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Governo Italiano

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Data:

14/06/2006


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Il 20 dicembre del 2001 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvò la risoluzione numero 1386, istituendo la Missione Isaf (Interational security assistance force), sotto il comando della Nato. Erano passate poche settimane dall'11 settembre e si era appena concluso il conflitto armato che in pochi giorni aveva fatto cadere il regime oscurantista e terrorista dei talebani.

Da allora a oggi, trentasei paesi hanno contribuito alla Missione Isaf che ha svolto un importante lavoro di fondamentale sostegno alla ricostruzione materiale del paese e delle sue istituzioni. Oggi l'Afghanistan ha un parlamento e un governo eletti democraticamente, mentre si è avviato un lento processo di sviluppo e di stabilizzazione del paese. L'Italia ha svolto in questo contesto un ruolo di primo piano.

Fino allo scorso aprile abbiamo avuto il comando dell'lsaf con un contingente di oltre 2000 uomini portando a compimento la fase 2 della missione, che ha consolidato la presenza dell'alleanza da Kabul fino all'ovest del paese e che ha permesso lo svolgimento delle prime elezioni parlamentari nell'autunno del 2005. Oggi il contingente militare italiano è composto da 1356 uomini, di cui 834 impegnati a Kabul e 533 ad Herat. Qui l'ltalia coordina il "Provincial reconstruction team”, nel quale la componente militare e quella civile lavorano di concerto nella ricostruzione del paese.

Accanto all'impegno Nato, le principali nazioni del G8 si sono fatte carico del coordinamento di specifici programmi di sviluppo: la Germania cura la riforma e l'addestramento della polizia; gli Usa la riforma dell'esercito afgano; l'Italia la riforma del sistema giudiziario. Accanto a questo va aggiunto l'impegno della Cooperazione allo sviluppo italiana che fra il 2001 e il 2005 ha investito oltre 196 milioni di euro, insieme all'azione delle tante Ong italiane, a cominciare da Emergency, presenti da anni nel paese.

Siamo dunque in Afghanistan insieme alla Nato e ai principali paesi europei, a cominciare da Francia, Spagna e Germania. Il governo di Zapatero ha deciso l'invio di altri 200 militari entro la fine di questo mese e sia Francia che Germania, che come è noto non hanno inviato soldati in Iraq, sono presenti in Afghanistan con un peso crescente, sia nel settore civile che quello militare.

I prossimi mesi saranno cruciali per lo sviluppo del paese: la Nato estenderà le proprie operazioni in tutto il Sud, un'area nella quale i rischi di una ripresa delle attività terroristiche è più forte dove tra l'altro si concentra la gran parte della produzione d'oppio. Andranno dunque aumentate le capacità di intelligence nella prevenzione del terrorismo e anche la capacità operativa nel reprimerlo; andrà potenziata l'attività di collaborazione doganale per rafforzare i confini afgani, oggi ancora troppo "porosi”; andranno realizzati nuovi interventi coordinati (civili e militari) per poter realizzare interventi di cooperazione allo sviluppo nelle aree più a rischio. Andrà, infine, messa a punto una politica attiva nel campo della lotta alla produzione di droga. In Afghanistan si produce l'87 per cento dell'oppio mondiale e l'oppio rappresenta oggi il 41 per cento del Pil afghano. Andranno quindi messe a punto politiche attive ed integrate di lotta alla produzione di droga con interventi di carattere repressivo, unitamente alla definizione di progetti di incentivazione e riconversione delle decine di migliaia di famiglie afghane che vivono sulla produzione di oppio. L'eroina raffinata dall'oppio afghano fa, nella sola Europa, 7/8000 morti per overdose ogni anno: possiamo permetterci di non occuparci di questo "lato oscuro della globalizzazione"?

Un noto editorialista di un importante quotidiano ha concluso qualche giorno fa un suo articolo di analisi dei primi passi del governo Prodi, sostenendo che in Afghanistan non contiamo nulla e che siamo lì esclusivamente per fornire "manovalanza militare". Non è così. E lo dimostrano anche gli esiti della recente Conferenza di Londra del gennaio scorso: l'Italia è entrata a far parte dell'organismo di coordinamento (Joint coordination and monitoring board) formato da 7membri afgani e 21 della comunità internazionale e anche del cosiddetto tea club, l'organismo ristretto che, sotto la presidenza del rappresentante speciale del segretario generale dell'Onu, riunisce Usa, Gran Bretagna, Germania, Canada, Giappone, Italia e Unione Europea, nel quale viene coordinata tutta l'attività internazionale in Afghanistan.

Per tutti questi motivi è utile continuare e rafforzare il lavoro iniziato in Afghanistan, in un contesto multilaterale e pienamente legittimato dalle Nazioni Unite, insieme a tutti i grandi paesi europei, e all'interno della nostra alleanza politico-militare, la Nato.


Autore:

Gianni Vernetti

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