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Governo Italiano

Intervento

Data:

01/04/2004


Intervento

Commissioni Riunite III (Affari esteri e comunitari) - XIV (Politiche dell'unione europea) della Camera dei Deputati e 3a (Affari esteri, emigrazione) - 14a (Politiche dell'unione europea) del Senato della Repubblica

FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri. La ringrazio, presidente. I parlamentari sanno che gli esiti del Consiglio europeo di primavera riguardano molte tematiche e, fermo restando nella disponibilità di rispondere alle domande che riterranno di pormi, vorrei concentrarmi su alcuni argomenti che penso siano quelli più significativi affrontati dal Consiglio di marzo: il terrorismo e la strategia europea di prevenzione e contrasto; il piano europeo che segue e applica la cosiddetta strategia di Lisbona, cioè le azioni europee per la crescita, per l'occupazione e per lo sviluppo dell'economia; tra ai grandi temi relativi all'impegno internazionale dell'Europa mi limiterei al tema dei Balcani occidentali ed in particolare del Kosovo, che è materia di toccante attualità; ed infine le prospettive del negoziato per la futura Costituzione europea.

Per quanto riguarda il terrorismo sapete che il Consiglio europeo ha deciso l'approvazione di un documento strategico che contiene molti impegni e tanti punti innovativi nelle linee strategiche di contrasto al terrorismo.

Il punto maggiormente innovativo è quello di avere introdotto, con una decisione politica, l'anticipazione di quella clausola di solidarietà, in caso di attacco terroristico ad uno dei paesi europei, che si era concordato di inserire, durante i lavori della Conferenza intergovernativa, nel futuro trattato costituzionale. L'averne anticipato gli effetti è un risultato concreto di questo Consiglio perché, ovviamente, impegna politicamente tutti gli Stati ad intervenire con mezzi e con azioni in caso di attacco terroristico, come tragicamente è accaduto a Madrid.

È stato poi deciso di istituire un coordinamento europeo per le misure di prevenzione e contrasto, si è individuata nell'immediato una figura che assumerà questo incarico, attribuendo al coordinamento europeo compiti che sono certamente di raccordo, ma anche di monitoraggio, sulle linee strategiche dell'azione europea; questo è un altro risultato che definisco positivo e soprattutto concreto. Si è svolta, inoltre, un'approfondita discussione sul tema dell'intensificazione dell'interscambio informativo e della cooperazione fra servizi di informazione e sicurezza da una lato e tra forze di polizia dall'altro. E questa ovviamente è una materia di grande delicatezza; avevamo sottolineato l'importanza di una ancor più forte cooperazione a livello di intelligence sia nel corso della riunione tra i ministri degli interni e della giustizia, sia in quella dei ministri degli esteri, pur rendendoci conto - come ci rendiamo conto noi italiani, ma anche tutti partner europei hanno ben compreso - che l'idea adombrata da qualcuno di creare un servizio segreto europeo o una centrale attiva di intelligence europea è allo stato non proponibile. È sconsigliata in questo momento sia per le difficoltà che hanno molti paesi, sia perché lo sviluppo di una cultura della intelligence europea non può partire dal livello più alto, cioè quello della creazione di una unità centrale di intelligence, ma deve prendere le mosse, come è ovvio, da un rafforzamento che faccia calare un po'- diciamo così - il «tasso di gelosia» degli apparati nazionali di intelligence nel mettere a disposizione informazioni utili per la sicurezza.

Valuteremo nel corso dei mesi come questa misura sarà applicata dal sistema delle relazioni tra servizi di informazione e sicurezza. Ci siamo dati un appuntamento a giugno, al Consiglio europeo di conclusione della Presidenza irlandese per un primo monitoraggio e per una prima valutazione sull'attuazione di queste decisioni strategiche di tipo ovviamente politico. L'Italia ha collaborato alla definizione della strategia; sapete, infatti, che il nostro paese è parte di quel più ristretto strumento di consultazione permanente che a livello politico si è instaurato tra i quattro più grandi paesi europei e la Spagna e che nell'ambito, prima di questa riflessione informale, poi delle riunioni dei ministri, l'Italia ha messo sul tappeto in materia di clausola di solidarietà e di collaborazione di intelligence delle idee che sono state trasfuse nel documento finale della Presidenza.

