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Governo Italiano

Intervista

Data:

06/07/2006


Intervista

D'Alema: sull'Afghanistan un problema politico enorme se i voti dell'opposizione sono decisivi. Abu Omar? Forse gli Usa non avevano tutti i torti a dire di non aver violato la sovranità italiana.

Nella stanza di Massimo D'Alema, al terzo piano di Palazzo Chigi, le grida dei tassisti inferociti con il governo, arrivano attutite. Il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri scuote la testa perplesso. Ma non entra nel merito: questa patata bollente non è sua. Ne ha parecchie altre. A cominciare dalla vicenda Cia-Sismi per il sequestro dell'ex imam Abu Omar, con le richieste di arresti appena sfornate dal gip di Milano.

D.Presidente D'Alema, cosa la colpisce in questa vicenda?

R.«Non ho visto gli atti processuali e dunque non sono in grado di giudicare l'indagine anche se mi pare di capire che si delinea l'ipotesi che queste azioni fossero condotte in collegamento con funzionari italiani. Bisognerà capire di quale livello siano e fin dove arrivano questi eventuali collegamenti. Gli americani hanno sempre detto di non aver violato la sovranità italiana. Bisognerà vedere. Forse non avevano tutti i torti».

D.Due fronti, dunque: capire se il precedente governo sapeva e come gestire ora le cose con il governo Usa.

R.«La cosa che più mi preme è verificare se nel nostro Paese sono stati violati i diritti umani e la legge. Questo è ciò che più preoccupa e che mi porta a riflettere su un tema più ampio: ci troviamo in una delicata, imbarazzante situazione per le modalità con cui è stata condotta la guerra al terrorismo, che ha portato a un abbassamento spesso pauroso della soglia di rispetto del diritto degli Stati e dei diritti umani. Si pone il problema molto serio, fino a che punto sia legittimo, per combattere il terrorismo, rinnegare drasticamente i valori nel nome dei quali lo combattiamo. Uno dei principi della politica estera italiana sarà quello di propugnare ad alta voce i valori della difesa dell'uomo, della libertà, della democrazia come valori universali».

D.Al di là dei principi, ci sono divergenze evidenti con gli Usa.

R.«Certamente rispetto alla politica degli anni scorsi ci sono diversità. Ma la mia impressione è che anche nell'opinione pubblica e nella stessa Amministrazione Usa ci siano alcuni ripensamenti critici. Ma questo in un dialogo positivo, perché anche a Washington sta passando la riflessione secondo cui gli Stati Uniti hanno bisogno di un più largo coinvolgimento internazionale. Hanno compreso che occorre ristabilire una collaborazione nelle grandi alleanze. Gli americani, che hanno bisogno di ritrovare un impegno multilaterale, possono avere nell'Italia un interlocutore attento, purché l'Italia mantenga i suoi impegni, quelli che riteniamo giusti».

D.Sull'Afghanistan, ad esempio, la posizione del governo è chiara, quella della maggioranza presenta ancora smagliature.

R.«Alla fine sarà un problema superato. Un problema che, peraltro, non è solo italiano perché in tutti i Paesi europei ci sono difficoltà. Io insisto sulla diversità politica tra la missione afghana e quella in Iraq. Noi siamo in Afghanistan con la Nato, l'Europa, perfino con i Paesi neutrali. Chi ritiene che si possa uscire da un contesto di questo genere, ritengo abbia un'idea sbagliata di cosa possa essere la politica di un Paese come il nostro. Se l'Italia vuole giocare un ruolo, nel senso della pace e di una strategia antiterrorismo non tutta affidata alla guerra, può farlo solo se saprà mantenersi in un ambito internazionale che comporta anche degli obblighi. Non ci si può sottrarre, a patto di non esercitare più alcun ruolo. E sarebbe un pacifismo davvero strano. Sarebbe un modo per mettersi in pace la coscienza, senza responsabilità, senza poter contare più nulla».

D.Se si arrivasse a una situazione in cui pezzi dell'opposizione dovessero venire in soccorso a una maggioranza divisa?

R.«Penso che il governo debba avere una sua maggioranza, lo ritengo essenziale. Ma troverei strano che gruppi che sostengono le missioni italiane all'estero non votassero a favore. Io ho sempre votato a favore, anche dall'opposizione ».

D.Quindi quelli eventuali di Udc e An non sarebbero voti irricevibili come sostiene parte della sua maggioranza?

R.«E perché mai? Io ho sempre votato a favore e non perché fossi a favore di Berlusconi».

D.Nessun cambio strisciante di maggioranza...

R.«Questo ci sarebbe se una parte della maggioranza si sottraesse al suo dovere. Se i voti dell'opposizione fossero determinanti, il provvedimento passerebbe ma si aprirebbe un problema politico enorme. Quindi spero che tutti capiranno che il provvedimento è davvero di svolta, tanto che il titolo parla di rientro delle Forze Armate dall'Iraq. Sarebbe buffo che dopo averlo chiesto, una parte della sinistra mettesse in crisi il governo votando contro un provvedimento operativo».

D.Un altro capitolo delicato è quello che riguarda la crisi in Palestina e la posizione cosiddetta di equivicinanza

R.«Equivicinanza è una brutta parola, che viene usata in senso spregiativo. Il concetto è più alto: essere egualmente amici del popolo palestinese e di quello israeliano. Si dice così».

