha rappresentato, sotto questo profilo, un fattore effettivamente di mantenimento della pace su una delle frontiere più tormentate del Medio Oriente, quella dove nacque il conflitto israelo-libanese dell'estate scorsa.

Detto questo, è inutile nascondersi, naturalmente, che la situazione rimane complessa e rischiosa. È evidente, anche nel Libano, che la missione internazionale non potrà da sola risolvere i problemi di quel Paese, in assenza di un processo politico interno al Libano e di un processo politico di pacificazione regionale. È chiaro che le tensioni libanesi sono strettamente connesse anche alla situazione sul fronte israelo-palestinese e al problema dei rapporti fra Israele e Siria.

Sul piano della sicurezza, vorrei sottoporre alcune valutazioni. Innanzitutto, continuano a preoccupare le informazioni sul contrabbando di armi. Certamente, anche le informazioni in nostro possesso dicono che il flusso di armi, in particolare nei primi mesi dopo la fine del conflitto, è stato piuttosto intenso dalla Siria verso il Libano. Come sapete, la risoluzione 1701 stabilisce l'embargo delle armi, ma non affida all'UNIFIL il compito di far rispettare questa decisione, demandata invece alle Forze armate libanesi. Tuttavia, il rapporto redatto dalla missione Lebanon Independent Border Assessment Team (LIBAT), inviata dal Segretario generale delle Nazioni Unite, fa stato di un livello di controllo insufficiente del confine siro-libanese. A questo si aggiunge l'attività terroristica, che è sfociata nel conflitto, non ancora terminato, tra le forze armate libanesi e il gruppo di Fatah al-Islam. Si tratta di un gruppo di matrice al-qaedista, fondamentalista, che ha messo radici in particolare nel campo profughi palestinese di Nar el-Bared, ma anche in altri campi profughi palestinesi, pur non essendo un gruppo palestinese tradizionale. In realtà, secondo i rapporti delle stesse forze armate libanesi, una parte notevole di questi combattenti, i quali hanno dato prova di un livello assai efficace di preparazione militare e di armamento, non sono palestinesi ma, come spesso capita nei gruppi jihadisti, militanti che provengono da numerosi Paesi del mondo arabo, sauditi, persino maghrebini. Ormai siamo di fronte ad una efficace internazionale jihadista, che è anche una delle conseguenze della guerra in Iraq. Una buona parte di questi combattenti vengono dall'Iraq, attraverso la Siria, e l'Iraq è il più grande campo di addestramento di combattenti fondamentalisti del mondo, una fucina di terrorismo. Questo è il risultato della guerra che doveva spegnere il terrorismo.

In realtà, come avviene anche in altri Paesi arabi e come anni fa avveniva quando i combattenti jihadisti venivano chiamati gli "afghani", perché erano quelli che avevano combattuto in Afghanistan contro le forze armate sovietiche, oggi i combattenti jihadisti sono molto spesso iracheni: giovani che partono da tutti i Paesi del mondo arabo, vanno a combattere in Iraq e poi tornano nei loro Paesi per reimpiantarvi cellule di tipo terroristico.

Questo è un problema enorme, che investe tutto il mondo arabo, anche se non è oggetto di questa discussione. Dal Maghreb all'Arabia Saudita, ad altri Paesi, questi fenomeni si vanno estendendo. Un interessante rapporto della CIA spiega come e perché, in questi anni, si è rafforzata la rete del terrorismo fondamentalista.
In Libano, questo gruppo è stato protagonista di attacchi terroristici e di una feroce guerriglia con le forze armate libanesi. Questo, tuttavia, è stato un elemento di fronte al quale si è registrata una certa coesione tra le forze politiche libanesi e si è manifestato un certo grado di capacità delle forze armate libanesi di garantire la sicurezza. Accanto a questo, aggiungo anche l'efficace collaborazione tra i principali gruppi palestinesi e le autorità libanesi. L'isolamento di questa cellula terroristica è avvenuta anche grazie alla collaborazione dei principali gruppi palestinesi con le autorità libanesi.

Questi fenomeni - traffico di armi e radicamento di cellule terroristiche - testimoniano una fragilità della situazione libanese, che ha in parte la sua origine in attività di destabilizzazione che vengono dall'esterno del Paese, ma anche nella difficoltà interna del Libano. Il Libano vive una condizione di paralisi istituzionale: il Parlamento non è convocato, il Presidente della Repubblica non comunica con il Governo, e quest'ultimo funziona in una situazione di emergenza interinale dopo le dimissioni dei ministri della componente sciita. Tutto questo alla vigilia delle elezioni del nuovo Capo dello Stato. Si comincerà a votare il 25 settembre, senza che vi siano le condizioni per quella 'intesa tra le diverse componenti etnico-religiose che è la condizione per raggiungere il quorum per l'elezione del Capo dello Stato.

