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Governo Italiano

Intervista

Data:

03/09/2006


Intervista

Orgoglio per ciò che è stato fatto e consapevolezza delle difficoltà insite nelle sfide del futuro. Di ritorno dal Consiglio informale dei ministri degli Esteri della Ue, Massimo D'Alema traccia un bilancio di questi mesi caldissimi alla guida della politica estera italiana e delinea gli impegni futuri su tutti i fronti più scottanti. "Abbiamo puntato sull'Onu e sull'Europa e mi pare che abbiamo avuto ragione", sottolinea il vice premier.

D. Nella crisi israelo-libanese l'Italia ha acquisito un credito internazionale riconosciuto non solo dalle parti belligeranti, ma anche dagli stessi partner europei e dagli Usa. Su quali tavoli e verso quali priorità intende mettere a frutto questo credito?

R. "L'impegno italiano deve essere inteso innanzi tutto al servizio di due obiettivi oltre a quello prioritario di assicurare la pace in Libano e favorire la ripresa di un processo di pace in tutta la regione. Il primo di questi obiettivi strategici è il rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite. Sarebbe stato un disastro se questo importante risultato, il fatto che le Nazioni Unite con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza fermano una guerra, non fosse stato ottenuto. Sul Libano è avvenuto un fatto nuovo di grande importanza, che ripropone un molo cruciale dell'Onu come garante dell'ordine internazionale. E il successo lo si è rilevato innanzitutto dalla costituzione di una forza internazionale. Il secondo punto fermo: noi abbiamo agito allo scopo di riproporre un ruolo dell'Europa nel contesto internazionale. Noi non abbiamo voluto che ci fosse solo la missione italiana in Libano. Abbiamo voluto collocare l'Italia in prima fila nella missione europea nel quadro delle Nazioni Unite. E a questo abbiamo lavorato, per sollecitare gli altri Paesi europei, innanzitutto la Francia e la Spagna, per sollecitare l'Unione Europea e consideriamo un grande successo il fatto che alla fine è stata la riunione del Consiglio europeo Affari generali a dare il via alla missione. Noi abbiamo posto la nostra iniziativa al servizio di tre grandi obiettivi: uno è, il più immediato e concreto, la pace in Libano e la ripresa di un processo di pace nella regione, gli altri due, più di carattere strategico ma non meno importanti, sono il rilancio delle Nazioni Unite e dell'Europa come soggetto unitario di una nuova politica internazionale".

D. Venerdì, il «Corriere della Sera»con un editoriale di Ernesto Galli Della Loggia, ha attaccato frontalmente «l'Unità» parlando di enfasi eccessiva per aver dato troppo spazio al New York Times, all'Herald Tribune e a Le Monde che avevano espresso apprezzamento per il ruolo che l'Italia ha avuto nella vicenda libanese. Il Corriere scrive di chi «è roso dall'ansia di fare bella figura e di entrare nel salotto buono della politica estera». Lei si sente«roso»?

R. "Questo giudizio sarebbe giusto se pur di entrare nel "salotto buono" uno rinunciasse alla sua politica, ai suoi principi. Noi stiamo facendo la nostra politica. Direi che piuttosto c'è qualcuno che non vuole accettare la realtà e che siccome aveva previsto che il centrosinistra non avrebbe potuto avere una sua politica estera, e che noi saremmo stati messi di fronte alla scelta: o essere spinti su posizioni radicali, venendo meno ai nostri impegni con l'Occidente, oppure rischiare di fare una politica estera di mera continuità e rompere con la maggioranza, ebbene, chi aveva teorizzato questo scenario è stato clamorosamente smentito dal fatti. Dispiace che invece di essere compiaciuti per il nuovo ruolo dell'Italia si facciano polemiche per difendere posizioni che i fatti hanno dimostrato sbagliate. Cosa si è rimproverato all'Unità? Di riportare gli articoli di Le Monde e del New York Times, non il documento di una sezione dei Ds. Non e che noi ce la raccontiamo da soli. In passato abbiamo assistito all'esibizione trionfalistica delle "pacche sulle spalle", mentre invece qui indubbiamente noi abbiamo conseguito un risultato per unanime riconoscimento. Ma proprio perché noi siamo entrati in un gioco più importante, siamo del tutto consapevoli che questo gioco e pieno di rischi e che dunque richiede una forte assunzione comune di responsabilità".

