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Governo Italiano

Intervento al Convegno della Fondazione De Gasperi “A 60 anni dai Trattati di Roma: l’Unione Europea è ancora possibile?” (Senato della Repubblica, 23 marzo 2017)

Data:

23/03/2017


Intervento al Convegno della Fondazione De Gasperi “A 60 anni dai Trattati di Roma: l’Unione Europea è ancora possibile?” (Senato della Repubblica, 23 marzo 2017)

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Presidente Maria Romana De Gasperi,

Onorevoli Deputati e Senatori,

Signore e Signori,

Sono rientrato solo un paio di ore fa da una missione negli Stati Uniti. Sono un po’ sotto l’effetto del jetlag, ma ci tenevo davvero tantissimo ad essere qui con voi.

Anch’io, a nome della Fondazione De Gasperi, vorrei ringraziare di cuore tutti gli illustri ospiti che ci onorano oggi con la loro presenza:

- il Presidente Mikuláš Dzurinda che ha svolto la Relazione Introduttiva

- il Cancelliere Wolfgang Schüssel

- il Senatore Ben Knapen

- l’On. Vivian Reding

- il Presidente Jean-Dominique Giuliani

- il Professore Steven Van Hecke

- l’Ambasciatore Vincenzo Grassi che è anche il nostro moderatore

L’Italia è un paese che ha creduto fin dall’inizio nell’integrazione europea. E’ la sua vocazione naturale. E’ una dimensione esistenziale del nostro Paese.

E se tracciassimo oggi un bilancio, se fosse solo per la pace, sarebbe già fortemente positivo. Ma non abbiamo costruito solo la pace: ci siamo uniti per il nostro comune progresso e siamo diventati la seconda potenza industriale globale.

L’Unione Europea è il migliore esperimento istituzionale al  mondo!

Però il mondo è cambiato e l’85% degli italiani (secondo una recente ricerca di Deloitte) chiede all’Europa un cambio di passo. Un cambio di passo sulle questioni che ci toccano più da vicino: sicurezza, crescita, e immigrazione.

Anch’io, come tanti italiani, sono un euro-deluso. Ma un conto è essere insoddisfatti e scontenti. Altro conto è lasciare che il pessimismo vinca sulla speranza. E che la nostra delusione prenda in ostaggio il nostro futuro. 

Tra i popolari e i populisti estremisti ci sono delle differenze enormi che in Italia si vedono tutte: tra chi intende riformare l’UE e chi intende abbandonarla; tra chi guarda al futuro in modo costruttivo e chi invece decide di alimentare pessimismo e paura.

Dal pessimismo e dalla paura, che infondono oggi i populismi, non nasce mai niente di buono.

Con il pessimismo non si è mai creato un singolo posto di lavoro.

Con la paura non si può ne’ gestire la crisi migratoria, ne’ combattere il terrorismo perché chi ha paura non è libero.

E poi chi si arrende al pessimismo non può mai pretendere di cambiare le cose.

Quindi, si può essere “Europeisti” manifestando insoddisfazione. Però l’obiettivo deve rimanere quello di riformare l’Europa per crearne una migliore: più attenta ai bisogni dei cittadini e meno all’austerity. Più vitale e calorosa. Meno fredda e indifferente alle richieste delle persone.

Perché l’Europa si trova in un momento storico in cui: o va avanti o va indietro, ma non può stare ferma.

All’inizio degli anni 50 De Gasperi ci aveva in qualche modo allertati di questa crisi, dicendo: se costruiremo soltanto amministrazioni comuni senza una volontà politica superiore rischieremo che l’attività europea appaia, al confronto della vitalità nazionale, senza calore e senza vita ideale … una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva.

Per questo credo che la prima grande sfida - per noi europeisti - sta nella capacità di recuperare l’opinione pubblica.

Lo dobbiamo fare evitando di rispondere agli slogan dei populisti con altri slogan.    

Noi che amiamo l’Europa abbiamo il compito di “colmare le distanze fra intenti, parole ed azioni”.

Noi che amiamo l’Europa, come diceva lo stesso De Gasperi, dobbiamo fare avanzare il processo d’integrazione sempre con “un fine chiaro e determinato”.

E’ con questo spirito che dobbiamo affrontare il Vertice di Roma (25 marzo) verso nuovi traguardi “chiari e determinati” come la Difesa Comune.

Negli anni 50, l’Italia fu tra i primi a sostenere un Sistema Comune di Difesa, attraverso il progetto della Comunità Europea di Difesa (CED).

Esiste uno straordinario carteggio fra De Gasperi, negli ultimi mesi di vita, e gli esponenti della Democrazia Cristiana, che esortava a combattere fino in fondo per la CED.