In particolare, abbiamo posto due problemi che ritengo importanti e che richiederanno, però, per alcuni paesi membri degli adeguamenti normativi preliminari. Abbiamo posto il problema della protezione dei collaboratori di giustizia nei processi di terrorismo, estendendo il concetto della protezione del testimone a quella del collaboratore, figura che - come sapete - non esiste in molti ordinamenti dei paesi europei e che, quindi, non è potuta entrare nelle conclusioni politiche del Consiglio, ma è stata ritenuta una delle tematiche sulle quali la strategia europea di prevenzione e contrasto dovrà concentrarsi nel prossimo futuro. Abbiamo posto anche il problema di un regime, se non comune, quanto meno coordinato, delle espulsioni, a titolo nazionale, ovviamente, di persone concretamente coinvolte in indagini di terrorismo e sospettate per fatti di terrorismo. Questo problema incontra difficoltà a tradursi in una decisione europea, perché in molti paesi gli ordinamenti nazionali sono diversi. Queste sono le linee fondamentali di questa prima parte dell'ordine del giorno del Consiglio europeo.

Passando rapidamente alla seconda delle grandi tematiche (occupazione, sviluppo e strategia di Lisbona), credo che il Consiglio abbia avuto due meriti. Il primo è stato quello di confermare una forte volontà politica rispetto ai tempi e ai piani di azione della strategia di Lisbona. In particolare, è stato detto che occorre non solo la conferma di una volontà, ma l'indicazione di atti concreti per arrivare a tradurre in atto quella volontà e quell'impegno temporale. Tra le linee principali, c'è certamente quella delle riforme strutturali che occorrono all'economia per diventare più competitiva. Settori importanti come quello del mercato del lavoro o la sostenibilità dei sistemi previdenziali sono oggetto di una confermata volontà europea di mettere al centro questo tema del piano di riforme strutturali che l'Europa ritiene necessarie per arrivare agli obiettivi della strategia di Lisbona.

Certamente i settori concreti da potenziare sono quelli della ricerca, dell'innovazione tecnologica e dell'investimento nelle risorse umane, quindi il grande tema della formazione delle classi dirigenti e - abbiamo aggiunto confermando l'impegno del Consiglio europeo durante la Presidenza italiana di dicembre - la realizzazione del piano delle grandi infrastrutture europee come elemento fondante per attuare un mercato interno realmente aperto e privo di quelle barriere ed ostacoli, anche naturali, che rappresentano veramente un vulnus alla piena attuazione del mercato interno.

Su questo aspetto il Consiglio europeo da un lato ha confermato gli obiettivi, dall'altro ha enucleato i settori prioritari - quelli che ho indicato - sui quali appare necessario un maggiore sforzo da parte dei paesi membri. Tra i grandi temi di politica internazionale toccati dal Consiglio europeo, che ha confermato, senza particolari novità, le tradizionali posizioni dell'Europa, vi sono la situazione in Medio Oriente, la necessità di una forte coesione per quanto riguarda la transizione politica in atto in Iraq e l'auspicio, da tutti condiviso, che si lavori per una risoluzione in grado di assicurare l'accompagnamento delle Nazioni Unite al processo di transizione politica verso un governo iracheno legittimato. Su tutto ciò abbiamo confermato quanto noi ministri degli esteri avevamo definito nei documenti comuni soltanto pochi giorni prima del Consiglio.

Un elemento di rilievo è costituito dai Balcani occidentali e, in particolare, dal Kosovo. È evidente che la preoccupazione di tutti aumenta, tanto che la materia delicata di una revisione o di una integrazione del programma per il Kosovo, che prevede il raggiungimento di alcuni standard prima di definire lo status finale, è stata oggetto di discussione. Essa sarà oggetto di discussione anche nella riunione informale del Consiglio della NATO che si terrà domani a Bruxelles, perché, ad esempio, vi sono paesi come la Russia che hanno ribadito - lo ha fatto ieri con me il ministro degli esteri Lavrov - una forte attenzione all'evoluzione della situazione nel Kosovo.