È evidente che, in questo momento, è essenziale operare per sostenere l'impegno della Lega Araba per rilanciare il dialogo tra le diverse componenti interne alla società libanese. Per quanto ci riguarda, abbiamo fatto la nostra parte, incontrando diverse personalità e diverse forze politiche. In modo particolare nel corso della mia missione, abbiamo incoraggiato il patriarca cristiano-maronita a svolgere un'essenziale funzione di mediazione. Infatti, secondo la Costituzione del 1943, di norma, il Presidente della Repubblica è un cristiano-maronita e la comunità cristiana potrebbe e dovrebbe dare un contributo essenziale alla riconciliazione nazionale libanese, proponendo una personalità che possa essere un punto di riferimento per l'insieme del Paese. Non è facile, perché la comunità cristiana è radicalmente divisa, forse quella più divisa: una parte collabora con il Governo Siniora e una parte, invece, collabora con il fronte dell'opposizione, in particolare con Hezbollah. Quest'ultimo, appunto, ha il suo principale alleato nella maggiore forza politica di matrice cristiana che opera nella vita politica libanese.

Abbiamo apprezzato l'iniziativa francese. Il Governo francese ha promosso nei giorni scorsi, tra il 14 e il 16 luglio, una Conferenza a La Celle Saint Cloud a cui hanno partecipato i rappresentanti di tutti gli schieramenti politici libanesi. Era presente anche quel parlamentare di Hezbollah che era a braccetto con me, permettetemi la battuta. Sarkozy è indicato come un grande statista, io come un para-terrorista, però abbiamo incontrato la stessa persona. Poi ognuno giudicherà come vuole...
GIANCARLO GIORGETTI. Gode di buona stampa!

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Sono contento che almeno lui goda di buona stampa. (Commenti). Io meno: non vado alla ricerca della popolarità, mi accontento di quei pochi che apprezzano.

Lo dico, ovviamente, per sottolineare che, se si vuole lavorare a un processo di riconciliazione, essenziale per dare forza al Libano, bisogna discutere con le forze in campo. E tra queste forze senza dubbio Hezbollah, piaccia o non piaccia - a me non piacciono i partiti fondamentalisti, i "partiti di Dio"; sono sempre stato un fanatico sostenitore della laicità della politica -, è un partito che, per quanto di Dio, prende i voti della comunità sciita e quelli del 35 per cento dei libanesi. È difficile prescindere da una forza di questo tipo se si vuole promuovere un processo di riconciliazione nazionale.
Penso che la comunità internazionale debba lanciare un messaggio chiaro a quei Paesi che esercitano una forte influenza sulla situazione libanese, tra cui la Siria. In Siria abbiamo compiuto una missione, abbiamo parlato con molta chiarezza del problema dei confini, del traffico delle armi e della necessità che questo Paese rispetti pienamente l'indipendenza nazionale del Libano. So che forse non basta parlare con chiarezza, ma noi lo abbiamo fatto.

Inoltre, l'Iran esercita una forte influenza su Hezbollah e questo è certamente un elemento importante nella ricerca di una soluzione, per ragioni innanzitutto religiose. Anche l'Arabia Saudita, come è noto, ha un legame molto forte con il mondo sunnita libanese, in particolare con la famiglia Hariri, che ha una funzione molto importante. Ricordo che il giovane figlio dell'assassinato Primo ministro libanese è il capo indiscusso del principale partito che sostiene il Governo Siniora.
Proprio in queste ore, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia hanno attirato l'attenzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla necessità di rafforzare il controllo della frontiera siro-libanese. Personalmente, sono del tutto d'accordo con questa esigenza. Come è noto, il Governo italiano ha cercato di intervenire in questo senso, di promuovere anche forme di collaborazione tra l'Unione europea, la Siria e il Libano in questa direzione. Il Governo libanese ha chiesto, con una nota al Segretario generale delle Nazioni Unite, che il mandato UNIFIL venga confermato per un anno negli stessi termini del mandato conferito nel 2006.

Credo che questa richiesta del Governo libanese debba essere accolta. Non mi pare che si possa attribuire a UNIFIL il compito di sorvegliare il confine con la Siria perché, fra l'altro, questo richiederebbe come minimo il raddoppio del contingente, dato che tale confine è piuttosto lungo. Tuttavia, certamente si possono e si debbono fare due cose a questo fine: innanzitutto, aiutare le forze armate libanesi, anche dal punto di vista tecnico, e in questo senso noi abbiamo incoraggiato una missione tedesca che ha lavorato e sta lavorando in questa direzione; in secondo luogo, tornare a insistere con Damasco circa la possibilità di una missione europea di collaborazione al controllo delle frontiere sul lato siriano. Non si intende una missione militare; noi avevamo parlato di una missione civile, dotata di mezzi tecnici. Credo che un accordo di questo tipo rappresenterebbe un segnale concreto, da parte della Siria, di buona volontà nel collaborare con la comunità internazionale.

