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Governo Italiano

Intervista

Data:

12/07/2006


Intervista

«Questa vittoria giova molto all'immagine dell'Italia...»

D. Secondo Visco gioverebbe anche al Pil, ministro D'Alema...

R. «Non sono un economista e non so se ci darà lo O,7% o in più di Pil. Sicuramente, però, la coppa del mondo infonde ottimismo a una nazione che deve ritrovare fiducia in se stessa e consapevolezza che le sfide possono essere vinte. La vittoria, in realtà, dimostra qualità italiane che emergono più nei momenti di difficoltà che nella vita ordinaria. Essere un Paese normale non è la nostra specialità. Nelle drammatiche emergenze invece…»

D. Calciopoli, paradossalmente, essenziale per vincere?

R. «Gattuso per primo dice che se non ci fosse stato quello scandalo non avremmo guadagnato la coppa del mondo. Le inchieste sul calcio hanno fatto scattare la reazione e la voglia di riscatto. Ha colpito soprattutto - perché in Germania abbiamo dimostrato solo in parte quello che sappiamo fare con il pallone - la prova di personalità di un gruppo di ragazzi che si sono sentiti sfidati nell'onore e hanno reagito. In questo Paese, poi, sono rari i momenti in cui emerge un sentimento collettivo. C'è, ma è latente. Non si manifesta per anni, poi trova un elemento catalizzatore. Per la verità questo senso di appartenenza a una comunità si è dimostrato anche in occasioni dolorose, nel caso dei morti di Nassirija, ad esempio. La nazionale ci ha dato un'occasione lieta».

D. Anche per gioire fianco a fianco con chi non si conosce o con un gruppo di amici...

R. «Giusto. Io, ad esempio, durante tutto l'anno scambio solo qualche buongiorno e buonasera con i miei vicini di casa. Per la finale, invece, abbiamo riunito tutto il palazzo nel terrazzo condominiale. Chi ha portato la frittata, chi la pasta fredda, chi una bottiglia di vino. Per Italia-Gennania, invece, eravamo andati assieme in trattoria, sotto casa. I gestori avevano piazzato la tv per strada, una scena da anni '50. Domenica abbiamo brindato come si è fatto in tutte le case e le piazze italiane. Tutto ciò fa bene allo spirito pubblico».

D. Vinciamo il mondiale mentre le pagine dei giornali sono zeppe di notizie poco edificanti. Calciopoli, ma anche il caso Sismi.

R. «Si, la vittoria regala giorni di serenità a un Paese che vive momenti di difficoltà. Spero che questo aiuti ad affrontare le cose con uno spirito diverso. Prendiamo la vicenda dei servizi segreti, ad esempio. Non c'è dubbio che dall'inchiesta emergano aspetti preoccupanti. Io sono perché si faccia piena luce, ma sono contrario a demolire una struttura come il Sismi. Sono per punire tutte le deviazioni: se funzionari italiani hanno collaborato a commettere reati nel nostro Paese, se ci sono forme di controllo o di manipolazione della stampa... Ma il Sismi è una struttura che, in questi anni, ha dimostrato una notevole professionalità. E ho potuto constatare direttamente in che tipo di presenza può contare in aree di conflitto come l'Iraq, di quale considerazione internazionale goda e di come tutto questo abbia contribuito a difendere il Paese dal terrorismo».

D. Questo, però, è un Paese di deviazioni e trame favorite da regie occulte anche nelle stanze dei servizi...

R. «Ecco, "servizi deviati" è una frase che evoca antichi ricordi. Non credo che oggi siamo di fronte a deviazioni di quel tipo. Ripeto: sono perché si accertino tutte le responsabilità, ma sono anche perché lo si faccia con attenzione nei confronti di apparati che, nel bene o nel male, hanno servito il Paese. Altrimenti abbiamo due verità: ci commuoviamo per Calipari, per chi salva Giuliana Sgrena, dopodiché la stessa struttura diventa in blocco un covo criminale. Acclariamo la verità, colpiamo le deviazioni, le responsabilità personali, ma attenti a non smantellare istituzioni che hanno dimostrato efficienza nel proteggere il Paese, basti pensare agli italiani ostaggio dei terroristi».