Ebbene, l'esito di questo approfondito dibattito sul Kosovo è che occorre una forte accelerazione della fase di definizione degli standard, che è ancora in corso e che, purtroppo, non ha ancora visto risultati consistenti e, quindi, merita probabilmente di essere integrata, non sostituita o abbandonata, nonché l'affermazione di alcuni principi, il più significativo dei quali è stato proposto dall'Italia e condiviso dagli altri, cioè il principio del decentramento; ciò al fine da un lato di rafforzare i poteri locali, ma dall'altro di studiare delle soluzioni che impediscano la realizzazione di quel concetto tremendo di pulizia etnica a danno della minoranza serba kosovara, che, a nostro avviso, dovrebbe tra l'altro essere coinvolta nel processo negoziale assai più quanto in passato e nel presente sia accaduto. Inoltre, è stata condivisa l'idea, che illustrai proprio in quest'aula pochi giorni fa, secondo la quale ci vuole più Europa nel Kosovo. Non possiamo limitarci ad una presenza, pur importante, nelle Nazioni Unite delle forze NATO. Questa richiesta italiana si è tradotta con la decisione di inviare stabilmente a Pristina un rappresentante speciale dell'Europa, quindi di Javier Solana, e di mandarci un italiano. Quindi è stato raggiunto un doppio risultato per la diplomazia italiana: avere posto il problema di una presenza dell'Unione europea e, a mio avviso, avere giustamente rivendicato all'Italia, per la conoscenza e per l'impegno strategico nel Kosovo, il ruolo di rappresentanza europea. Come sapete, il nostro designato, un funzionario diplomatico di alto valore, il consigliere Gentilini, ha già assunto le sue funzioni ed è già in contatto per iniziare concretamente ad operare a Pristina.

Vengo all'ultimo tema, che è stato discusso dai capi di Stato e di governo, ovvero le prospettive del processo negoziale relativo alla futura Costituzione europea.

Con sincerità doverosa - frutto anche di una profonda convinzione personale - nei confronti del Parlamento e delle Commissioni, esporrò, in modo estremamente sintetico, una considerazione su due aspetti, uno di metodo e l'altro di merito, a proposito dei quali sarà necessario riflettere, posto che, a riguardo, chiederò con assoluta franchezza il parere del Parlamento. Si tratta, infatti, di una materia che non può essere - come purtroppo talvolta è accaduto - mescolata ad altre questioni, al fine di evitare che eventuali valutazioni di natura politica, partitica, o preelettorali sulle seconde, finiscano per sacrificare la rilevanza della prima, adombrando il progetto essenziale di approvare una Costituzione per l'Europa. In ogni caso, ciò che occorre è un'assoluta chiarezza e una risposta adeguata - a cui il Governo si atterrà - nelle sedi che il Parlamento riterrà più opportune.