D. Dal Sud Libano alla Striscia di Gaza. Le notizie che giungono dai Territori sono sempre più drammatiche. Lei si appresta a ritornare nei prossimi giorni in Israele, in Giordania e nei Territori. Cosa è possibile fare per ridare una speranza agli «ingabbiati di Gaza»? Basta una forza di interposizione?

R. E' evidente che bisogna rimettere in cammino il processo di pace. Noi dobbiamo considerare che il Libano è un test decisivo per questa nuova stagione di multilateralismo e che avere successo in Libano è molto importante anche per i palestinesi. Perché è chiaro che una forza interrnazionale a Gaza - una forza più di osservatori che di interposizione - è una idea che si affermerà anche se la forza dell'Onu in Libano avrà successo, e quindi in qualche modo la presenza internazionale apparirà a Israele una garanzia effettiva di sicurezza. C'e un rapporto tra questi due aspetti, tuttavia è evidente che il cuore della crisi mediorientale, la "madre di tutte le guerre" è la questione israelo-palestinese. E quindi bisogna coraggiosamente affrontare questo tema per uscire da questa tragica escalation di violenza, di frustrazione, da questa situazione priva di speranze nella quale ci troviamo".

D. La questione israelo-palestinese è stata tra i temi centrali del Consiglio informale dei ministri degli Esteri della Ue di Lappeenranta. Quali indicazioni sono emerse?

R. Abbiamo delineato due direttrici fondamentali: una è quella umanitaria, perché occorre moltiplicare gli sforzi non solo per porre in essere dei meccanismi che la Commissione Europea ha avviato per sostenere i palestinesi, ma anche per premere verso Israele perché i valichi siano accessibili, perché questa situazione di assedio venga allentata. Ma poi c'è la direttrice politica, che è indubbiamente fondamentale. E lungo la direttrice politica direi che l'orientamento dell'Europa si riassume nel sostegno che noi vogliamo dare all'azione politica del presidente Abu Mazen, il cui progetto si sostanzia innanzitutto nel tentativo di ottenere un accordo tra le diverse fazioni palestinesi che consenta di avere una tregua con Israele e fermare la spirale della violenza che solo nell'ultimo mese ha provocato la morte di oltre 200 palestinesi. Per porre fine a questa situazione drammatica occorre liberare il caporale Shalit, il cui rapimento è stato all'origine della crisi, e porre fine al lancio dei razzi Qassam contro Israele, e che Israele cessi i suoi raid su Gaza. A Gaza come nel Libano ci deve essere un cessate il fuoco. Il secondo passo di questo processo è la formazione di un governo di unità nazionale palestinese che nasca sulla base di una piattaforma tale da consentire la ripresa di un processo negoziale con Israele. Naturalmente bisogna anche convincere gli israeliani che essi debbano esseri disposti a negoziare con un governo di cui farebbe parte anche Hamas, inevitabilmente dato che Hamas ha la maggioranza in Parlamento sulla base di elezioni che sono state legittime e legittimate dalla Comunità internazionale. Il problema quindi non è la presenza di Hamas in quanto tale, il problema è che siano rispettate quelle condizioni - rinuncia alla violenza, riconoscimento del diritto all'esistenza di Israele, riconoscimento degli accordi sottoscritti - e dunque che la piattaforma sia tale da fare in modo che il governo palestinese sia un interlocutore accettabile per l'intera Comunità internazionale e soprattutto per creare una situazione in cui ci sia coerenza tra la posizione di Abu Mazen e quella del governo palestinese. E questo in definitiva consente ad Abu Mazen di essere il soggetto con cui si negozia ma a nome di tutti i palestinesi. E' un'operazione complessa, che va sostenuta dal mondo arabo, e l'Egitto come la Giordania sono su questa linea, e che non vengano posti ostacoli da nessuno dei Paesi vicini. In questo senso il messaggio e rivolto anche alla Siria, come ha fatto Prodi nel suo recente colloquio con il presidente Assad".

