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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

21/06/2006


Dettaglio intervista

«Partendo dall'Afghanistan occorre ridefinire con nettezza la linea di confine tra cooperazione civile e missioni militari. Una cosa deve essere chiara: la cooperazione non può essere il paravento che serve a mascherare l'azione militare a qualunque titolo o sotto qualsiasi egida essa si manifesti». A parlare e Patrizia Sentinelli, vice ministro degli Esteri con delega alla cooperazione internazionale, esponente di primo piano di Rifondazione Comunista. «Per quanto riguarda la nostra presenza militare in Afghanistan - sottolinea Sentinelli - un punto fermo è che non vi sia alcun incremento di uomini e mezzi rispetto all'attuale dimensione, e poi occorre porci il problema della sua durata oltre che della sua incisività. Dobbiamo cercare un punto di incontro sostenibile per tutti, tenendo conto che Rifondazione Comunista ha sempre manifestato la propria contrarietà alla presenza militare italiana in Afghanistan».

D. Il titolare della Farnesina Massimo D'Alema sostiene che l'unico punto di attrito in politica estera all'interno della coalizione è l'Afghanistan.

R. «Ci sono alcune aree "calde" che vanno affrontate con estrema delicatezza e priorità. L'Afghanistan è una di queste, ma c'è anche l'iraq, perchè non possiamo pensare che una volta fatti rientrare i soldati da Nassiriya non si ponga più il problema dei rapporti di cooperazione, in chiave bilaterale o in ambito multilaterale, con l'Iraq...».

D. Il ministro della Difesa Arturo Parisi ha affermato che la presenza militare italiana in Afghanistan sarà ridefinita ma non diminuirà.

«Il primo punto fermo, per noi di Rifondazione Comunista, è che questa presenza militare, in uomini e mezzi, non debba aumentare rispetto all'attuale dimensione. E' un punto delicato su cui occorre la massima chiarezza: il tema dell'Afghanistan non era precisamente definito nel programma della coalizione. Ciò vuol dire che rivendico il diritto a dire la mia sull'argomento, come vice ministro degli Esteri ed esponente di Rifondazione Comunista, così come questo diritto lo hanno a pieno titolo ogni altro ministro o parlamentare della coalizione di governo. In questi giorni da più parti, io per prima, è stata avanzata la richiesta di aprire una discussione sull'impegno militare in Afghanistan e sull'efficacia della nostra missione. Una discussione che non può prescindere dalle testimonianze di operatori, penso ad esempio a Gino Strada, che conoscono molto bene la realtà afghana. Partendo invece dalle responsabilità che ho a livello ministeriale, ritengo urgente che si chiariscano e si ridefiniscano le modalità attraverso le quali si esplicano gli interventi di cooperazione in Afghanistan. Sotto questa ottica, e partendo da Afghanistan e Iraq, dobbiamo dichiarare fallite le esperienze del Prt (Provincial reconstruction team, missioni civili di ricostruzione supportate da una presenza militare, ndr). Occorre ricollocare la cooperazione nel campo proprio, per la quale è stata pensata, vale a dire aiuto e relazioni positive di pace uscendo dalla logica dei Prt attuali».

D. C'è chi, nel mondo della cooperazione sostiene che la presenza civile era in qualche modo strumentale a una copertura della ragione militare.

R. «All' inizio non era così e cosi non dovrà più essere in futuro. Restiamo all'Afghanistan. La presenza civile ha uno scopo: quello di mettere in campo esperienze e competenze su progetti definiti anche con le autorità delle diverse regioni del Paese. Questo impegno civile non va smarrito. Ma il tema è: scissione tra cooperazione e intervento militare. E' qui, su questo terreno, che va operata una netta discontinuità con il passato. Occorre ridefinire le linee di confine fra la cooperazione e l'intervento militare, facendo leva su due punti che per noi di Rifondazione Comunista sono irrinunciabili: la legge 49 sulla cooperazione, che afferma che non ci possono essere in alcun caso interventi di cooperazione che finanziano interventi militari; l'altro punto-cardine, per ciò che concerne la cooperazione, è contenuto nel programma dell'Unione, laddove esprime in termini più politici ciò che rimarca la legge 49: la cooperazione non deve avere commistione alcuna con l'intervento militare.

Quando la cooperazione assume contorni ambigui ciò diviene molto pericoloso, e alla fine rischiamo di non essere più credibili. Noi invece abbiamo bisogno di rilanciare, come peraltro sostenuto da Romano Prodi, la cooperazione per la parte propria, distinguendo nettamente ciò che è cooperazione da altri interventi utili, se fatti bene, trasparenti, se fatti bene, necessari, concordati con le autorità locali».


Autore:

Umberto De Giovannangeli

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