In primo luogo, svolgerò alcune osservazioni sui profili di metodo. Come loro sanno, è stata espressa dei capi di Stato e di governo l'unanime volontà politica di addivenire alla conclusione di un accordo sulla Costituzione europea entro il termine della Presidenza irlandese. È stato espresso un consenso unanime a cui l'Italia ha concorso, con convinzione, perché ritenevamo e riteniamo che il processo di allargamento e lo sviluppo delle istituzioni europee non possano conseguire il successo sperato in mancanza di istituzioni nuovamente disciplinate, nel senso dell'efficacia, dell'efficienza e della capacità decisionale. Non credo, pertanto, possa esservi alcun dubbio sulla nostra determinazione a proseguire in questo percorso, affinché la volontà politica espressa a Bruxelles si traduca in un accordo concreto sul testo costituzionale. Come tutti gli onorevoli deputati e i senatori qui presenti ben sanno (ma è comunque bene confermarlo), la decisione politica del Consiglio europeo ha riguardato esclusivamente la prospettiva di un accordo entro il mese di giugno, non invece il merito della futura negoziazione, ed anzi, la Presidenza irlandese non ha comunicato a nessuno di noi se intenda convocare una riunione politica dei ministri o dei capi di governo prima del 17 giugno; sicuramente ha intenzione di non convocare una riunione politica prima della fine di aprile. Il primo punto da chiarire è che il Governo concorre e concorrerà all'attuazione di un accordo politico, ma lo farà nel quadro della tradizionale trasparenza e chiarezza sul merito e sul contenuto del futuro accordo. A poco servirebbe assumere un impegno politico di metodo senza che quello trovasse, su un altro tavolo - di cui auspichiamo imminente apertura -, un riferimento di merito. E nel merito occorrerà rapidamente entrare. Ancora una volta, gli onorevoli parlamentari sapranno che l'unico riferimento al metodo è rappresentato da un documento della Presidenza, che assume - come base condivisa per il futuro negoziato - un documento precedentemente definito dalla Presidenza italiana, il documento CIG 60, elaborato dopo il conclave di Napoli, tenendo conto delle numerose osservazioni e richieste avanzate in quella sede.

Ed è bene che io chiarisca, a questo punto, come molti già sanno, cosa pensi di quel documento che la Presidenza ha assunto come base. In primo luogo, il richiamo da parte del primo ministro irlandese Ahern, al documento, e la successiva specificazione - dinanzi al Parlamento europeo - che le questioni ancora da risolvere sono due, confermano quanto la Presidenza e il Governo italiani hanno sempre sostenuto. Ciò significa che, salvo i punti su cui accordo ancora non vi è, esiste una base condivisa sulla stragrande maggioranza, direi la quasi totalità, dei profili di merito della futura Costituzione. Queste premesse - riferite a documenti ufficiali dell'Unione europea - sono indispensabili ad una discussione sgombra da preoccupazioni di carattere preelettorale (e che, però, da parte degli organi di stampa, purtroppo, sono quasi fisiologiche).

Appare pertanto legittima la soddisfazione dell'Italia nel costatare che i punti del negoziato costituzionale ritenuti prioritari corrispondano proprio a quelli definiti dal documento della Presidenza italiana, salvo, ovviamente, gli aspetti relativi alla composizione della Commissione, ai casi di voto a maggioranza qualificata ovvero all'unanimità e ai criteri per il voto a maggioranza qualificata. Questi restano i profili critici che l'attuale Presidenza di turno ritiene debbano essere ancora risolti. Per tutti gli altri aspetti, rimane valida l'architettura configurata dal documento CIG 60 della Presidenza italiana. Peraltro, quel documento era frutto di un compromesso il quale aveva attenuato l'ambizione costituente che l'Italia aveva ed ha a livello nazionale. Si è trattato, in altri termini, del risultato di un'attività negoziale che avrebbe potuto anche divenire definitivo, qualora a questo documento si fosse aggiunto: un sistema di voto a maggioranza - ispirato a quanto stabilito dalla Convenzione di Giscard D'Estaing -; un numero di casi di voto all'unanimità fortemente ridotto, a vantaggio di quelli a maggioranza; l'inesistenza di ipotesi in cui i seggi dell'Europarlamento fossero usati come strumento negoziale per convincere le resistenze di certi paesi, concependo la distribuzione dei seggi tra i membri come strumento attraverso il quale prevenire alla conclusione dell'accordo (questo era quanto la Presidenza italiana non voleva né poteva accettare).

