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Governo Italiano

Intervista

Data:

24/06/2006


Intervista

D. Ministro D'Alema, sembrava che con la decisione del ritiro delle truppe dall'lraq tutti i guai interni al centro sinistra fossero finiti. E invece sul decreto di rifinanziamento delle missioni all'estero Rifondazione ha posto di nuovo il suo veto. Com'è possibile?

R. «Non c'e stato nessun veto. Franco Giordano ha solo chiesto che prima di approvare il provvedimento in consiglio dei ministri possa esserci una discussione tra i partiti. E' anche comprensibile che Rifondazione, che fino ad oggi ha sempre votato contro la missione in Afghanistan, viva questo passaggio con qualche difficoltà. Ma la politica è anche la capacità di raggiungere compromessi, e di accettare le logiche di coalizione».

D. Lei sdrammatizza. Ma se già siamo ai veti sarà dura.

R. «I problemi saranno superati quando si toccherà con mano la natura di questo provvedimento sulle missioni, che sarà approvato nei prossimi giorni. E' vero che il meccanismo del voto sul rifinanziamento è anomalo, perché ogni sei mesi ci precipita in una sorta di psicodramma collettivo: con la prossima Legge Finanziaria proporrò di cambiarlo. Ma voglio sottolineare che questa volta il decreto è radicalmente innovativo rispetto al passato. Contiene la disposizione del rientro in autunno delle nostre forze armate dall'Iraq, ridimensiona la spesa militare complessiva, introduce una quota di risorse destinate alla cooperazione civile e umanitaria, prevede una posta per il Darfur. Insomma, il segnale politico che vogliamo lanciare è chiaro: non c'è solo una reiterazione burocratica del provvedimento semestrale, ma c'è delineata una nuova idea della politica estera. Anche per questo, penso che oltre al decreto legge "a perdere", necessario per pagare gli stipendi dei militari, ci sarà anche un disegno di legge su cui siamo pronti a discutere, e ad accogliere mozione e ordini del giorno».

D. Ancora discussioni? Ma non bastano quelle che già ci sono all'interno del centrosinistra, che rischiano solo di logorare i rapporti tra forze politiche e forze armate?

R. «Questo governo è orgoglioso delle Forze Armate, che si sono conquistate sul campo il riconoscimento unanime di tutti. Questo voglio sottolinearlo, perché non ci siano mai più equivoci: noi siamo per la pace, ma il rispetto per i nostri militari è e deve essere qualcosa che unisce il Paese».

D. Peccato che Pdci e Rifondazione ora chiedano anche il ritiro delle truppe dall'Afghanistan.

R. «Siamo persone molto pazienti, ma è venuto il momento che tutti si convincano di una verità inconfutabile: c'è una profonda diversità tra la vicenda irachena e quella afgana. In Iraq la presenza militare italiana è stata una scelta politica, compiuta dal governo Berlusconi: aderire alla Coalition of the Willing, per essere solidali con l'iniziativa militare degli Stati Uniti. Non è vero che siamo andati a Nassiriya sotto l'egida dell'Onu: i nostri militari sono stati inviati prima della risoluzione 1483, che non a caso definiva "occupanti" le forze anglo-americane. Noi quella scelta non l'abbiamo condivisa, e per questo oggi ci ritiriamo. In Afghanistan, invece, lo scenario è completamente diverso. Noi siamo a Kabul insieme alla Nato, con l'Unione europea e sotto mandato delle Nazioni Unite. Tanto è vero che con i nostri soldati ci sono tutti gli altri, dagli spagnoli ai tedeschi. Cioè le truppe di quei Paesi che non hanno mandato o hanno ritirato le loro missioni dall'Iraq».