La situazione libanese è connessa - come accennavo prima - agli sviluppi sul fronte israelo-palestinese, dove la situazione ha conosciuto la crisi della fragile esperienza del Governo di unità nazionale palestinese, dopo il colpo di mano militare di Hamas a Gaza, una drammatica separazione tra Gaza e la Cisgiordania e la nascita di un nuovo Governo palestinese di emergenza, guidato da Salam Fayad. È dunque una situazione che ha visto, da una parte, l'aggravarsi degli elementi di conflitto, di contraddizione infrapalestinese, con il rischio di una separazione tra Gaza e la Cisgiordania che, se diventasse stabile, colpirebbe al cuore la prospettiva di uno Stato palestinese, e, dall'altra parte, dopo la nascita del Governo guidato da Salam Fayad, il riaprirsi di un dialogo tra il premier israeliano Olmert e il Presidente Abbas e qualche passo in avanti concreto, quale l'accelerazione del rilascio dei 250 prigionieri palestinesi di cui erano stati concordati i nomi, la ripresa parziale di trasferimenti finanziari, la sospensione di mandati di cattura verso gli esponenti di Fatah; insomma, alcuni segnali di distensione e di buona volontà.

Innanzitutto, è giusto sottolineare il valore di questi segnali positivi, ma anche, come ha fatto il Presidente Prodi, auspicare che in modo concreto vengano altre concessioni, in particolare volte ad alleviare le condizioni di vita della popolazione palestinese, che restano drammatiche, anche in Cisgiordania. Per altro verso, credo che il fatto che a Gaza comandi Hamas non possa significare in alcun modo che la comunità internazionale non abbia il dovere di intervenire sul piano umanitario per evitare un collasso disastroso - già vicino - in quella zona. D'altro canto, l'Unione europea ha deciso di continuare negli aiuti umanitari, in particolare attraverso le Agenzie delle Nazioni Unite che continuano ad operare all'interno di Gaza.

Tuttavia, ciò su cui voglio attirare l'attenzione sono i possibili sviluppi politici nella situazione israelo-palestinese, in particolare dopo l'annuncio, da parte americana, della convocazione - saranno precisati contenuti e date - di una conferenza internazionale per l'autunno prossimo e dopo la nomina dell'ex Primo ministro britannico, Tony Blair, a rappresentante inviato del Quartetto nella regione, in particolare con il compito di sostenere i palestinesi nella riforma e nell'organizzazione della struttura statale dell'Autorità palestinese.
Noi consideriamo questi segnali positivi. È positivo che si sia deciso di impegnare una personalità politica del rilievo di Tony Blair, il che lascia pensare che egli non abbia il compito di gestire la crisi, ma di cercare di avviarla verso una soluzione. D'altro canto, questa è la sua intenzione. Ne abbiamo parlato lungamente durante la sua visita a Roma, alla vigilia della sua presa di possesso della carica. È positivo, inoltre, che la proposta, che costituisce da sempre un tema della politica italiana ed europea, di una conferenza internazionale sia stata rilanciata dal Presidente degli Stati Uniti d'America.

Naturalmente, il problema ora è quello di lavorare sui contenuti concreti di queste iniziative. Una conferenza internazionale, proprio per le aspettative che suscita, deve poter condurre a risultati visibili, sia sul piano del processo israelo-palestinese, sia sul piano più generale del rapporto fra Israele e Paesi arabi. Noi lavoreremo per il successo della conferenza, sia per incoraggiare gli arabi - compresi quelli che non riconoscono Israele, a cominciare dall'Arabia Saudita - a parteciparvi, sia per fare in modo che essa segni un effettivo passo verso un accordo per la costituzione di uno Stato palestinese a fianco dello Stato israeliano, in un quadro di sicurezza e di certezze. Se questo passo in avanti non vi sarà, temo l'effetto di delusione di una conferenza internazionale che non produca esiti comprensibili e visibili per i palestinesi e per la più generale opinione pubblica araba e israeliana.
 
Noi siamo persuasi che lungo il cammino di una pacificazione della regione - che è e rimane, a mio giudizio, una questione cruciale per la sicurezza nel Mediterraneo, per la lotta al terrorismo e, più in generale, per i rapporti tra il mondo occidentale e il mondo islamico - noi dobbiamo muovere sulla base di alcuni punti di riferimento essenziali. Il primo è il sostegno ai palestinesi che si muovono per la pace con Israele e per la costituzione di uno Stato palestinese accettabile nella comunità internazionale. Siamo stati accusati - paradossalmente - di non sostenere queste forze, sebbene chi vi parla ne sia, al contrario, da sempre sostenitore. Sono infatti convinto che Fatah abbia rappresentato e continui a rappresentare non solo nel mondo palestinese, ma nel mondo arabo, una forza importante, progressista, di ispirazione democratica. Ciò malgrado la crisi di questo partito e i fenomeni di corruzione, che ne hanno purtroppo segnato l'esperienza e che sono in parte anche all'origine dei risultati elettorali che hanno visto il successo di Hamas nei Territori. Non è in dubbio, pertanto, il nostro sostegno a queste forze. Il problema è come esse si possono sostenere: innanzitutto, offrendo oggi ad Abu Mazen la possibilità di migliorare le condizioni di vita dei palestinesi; in secondo luogo, offrendo loro la prospettiva concreta di un accordo di pace, che è la condizione perché le forze di


Luogo:

Roma

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