D. Aldilà della verità giudiziaria si pone il problema di rinnovamento al vertice dei servizi?

R. «Condivido la prudenza con cui si è mosso Prodi in questa vicenda, contrario alle giustizie sommarie».

D. Anche Bush si congratula per i mondiali e aggiunge che con Prodi ci sono divergenze, ma si può collaborare...

R. «E' evidente che l'amministrazione americana intende rilanciare un rapporto positivo con l'Italia, pure in un quadro nuovo, nel quale né da una parte né dall'altra si nascondono le opinioni su ciò che è accaduto in questi anni. Ci sono due ragioni che spingono a questo atteggiamento. La prima è che il governo degli Stati Uniti non ha interesse a dare alla propria opinione pubblica la sensazione che ad ogni elezione europea gli Usa perdano un amico...».

D. La seconda?

R. «Ci muoviamo in uno scenario internazionale mutato: l'evidente fallimento della strategia delle guerre preventive ha determinato un ripensamento della politica Usa. Per la Casa Bianca è tornata ad essere importante la rete delle alleanze tradizionali e delle istituzioni internazionali. Un certo arditismo reazionario rivolto contro le Nazioni Unite, proprio dei teorici neoconservatori Usa - che ha prodotto guasti enormi, e che ha trovato anche una sua eco a sinistra - oggi non c'è più».

D. Bush è cambiato, quindi?

R. «Gli Usa, oggi, hanno bisogno di un rapporto positivo con l'Unione europea e cercano di gestire in modo multilaterale la stabilizzazione dell'Iraq. In questo quadro, un governo italiano che abbia, come noi abbiamo, maggiore influenza in Europa, diventa un interlocutore molto importante. Oggi il problema della Casa Bianca non è più quello di reclutare "i volenterosi", ma - piuttosto - di ricucire un rapporto con l'Ue. In questo nuovo contesto è possibile, quindi, lavorare per relazioni transatlantiche più proficue e per un governo dei grandi problemi internazionali, a partire dai punti di crisi».

D. Tra i punti di crisi c'è innanzitutto il Medio Oriente. A Gaza la situazione è sempre più esplosiva..

R. «Avvertiamo preoccupazione e angoscia:ci sono tutti gli ingredienti di una miscela negativa. Certamente, da parte palestinese, hanno preso forza gruppi estremisti. Dopo la vittoria di Hamas è proseguita una strategia irresponsabile di attacchi che ha determinato una reazione israeliana. Che, poi, si è espressa con l'uso alquanto brutale della forza militare, che non ha risparmiato la popolazione civile».

D. Che ruolo può giocare l'Italia per fermare questa escalation?

R. «In questi giorni abbiamo preso contatto sia con gli israeliani che con i palestinesi, ma anche con il governo siriano, per invitare tutti a premere anche sui gruppi che tengono in ostaggio il soldato israeliano e favorirne la liberazione. La stessa cosa abbiamo chiesto all'Iran. Dall'altra parte, però, credo si debba premere per invitare gli israeliani alla moderazione, al rispetto dei diritti umani e della popolazione palestinese. E contemporaneamente bisogna moltiplicare gli aiuti. C'è un piano promosso dalla cooperazione internazionale del ministro degli Esteri che cerca di affrontare una delle emergenze, la carenza di medicinali. Non basterà, le emergenze sono molte: bisogna che l'Europa faccia di più. Le vie d'uscita non sono facili. La comunità internazionale può avere un peso se si muove a tutto campo e con spirito equanime. Altrimenti rischiamo che si approfondisca ancora il fossato tra Occidente e mondo islamico».

D. Le parole di Bush sono la spia di un'attenzione più generale verso l'Italia governata dal centrosinistra?

«L'Italia gode di notevole simpatia. La riscontro non solo in Europa, dove si avverte una sorta di "ben tornati", ma anche altrove. C'è grande attesa, pesano le nostre relazioni politiche e umane con mondi diversi. Ma c'è anche preoccupazione, perché questa Italia dà anche segni di fragilità interna».

D. I contrasti che segnano l'Unione?

R. «I vari comparti della nostra maggioranza dovrebbero riflettere. Nulla sarebbe più incomprensibile sul piano internazionale del mettere in difficoltà un governo che suscita tante attese positive. Vale per la politica estera, come per la politica economica. Questa continua strategia della tensione non aiuta».