D. In questa tormentata estate mediorientale, lei si è trovato a dover interagire con movimenti complessi come Hezbollah e Hamas. C'è chi l'ha accusata di essere «indulgente», se non addirittura connivente, verso questi movimenti.

R. In Occidente è aperto un dibattito su come affrontare la sfida così drammatica che viene dal fondamentalismo e in particolare da quel fondamentalismo che alimenta un'azione terroristica. Questa questione è aperta dall'11 settembre. Io sono convinto, anche sulla base dell'esperienza che è stata compiuta in questi anni e che è stata largamente negativa, che c'è un errore da evitare e c'è invece un'opportunità su cui lavorare".

D. Qual è l'errore e quale l'opportunità?

R. "L'errore da evitare è creare un clima di scontro di civiltà tra Occidente e Islam. L'idea che il terrorismo è nemico dell'Occidente, che l'Occidente deve difendersi, deve combattere... Ogni tentativo di capire è presentato come una resa ai Nemici. E' una cultura militarista che alimenta il clima di guerra. Questa cultura militarista, che c'e anche nel nostro Paese, non ha tollerato il fatto che io andassi a Beirut a visitare i quartieri distrutti, perché interpreta, e criminalizza, questo atto come un atto di solidarietà con il Nemico. E' una logica militare, che per fortuna nel nostro Paese appartiene a una ristretta minoranza che non interpreta i sentimenti della grande maggioranza degli italiani. Ma io vorrei aggiungere che questa idea secondo cui non si va tanto per il sottile, perché c'è una guerra, dobbiamo armarci e colpire, questa idea non solo è inaccettabile per i nostri principi, perché questa logica è quella che ci ha portato ad accettare mezzi, nella lotta al terrorismo, che rinnegano i valori nel nome dei quali combattiamo il terrorismo. Io penso che questa e la più tragica sconfitta per l'Occidente: il massacro dei civili la tortura, è la più grande vittoria del terrorismo, perché vuol dire che sono loro che t'impongono il terreno dello scontro. Ma questa logica si è rivelata anche disastrosamente improduttiva dal punto di vista della lotta al terrorismo, nel senso che si è creato il clima nel quale il fondamentalismo si è diffuso, ha reclutato nuovi adepti e quindi il pericolo terrorista è diventato maggiore, non minore. Io credo che noi dobbiamo reimpostare la lotta al terrorismo, a partire innanzitutto da un altro giudizio: il terrorismo non è il nemico dell'Occidente, il terrorismo è nemico dell'umanità, e quindi è un nemico del mondo arabo, del mondo islamico. Chi ha pagato il prezzo più alto al terrorismo è proprio il mondo arabo e musulmano. Noi dobbiamo isolare il terrorismo fondamentalista, cercando di costruire il più ampio schieramento possibile, che comprenda forze democratiche, forze modernizzatrici, forze moderate che sono presenti nel mondo arabo e musulmano. Io credo che noi dobbiamo cercare di separare le rivendicazioni nazionali che ci sono nel mondo arabo dalla causa fondamentalista. Avere consentito una sovrapposizione delle rivendicazioni nazionali con la causa fondamentalista è stato un tragico errore. Ma questo non e avvenuto per caso, questo è avvenuto anche perché queste rivendicazioni nazionali sono state lungamente negate e non si è dato loro una risposta positiva."