È stato per questo motivo che in merito al documento CIG 60 - già indebolito rispetto alla base che tuttora preferisco, cioè il testo che io presentai al conclave di Napoli del 2 dicembre - noi, come presidenza, tenemmo conto delle richieste degli uni e degli altri. Ne respingemmo molte, ne accogliemmo alcune. Qual è la prospettiva che da informali riferimenti - informali, perché non si è aperto alcun dibattito - sembra avanzare? Accanto al documento CIG 60 - già debole, per quanto mi riguarda, in confronto alle ambizioni, non più della presidenza, ma dell'Italia - sembra avanzare la prospettiva di una Commissione composta da 25 commissari, uno per ogni Stato membro, che, in futuro diventeranno 26, poi 27 e poi, ancora, 28. Non siamo certi se si prefigurerà o meno quel termine del 2014 - come noi chiediamo - oltre il quale la Commissione dovrà tornare ad essere un organismo snello, composto da non più di 15 membri. Non lo sappiamo. La prospettiva, comunque, è quella di attribuire, certamente, un commissario ad ogni Stato membro.

Quanto al sistema di individuazione delle materie sulle quali deliberare all'unanimità, la prospettiva che sta emergendo è nel senso che sarebbe richiesta l'unanimità per deliberare su un numero larghissimo di materie sulle quali, secondo la Convenzione, si sarebbe deliberato a maggioranza. Noi stessi, come presidenza, ritenevamo di far passare alcune di queste materie - mi riferisco alla politica estera - dall'unanimità alla maggioranza qualificata. Le decisioni sui sistemi fiscali diretti e indiretti dovrebbero essere assunte, tutte, all'unanimità, al pari di quelle sulle prospettive finanziarie, sui sistemi di sicurezza sociale e su tutti gli aspetti della politica estera.

Per quanto riguarda il sistema di voto a maggioranza qualificata nelle residue materie - così si devono definire quelle sulle quali si delibererà a maggioranza e non all'unanimità - sembra emergere, come orientamento informale (lo sottolineo ancora una volta, perché nessuno ne ha mai discusso), il limite del 65 per cento, per quanto riguarda la soglia di popolazione, e del 55 per cento, per quanto riguarda il numero degli Stati. Quindi, per adottare una decisione in quelle materie - non molte - sulle quali ancora si delibera a maggioranza, occorre il voto favorevole del 50 per cento degli Stati che rappresentino, non già - come indicato dalla Convenzione europea - il 60 per cento dei popoli, ma il 65 per cento delle popolazione. Quindi, si alzano le soglie e si rende più difficoltosa l'adozione delle decisioni. Sapendo di parlare ad addetti ai lavori ricordo - a me stesso - che nel trattato di Nizza, che tutti, giustamente, vogliamo superare, il filet di sicurezza è fissato al 62 per quanto riguarda la soglia di popolazione. Quindi, fissarla stabilmente al 65 per cento vuol dire introdurre un livello superiore perfino a quanto indicato dal trattato di Nizza. Queste sono le prospettive che sembrano emergere, informalmente. Ove queste prospettive diventassero realtà, con una proposta di accordo su queste basi, la valutazione che ho espresso pubblicamente è che l'Italia non potrebbe accettare un compromesso al ribasso e non può accettare - come questo Parlamento ci aveva chiesto - ipotesi meno ambiziose di quelle che la Convenzione europea aveva delineato.

Ho notato reazioni sorprendenti da parte di alcune forze politiche interne - lo dico senza polemica, come è mio costume - che hanno confuso le mie indicazioni di preoccupazione con una presunta volontà di non collaborare alla stesura di una buona Costituzione (perciò, forse, è giusto il chiarimento di oggi). Lo chiarisco ancora una volta: noi vogliamo che sia approvata una buona Costituzione entro giugno ma credo che dobbiamo rimanere fermi sul rifiuto di un compromesso al ribasso. Noto con piacere, dalle dichiarazioni che ha reso ieri, che anche il Presidente della Commissione europea condivide, oggi, le preoccupazioni che avevo espresso in occasione del Consiglio europeo. Constato, cioè, che il Presidente Prodi afferma di non poter accettare soluzioni che rendano più difficile decidere e di volere soluzioni che rendano più facile la decisione. Se questa fosse l'ipotesi finale del negoziato, ritengo che non si debba condividere ma chiedo al Parlamento di dire al Governo se debba accettare un ipotetico compromesso al ribasso o se debba far valere la tradizione europeista dell'Italia e rifiutarsi di condividerla.

link al resoconto stenografico completo

Luogo:

Roma

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