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Governo Italiano

Intervista

Data:

13/08/2006


Intervista

"E' un accordo molto importante, che io spero possa rappresentare un punto di svolta non solo nel conflitto israelo-libanese, ma in tutta la vicenda mediorientale. Massimo D'Alema ha fatto neppure una settimana di ferie. La guerra in Libano non ha permesso di più. Già oggi riparte per Roma, dove con Prodi e Parisi lavorerà alla creazione del contingente Italiano per la forza di pace Onu. Poi ancora domani in missione a Beirut e poi al Cairo. In questa intervista, il ministro degli Esteri da un primo giudizio sulla risoluzione Onu, ma poi allarga il suo ragionamento al la nuova fase che intravede per la crisi del Medio Oriente.

"Il mio auspicio immediato é che le parti applichino rapidamente la risoluzione Onu, e agiscano di conseguenza garantendo la cessazione delle ostilità. Ma poi vorrei dire chiaramente questo: tre anni e mezzo fa, con l'invasione dell'Iraq, veniva decretata la fine dell'Onu e l'inizio del luminoso periodo in cui le grandi potenze liberali, sotto la guida degli Usa, avrebbero messo ordine nel mondo, senza più bisogno delle istituzioni internazionali (così scrisse Richard Perle). Oggi siamo davanti a una rivincita delle Nazioni Unite: gli Usa, che appaiono quanto mai in difficoltà a dominare questi conflitti, scelgono il rilancio del ruolo delle istituzioni internazionali".

D. In verità il ruolo dell'Onu è ancora molto, molto debole?

R. "Si apre una fase politica nuova, importante: guai se questa rivincita dell'Onu non diventasse qualcosa di permanente ed efficace. Tutti devono dare un grande contributo, ed è giusto quindi che l'Italia sia in prima fila a raccogliere l'appello Onu. L'Italia parteciperà a una forza militare dell'Onu che garantisca la sicurezza e la pacificazione della regione."

D. La sinistra radicale, che contesta il governo sull'impegno in Afghanistan, voterà questa nuova missione?

R. "Non potrà essere altrimenti: noi parliamo dei mitici " caschi blu", parliamo del modello di chiunque pensi a un ordine internazionale fondato sulla legalità, sulle istituzioni multilaterali. Non ha solo un mandato Onu, questa forza di pace è direttamente l'Onu. Guai se l'Onu fallisse, guai per chi difende le Nazioni Unite, per chi è contrario alla logica delle guerre unilaterali. Su questa missione ci potrebbe essere l'unanimità nel paese.

D. Entro 10 giorni l'Onu vorrebbe schierare un'avanguardia.

R. "La rapidità è essenziale: il ritiro progressivo delle forze armate israeliane, decisivo per interrompere la catena di provocazioni e reazioni, sarà contestuale all'arrivo della forza internazionale che assieme all'esercito libanese prenderà controllo del Sud Libano".

D. La forza potrebbe essere chiamata a intervenire contro Hezbollah.

R. "La forza sarà molto numerosa. Non sono i 2.000 osservatori dell'Unifil: sono 15.000 caschi blu, più 15.000 soldati libanesi. La sua "robustezza" dovrebbe essere una garanzia della inviolabilità della "blu line". Saranno dotati di armamento pesante, carri armati, blindati, elicotteri: significa schierare truppe capaci di reagire a qualsiasi attacco".

D. Torniamo alla guerra: chi ha vinto è chi ha perso tra Israele ed Hezbollah?

R. "Se c'e la pace tutti escono vincitori, perché la guerra è una sconfitta per tutti. Ritengo che Israele abbia sbagliato a scatenare questa offensiva, di scarso significato militare e di disastroso impatto politico. Dal punto di vista militare non c'era una soluzione, salvo invadere e distruggere totalmente il Libano. A mio giudizio è stato un errore del governo Olmert reagire in questo modo, e anche un segno di debolezza. Era legittimo per Israele reagire all'aggressione, ma quando ho incontrato i dirigenti israeliani ho chiesto loro "qual è l'obiettivo della guerra?" Non era chiaro. Forse è stata anche un'azione condotta senza avere una coscienza della capacita di reazione di chi c'era dall'altra parte, sulla base di una presunzione di invincibilità militare. Attenti, perché l'ideologia di vincere tutte le battaglie a volte porta a perdere le guerre".

D. Cosa guadagneranno Israele e il Libano con la pace?

R. "Israele deve ottenere una garanzia di sicurezza, che comunque la comunità internazionale aveva offerto dal primo momento proponendo una presenza multinazionale. Il Libano dovrà ottenere il vero sostegno internazionale necessario alla riconquista della sua sovranità. La destabilizzazione del governo Siniora è stato uno degli effetti della guerra: continuare la guerra avrebbe significato spingere tutto il Libano verso una radicalizzazione islamista a cui abbiamo iniziato ad assistere".