D. Teme che il caso Afghanistan possa spaccare l'Unione?

R. «Per la verità, la questione dell'Afghanistan non l'ho capita. È evidente che non possiamo affrontarla come abbiamo fatto con l'Iraq. I dati politico-giuridici sono radicalmente diversi. C'è stato detto più volte che dovevamo trarre insegnamento da Zapatero. L'altra sera il ministro degli esteri spagnolo mi ha chiesto allarmato: «Non è che ci lasciate da soli a Kabul?». Mi allarmo se non si capisce che siamo in Afghanistan sotto l'egida Onu, con la Nato e con l'Europa e che non possiamo uscire da Onu, Nato e Europa. Sto lavorando per una politica estera che abbia un segno diverso rispetto al passato, che concorra a un quadro internazionale diverso, che ristabilisca solidarietà con la sinistra democratica al governo in tanti paesi. Ecco, con quelle posizioni usciamo da questo contesto. In Afghanistan ci sono gli svizzeri e gli svedesi, sarebbe balzano se venissimo via».

D. Oggi a Bruxelles lei è arrivato a minacciare addirittura le dimissioni...

R.«Non ho né annunciato né minacciato le dimissioni. Ho solo risposto ad Agnoletto che esponeva dei dubbi sulla discontinuità nelle scelte di politica internazionale. Qualora l'Unione ritenesse di non condividere le scelte che stiamo facendo naturalmente tutto si può discutere compreso il mio ruolo».

D. Cosa imputa alla sinistra radicale, ricerca di visibilità che va al di là del merito dei problemi? Se così fosse il cammino del governo sarebbe continuamente a rischio. Come se ne esce?

R. «Non lo so. Credo necessario che Prodi chieda disponibilità al dialogo, ma che abbia anche una certa fermezza nel rivendicare la coerenza con gli impegni assunti davanti agli elettori. Non possiamo vivere pericolosamente, abbiamo bisogno di affrontare con serietà i problemi del Paese».

D. Anche il percorso della Finanziaria non sarà facile, non crede?

R. «Anziché condurre una vigorosa polemica nei confronti di chi ci ha lasciato un Paese sfasciato, rischiamo di fare implodere la polemica in casa nostra. Non ci rendiamo conto che, se non affrontassimo la disastrosa situazione della finanza pubblica, correremmo il rischio di rendere problematica la tenuta del welfare. Sono scelte difficili, ma anche sostenibili quelle di cui si parla. E, tra l'altro, stiamo dimostrando con i fatti che vogliamo innanzitutto colpire privilegi, rendite, sprechi, ricchezza indebita. E che il nostro intento non è quello di colpire i ceti meno abbienti».

D. Basterà il Partito democratico per dare solidità al governo?

R. «Il tema non può essere posto esclusivamente in relazione alla tenuta del governo. La nascita di un grande partito democratico e progressista è sicuramente qualcosa che dà forza al centrosinistra e aiuta l'evoluzione del sistema politico italiano. La forza motrice, però, non sta in questi due concetti che rappresentano, semmai, ricadute positive e auspicabili. Servono,invece, motivazioni che appassionino, che muovano gli animi. Io, ad esempio, penso che la nascita di un nuovo partito sia il punto d'arrivo di un lungo percorso. Costituisca la possibilità di incontrarsi su un terreno nuovo di ispirazioni riformiste, di giustizia sociale, di solidarietà, di fraternità tra persone che hanno le loro radici nella storia del mondo cattolico e della sinistra. Siamo convinti che dall'incontro di queste culture può nascere qualcosa di nuovo che non sia soltanto la prosecuzione con altri nomi delle culture politiche del primo cinquantennio repubblicano. Un grande progetto culturale e politico, quindi. C'è l'idea di un rinnovamento della sinistra, dei suoi valori. Per questo, e non lo dico per prendere tempo, bisogna aprire il confronto in modo aperto sui valori e sugli ideali, prima di precipitarsi nelle conte burocratiche. Certo, alla fine ci saranno le decisioni, i congressi. Innanzitutto, però, mi interessa il contenuto della cosa».