Quando De Gasperi avvertì il concreto rischio del fallimento della CED gridò piangente al telefono all’allora Presidente del Consiglio Scelba: “meglio morire che non fare la CED!”.

Fu per De Gasperi “una spina nel cuore”, come disse pochi giorni prima di morire. Sapeva fin troppo bene che senza la CED avremmo avuto un’Europa incompiuta e più fragile.

Le lacrime versate per un ideale tradito ci hanno sempre motivato a realizzare quel progetto. Ma solo oggi possiamo capire quanto fosse profetica quella visione, e inescusabile quella omissione. Per la quale l’UE paga il conto dell’irrilevanza e della divisione nei teatri più delicati.

Oggi la storia ci consegna una seconda preziosa occasione: una Difesa Comune è di nuovo all’orizzonte e ci serve per rispondere alla concreta domanda di sicurezza dei nostri cittadini.

Il Vertice di Roma può dare vitalità e slancio al progetto della Difesa Comune in vista del prossimo Consiglio Europeo.

Questa importante evoluzione sul piano della Difesa Europea mi porta ad un dibattitto più ampio che si è alimentato sul tema dell’integrazione differenziata.

Secondo me c’è eccessiva enfasi sull’integrazione differenziata. Per il semplice fatto che è già una realtà in atto da molti anni.

Semmai qualcuno - che non se n’è accorto - deve prendere coscienza di questa realtà.

Ci sono più Europe: l’Eurozona (con 19 Stati Membri) e lo Spazio Schengen (con 22 Stati Membri più 4 Stati non-UE associati) sono  gli esempi più evidenti. E’ un sistema a cerchi concentrici che vede ciascuno Stato condividere a geometrie variabili vari livelli di integrazione nella cornice comune dell’Unione.

Ci sono tanti altri esempi. Non bisogna pensare erroneamente che si tratta di creare un’Europa di serie A e di serie B, un’Europa dell’Est e dell’Ovest.

L’unica distinzione è in positivo: sta nel livello di ambizione. Per andare avanti è importante trovare un livello di “ambizione compatibile” fra i Paesi più ambiziosi e fare “massa critica”.

Senza aspettare l’ambizione del meno ambizioso. Senza attendere che l’ambizione del meno ambizioso maturi in più grande ambizione. Questo è un errore, soprattutto quando è in gioco la nostra sicurezza.

Questa importante evoluzione sul piano della Difesa Europea mi porta anche a parlare di Mediterraneo.

Se è finalmente aumentato il livello di ambizione sulla Difesa Comune è perché molti Europei si stanno rendendo conto delle molteplici crisi e minacce asimmetriche che derivano dal Mediterraneo.

La Difesa Europea è poi cruciale per la stessa vitalità della NATO. Sono convinto che stimolerà la NATO a spostare l’attenzione da Est a Sud, dove si trovano oggi le più grandi sfide alla sicurezza dei nostri cittadini.

Difesa Comune e NATO sono complementari. La vocazione transatlantica non è mai stata messa in discussione. Gli stessi USA ci chiedono un contributo più equo. Per noi europeisti è quasi come un “assist” dall’America per rifocalizzarci sull’integrazione della difesa.

L’ho detto con chiarezza al Segretario Generale della NATO Stoltenberg e ai nostri amici americani a Washington: il Mediterraneo è il nuovo vero teatro di azione che lega l’UE alla NATO e poi anche agli Stati Uniti.

La Difesa Comune è nell’interesse dell’Europa. E’ nell’interesse degli USA. E’ nell’interesse della NATO. E’ nell’interesse dei nostri partner nel Mediterraneo. Ma soprattutto è nell’interesse dei cittadini che chiedono più sicurezza. Tutti potranno beneficiarne.

Noi italiani sappiamo fin troppo bene che il destino dell’Europa è nel Mediterraneo.

Giorgio La Pira diceva: “Il Mediterraneo è come la prosecuzione del Lago Tiberiade: un mare piccolo, un lago, dove ancora una volta giochiamo i destini del mondo, i destini di pace, di sicurezza e di libertà”.

E siccome dobbiamo porre al centro del rilancio dell’UE nuove ambizioni, non dimentichiamoci delle ambizioni dei Balcani. L’integrazione differenziata potrebbe fornire risposte più efficaci anche sul fronte delle politiche di vicinato.

L’Italia quest’anno presiede il Processo di Berlino dei Balcani Occidentali.

E’ fondamentale non disperdere il capitale accumulato nei Balcani.

Il Vertice di Trieste (12 luglio) rappresenterà l’occasione per l’Europa di tornare ad essere protagonista nel proprio vicinato. E confermare “quale Europa” intende diventare.