D. Quindi, se anche lo volessimo, e non lo vogliamo, non potremmo comunque ritirare un solo uomo dall'Afghanistan?

R. «Esatto. Mentre sull'Iraq possiamo sfilarci dalla Coalition of the Willing, sull'Afghanistan non possiamo uscire dalle Nazioni Unite o dalla Ue, con un'iniziativa unilaterale. Possiamo anche riflettere sulle difficoltà crescenti in Afghanistan: io stesso, al G8 della prossima settimana a Mosca, porrò la questione. Ma non possiamo separare le nostre responsabilità da quelle degli organismi multilaterali ai quali partecipiamo. Questo è il punto vero, per noi cogente, che io spero venga compreso in Italia. In poco più di un mese abbiamo rilanciato il ruolo internazionale dell'Italia. Nel Consiglio europeo abbiamo riaperto la prospettiva di un'integrazione più forte, per salvare il nucleo costituzionale insieme ai tedeschi e ai francesi. Stiamo lavorando per allargare l'orizzonte della nostra influenza in India, Cina, America latina, Mediterraneo. Scenari dai quali la politica italiana è stata completamente assente negli ultimi cinque anni».

D. Lei non cita il nodo più intricato, anche per la stessa sinistra: il rapporto con gli Stati Uniti. E' un lapsus freudiano? Mi vuole fare credere che l'annuncio del nostro ritiro dall'Iraq è stato accolto festosamente dalla Rice?

R. «Anche agli americani abbiamo presentato un'Italia che vuole rilanciare il suo ruolo, in Europa e nel mondo, non in chiave antiamericana, ma in una chiave di piena e leale collaborazione. La Rice è donna molto pragmatica e intelligente. Ed è a sua volta impegnata a delineare un quadro nuovo delle relazioni tra Europa e America. Fortunatamente la fase in cui ha infuriato l'unilateralismo americano è passata. Si è capito che bisogna rivitalizzare le alleanze e le istituzioni internazionali. In questo quadro di rinnovato dialogo, l'America ha compreso che noi italiani saremo amici, anche se diversamente amici rispetto agli accomodamenti del governo Berlusconi».

D. Eppure le fonti, anche americane, hanno parlato di «gelo sull'Iraq tra lei e Condoleezza».

R.«Il solito provincialismo. Gli americani hanno rispetto per chi ha rispetto di sè. Vuole sapere cosa mi ha detto la Rice sull'Iraq? "Abbiamo preso atto delle vostre decisioni, ma poiché avete detto che volete mantenere una presenza in quell'area, che tipo di impegno avete in mente?". Questa è stata la domanda. E io le ho risposto: un sostegno finanziario e umanitario, ma non più militare. Tutto qui. E vuole sapere cosa ci siamo detti sull'Afghanistan? Lei non mi ha chiesto nulla, anche perché di questa questione discuteremo nella Nato, dove Usa e Italia sono alleati a pari titolo. Punto e basta. Gli Stati Uniti sono una grande potenza, che ha rispetto dei Paesi amici: non si sognano nemmeno di chiedere ciò che noi non vogliamo o non siamo in grado di dare».

D. Quindi, nonostante l'antiamericanismo di un pezzo di Unione, lei non vede problemi nelle nostre relazioni transatlantiche?

R. «Io vedo un'Italia che con il governo Prodi ha già ora e potrà avere ancora di più in futuro un grande ruolo in Europa, e che in forza di questo ruolo potrà giocare una funzione importante nei confronti degli Stati Uniti e del mondo arabo a sostegno della democrazia, perché noi vogliamo estendere questo modello e vogliamo diffondere ovunque i diritti civili. Abbiamo contestato l'idea che questo obiettivo si potesse raggiungere con la guerra. L'abbiamo considerata un'idea sbagliata, perché alla fine il mezzo, cioè la guerra, si è mangiata il fine, cioè la democrazia».

D. Qual è l'alternativa? Come si può esercitare una politica di containment rispetto alla crisi iraniana, smarcandosi dagli Usa?

R. «Dobbiamo rinverdire il nostro ruolo di cerniera, diplomatica ed economica, in quell'area. In questi ultimi cinque anni ci siamo autoesclusi dalla vicenda iraniana. Una scelta assurda, visto che con un interscambio di 5,7 miliardi di euro all'anno con quel paese siamo il principale partner commerciale europeo dell'Iran. Quando l'ho spiegato alla Rice, e gli ho annunciato che avrei incontrato il ministro degli esteri iraniano, e che avrei cercato di spingerlo ad accettare il piano di Solana, lei non ha battuto ciglio e mi ha risposto "benissimo, facci sapere poi com'è andata"».