D. E dove pensa debba svilupparsi questo confronto?

R. «Chiamando a raccolta forze intellettuali, cercando di coinvolgere il mondo dei giovani. Altrimenti tutto si riduce a una vicenda interna ai partiti. Attenzione, sono importanti i partiti, perché senza di essi non nasce nulla, soltanto chiacchiere. Abbiamo visto tante volte costituenti del nulla. La novità, invece, sta nel fatto che le due maggiori forze politiche del centrosinistra costituiscono il nocciolo duro. Questa novità, però, da sola non basta. Occorre costruire intorno una partecipazione che allarghi i confini. Altrimenti, anziché aggregare nuove forze, si finirebbe per ridurre quelle che ci sono. E si creerebbero separazioni e resistenze identitarie».

D. C'e chi la definirebbe una frenata...

R. «Altro che rallentare, ci sarebbe una vera accelerazione se si desse il "la" ad un processo che si può avviare senza congressi, perché appartiene alle decisioni che già abbiamo preso. Abbiamo fatto a livello nazionale la lista unica e il gruppo unico. Estendiamo queste esperienze in tutto il Paese, in tutti gli 8000 comuni. Contemporaneamente, poi, apriamo un dibattito, organizziamo una nuova Pontignano, come propone Fassino. Partire dai contenuti e dai valori e non dagli schemi politici, quindi. Promuoviamo una discussione libera che coinvolga tante personalità del mondo politico e culturale, sottoponiamo poi i risultati di questo confronto - una carta dei valori - ad un dibattito ampio nel Paese».

D. I tempi quali dovrebbero essere?

R. «Non ci rincorre nessuno. Di qui a un anno, nella primavera 2007, potremmo dire "adesso facciamo il congresso". Ma ci arriveremmo avendo gettato le basi di un processo nuovo e, soprattutto, tutti potrebbero decidere sapendo di cosa si tratta».

D. Tra Ds e Dl rimane irrisolto il nodo della collocazione internazionale del nuovo partito, però...

R. «E' evidente che non possiamo pensare ad un'operazione che separi la sinistra italiana dal resto del mondo. Siamo tutti d'accordo sul fatto che il campo socialista non é sufficiente, tuttavia esso continua a rappresentare tanta parte del progressismo e del riformismo mondiale. Approfondiamo la discussione, quindi. E coinvolgiamo in essa personalità della politica e della cultura europea e internazionale. E questo anche per sprovincializzare il nostro dibattito. Penso davvero, tra l'altro, che la nascita del Partito democratico in Italia possa contribuire ad allargare i confini del riformismo in Europa».

D. Come dovrebbe essere organizzato il nuovo partito?

R. «E' chiaro che non potrà essere un partito di tipo tradizionale. E siccome dovrà avere come base i nostri iscritti e quelli della Margherita - più x, perché é giusto che convergano altri partiti e altre forze della società civile - partiamo da una base di un milione di persone. Non potrà essere un partito tanto "leggero", quindi. Parliamo dei militanti che hanno organizzato le primarie, fatto le campagne elettorali e che, in grande maggioranza, vogliono il partito democratico. Si possono mettere insieme in modi diversi. Penso a una struttura plurale, non certo quella ideologica e monolitica di una volta. Prima, pero, bisogna discutere insieme di cosa dev'essere concretamente il nuovo partito. Un percorso pieno di fascino e di suggestione, quindi».

D. Mussi e Salvi ribadiscono il loro no e nella Margherita si contano resistenze tra i popolari. Scontato il rischio di scissioni?

R. «Il Partito dell'Ulivo, o democratico, nasce per allargare il campo. Sarebbe un esito negativo per tutti se si producesse una frantumazione. Vedo che da più parti veniamo invitati a tagliare le ali. Inviti che io ritengo negativi, di fronte a un processo ambizioso di questo tipo. Dall'altra parte, però, trovo deludente l'atteggiamento di fare pesare sul tutto minacce di separazione. Sarebbe un errore. Mi piacerebbe di più una sinistra che mettesse in campo idee e valori. In ogni caso, noi non dobbiamo cadere nella trappola riduttiva e dobbiamo, quindi, avviare e stimolare il confronto con l'insieme delle nostre forze».


Luogo:

Roma

Autore:

Ninni Andriolo

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