D. Facciamo un esempio.

R. "Il popolo palestinese non nasce fondamentalista, è anzi uno dei popoli più laici nel mondo arabo. Hamas mette radici anche perché questo è il frutto della compressione dei diritti nazionali palestinesi e della condizione drammatica in cui vivono i palestinesi. Anche nel Libano non c'era Hezbollah, che nasce dopo le invasioni e l'occupazione straniera del Libano. Il problema è di uscire da una rozza logica manichea e tornare a ragionare su quale è il nemico principale. E' Al Qaeda? E come si isola questo nemico principale?".

D. Qual è la sua risposta?

R. "Lo si isola creando uno schieramento ampio nel mondo arabo; lo si isola separando la causa nazionale dal fondamentalismo. Io non sono contrario in linea di principio all'uso della forza se in difesa dei diritti umani e per il mantenimento della pace. In Libano stiamo mandando il reggimento San Marco, i Lagunari, non la Croce Rossa o non solo essa. Il punto è che non si può pensare di sostituire la politica e la cultura con la forza delle armi, perché così si producono dei gravissimi errori, di cui abbiamo avuto ampia riprova in questi anni. Proprio perchè io prendo molto sul serio la sfida fondamentalista credo che si debba affrontare soprattutto con la capacità di isolare il nemico principale e di costruire il contesto più agevole perché ci sia la più ampia mobilitazione internazionale contro il terrorismo. Vorrei aggiungere una cosa che mi pare importante anche ai fini di una discussione interna: che cos'è che irrita e che stupisce i nostri critici interni? È il fatto che nel portare avanti questa politica, che senza alcun dubbio è la nostra - l'Onu, il rapporto col mondo arabo, l'Unione Europea - noi l'abbiamo fatto mantenendo uno stretto rapporto di cooperazione con gli Stati Uniti. Esattamente quello che i nostri critici ritenevano impossibile. Ed è questo che li irrita, non la battuta scherzosa "bye bye Condi" ma quello che significa quella battuta. Ma questa nuova stagione di cooperazione,che non sarà senza problemi, tra Europa e Usa è stata resa possibile dal fatto che anche nell'establishment americano, nella stessa Amministrazione Bush, si è avviata una riflessione sull'esperienza di questi anni e di una possibile via d'uscita. Pensiamo solo alla situazione irachena. Altro che il Libano, lì è un Libano permanente. La tragedia dell'Iraq, il rischio di una guerra civile, sta a dimostrare quanto era stata frettolosa l'idea che rovesciando Saddam Hussein sarebbe iniziato un periodo splendido. Al contrario il rovesciamento di un regime ferocemente autoritario ma laico in un Paese chiave della regione, semmai ha allargato l'influenza delle posizioni fondamentaliste. Dico questo non certo per rimpianto di Saddam, ma per sottolineare l'assenza di una visione strategica, è l'idea che si possa costruire democrazia senza classi dirigenti, senza processi che abbiano un radicamento nella storia dei popoli. E' evidente che un grande Paese come gli Stati Uniti d'America rifletta sugli esiti di questa politica e sia alla ricerca di interlocutori in grado di aprire una fase nuova. Se c'è un cambiamento, questo cambiamento c'è nella politica Usa, nel senso che gli americani non vanno più cercando una "coalition of the willing" ma vanno cercando un rapporto con l'Europa. Quelle Nazioni Unite che venivano considerate un ferro vecchio, una inutile e costosa burocrazia di un multilateralismo impotente, sono oggi la sede in cui anche gli americani cercano di risolvere i problemi. In Libano, come con l'Iran, attraverso il negoziato, attraverso le regole del diritto internazionale. Noi ci siamo proposti come interlocutori della ricerca di questo nuovo orizzonte della politica estera americana, accettando la sfida di dimostrare che il multilateralismo può essere efficace. È questa la frontiera su cui l'Italia è oggi saldamente attestata".


Luogo:

Roma

Autore:

Umberto De Giovannangeli

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