Ma c’è un altro punto importante: se nei Paesi fondatori vive il populismo, si alimenta il deficit di europeismo, e cresce la voglia di uscire per semplice stanchezza; nei Balcani c’è ancora tanta voglia e desiderio di far parte del progetto europeo.

Una nuova attenzione verso i Balcani può significare l’inserimento di nuova linfa vitale in un processo che ha rischiato di deteriorarsi in termini di entusiasmo e di passione.

Vorrei concludere con un breve accenno ad altre due Europe fondamentali: l’Europa della prosperità e l’Europa sociale.

L’Europa della prosperità è l’Europa che deve sfruttare meglio le potenzialità del Mercato Unico, dell’Unione Economica e Monetaria, e delle politiche di commercio internazionale.

Vogliamo “dire sì” alla politica degli investimenti e “dire no” alla grigia e burocratica austerity che reprime la crescita.

Possiamo essere insoddisfatti, però non dimentichiamoci mai che l’Euro ha garantito il valore delle case, dei risparmi e delle pensioni dei nostri cittadini. Se uscissimo dall’euro ci sarebbe il serio rischio di un dimezzamento del loro valore e della ricchezza degli italiani.

Inoltre, l’euro ci ha difeso dalla crisi finanziaria e ci offre tassi di interesse bassissimi che ci consentono di pagare i mutui e di finanziare la crescita. Ricordiamoci che con la Lira i tassi di interesse toccarono il 20%.

Come popolare, a differenza dei populisti, io credo che il protezionismo non sia mai la risposta giusta. Soprattutto per un Paese esportatore come l’Italia. In più, chiudere le frontiere è l’anticamera delle divisioni.

Credo nel libero mercato, ma anche nella solidarietà.

Per questo deve esserci un’Europa sociale e solidale: che protegge gli interessi dei più deboli e di tutti coloro che per diversi motivi sono stati esclusi dai benefici della globalizzazione.

In questa Europa sociale e solidale dobbiamo raddoppiare il livello di ambizione delle politiche contro la disoccupazione, l’esclusione sociale e la povertà, e quelle a favore dei giovani, dell’istruzione, dell’Erasmus e della cultura.

In questa Europa sociale e solidale c’è anche la risposta condivisa alla crisi migratoria.

Non possiamo più permettere tragedie come quella alla quale ho assistito a Lampedusa. La visione di 300 bare e sacchi con dentro cadaveri mi ha profondamente commosso e  cambiato.

Ecco, l’indifferenza in politica può essere talvolta seducente, talvolta anche appagante. Ma io sono fiero di dire qui, da italiano, che di fronte alle sofferenze dei rifugiati il mio Paese non ha volto lo sguardo e non ha ritratto la mano verso chi ha chiesto soccorso.

L’Italia ha dimostrato che si può combinare solidarietà e sicurezza. Solidarietà: perché abbiamo salvato decina di migliaia di vite nel Mare Mediterraneo. Sicurezza: perché abbiamo agito con fermezza e determinazione per identificare ed espellere estremisti.

A questo approccio ho fortemente contribuito. L’ho fatto con convinzione, anche a costo di perdere qualche consenso politico.

Il mio augurio è che il Vertice di Roma ci aiuti a ideare, preparare e costruire l’Europa di domani.

Un’Europa che non sfugga al dilemma sul futuro evocato da Jacques Delors: che posta dinanzi al bivio fra “sopravvivenza o declino” trovi in sé stessa, nella propria storia e nei propri valori, nella capacità di rigenerarsi e affrontare nuove straordinarie sfide, la determinazione a tracciare insoliti sentieri, da percorrere sino in fondo assumendo come prospettiva un progetto per l’avvenire. Concreto, realizzabile, migliore. Da costruire con grande cura e impegno, in primo luogo per i nostri figli.

Un’Europa che poggi sul “federalismo dello spirito”, ovvero garanzia di solidarietà tra gli Stati membri, da anteporre agli egoismi e agli opportunismi nazionali.

Un’Europa che non si rifugi nel “protezionismo culturale” e che non tema la convivenza con altri popoli, perché ha la ferma consapevolezza che ogni sua azione continuerà a poggiare su solide fondamenta valoriali e su straordinarie conquiste di libertà e rispetto dei diritti umani.

Un’Europa che definisca e plasmi la propria identità investendo sulla grande risorsa della generazione Erasmus, ovvero sulla vivacità dei nostri giovani che mettono in circolo idee, interessi, progetti, speranze, sogni e visioni, condividendo la loro sete di conquista in un enorme spazio aperto di libertà.

Un’Europa come spazio di libertà da rendere giorno dopo giorno più sicuro, per togliere qualsiasi giustificazione a chi vorrebbe percorrere a ritroso il sentiero tracciato dalla Storia, e per togliere ogni alibi ai costruttori di nuove frontiere.

Grazie mille


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