D.Lo dica come vuole, ma gli israeliani non amano questa impostazione. E anche le Comunità ebraiche italiane

R.«Questa però è la posizione europea, prima ancora che del nostro Paese e mia».

D.Quella che è cambiata, però, è la posizione del nostro Paese

R.«È abbastanza impressionante che se uno dice delle cose che l'Unione europea approva all'unanimità, in Italia, presso determinati ambienti, corra il rischio di passare per antisemita. Oltretutto noi abbiamo adottato una posizione molto ferma nei confronti del governo palestinese, ponendo delle condizioni e ritenendo che ci debba essere una esplicita rinuncia alla violenza, il riconoscimento dell'esistenza dello Stato di Israele e l'accettazione dei trattati precedentemente sottoscritti dall'Autorità nazionale palestinese. Non avendo adempiuto a queste condizioni, il governo palestinese non è stato riconosciuto come interlocutore. Quindi, quando si dice che siamo equamente vicini al governo democratico di Israele e ad Hamas, si dice una menzogna, si fa propaganda. D'altra parte l'Europa non può approvare la strategia degli omicidi mirati. Così come riteniamo che nell'uso della forza occorra gradualità e moderazione: non si può andare a una rappresaglia che tocca in modo indiscriminato la popolazione, togliendo l'acqua, i medicinali».

D.Quali iniziative concrete sta assumendo?

R.«L'altra sera, insieme al mio collega spagnolo Moratinos, abbiamo telefonato ad Abu Mazen e al ministro degli Esteri di Israele e abbiamo compiuto un passo sul governo siriano. Ci stiamo attivando. Essere egualmente amici non vuol dire assumere una posizione pilatesca, ma è la chiave per esercitare pressioni e cercare di risolvere questa crisi. Noi ci stiamo adoperando, non è vero che stiamo con le mani in mano. Altro che perdere peso in politica estera come afferma qualche esponente dell'opposizione».

D.Dismetta i panni di ministro degli Esteri e indossi quelli tutti politici di presidente del Ds: dica la verità, è lei il «Grande Frenatore» del Partito Democratico?

R.«Ma quale frenatore. Ma su che basi si può dire una cosa del genere? Sulle parole di Gavino Angius? Di nuovo si parte dalla premessa sbagliata che esista una corrente dalemiana. Invenzione sulla cui base si elaborano altre invenzioni».

D.La verità dunque è che lei sta con Fassino.

R.«Sì, sto con Fassino. Ho sostenuto la mozione congressuale di Fassino e poiché le componenti si costituiscono nei congressi - e io non ne ho costituite - non ci sono novità. Registro certo che ci sono tante persone che esprimono delle preoccupazioni e ci rifletto anche io, ma non ho portavoce ed è ora di finirla. Vengo chiamato a rispondere di cose di cui non so nulla».

D.Allora facciamo chiarezza su lei e il Partito democratico.

R.«Io sono da lungo tempo favorevole alla sua nascita. Personalmente ritengo che di questo progetto abbiamo già realizzato più di metà. D'altra parte a cosa servono i partiti nelle democrazie? Sono la forma in cui si media la volontà popolare. L'atto principale dei partiti nei Paesi democratici è presentarsi alle elezioni. Nel momento in cui abbiamo un solo simbolo e un solo gruppo parlamentare, due delle funzioni principali dei partiti sono state conferite al nascituro Partito democratico. Più di tante chiacchiere, si potrebbero estendere queste due cose all'intero Paese, dando vita a gruppi unitari nelle città e nelle regioni e presentandoci insieme ad ogni appuntamento elettorale».

D.Bisognerebbe accelerare anche la convocazione dei congressi di Ds e Margherita?

R.«Io penso che occorra avere un itinerario prima di tutto. Sono d'accordo con Fassino: il congresso deve essere il momento decisionale ultimo. Non c'è bisogno ora di un congresso, senza il quale si possono comunque fare molte cose. Non credo sia ragionevole seguire l'itinerario che seguimmo quando ci fu la svolta del Pci: un congresso sul se e uno sul come. Una procedura lenta, faticosa e destinata ad accumulare tensioni e conflitti, non a scioglierli. Non ne abbiamo davvero bisogno».

D.Però bisognerà pur decidere cosa deve essere questo Partito democratico, quali valori metterci dentro.

R.«Certo. E proprio da qui bisogna partire. Ci vuole un serio confronto sui valori costitutivi, le scelte programmatiche fondamentali, i caratteri culturali e ideali di un nuovo partito. Questo anche per suscitare entusiasmi, mettere in movimento delle passioni, creare un confronto e coinvolgere le forze esterne ai partiti».

D.Una parte dei Ds, Mussi, Salvi, minacciano di andarsene.

R.«Ritengo che la posizione della sinistra del nostro partito non si possa banalizzare rappresentandola come una minaccia di scissione. Mi rifiuto di pensarla così. Credo si discuterà, ci si confronterà e poi ognuno deciderà come crede. Ma intanto parliamo di contenuti, altrimenti si scade in uno scontro di apparati, in un dibattito sulla nomenklatura, sugli incarichi, su chi va e chi resta. Cerchiamo di dare più respiro a questo processo, di allargare il nostro orizzonte anche all'estero, a quanto di più moderno c'è in Europa. Il problema non sono i tempi, ma come si fa questa operazione, che non può essere la sola somma di Ds e Margherita. E se si parte dai valori, sarà anche più chiaro chi ci sta e chi no».


Luogo:

Roma

Autore:

Antonio Macaluso

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