D. La Rice non ha avuto nulla da ridire neanche sulle richieste di chiudere Guantanamo?

R. «Io su Guantanamo ho espresso alla Rice la posizione europea. Come ho fatto sul Medioriente: l'Europa dissente dalla politica degli omicidi mirati del governo israeliano. Come dissente dalla pena di morte in assoluto, così l'Europa non può accettare l'idea della pena di morte extragiudiziale. Questa è la posizione unanime del consiglio dei ministri della Ue, non è la posizione balzana di D'Alema che è il solito "anti-semita e filo palestinese"».

D. Insomma, lei non crede che il governo Prodi cadrà sulla politica estera?

R. «Senta, io credo che nel giro di un mese l'Italia è riuscita ad avviare una ricollocazione strategica della sua politica estera. Senza strappi, in modo percepibile e, me lo lasci dire, anche autorevole. Prodi ha dato contributo decisivo. Con i suoi viaggi e i suoi incontri con i leader europei e poi con Putin ha dato un impulso molto forte. Abbiamo fatto veramente squadra».

D. Allora perché la sinistra radicale è così scontenta, e vi espone al pericolo di dover chiedere aiuto al centrodestra?

R. «E' evidente che il governo deve essere autosufficiente sulla politica estera, e non si può reggere sulla stampella dell'opposizione. Ma questo può avvenire solo se la sinistra è in grado di collocare i singoli episodi dentro una strategia complessiva. La ricollocazione della nostra politica estera è un segno tangibile dei valori in cui crediamo. La mia percezione è che, anche in politica estera, stiamo facendo davvero "qualcosa di sinistra". Certo, una sinistra ragionevole e riformista, che nel quadro delle relazioni internazionali esistenti cerca di incidere sui processi reali. Nella prevenzione dei conflitti, nella difesa delle democrazie, nella lotta contro le ingiustizie».

D. Sulla politica estera avrete pure «fatto squadra», come dice lei. Ma sulla Rai la «squadra» non si e proprio vista. Come mai?

R. «La nomina del direttore generale della Rai ha bisogno del concerto tra il governo e il voto del Cda. Non conosco Cappon, mi dicono che sia una persona di qualità. Il problema non è lo scontro sui nomi, quanto il terreno normativo e i rapporti di forza definiti dalla legge Gasparri. Con questi paletti era difficile trovare una soluzione non condivisa. Il problema semmai è come rimuovere quei paletti, e come rilanciare un'apertura vera del mercato radiotelevisivo».

D. Domenica si vota, e la vittoria del no alla riforma costituzionale del Polo non pare così scontata. Lei come la vede?

R. «Se dovesse essere approvata, questa riforma sarebbe un disastro. Bloccherebbe ogni confronto sul futuro costituzionale del Paese. Avrebbe costi giganteschi per la pubblica amministrazione le imprese i cittadini. Berlusconi ci ha messo di nuovo il carico da undici di una rivincita politica, con l'ulteriore tentativo di destabilizzare il governo. E' l'ultima cosa di cui il Paese ha bisogno. Spero che i cittadini si rendano conto che devono andare a votare, e che devono votare no per chiudere questo lungo e rovinoso rodeo».

D. Al «rodeo» ha contribuito anche la vostra falsa partenza.

R. «Più che falsa, e' stata una partenza faticosa. Figlia di una legge elettorale sbagliata. Adesso dobbiamo ritrovare slancio. Dobbiamo evitare che si riproduca un vecchio dualismo: di qua Prodi, di là i partiti che lo assediano. E' uno schema fasullo e rischioso, che eccita il malcontento e il qualunquismo dell'opinione pubblica e rischia di indebolire rapidamente il governo. lo vedo bene Prodi come leader di una sola, grande forza politica: il partito democratico. E' l'obiettivo più importante, e anche il più urgente».


Luogo:

Roma

Autore:

Massimo Giannini

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