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Governo Italiano

Intervista

Data:

19/07/2006


Intervista

«La proposta di inviare una forza di pace tra Libano e Israele, lanciata dall'Italia, è l'unica in campo. Occorre coinvolgere i paesi europei e l'Onu e schierare una missione che abbia un'effettiva capacità di controllare il territorio». Lo afferma il sottosegretario agli Esteri Famiano Crucianelli che lunedì ha preso parte al Consiglio degli affari generali a Bruxelles.

D. La proposta di inviare una forza di pace le pare attuabile?

R. «Appare sempre più l'unica in campo. La consapevolezza della drammaticità della situazione è ben presente anche nelle sedi europee, come al Consiglio degli affari generali dell'Ue. La discussione sul Medio Oriente ha messo in chiaro che è presente il rischio di una generalizzazione della guerra, di una "irachenizzazione". L'analisi contenuta nel documento approvato da tutti i ministri europei sottolinea il diritto di Israele all'autodifesa, ma denuncia con altrettanta chiarezza l'uso sproporzionato della forza».

D. Lungo quel confine sono schierati da molti anni 2000 caschi blu che però non hanno potuto fare nulla..

R. «E' chiaro che per affrontare una decisione simile occorre coinvolgere i paesi europei e l'Onu. Non si tratta, genericamente, di inviare altri 1500 caschi blu "aggiuntivi", ma di mettere in campo una vera forza, che possieda un'effettiva capacità di controllare il territorio».

D. Fin dal 1982 l'Italia gode di buona stampa in Libano...

R. «Noi siamo stati i primi a avanzare la proposta dell'invio di una forza di pace, ne hanno parlato Prodi e D'Alema. Si tratta di un'iniziativa fondamentalmente italiana discussa con altri partners europei. L'Italia si può e si deve impegnare».

D. L'Italia è impegnata in 19 missioni internazionali. Quali debbono essere i tratti caratterizzanti della presenza militare all'estero?

R. «Le missioni, anche quella di cui si sta parlando, devono essere di pace ed avvenire sotto l'egida dell'Onu. La soluzione che è stata individuata nella complicata vicenda afghana, cita appunto questo discrimine, diversifica Enduring Freedom dalla missione Onu. Sto parlando di missioni di “pace" perché vi possono essere spedizioni che, anche presentandosi come iniziative Onu, si evolvono e si inseriscono in contesti che possono modificare l'impianto originario. Questo è appunto il caso dell'Afghanistan, su questo occorre continuare a discutere..»

D. Sta dicendo che la missione va ripensata?

R. «Vi sono missioni che sono iniziate come iniziative di pacificazione, come forze di interposizione e di appoggio a governi democratici, ma questo è un obiettivo, un'aspirazione, mentre in Afghanistan la guerra non e più cosi lontana, anzi, alcune regioni sono interessante dal conflitto. Ciò deve indurci ad una riflessione. Occorre mettere in campo nuove strategie; parlare di exit strategy unilaterale italiana rappresenta un errore, in Afghanistan sono presenti paesi che non solo si sono opposti all'intervento unilaterale in Iraq, ma sì sono opposti alla strategia della "guerra preventiva". Si tratta tuttavia di ripensare l'intera strategia. Se, dopo tanti anni, ci troviamo in un contesto che chiede più armi, più uomini e acquista sempre più la dimensione della guerra, è evidente che c'è qualcosa che non va e deve essere modificato in profondità».

D. Cambiamo scenario, lei è stato recentemente in Kosovo dove covano tensioni e la comunità internazionale è chiamata ad esprimersi sull'esplosiva questione dell'indipendenza..

R. «Le tensioni sono molto forti, siamo entrati nella fase cruciale per la definizione dello "status". Il negoziato è «criticamente» fermo, si confrontano due posizioni contrapposte, quella del governo kosovaro, ultradetermninato sulla questione dell'indipendenza, e quella di Belgrado che ribadisce che il Kosovo resterà territorio serbo. La questione deve essere definita entro dicembre. Anche in questo scenario l'Italia può sviluppare un'iniziativa politica molto importante. La posizione che noi sosteniamo e che ho ribadito anche lunedì a Bruxelles è che sarebbe un errore imporre ai serbi una soluzione unilaterale sull'indipendenza, soprattutto se non si affrontano i problemi delle minoranze in Kosovo. Occorre dunque individuare una posizione di equilibrio. Se non si decide entro il 31 dicembre non è un dramma, si può aspettare un po' di tempo purché s'intraveda una soluzione all'orizzonte».


Luogo:

Roma

Autore:

Toni Fontana

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