D. Lei parlava di una nuova fase politica per il Medio Oriente.

R. "Io parto dalla guerra in Iraq, e il punto centrale del mio ragionamento è questo: la guerra in Libano è l'evento terminale del fallimento di una strategia. Ora il vero problema è costruire una politica nuova, e tornando a Israele è sempre più chiaro che la sua sicurezza non può essere disgiunta dal rilancio di una prospettiva di pace. Gli israeliani sbagliano a considerare la sicurezza come una premessa della pace: sicurezza e pace sono la stessa politica. La sicurezza di Israele non ha una soluzione militare, perché se si inasprisce il conflitto con il mondo islamico, se Israele appare sempre più come l'avamposto dell'Occidente nella "lotta di civiltà" contro l'Islam, questo paese diventerà meno sicuro. Se si è circondati da 500 milioni di persone ostili, ucciderne ogni tanto mille non risolve il problema, serve soltanto ad alimentare l'odio e il fondamentalismo.

Questa è la preoccupazione di un amico di Israele, di qualcuno che prova davvero a costruire un futuro di sicurezza e serenità per quel popolo: solo con i carri armati non si può fare, scegliamo insieme un altro percorso".

D. Lei ricollega i suoi ragionamenti su Israele alla "guerra al terrorismo" di Bush. Ma in Medio Oriente Israele le sue guerre le ha combattute da anni, in contesti diversi, quando Bush figlio e Al Qaeda neppure esistevano. La solitudine è stata una delle spiegazioni al comportamento di Israele.

R. "Non è vero che Israele sia solo: non è stato solo in questa crisi, nessuno ha negato il diritto di Israele a difendersi. C'è una sindrome della solitudine, che è un modo antico di pensare, di cui Israele si deve liberare. Se noi siamo pronti a mandare i nostri soldati nel Libano meridionale, a pagare con i soldi del contribuente italiano la ricostruzione del Libano, tutto questo è per garantire la sicurezza di Israele, non per occupare il Libano! Ma la chiave di volta è un vero processo di pace, un processo che risolva la vera questione centrale, quella palestinese. Un processo in cui Israele negozi per davvero, non proceda con altre mosse unilaterali".

D. Come fa Israele a negoziare con due entità, Hamas e Hezbollah-Iran, che a livello "tattico" e "strategico" dicono la stessa cosa, "Israele va cancellato dalla carta geografica"?

R. "Stiamo agendo per evitare che l'Iran si doti di armi nucleari. Abbiamo isolato il governo di Hamas, sosteniamo il ruolo di Abu Mazen. Noi lavoriamo per rafforzare chi vuole trattare con Israele. Ma la politica di durezza, di aggressione, di negazione dei diritti palestinesi è una politica che ha rafforzato Hamas. Il clima creato dopo la guerra in Iraq è quello in cui il terrorismo attecchisce meglio. Sono contrario a questo clima. Se il governo iraniano dice: noi non vogliamo fare le bombe atomiche, ma vogliamo l'energia nucleare per scopi civili, la comunità internazionale ha il dovere di sfidare positivamente l'Iran. Questa è la politica: altrimenti c'e la logica della guerra "salvifica"...

D. Il presidente Bush ha adoperato la formula di "guerra con gli islamico-fascisti".

R. "Trovo che questa categoria non sia felice, non ci fa fare passi in avanti. Alimenta un contesto di scontro che, certo, può servire ad altri scopi. Ma tutto questo è culturalmente improbabile e politicamente disastroso. Se invece si vuol ragionare sul fatto che siamo di fronte a un movimento in cui l'integralismo religioso costituisce il substrato di una visione totalitaria, io dico che questo è un nemico vero. Ma non dobbiamo considerarlo un nemico dell'Occidente: dobbiamo considerarlo come nemico dell'Umanità. E allora i nostri alleati dobbiamo trovarli lì, tra gli arabi, tra gli islamici, perché sono loro le prime vittime di questo fondamentalismo totalitario. Se vogliamo sconfiggere questo nemico dobbiamo smettere di alimentare l'ideologia della frustrazione, il fondamento più forte per l'estremismo islamico.

La gente nelle strade arabe simpatizza per i fondamentalisti, perché li vede come gli unici capaci di vendicarli, di ripagarli per le umiliazioni sofferte. O noi spezziamo questo circolo vizioso o questo nemico troverà una base di massa sempre più larga. Il terrorismo è un movimento la cui forza non sta nell'essere esercito, ma nelle basi di consenso che ritrova tra centinaia di milioni di persone. Un movimento di questo genere si sconfigge eliminandone le basi di consenso, con una politica che dia speranza e futuro".


Autore:

Vincenzo Nigro

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